2.
ARCHIVIO
GLOTTLOLOGICO ITALIANO
DIRETTO
DA
G. I. ASCOLI
VOL. 2
)
1877
FONETICA
DEL
DIALETTO DI VAL-SOANA (canavese).
DI
C. NIGRA.
Il dialetto di Val-Soaaa è parlato dalla popolazione dei quattro comuni
della valle di questo nome, che sono Ingria, Ronco, Valprato e Campiglia.
E inoltre parlato nei due comuni di Ribordone e Frassinetto, il primo
de' quali sta a destra, l'altro a sinistra della valle. La popolazione di
fatto ascendeva per cotesti comuni, il 31 dicembre del 1871, a 7582 ani-
me, distribuite come segue:
a) Val Soana,
Ingria 1176,
Ronco 2289,
Valprato 914,
Campiglia 206.
b) Valle di Ribordone,
Ribordone 1029;
e) Frassinetto 1968.
Siccome però il censimento si faceva appunto in quel tempo dell'anno
in cui la popolazione virile suole emigrare dalla valle, conviene aggiun-
gere a questa cifra, per ottenere approssimativamente lo stato della
popolazione di diritto, o meglio della vera popolazione effettiva, poco
meno d'un altro migliajo d'anime; così che il numero delle persone, che
ha per favella materna il dialetto valsoanino, riesce all' incirca di 8,500.
Tutti questi comuni sono compresi nel mandamento di Pont Cana-
vese, nel circondario d'Ivrea, provincia di Torino, e fanno parte del
collegio elettorale di Cuorgnè. Il più popoloso di essi, e il più centrico
della Valle, Ronco, ò situato a gradi 45" 29' 30 ' di latitudine, e a gradi
4'' 55' 45' di longitudine da Roma; e sta sul livello del mare all'altezza
di metri 941.832. Il torrente Soana, che percorre la valle e le dà il
nome, sbocca nell'Orco sotto Pont, ed è formato da tre rivi principali.
L'uno di essi raccoglie a NE. e N. la acque che scendono dalle cime
alpine comprese fra Monte Marzo e le punte della Reale e di Balma;
l'alfro raccoglie a N. le acque del bacino di Campiglia circondato dalle
cime dell'Arietta, del Rancio, e dell'Agnelesa o Torre di Lavina, rifugio
degli stambecchi; e confluiscono entrambi sopra Valprato. Il terzo rivo
raccoglie a N. NO. le acque dell'Agnelesa testé nominata, della Grande
Arolla, delle Forche, delle Sengie, della svelta guglia del Gialino e del
gran Cimone, forma la valle secondaria detta di Forzo, e sbocca nel-
Archivio glottol. ital.. III. l
f=)7
Nigra,
l'alveo principale della Soana, a un chilometro circa sotto Ronco. La
maggior lunghezza della valle, misurata sulla carta in retta linea, fra
il colle dell'Arietta e Pont, da N. a S., è di circa 20 chilometri; la
maggior larghezza, fra la punta delle Sengie e la punta di Palo, da
0. ed E., è di 20 chilometri e mezzo. Gran parte di questo territorio
è occupato da alte montagne, alcune delle quali, il Cimone, il Gialino,
l'Arolla, l'Agnelesa e la Dalma, spingono la loro vetta, coperta di ghiac-
cio e di neve, oltre a tremila metri sopra il livello del mare. Il poco
che è concesso alla coltura, dà segala, patate, frutta e legname, e nu-
tre con freschi pascoli armenti e greggie, principale industria del paese.
Ogni anno, all'approssimarsi dell'autunno, quasi tutti gli uomini validi
lasciano la valle; vanno ad esercitare in varie contrade le arti del ra-
majo, dell'argentiere e del fonditore di metalli, e rimpatriano a prima-
ivera, a farsi contadini e pastori in sino al nuovo autunno. Egli è spe-
cialmente quando si trovano fuor de' loro villaggi, che i Valsoanini, per
non esser compresi da gente estranea alla lor valle, fanno uso, parlando
fra loro, d'un certo gergo particolare, del quale pure sarà fatto cenno
a suo luogo.
II dialetto e il territorio di Val-Soana, compresi i due comuni di
Ribordone e di Frassinetto che geograficamente non appartengono alla
valle, confinano, a NO. e N., coi dialetti e col territorio di Val d'Aosta,
da cui li separano le alte cime pur ora nominate e i difBcili passi dei
colli delle Sengie, di Pian delle Mule, di Bordoneto, del Rancio, del-
l'Arietta, di Larizza e di Sant'Anna; a 0, e S., col dialetto canavese
^^ e col territorio della valle dell'Orco nel quale sbocca, a Pont, il tor-
Ò rente Soana; ad E. finalmente, coi dialetti canavesi e coi territorj della
Val Chiusella (compresa la confluente Valle di Savenca), che mette nella
Dora Baltea, e delle due valli di Piova e di Malésina, più conosciute
sotto l'unico nome di Val di Castelnuovo *, le cui acque mettono, se-
parate, nell'Orco. La Val-Soana è divisa dalla Valle di Chiusella per
le cime di Verdassa e di Sàles; e dalla valle di Castelnuovo, ancora
per la cima ultimamente nominata, per la montagna di Pian Francese
e per la costa di Chiesanuova.
Il dialetto di Val-Soana é quindi attiguo da tre lati ai dialetti ca-
navesi, ed è separato, a N. e NO., per una serie di quasi inaccessibili
vette alpine, dai dialetti di Valle d'Aosta, coi quali egli trovasi non-
dimeno in assai prossima affinità. La posizione geografica s'accorda
qui in sostanza con la ragione linguistica. Il dialetto valsoanino forma
* Sia lecito a me, lontano, di qui rammentare con afietto*il comune
di Villa-Castelnuovo e il vecchio castello in cui nacqui, dal quale ha il
nome questa valle. A compenso del poco interesse, che questa notizia
avrà per gli studiosi, ricorderò loro che in questo stesso villaggio nac-
que il mio illustre prozio materno, l'orientalista Giovanni Bernardo De
Rossi.
Il dial. di Val Soana. Esordio. 3
uno dei distinti anelli della catena che da un lato annoda i dialetti ita-
lici subalpini ai francesi e ai provenzali, e dall'altro ai ladini della
sezione d'occidente.
Segue qui ora un rapido prospetto dei caratteri fonetici del
dialetto valsoanino, con speciale riguardo alla determinazione
del preciso posto ch'esso occupi nel sistema qui sopra accennato
(cfr. Arch. Ili, §§ n-m).
a. Manca l'o; cfr. e e C- Nò si sente lo z.
p. C'è Vu, nella sua legittima funzione; num. 38,43,82,
18, 72.
y. L'a tonico e atono, preceduto da consonante palatina,
tende a ridursi a vocal palatina (e, i)\ num. 3, 57-59.
0. L'È lunga e l'i breve continuati per ej\ num. 8-9, 23.
s. L'ó lungo e l'ù breve continuati per éw, num. 28-29, 42.
^. L'ó breve e anche l'ó di posizione continuato per uéy
num. 32-33, 36-37.
7]. Continuato per je anche l'È di posizione; num. 10.
.3-. L'è atona conservata all'uscita degli infiniti di base
sdrucciola, num. 63 (cfr. Q'S>)\ e analogamente l'o atono al-
l'uscita degli antichi proparossitoni, num. 78. L'o atono con-
servato eziandio nella 1. pers. del pres. sing. indie; ibid.
i. L'i atono, attiguo ad altra vocale, volge sempre \aj. Al
che aggiungendosi che restino allo stato ài j (cioè non passino
in i) le risoluzioni romanze che si considerano alle lett. [x e -j, ne
viene che questa fricativa palatina occorra nel nostro dialetto
con un'abondanza affatto singolare. E qui forse non parri\ fuori
di luogo una breve rassegna dei principali tipi fonetici onde
quest'abondanza si ottiene: I. Iato dell'antica base: filio pa-
LiA ecc., num. 89, 90, 91, 92, 93, 94, 96, 97, 98-100. - II. Iato
che si produce per dileguo di una consonante: lElTIa'm liam
Ijani ecc., num. 89, 90, 91, 93, 94, (97), 98-100.- III. L'iJ di
fase anteriore; che è ordinariamente il dittongo dcH'c, dell'cc,
o deìVé di pos., num, 11, 16 e 48. - IV. Uci di fase anteriore,
che di solito è il dittongo dell'.e o dell'i.- V. L'i attratto o
propagginato, num. 185 e 184.- VI. Lo j che si sviluppa dietro
alle formole cl pl ecc., sia che poi vi si perda la esplosiva
(Ij i^ch ecc.), o sia che vi si perda la liquida {l'jpj ecc. = cl ecc);
num. 109, 110, 112; 108, 111, 113-15.- VII. Le basi latine ct o
-e, che danno jt e j, num. 153 (169) e 152; cfr. ancora cr gr
num. 155, 160.- VIII. Le basi latine 'cA- e gè gì, che 6 quanto
Nigra,
dire un g di fase anteriore; v. num. 149, 159. Ma il j tra-
monta in -biobji = bjay num. 59 12°.
X. 11 -n gutturale; num. 135, cfr. 134 e 136. E ne' comuni
d'Ingria e di Valprato l'è che precede a -n volge in a; quindi:
fan^fth fieno, tan<=ten tempo; ecc.
X. La continuazione integrale di lj; num. 89, e 109, 110,
112.
[f.. La riduzione di cl- ecc., a kj- ecc., num. 108, 111,
113-15.
V. La riduzione delle formole alt ecc., ad aiit ecc., num. 107;
allato a quella di alp ecc., in arp ecc., num. 104.
l. Dileguo generale del s di uscita latina; num. 132.
0. Riduzione di sk st sp a lik ìit lip; num. 129.
ir. Nessuna consonante sonora, tranne j e le liquide, si
tollera all'uscita; e la sonora che riesca finale, passa nella
rispettiva sorda: Ione, v&rt, pjgmp, mep (v. p), scaf n. 124.
p. Occorre abondantemente che lo g di fase anteriore passi
nell'interdentale p; e lo i di fase anteriore, in d. E più pre-
cisamente abbiamo: I, l.J5 = p=c (num. 151: pjel ecc.);- 2.p=g°z
ital. o ted. (num. 97 e 151: pop pozzo ecc.; mllpa, capjél 33;
pop zoppo);- 3. pv=g=,ls (num. 107: pop polso);- 4. rp-=rg = ls
(num. 104: lì-borp bolso);- 5. np <=^ ng '= -nns , nella figura no-
minativale anp anno; e vi si aggiungono: /bwJ5 1= fond-s, fun-
dus, intorno al qual nominativo è da vedere il Diez s. 'fondo',
e fonz da un capo all'altro della zona ladina (Arch. I 63, 518);
e ancora la figura gentivale: di-marp'=>marfs, dies Martis,
martedì (cfr. ib. 518 ecc.);- 6. p finalmente per d, trattandosi
della sonora interdentale che viene all'uscita (v. tt): mep mezzo,
bronp bronzo, i quali tosto si rivedono qui appresso colla so-
nora, perchè a formola interna. — li, 1. d='z=g (num. 151 e
159: roda 'regia', ecc.);- 2. d=.z ital. (num. 96: >w^da = mezza;
branda campanna, quasi 'broni'a', brondil campanile; manda
manza; ghedo mendico, allato a ghéjzi fame; e cfr. ancora il
num. 48);- 3. d=p'='g-, che nella composizione è passato in
sonora, num. 48. Nella valle di Forzo (comune di Ronco),
non s'ode lo ^; e dicono gimd^pimà cima, caugjér - caupjér
scarpa, godo >=> J)óclo zoccolo.
a. Costante continuatore di j e di g', a formale iniziale,
è g; num. 87 e 159.
T. Occorre abondantemente il fenomeno franco-ladino di
CA in ca e ga in ga\ num. 147-9, 157.
Il dial. di Val Soana. Esordio. 5
u. E così è normale quello di j< = cT, num. 153.
0. Dileguo di -D- primario e secondario (num. 172 e 104)» ;
e continua digradazione di -P- e -B- (num. 177 e 181).
X- La traslazione dell'accento, che si descrive al n. 183.
^. I fenomeni di propagginazione, che son riassunti
al num. 184.
Le sole divergenze sub-dialettali, di cut giovi tener conto in questo luogo,
sono addotte alle lettere /. {-an = -en) e p (p = ^), e al num. 3 {-jd--ia).
Per 'Arch. I II IIP, si citano i lavori che il direttore dell'Archivio ha pub-
blicato, o sta pubblicando, nei primi tre volumi di questa collezione.
Vocali toniche.
1. Intatto, fuor di posizione; infin.: fa-re; alar andare, vo-
lar, pjoràr (plorare), soteràr, generar, 'perdonar, gilnàr di-
giunare, menar, scaiiddr scaldare, demandar, nocir nuotare,
amortàr smorzare, pjantàr, amtór (piem. citate) colorire, picàr
picchiare, empicàr, arivàr o rììvàr, ecc.; — partic. masc: gela
gelato -i, Tìtà stato -i, porta portato -i, enfoa infuocato -i, ecc.;
e analogamente: fjd fiato -i, prd\- partic. fem. (cfr. n. 59 12°):
gelàj gelde gelata -e, litaj htàe stata -e, porta j portàe, ecc. ;-
sostant. in -ata -ate: Kpd spada, fra (ferrata) inferriata, JQncd
giuncata, ilità estate, volontà, \frd frate];- ate (-atis) di 2. ps.
pi.: alàde andate, porMc?e; — inoltre: fràre fratello, wrt?', avàr,
amar; ral raro; sai, mal, deal ditale, assai asse, dejnàl Na-
tale n. 164, messàl, cornai corniola, pai, calo quale, ala; gram
cattivo (gramo), fam, Ijam letame, ardm rame, solàm solajo,
càrnuQ càmice: man, pan, san, pjah, demàn, pjàna pianura,
* Notevole, anche per la concordanza coi dial. affini (v. Arch. Ili, § 11 22), il
mantenersi del d secondario nell'esponente di seconda plurale (portùde ecc.,
n. 164). È un fenomeno fonetico che diventa una caratteiistica morfologica; e
così è del passar del pron. poss. di sec. e di terza nell'analogia fonetica di
quello di prima: mia tia sia mia ecc. E poiché rasentiamo la morfologia, sia
qui insieme ricordato il piuccheperf. lat. in funzione di condizion.. di cui in
nota al num. 1 16.
6 Nigra,
senàna settimana, Soàna\ casi quasi, nas naso; a hai, va vai;
at ha, vat va; pa padre; ràva rapa, bearàva barbabietola (cfr.
Arch. II 121-2), fava fava, tra trave. 2. Intatto, in posizione
romanza: pàlji paglia, calj (coagulum) presame; compàn -i
compagno -a, aràn ragno; pjàjn piazza, ecc.; — in posizione
latina: malj maglio, alj\ crilitàll, hall, vali vaglio, salf salva;
àrhlo albero e àrhra pioppo ^cfr. Arch. II 113); màrmlo marmo,
tari tardo, lart lardo, barda barba (e zio); pass passa appas-
sito -a, pàJita pasta; Idnpi lancia, óngel, bjanc, mane manco
(cioè: meno), sane sangue, sani (e san), tant (e tan), chetdnt
molto, cani, dovànt davanti, cardnta, acànt quando; camp,
làmpja lampada; vacci vacca; ecc. 3. Ridotto a vocal pa-
latina {e, i), e fuor di posizione e in posizione, per effetto del
suono palatino o palatile che gli precede.- Infiniti: taljér, ba-
Ijér bajèr sbadigliare, braljér (piem. brajé) gridare, banér ba-
gnare (cfr. tirjér virjér avaitjér ecc. al n. 184), songèr sognare,
rogèr mordere, minger mangiare, bggér (piem. bggé) muovere;
alogèr, mascér masticare; sejèr segare, gujér giocare, nejér
annegare, pescèr, embjencér, locar; ghicér sbirciare; largar
(cfr. piem. larghe le bestie) pascolare; e finalmente con Ve in
{ a pronome suffisso: coci-sse num. 107 e 119; cfr. aeualji-sse,
quasi: *ad-cubac'lare, accovacciarsi. Ma: criàr gridare;- sem-
bjàr sembrare, raJikjàr radere (raschiare), borenfjàr e bo-
renfjér, contjdr contare, fakjdr macchiare, nufjdr annasare,
pùpjdr carezzare; per una parte dei quali esempj è affatto certo,
e per un'altra più o men probabile, che all' -are andasse in-
nanzi un L complicato (simlare, -inflare, ecc.). Ancora: odjdr,
vendumjàr.- Participj e sostantivi in -ato; sono ridotti
ia uscire in -ia, e nel comune di Valprato in -jà: barda banjà
bagnato -i, britzia briìzjd bruciato -i; pecia pecjà peccato -i,
marcia maì^cja mercato -i, ecc.; cùma cognato. E -ata ugual-^
mente, almeno nei sosta,ntìYÌ: punia punj ci manipolo 'pugnata'
(cfr. piem. pund f.), lajiia lajtjd siero 'lattata' (v. n. 184, e
cfr. piem. laitd f.). Queste forme non sono scevre di difficoltà-
Se il tipo in -jd fosse una degenerazione dell'altro in -ia, (cosa
affatto incerta'), V-ia andrebbe raccostato alla riduzione che
La generale analogia dei dial. affini, vuole anzi l'inverso; Arch. Ili, in.
Il dial. di Val Soana. Vocali toniche: a. 7
di -ATO ci dà il ladino di Sottoselva (Ardi. I 149: piùna mar-
cia ecc.). Ma la ragione dell'<^ di -la sempre risulterebbe affatto
diversa in V. S.; poiché neW-ia del fem. V-a sarebbe etimolo-
gico, e in quello dei masc. bisognerebbe vedere un'antica atona
indistinta (-tg -te, cfr. num. 11 ecc.).- Altre voci: cer caro,
costoso, cédre cet cadere cadit, scéla scala'; cin cane, ctna
cagna; civra capra;- cer carne, cet céta gatto -a, càjd cac-
cia;- compjéndre compiangere, filjàlitro -a figliastro -a (onde
poi: parélitlo, marélitla). Ma: kjd chiave, hjar\ e fja fiato;
esempj tutti e tre, nei quali all'a andava innanzi un l compli-
cato. 4. In 'pjénci (piera. ^dumca) ponticello, asse, potremmo
imprima rimaner dubbj se Vé = d sia da attribuirsi piuttosto
al y od all' -2, Ma il fem. sg. bjéìici bianca (n. 59 1"), onde poi
il fem. pi. bjénce, allato al masc. s. e pi. bjanc, si mostra più
decisamente nell'analogia di cuénti quanti (sg. cudnt), tochénii
tutti quanti (sg. tocànt), cheténti molti (sg. cheiànt), granii
grandi (e pur grénte pi. f.), nei quali \'é-d va ripetuta dall' ^■
finale; cfr. Arch. I 544 «. A hjéncisì aggiungono: gréngi *grania,
frc. grange, n. 93, e lavénci n. 59 1°; ma in tutti questi esempj
può anche risentirsi l'influsso del e; cfr. Ardi. I 348, e qui i
num. 24 e 5G. - Ancora si vegga 11185; e per én = *ànsì noti final-
mente cilena castagna, che è ristudiato al n. 174 ed ha un'^
che si estende per ampio territorio, cfr. mil. e canav. casirna, e
Arch. I 27G. 5. -ARIO -ARIA, per la solita attrazione e la
sorte normale delle atone uscenti (n. 59 4"), danno imprima
■air airi {ajr ajri), che per un certo numero di esemplari si
conservano"; indi: -èr -èri (cfr. Arch. II 115). Si osservino;
àjri area, aja, tomójri (piem. tomàira', cfr. Ducange s. v.) to-
majo; e insieme (v. Arch. I 275): pajr pajo, pari, dclipàjr
dispari, auidjr, /ico?«;> = scoi ajo (scolare; piera. scolè)';- poi:
caudéri caldaja, Jìivéri (piem. gitera) civóa Ardi. I 480, hja-
• Ma Ve di apél (piem. agél), acciajo, audrà ripetuta dall'analogia del
n. 5. Altro esempio illusorio sarebbe pescéiir, considerato come una figura
nominativale (piscutor, Arch. I 152), laddove ò pisca[t]r)re-, v. i num. 28 o
62. Cosi: cipjéur *cf?<^a[t]or.
* ejr a forraola atona, v. num. 5G n.
' canav.: c'era, tornii ra, par dcspàr, autàr, scolar; ma: cauddra, tltr,
cravér ecc.
8 Nigra,
véri serratura, carèri carriera, strada, riverì riìéri fiume,
torrente (riviera), manéri maniera, hi'irérì (piem. durerà) zan-
gola, tascéri osteria; melér melo, nojér il noce; telér, culjér
(fem.) cucchiajo; caupjér (calceario) scarpa, cfr. n. 184; cravér
caprajo, cfr. n. 117, ferér, ecc. 6. alt als ecc.; v. n. 107.
E.
Lunga. 7. Intatta all'uscita originaria e dinanzi a nasal
finale (cfr. Arch. II 115-16): me, te, se\ rem, fen, pjen, serén;
en abbiamo, tinéh teniamo. E riappare intatta dove per dileguo
di consonante dentale riesce nell'iato (cfr. ib. 116, n. 1); creo
credo \ féa pecora Arch. I 546, II 131", monéa, créa, séa. In
posizione romanza: caréma *caresma quadragesima. 'Habetis'
trova éde {éjde, per la cui genesi si vegga il num.51, vale 'ha-
beatis', cfr. tinéjde portéjde nura. 164 n.), ma -éjde nella com-
posizione del futuro (n. 8): porter-éjde porterete, ecc. In altri
esemplari. Ve intatta, perchè Vi àtono della sillaba successiva,
specie nell'iato, ci porta all'analogia dall' ^ breve (v. Arch. I
540-1, e qui il n. 30): ighj-ézi ghj-ézi chiesa., pimitéri, batih-
téri; a tacer di céric chierico. Allato ai quali è da addurre,
col ; attratto: féjra (piem. fera) 'feria' mercato; cfr. n. 30. Ed
ancora esce, pur qui, dall'analogia dell'e: pies {*piés) 'péjus',
cfr. Arch. I 539 a. 8. Del rimanente, la continuazione carat-
teristica dell' e qui suona ej {Vei franco-ladino): avéjna, ééjna
ca[tjena, novèjna novena, chindéjna quindicina, cfr. haléjna
baleno, baléjnet balena (lampeggia);- téjla. candéjla', vej vejr
véjra vero, avéj avéjr avere, voléj voléjr volere, [possèj posséjr
potere, savéj savéjr sapere]; trej tre; bgléjt bgléj 'boletum',
chej quieto, e i n. di luogo: Tiljéj quasi 'tilietum', Frassinéj
'fraxinetum', Pepéj *picetum', Saudéj 'salicetum', Roléj 'robu-
retiim', Cornéj (*corniljéj ?) Cuorgnè, Brenvéj da brenva (canav.
hréngola) larice ^ ecc.; créjre credere, crej credi, crejt crede,
sej f seYo; dizéj dicevi, dizéjt egli diceva, fazéj fazéjt, liéj
leggevi, liéjt leggeva.- E pur qui si aggiungono, nell'analogia
dell' e, mejl mela, péjna pena. - Poi siamo al normale riflesso di
* Ma anche devo num. 78.
^ Cfr. num. 172 in n. ' Cfr. cauav. Spinéi 'spinetum', Bjgléi
'betuletum', ecc. E il valson. Saudéj risulterà = frc. Saulcy.
11 dial. di Val Soana. Vocali toniche: e. 9
ENs: deliiéjsi distesa, fejs, Canavàjs ecc.; ma 'pajis 'pagense-',
cfr. piem. e prov. jpais, frc. 2'iays. Inoltre, d'accordo col piemont.
e col canav. (cfr. Ardi. I 19 n.): litéjla, ])\Qm. sléila, stella;
p(^jla, Y)\em. péila, padella; ma molitéjla può direttamente risa-
lire a 'mustela'. Ancora è parpéjra allato a iiarpéra (palpebra
0 palpétra), come nel piem. parpéila e parpéra. 9. Dietro
a palatina, ^ anziché ej (cfr. n. 3), in piri cera (piem. f/ra),
pina cena, aiti aceto (circa il cui l è intanto da confrontare
nevéur al n. 28, e il lad. azéir Arch. I 244); coi quali va anche
dragii treggea. Ma taiir (piem. tazi) tacere, è entrato, come
tenir ed altri, nell'analogia della quarta \ 0*. Sono singolari
(cfr. n.l9): -ój -ébam (p. e.: avòj habebam, liàj legebam% dizòj
dicebam) ; e -gnt -ebant (p. e. : avónt liónt dizónt), quasi -ò[ignty
cfr. éront erant. All'incontro, con V cj normale: avéj habebas,
avéjt habebat^
Breve. 10. Intatta: m perita péra pietra. Péro Pédre Pie-
tro, lévra lepre; nelle forme del verbo sostantivo: Ve od es
sei, èro ère èret ero eri era, èront erano; e nelle seguenti voci,
di base sdrucciola: pandesèmolo T:£Tpo'7Ì),'.vov ; mégo medico, tèda
tepido;- rimèdi, miseri miseria. H-je (da ié): dje djec dieci,
jer, e anche Ijère (*ljéj[e]re, cfr. Arch. 1 125 128); laddove il
sinonimo lire avrebbe ì=jèj, se pur non si preferisce vedervi
una commistione del tipo di terza con quello di quarta (cfr.
prov. legir, fr. lire); ancora si vegga il n. 16, e si aggiunga
finalmente: p/« piede, con l'accento passato al primo elemento
del dittongo (cfr. n. 32 e 36) e il secondo allargato (cfr. num.
3 : -eia = -céo, ecc. , e il 32). 12. in = en (v. Arch. I 489) : bin,
gindro genero, cfr. n. 137; Uh tieni, tint tiene, vih vieni; cfr.
il n. 16. 13. ÉA Éu: mia mea; min 'meum' {mon 'meum'
è sempre proclitico, v. il n. 140); cfr. mie 'mei meae'. 'Efg^o' dà
qui pure: jo go, e insieme gè; cui sta accanto una forma che
direi enfatica: ghjo; la quale è ristudiata al num. 158 in n.,
ma di certo non è un 'ego' reiterato. 14. Strano appare gejl
gelo; e vorremo dichiararlo da un gelo di fase anteriore, ve-
dendovi cioè un'c assottigliata sotto l'influenza della consonante
' ùm — im = ém, al n. 67.
" beój 'bibebam' e 'bibam', cfr. num. .51 in n. ' Cfr. nei
Jura: :' avo {dz' hnvÒt e dz' hnvrvou), allato a t' avrva (l'hntcvfi) ecc.
10 Nigra,
palatina (cfr. n. 3,9,59, G5), che passi perciò all'analogia deWé
(n.8) 0 dell'i' (n. 23).
In posizione. 15; cfr. n. 8. Di solito, intsiita: peli, mar-
téll, mièli, pjanéla (tegola); ferr, tèrra, bòra scojattolo 'vi-
verra', invér, verm, di-mérclo mercoledì (Arch. I 373, n. 2),
serp f. serpente, èrba', argani, frùmént, dent, avént avendo,
'préndre, léndene lendini; ten tempo; e od elit 'est', éMe 'estis',
fenéhtra, haliti bestia; prévre préve prete; set, dissét dersct
17; ecc. — Con Ve bene aperta: atravSs attraverso, 2')fjssi pesco
pesca, [e bea becco, rostro]. 16. Ma pur si frange, sebben
di rado, anche in posizione. Nella posizione antica: Ijet letto
(cubile), tjcJitre tessere. Nella posizione romanza e palatile: vjelj
«/é(;7 vecchio -a {carcavjélji = ^\em. carca-véja, incubo, befana);
vjcno vengo, tjéno tengo (e tjéngnt tengono), cfr. n. 12. Final-
mente: pjér^o, quasi 'pa[t]erulum'; e anche pirlo.
I.
Lungo. 17. Di regola, intatto: fil, bad'il; ghi ghiro, finir
punir ecc.; Un, più, vin, ladih ladino (veloce, agile), basin
bacio, apelin acciarino, poarin potatojo, sedelin secchiolino,
Clarin G hi ti n àìm'm. di Chiara Margherita, co^/na;pnm, ^ma;
vz vivo, saliva; amig; fi fico, lipì m. spiga; vi vite, senti fini
feri, sentito -i ecc., finia -ie finita -e, feria -ie ecc.; ni nido;
riva. 18. Ridotto ad i't sotto l'influsso di attigua consonante
labiale o di attiguo nesso di consonanti in cui entri labiale (cfr.
n. 58, il piemont., e l'Arch., I 540 b): sùmja 'simia', sàbjet 'si-
bilat' cfr. n. 72, embriilj ^umb'liculo-'; e similmente Vi di an-
tica posizione, in liìpja cispa (lippus). Ancora si osservi: ceta-
-fiìn faina, allato al fejn del num. che sussegue. 19. In rej^,
ra[djice, l'accento si arretra dopo il dileguo del d, e quindi Vt
è allo stato di j; cfr. fejn (masc, come il canav. fuin) faina, e
il n. 56. 20. Circa frejt, freddo, cfr. Arch. I 84 n., e qui il
n. 25. — Strano è, come da un pezzo fu osservato, Voi frc, quasi
il riflesso da i breve, che apparirebbe in pois allato a 'pìsum' e in
loir (ghiro) allato a 'glire-' (glis; Diez. P 155). Ma la stranezza
si accresce per il fatto che Voi {oj) ritorni nel piera. pois, vals.
pojs, pisura, posciachè, malgrado il num. 9'', Voi {oj) mal si po-
trebbe qui dichiarare, come si può nel francese, da un ei di fase
Il dial. di Val Soana. Vocali toniche : i. Il
anteriore. E anche Voi del frc. loir si riprodurrà in questa re-
gione, se il pieni, lóira, vals. lójrì, pigrizia, vanno realmente
col 'glire-', malgrado il gin (piem. ght aghi) del num. che pre-
cede. Sono concordanze che varrebbero a render problematica
la ragione storica di cotesto dittongo, se la forma intermedia
{peis) non risonasse appunto fra gli attigui dialetti franco-pro-
venzali (Arch. Ili, § Il 2).
Breve. 21. Incolume nell'iato: vi {=vu) vie via -e, gelosii,
iergerii greggio; e in qualche base sdrucciola: [timit timido,
serpollo, gizeregigro cecej; e ancora J}m<^ra 'cinere-', cfr, n.24. —
22. e in vco vedo, hco bevo, bfont bevono; cfr. n. 7 e 23; - 'pévro
'piper', vedrò 'vitro-'. 23. Del rimanente, ej (cfr. n. 8): vej
vedi, N'jre bevere, hej bevi, hejt beve; pejl, mejlj 'milium',
Méjni Domenico, nej neve, nejt nevica, nejr 'nigro-' \ dej 'di-
gito-', nejt (cfr. lad. neidi Arch. I 22) 'nitido-', sej sete. Non
si può veder sicuramente se corèji (piem. curca) 'corrigia' spetti
al numero che precede oppure a questo; ma è assai probabile
che spetti a quello che precede.
In posizione. 24. Intatto, negli esempj comuni: grilj grillo,
milja mille, [filj , cì'inilj coniglio], vilita vista. Inno cinque;
vindeno vindno guindolo; e altri (cfr. num. 89). Poi: vint venti,
dint dentro, [ni]) 'raltio-', lividore, piem. niss livido e lividore;
tose 7neto]. Di lupja è già detto al n. 18. In giss, piem. id.,
gypsum, Vi va forse ripetuto dalla palatina che precede; cfr.,
del resto, la doppia continuazione spagnuola: yeso (plàtre, gj'pse),
gis (craie). Ma è pressoché certo l'influsso dell'antica palatina,
in dejJindre tindrc (piem. deplnge W'nze), dei quali si riparla
al n. 159. 25. Del rimanente, e: el egli-, [sàlji secchia, rert],
(rem *ferm, Éngri Ingria, lenva lingua, jìess, ènte ent in, rc-
Jitréndre, senéJitro sinistro, seco; ecc. Cfr. n. 153 e 103.
0.
Lungo. 26. o: no 'nos', vo 'vos' ', aìicó ancor (cfr. ib.), no
no, dóno dóne dònet do (dono) dai dà, com come, non nome;-
• L'aversi nrjri al feminile (v. il n. 59 5°) non vale a persuaderci che
\o j si abbia a ragguagliare all'ant. g di 'nigro-' (cfr. n. 59 8"); v. n. inO.
* Anche ol^ v. n. 106; ma, a tacer d'altro, siamo veramente alla proclisi,
e quindi a formola atona; cfr. n. 74.
' nebjo^ nuvoloso, pud parere, a primo tratto, il continuatori^ di 'nebuloso,'
12 Nigra,
on = 0N: propgnet dispónet propone dispone; prezóh, pormón,
savóh, hùnón (alveare), ecc.; o^=OL: sol 'solus'. Inoltre rgl
*róul 'robur' quercia. 27. 'Totus' trova tot to al sing., e
iujti al pi., intorno alla qual forma è da vedere, per Vu, l'Arch.
I 36 n., e per lo J, i n. 4 e 185. 28. éur = OR: àura; léur leu
loro; lavéur; fjéur fjéu f. fiore, caléur, paléur, doléur, odéur,
suéur, [amor]; meljéur; pescéur pescatore v. num. 3 in n., ser-
vitéur, sartéiir, [sinór]; e con r da un'esplosiva dentale (cfr.
n. 9): nevéur m., nevéura f., nipote;- ('i«s = OC' OS: vhig voce;
nebjéusa nebbiosa, bavéus, lùpjéus (n. 18) cisposo, bùzjéus (bu-
giardo);— éuv = OP: Jikéva *skéuva scopa, con Vu assorbito
nel v = P. Solo e all'uscita in ve Wotum'. 29. E normalmente
si aggiungono (Arch. I 542 a): Jipéus Jipéusa sposo -a; oltre
chelidre (n. 159) 'consuere' (cónsuit cóns[u]ere). 30. -ORIO- A,
col^* attratto nella figura feminile, e Ve che passa in entrambe
all'analogia dell'o (cfr. n. 7, e Arch., I 495): pùrgatéri; mes-
séjri falce messoria, teséjri 'tonsoria' (Diez s. tesoira) forbice,
hcuméjri schiumajuola, ajjeléjri peléjri aratro, quasi *accial-
-orìa.', péj ri e péri paura *pavória Arch. I 547;- cfr. piem. pur-
gatòri; messóira, tesóire, scumóira, slóira (pure in V. S. : ape-
lòjra, oltre le forme anzidette).- Non assimilati: memórja, ecc.
Breve. 31: o: om uomo, gómit il vomito, Jitómi stomaco;
ìicòla scuola, linpóla (piem. lingòla, canav. ningòla, rail. nisóla)
nocciuola; Rósa',- on = 0N: bon bóna,pia-bgn ma-bgna avo -a,
sgn, trgni tuono, o trgnet tuona. 32. uè: cuél (piem. coir)
'corium', suér 'soror', linpuèl lenzuolo, fasuél \ enc-uè oggi
(ancoi). Con l'accento arretrato, che importa il passar d'w in u
(cfr. n. 35) e dell'e atona finale in a (cfr. n. 11): /w'« = *fué[c]
fuoco, lua luogo. 33. Uué si riduce ad è (cfr. n. 37 e Arch.
così com'è il piem. nehi6s\ e di certo non mancherebbe, in questo stesso
dialetto, qualche analogia per il dileguo di s all'uscita romanza (131), a ta-
cer di quelle che in dialetti affini si avrebbero appunto per l'aggett. in -oso
(Arch. Ili, § Il 3). Ma nebjo - *nebj(5s qui sarebbe una stranissima eccezione, e
doppiamente strana, poiché ^nebuloso-' dovrebbe qui dare nebjéus n. 28; e in
nebjó avremo ben piuttosto una forma *nebulo con accezione aggettivale
(cfr. l'it. nuvolo) e l'accento passato sull'ultima (n. 183), come è p. e. trobjó
n. 78.
* Singolare: rossinéitl, col dittongo dell'd (n. 28).
Il dial. di Val Soana. Vocali toniche: o, 13
II 118 n.): mèla mola, cote, sóla suola, sóli (piera. sóli) liscio,
èli olio, capjèl (piem. cassili) mestola 'cazzuole', orjél (piem.
oriól) rigogolo, galbula, 'aureolo-', pejrèl pajuolo, Rivarèl n.
loc. Rivarolo, casserèla casseruola ^ rè (piera. rol ró) ruolo,
circolo, ve vet voglio vuole; cher, fer, he bue, né néva nuovo -a,
ile digné nove diciannove, di-gè giovedì; è *ovum; rèsa; chéjre
cuocere; ve vuoto, pei pe può, fédra cfr. il num. 37, brè brodo;
e cfr. il num. 80 in nota. Ancora si aggiungono: pjévre pjet
dalle note basi 'piovere' 'plovit'; e néra nuora, il noto esempio di
0 secondario-.
In posizione. 34. o; posiz. romanza: fólji foglia (cfr. n. 36),
vólji voglia (sost.), vóljet voglia (3. pers.);- posiz. lat.: porr,
tor tornio, tornei torna, corn e corna corno, fósi forse, mors
morso, sort, mori morte, morto (cfr. n. 36), ori, tori, òrgo e
òrgèlo orzo, recórp fieno di secondo taglio 'foenum chordum',
corp; moni sasso, monte, poni; proni, songo il sogno; grò
gròssa grosso -a, a-doss; — g\ sg'rtejt esce (sorte; cfr. sort),
grdejt ordisce, gss, fgss, cg'Jiia la costa, ng'htro vo litro;- Igne
Ig'ngi lungo -a, Ign lungi;- cgl collo, mgl molle, fgl folle (cfr.
n. 35). 35. -o^ = OL'D: sgt grave e soldo ('solido-'); cfr. i tre
ultimi esempj del num. cbe precede, e i num. 45 ecc. 30. uè:
ppsiz. romanza: fuèlj foglio, trejfuélj (ma: manifèlja millefo-
glio, cfr. n. 37 e 34); iièlj occhio; posiz. lat.: muért muore
(cfr. n. 34), puèrc. OCT: uèt otto, e pure uet, cfr. n. 32; di-
zìièt diciotto; ma 7tojt ecc., n. 153. 37. L'uè si riduce ad é
(cfr. n. 33): manifèlja n. 3Q; pèrle porte; e forse anche antèrpi
pigro, 'torpido', benché ritorni tal quale nel piemontese. Inoltre:
lesèh il bisogno (allato a bisónet egli bisogna; cfr. Arch. I 29);
fèdra (base germanica; piem. fódra) fodera; e da ó sicuramente
secondario: gèr giorno ('diurno-'), pjelj *pi[dJo[c]ij, v. Arch. I
374. Ma circa conèhire 'cognoscere', potrebbe insorgere qualche
dubbiezza; e finalmente si consideri preg, porca, allato al pie-
mont. prós.
' Sia qui ricordato anche pjéla, ascia, piera. ^io/a. Cfr. DiEZ less. II s. 'pialla',
e Arch. I 122, in n.
' Può parere in questa analogia anche dèca doga; ma l'it. dgga, piem.
dgva^ accennano ad o chiuso; e perciò vorremo piuttosto: dévarzdéuva, se-
condo i n. 28 e 42.
14 ■ /C^ Nigra,
U.
Lungo. 38. il: tu, chetiì num. 158 n., piicU n.l51, miil, ìicìtr
oscuro, miìr muro, dì'tr, mesu'ra, glìn dir/un, di-lun lunedi, un
una, carcu'n qualcuno, film, herlum, uà, fiìs, sambil'g, lagna
n. 153; -UTO -A: mùt; avu avuto -i, tenii tenuto -i, dovit, vjù
veduto -i, risolu, beu, batic, liic (e Ut) letto -i, rf/)f«' ricciuto -i,
nevil' nevicato; aviia -ice avuta -e, dividila -ite, ecc.; ìicii
scudo; -UDO -A: cric criia, nic, pata-nil (piem. id.) svestito ;-
sic laj-si'c lassù; ma anche git laj-gic, come nel piem., cfr. Arch.
I 32 n.; e s'aggiunge tiijti dal n. 27.- Assai notevole: éuj) éupi
aguzzo -a (*acut-jo-, e quindi veramente un caso di pos. rom.),
con Va che fattosi imprima e quando ancora era atono (cfr. piem.
aie ss), assume poi T accento; e con Vu per Vit rimasto atono,
dove è da confrontare ice allato ad uè nel n. 3G. 39. Qui
pure, come nel piemont. ecc., pi più; onde enco-pi ancor più. —
Di tribitjna tribuna, v. il n. 184.
Breve. 40. Pure in questo dialetto riflettesi per il, ed entra
perciò nell'analogia dell' ^^B, Va di 'fugio' e 'lupo-' (cfr. Arch. I
185 n., 262, III, §ii3): fiij fuggi, fiìjre 'fugere', lii.- Del rima-
nente, siamo ai legittimi paralleli dell'o (n. 26 e 28), come si
vede dai numeri che seguono. 41. g: gola, go giogo; góvno
ggno giovane. 42. èu: créug, néug; sàure de-séure; cvro
*éu[d]ro otre. Qui ancora riviene certamente: chéudlo gomito
'cubito'; ma avrebbe a bastare: *chéudo (frc. coude, ecc.); e deve
trattarsi, o di *chóvlo (cfr. n.l68), onde *chev-d-lo, che è il men
probabile, oppure di una affermazione dialettale; cfr. mundio
mondo, òrg[e\lo màng[è]lo n. 78'. E ancora il riflesso di 'ubi',
che è al n. 174. — Dei riflessi di 'pluere' e 'nurus', v. il n. 33.
In posizione. 43. Si continua per ii, secondo la ragione
etimologica, in gùlit ingiclit, giusto ingiusto, v. Arch. I 34-6;
e cosi ha ragione isterica (v. ib.) Vie di assujt sùjt (piem. sù'it)
asciutto, fritjt (piem. friit), picn (piem. id.) pugno; e pure per
Vu di triijta (piem. truta) e di cicrt (piem. id.) c'è antica ra-
gione, cfr. ib. 305 545 e. In questo campo si aggiunge un esem-
plare il cui ù [u) risale ad au; e suona nel nostro dial.: ii'c'rgi
Nei Vosgi (Dommartin): cotré coude; e dev'essere Toce diversa.
li dial. di Val Soana. Vocali touiche: u. 15
vacca sterile (piena, tiirgia id.), v. Diez less. s. 'toura' portogli.'
Vii di iìss, uscio, è ìq regola, v. ib. 35 '. Di -ÙTJO, v. il n. 38.
In ciìn (piem. id.) cuneo, cono, esempio di posizione romanza, è
da considerare l'ormai antica aderenza dell' w a un nesso palatino
(cfr. n. 82); e circa u'iji (piem. iìja), ago, altro caso di posizione
romanza, si vegga per ora Arch. I 76 (n.)\ In bidj, truogolo,
si dovrà forse riconoscere un *alviùljo 'alveùculo', cfr. piem.
àrhi, mil. ardio alhiò', 'alveo-' 'alveolo-', truogolo. Resta bucci
(e Mei; piem. hòca) bocca, dove è pur da considerare il nesso
palatino che sussegue. — Del rimanente, nella normale analo-
gia, o ed 0. 44. g: corni córma colmo -a, ntgnt autunno,
rjgnt rjQnda rotondo '3i,poìidre pungere, 2^Qnti punta n. 593",
pgnt punto, gndre ungere, licgrre scorrere, Ucort scorre, tgrt
tordo, farci. 45. UL- (cfr. n. 35): pgp polso, v. l'esordio; po-
ver, bg'gi saccoccia (bolgia); ma dop m., dopi f., dolce. Qui si
può ancora ricordare: O'caVg'ca Orsola; ma copi (piem. cusso),
cucuzza (cucùria cucùr^a cucùrbja cucùrbi[t]a; cfr. Diez. s. v.),
non è esempio speciale. 46. o. Sieno primi i noti esempj di
posizione romanza: genòlj 'genuclo', fenólj fenóc 'foenuculo-';
ai quali si agguaglia pur qui il riflesso di 'soliculo-': scrólj
sorólj, quasi 'soluculo-', cfr. Arch. 1 374 379 385; e si aggiunge
vertólj involto, cfr. piem. vertojé involgere. Di 'peduclo-', v. il
n. 37.- Poi, di posiz. latina: orm olmo, vorp volpe; torr, [far
forno], ars, delicórs, cori, tòrtola tortora, sort sórda; fonp
fondo V. n. 132, óndeg ónde undici, móndlo (v. n. 42) mondo,
profónt profónday róndona, ónpi oncia,' Ó7ighja; róntre rom-
pere, royit rompe, pjomp; toss, ross cua-róss, cróTUa, mósci;
rot rutto; pop pozzo; sot. — Di o da u, che entra nell'analo-
gia dell' 0 primario, v. il num. 37. 47. Qui pure, come nel
piem., frauda, fionda (cioè 'flunda' da 'fund'la'); ma à = n non
può essere; e se frcinda è veramente = /?omZa, bisognerà far sur-
gere Va in prima àtona ( piem. frauda lanciare, frauda lancia-
mento); cfr. paiitrir al n. 80; e per casi consimili, Arch. I 486 ecc.
* Pur nel Jura: touria, tourie, génisse.
^ Legittimo del pari l' ù di fùsso fusse ecc. f uissera fuisses ecc. ( cfr. il
piem., il frc. ecc.), e di usso ùsses ecc. (*ausso, cfr. aut. frc. aùsse ecc.)
habuissem ecc.
^ virnlji (n. 109) avrà Vii normale per Vu di 'vorùculo-'.
16 Nigra,
JE, (E, AU; ecc.
^. 48. Nella normale analogia dell'e: pjel cielo; arcandél [-del
=:*'Zel = *-gjel; esord., o in f.) arco-in-cielo, iride. (E. 49. Nella
normale analogia dell' e: péjna n. 8. AU. 50. Uàu lat. si
riduce ad o: colj ^caules' cavoli, or, ora 'aura' vento {orai tem-
pesta), còsa, poc, ecc. 'j-^ po' vro poro povero. — 51. Similmente
Vàu romanzo ad g: olji *à[g]ulja aquila, cfr. Ardi. I 210; fg
*fà[g]u faggio; hjg *blà[d]u segala, biada. Di kjg (piem. co),
chiodo, può rimaner dubbio, se provenga direttamente da *clàu
'davo-', 0 non piuttosto dalla figura epentetica 'clau-d-o' (cfr.
fri. clàud, mil. cod, it. chiòdo). Un AU (aw) germanico è in bjg
bjg-à azzurro -a. È un o = AU (av) da AB, in oj *àuia habeam^ ;
e 1*0 di questa provenienza si vede poi passare all'analogia dell'o
primario (n. 33), in ej *àuio habeo (cfr. piem. ó, allato ad ài,
entrambi per 'habeo' ) ^ ej habes, ejt habeat \ — Non si contrae
Vàu di àu[l]t ecc., n. 107. — 53. Si aggiunge Vail {aó) romanzo
in g, fenomeno che mal si scerne da quello del dileguo dell'ato-
na: O'Jita *au[g]ùsta Aosta, gìit agosto, medgJif mezz'agosto. —
Un caso di ail' rom. che si riduce ad éu, è al n. 38. 53. AI
romanzo. Un notevole caso di ài rom. ridotto ad e, s'offre in
frè fragola, sicuramente da fraj di fase anteriore, e questo
altrettanto sicuramente da fràjì = fraga, n. 157 e 59 12"; cfr.
i lad. frd[j]a fréa Arch. I 352 371. Ancora citeremo léutre,
num. 107 e 152.- È all'incontro Vai {aé) rom. ridotto ad e, in
méJitro maestro, esemplare che ritorna anche altrove, e qui sta
accanto al non bene assimilato magiMre.
Vocali atone.
A. 54. Intatto; iniziale: armirél armajuolo, aràn, aneli, apél
acciajo, apeléjri n. 30, adondsse addarsi, avój n. 152, avilji ape,
' Su questa forma si saranno poi foggiate, per analogia, le altre 1. pers. sg.
cong. pres.: soj sim, portój, tinój, ecc.
* E sopra ej si foggia l'analogico sej io sono (cfr. ancora: soj so, voj
vado).
' Cfr. portéj portes, portéjt portet; tinéj teneas, tinéjt teneat.
I! dial. di Val Soana. Vocali atone: a. 17
avcjr avéj avere', ecc.; mediano: darbcRc balbettante (quasi
'balbesco"), tarilo n talpa, carcitn qualcuno, naric narice, fa-
rina farina, familj famiglio, familji famiglia, graraón (piem. id.)
gramigna, samba g sambuco, savéjr savéj, travet travicello ;-
hazjcr baciare, fazcnt facendo; hcanét scagno; vjagér; kjavórl
n. 5; candelót, camóss, carbon, caliteli, cavenà capanna, ecc., —
finale: mia tia sia, mia tua sua ; finta pimia tradia batti a beii'a,
finita ecc.; Maria, Liìpia; Limpja Olimpia, Tója Vittoria; ven-
dùmja siìmja 94; mónja (piem. monia) monaca, réssja (piem.
réssia; quasi 'résega', cfr. il verbo piem. ressié segare); ànja
(piem. a7iia) *ànata anitra, gàvja (piem. gavia) 'càbata', qui:
vaso da latte; trója ; ónghja ; féjra téjla óandéjla litéjla mohtéjla
novéjna n. 8, maréjna amarasca; ìitua stufa, Upliìa (piem.
spliìa, voce germanica) scintilla; sca ecc. n. 7; àia, mela mola,
litro la paglia (base germanica), tèrra, amara, marélitla filjc-
litra V. nura. 3 in f., córna,pjuma, ncva nuova, résa rosa, òca,
telila, càuda calda, àrba alba, ecc. 55. Ridotto ad e o ad i
nella penultima dell'antico sdrucciolo: Ht.'ven Stefano, cevenó
canape, cfr. *ània *gàvia nel num. preced., fulic fegato, litómi
stomaco, tutti esempj, questi deir2, comuni anche al piem. ecc."
Nella prima delle due protoniche: felucsci, canav. falavésca, fa-
volesca. E Te abbiamo anche al posto àeWa delle antiche desi-
nenze personali -as -at; ma piuttosto che una mera alterazione
fonetica, ci vorremo riconoscere Ve del presente di altre con-
jugazioni che viene a stabilirsi anche nella prima e nell'imper-
fetto di tutte (cfr. il n. 61, e il 151). Ecco esempj ad ogni modo:
pòrte portas, tarde tardas, ère eras, portdve portabas, sondve,
tenive;- cantei cantat, pòrtet portat, sónet, siì'bjet sibilat, éret
erat, portàvet, alàvet andava, tenivet. 56. h'e mediana di
arengér (prov. arrengar), raccomodare, può essere etimolo-
gica; altrimenti, come è per quella di cmbjencér, imbiancare,
sarebbe da considerarsi il nesso palatino che sussegue {hg ne),
onde arriviamo all'm^ del caratteristico minger mangiare, min-
* avént avendo; ami' avuto; avòj avevo, avcj avevi, avéjt aveva, aoiit ave-
vamo, aviclnt avevano; are avrò e avrai, arét avrà, arch avremo, anj nt avran-
no; ariro avrei, arirc avresti, arlrel avrebbe, ardii avremmo, an'ihtc avreste,
arirnnt avrebbero.
^ Cfr. Idmitja al u. 100.
Archivio elottol. ital., III. 2
18 Nigra,
gón divoratore; cfr. Arch. Ili, § ii 22. L'antica esplosiva palatina,
susseguente all'a, va pur considerata in lezcrta (e laz. come
nel pieni.) 'lacerta'; e cosi è da attribuirsi al j susseguente, Ve
di chejti meschino n.l69, e Ve imprima atona di rejg *i*ajic, ecc.
(n.l9)\ 57. E di qui si passa agli esempj in cui Va di prima
atona si riduce ad e o ad i per effetto della esplosiva palatina
cui sussegue: ^'erna gallina n. 183; cetàr comperare ('captare'),
cevenó canape (citato più sopra, per la seconda e), cevréj ca-
pretto, cipjéiir (num. 151 184) cacciatore, pei quali due ultimi
esemplari già avemmo la vocal palatina pur nella tonica (n. 3).
58. L'i da a di prima atona, dietro a esplosiva palatina, è poi
ridotto ad il, per effetto della labiale successiva (cfr. n. 18), in
cwnizi camicia, cumiliià cùmiJiton giubba, cùmin camino, fo-
colare, cuvilji cuviljón cavicchio. 59. E si arriva al fenomeno
caratteristico deir« in i all'uscita atona, che avviene regolar-
mente (cfr. n. 54 in f.) quando all' a preceda consonante palatina
0 palatile, tra i quali suoni entrano pure i nessi jtjdjr jv, che
è come dire jtj jdj jrj jvj, cfr. n. 184. Seguono ora le serie degli
esempj.- 1.° -e a di fase anteriore: vacci vacca, diìcói n. 43, bràcci
{broca del piem. ecc.) chiodetto, pjénci, bjénói 4, bànci panca, la-
vénci (prov. lavanca,.ivc. lavanche) lavina, ghmci' guercia,
mósci, esci e Usci esca, pésci, feluésci 55, riisèi ( piem. rùsca)
scorza, busói (piem. busca) festuca, rasói (piem. vasca) tigna,
Noàsci n. loc. Noasca; — 2° -ga di fase anteriore: lóngi, mangi
manica, diméngi domenica, lugi (mil. lògga) scrofa, bggi saccoc-
cia;— 3.0 -jta (-jtj a) di fase anteriore (cfr. n. 153): trujti
'tructa', còjti 'cocta', dréjti, benéjii benedetta, assujti su'jti
v. n. 43; cui si aggiungono l'analogico nàjti nata, nascita, e
l'importantissimo _pon/!i punta, tra-pónti coltrice (trapunta), da
*2^onjtja, cfr. Arch. I 305 n., 209 n.; — 4." -jda (-j dj a) di fase
anteriore: fréjdi, v. il n. 20; — 5.° -jra (-jrja): djri rivéri
[=rivàiri] ecc., ii. 5, messéjri ecc., n. 30'";- mójri magra; néjri
n. 23; piri, cera n. 9; — G.° -jva (-jvja) di fase anteriore:
* Ancora h-kjejràr *s-clairare rischiarare, cfr. n. 108 e Arch. I 275.
- Nella continuazione di -aria -Oria, che è il caso che s'ha qui dinanzi,
potrebbe essere etimologico anche il secondo j dei riflessi che scriveremmo
-àjrja (onde -dirji -diri, érji èri, v. il num. 60) -ójrja. Si confronti il riflesso
fri. -érte, Arch. I 486.
Il tlial. di Val Soana. Vocali atone: a. 10
ó;■^?^ acqua, n.lo6; — 7." -Ija di fase anteriore: fòlji,jpàlji\chilji
quella n. 103'; ólji n. 51; vjélji sélji virll'lji ulji n, 109-10,
ciiàlji quaglia; hatàlji, dotélji'-; — 8.° -nj a di fase anteriore:
comparti, camjpàni, cavàni cesta, bòrni cieca, corni sorda ; dove
non è superfluo notare, che -jna non suol condurci a -jnja ecc.
(v. n. 54: fin.), cosi come -jra -ira ci conduce a -jrja -irja;
9.° -zdi di fase Q.nier\oYe: pi'i di = *pu\l]za pulce, bruii bragia;
cfr. frisi (piem. frisa) briciolo; — 10,° -cja -cca di fase an-
teriore (v. l'esordio): pjà])i, fòrln, licòrjn scorza, éujn aguzza
n. 38, cépi caccia n. 3, cójn (cfr. pieni, cocòt, fri. cuce) zucca
'coccia', bòpi testa 'boccia', miolìpi (quasi 'medullicìa') mollica,
balànjn, j^ànpi, pitcmpi ecc.; — 11.*' -ia di fase anteriore (cfr.
n. 54 in f.): pevii pi[t]ui[t]a, alegrii, dragii n. 9, bergerii
gregge, bi'tzii; — 12.° ^ja ecc. di fase anteriore: coréji n. 23;
e ji si riduce al solo i: lobi (piem. lóbià) loggia, ràbi 98; o
al solo j se gli preceda a (cfr. n. 53), che è il caso deU'-àj per
l'-ATA dei partic. fera, (-àda -àa -à-j-a, -àji -aj, cfr. Arch. Ili, § ni):
enfoàj infuocata, pelàj, marjàj, ìitropjój storpiata, storpia '. —
60. Di ALT ecc., v. il n. 107. 61. Le proclitiche 'da' ed 'a'
suonan qui: do ed o. Ma del rimanente, non v'ha nulla, o nulla
almeno di specifico e sicuro, per a in o, tranne forse dovànt
davanti, cfr. n. 68. Bortrome, Bartolomeo, s'incontra con 'Bor-
tolo'; e V -ont delle 3. pers. pi. pres. di 1. conjug. e dell' imperf.
[portoni, lipéront sperano; éront erano, alàvont andavano, j70/-
tàvont, tenivont), ha ragione analogica {liont) e molto estesa,
V. Arch. II 120 n., Ili, § ii 22. 62. Per il dileguo deir« iniziale,
non avrei, di non comune, se non delle voci di 'habere', in ispe-
cie: iìsso iìsse ecc., che già si addussero in nota al n. 43. Delle
combinazioni interne AÉ AO', surte per dileguo di consonante,
vediamo cadere Va, in céjna ca[djéna n. 8, eluna num. 104 n.,
* Al n. 103 deve riferirsi anche milja (piem. mila), che resta all'-a. Il nesso
Ij è 'sui generis' in questi due esemplari; ed è naturalissimo che milja, ma-
scolino come dev'essere, non cadesse all'analogia dei feminili.
^ I plurali suoneranno fòlje ecc., continuandosi il tipo storico o analogico
in -Lj.E, cfr. tandlje al n. 61,
^ Il plurale ó in -de, come si vede al n. I; ed é quanto dire, che trattan-
dosi di vocali dissimili, il linguaggio non si adoperò a togliere l'iato, come
fece al singolare.
20 Nigra,
IKljla pa[d]ella n. 8, fìesééur *pesca[d]éur ecc. mira. 3 n., pcjri
operi pa[v]oria n.30. U -a della 2. ps. sg. imperai, dil. conjug.,
che suol raanrtenersi {pòrta chctu porta tu, canta), dileguasi in
dón-lji dà-gli.
E. 63. Intatta; in prima sillaba: essènt essendo, relip landre,
recórp n. 34, telér telajo, mesù'ra cfr. n. 67, messcjri n. 30,
femelà femina, setnenàr, tempéìita, sentcr sentiero, sentir, len-
tilji lenticchia, levànt levante, fevrér febbrajo, pervél cervello,
jjrezgn, sejér segare, nejcr annegare; ecc.; — in seconda pro-
tonica: candelòt, deventàr; ma volge a dileguare Ve di apeléjri
n. 30, che è Ve romanza di apél, num. 3 n.; — in postonica in-
terna, che è quanto clire nella mediana dell'antico sdrucciolo: il
solo (;izer, allato a gi^^ro, cece, quasi 'cicere'; cfr. num. 151 n.; —
all'uscita degli infiniti che in fase anteriore sono sdruccioli (pfr.
num. 70 n.): dii'^e, fare, licrire scrivere, vérre vedere, Ijére e
lire, frire, chéjre cuocere, diedre, cèdre cadere, chelidre n. 29,
depindre, èlitre essere, ecc.; all'uscita romanza, in prévre préve
'présbyter', e nella 2. pers. pi. : ade habetis, éjde habeatis, portàde,
ì)eide bevete, ecc.; — e nella continuazione dell'^ di pi. femin.,
desinenza che si estende analogicamente anche al tipo di terza
latina: por tó(? 'portata', pimie, dovue, litèjle 'stellse', àule, basse,
do e 'duse';- sùtile le sottili, vritàe 'veritates', ecc. — In tejlcr
tessitore (allato a telér telajo) si continua V ej della tonica
n. 8. 64:. Fattasi a in prima sillaba, oltre che ne' soliti as-
siijt asciutto {assu'jre asciugare) e tanàlje, ancora ne' seguenti,
in cui occorre un r, o scempio o complicato: litranu sternuto,
htranuàr, marcia n. 3, esempj comuni al piemont., cardcnpi,
Varónica; e Ve di seconda, venuta in prima: traulà ("trauéla,
terebella) succhio, traulin succhiello. Ancora: ancrólit *enc[l]au-
stro inchiostro; lajtéri lettiera n. 153. Cfr. n. 85. 65. Esempj
specifici per Ve in i, sono: ighjézi (e ghjézi) 'ecclesia'; pinàr
cenare, v. n. 9 ; pino pettine, pinàr pettinare, per la qual cop-
pia si risale veramente a un éj\ *péj[t]no n.l53; mitàl; e Iveréa
Ivrea 'Eporedia'. S'aggiungono, d'accordo coli' italiano : girézi
gìrjézi ciliegio, e qualche altro; 66. e per Ve nell'iato romanzo:
Ijam le[t]ame, ìnjolà *mi[d]óla, bjold "beftjóla, esempj non estra-
nei al piemont. 67. In due esempj, le cui e originarie {ens, è)
volgerebbero normalmente ad éi ed i (a, 8-9), 1'?' da e passa poi
11 dial. di Val Soana. Vocali alone: e. 21
ili il per effetto dell'attiguo m (cfr. n. 18, 58 e 72): mnsnràvet
misurava (cfr. mesùra n. 03), vcndùmjàr (anche sotto l'accento:
venditmja', e ugualmente nel piem.: vendumia vendiìmié). —
G8. L'o in prima atona, per Ve attigua a labiale, oltre in do-
véjr dovu, anche in montò òi (piem. manton) mento; cfr. dovant
n. 61. — Quasi superfluo poi notare, che non è un'alterazione
fonetica dell'antica e, ma bensì un'epitesi che si determina se-
condo ragione analogica (v. il n. 78), il fenomeno dell'-o aggiunto
agli antichi sdruccioli, che oltre all'avere in semi-dileguo l'antica
vocal finale (n. 70), avevan perduto la mediana (n. 09, 75, o
cfr. 1^): loévro, cigro n. 63, véntro, mùrmlo, pf'tgò *polc pollice;
dchlo (e dcbel), gnvno; oltre arilo e póvro, che vengono a
toccarsi colle forme toscane, ma pure hanno ragione in qualche
parte diversa; ai quali si posson finalmente aggiungere, sebben
di base piana: évro otre n. 42, e più singolare: càio quale n.l.
Cfr. i feminili sulla stampa di pu'di = *pu[l]za n. 59 9°, Jnndra
n. 21, Icvra (piem. la Icvr), róndona (piem, rondola) rondine,
févra (piem. frev) febbre, cala quale f.- E pur qui h pura
pure. 69. Nessun esempio speciale per l'aferesi dell' e.- Si
perde 1' e mediana dell' antico sdrucciolo : góvno (jfjno, póvro
poro cfr. n. 08, libro libero, vipra, véJipre, téndro ecc. n. 137; e
quindi sono sincopati tutti gl'infiniti che spettano o passano al
tipo di terza latina (cfr. n. 03): pjévre n. 33, hàire, vàndrc,
licòndre, fóndre, pérdre, licórre scorrere; parélitrc ecc. n. 121,
óndre ecc. n. 159;- rjòdre, possédre, reUpòndre\ ecc. — Si
aggiunge qualche es. pel dileguo dell'c? nella seconda protonica';
caplàn (piem. id.), vniré miirót *venir'-habeo *venir'-habet; e
nella seconda delle tre protoniche: C'aJitlamónt Castellaraónte. —
Ancora: vritd (piem. id.), 25ro ])evò, priìn per uno. 70. L'c
all'uscita latina o romanza, eccetto i casi di cui ò toccato al
n. 03, sempre in dileguo; infiniti in -fire -óre -ire: htar staro,
urlar, licaràr sdrucciolare, Ticainr (can. sgatàr), razzolare
• Il caso precedente, cioè delle due atone che perdono di risalto dopo la
tonica (-^^), sì che si dilegui quella delle due che alla touica ò attigua, ò
fisicamente molto simile al caso presente, che vuol diro a quello delle duo
atone così poco rilevate dalla voce che corro verso la tonica ( ^^ - - ), da an-
darne ancora perduta quella che alla tonica ò attigua. Puie, nell'ordine sto-
rico, ora si fa caratteristico l'uno dei due casi, ora l'altro; v. Ardi. H 1 19-20.
22 Nigra,
niifjàr odorare, riìmàr grufolare, Vocàr guardare (can. hejcàr),
ecc. n. 1;- taljér, bjecér mungere (can. arhjocàr rimungere), ecc.
n. 3;- avéjr ecc. n. 8;- iùsstr, driiir e dilrvir aprire, lipùtjtr
schiacciare, lipiìrdir fugare, ecc. n. 17'; sec. pers. sg. impe-
rai. : Un, pren, li 'lege', bej 'bibe' (ma ej, che s'adopera per
'habe', è veramente 'habeas'); avverbj: hin, lon 'longe',ecc. ; —
numerali: set, 7iè, djeg dje; -«==-A'TE: Jntà città, vrìtd ecc.,
,rì. 1 ; altri temi di terza lat. : fem. mazon casa -e, torr, vgrp,
cer carne, mori, nej neve, ioss, nojt; masc. león leone -i, órden,
verm, mont, sane, mejs; sutil (pi. fem. siìtile 63), fàcil, de-
tei, ecc.; cfr. n. 68. Ma: fràre 'fratre-', e possible; e ancora
cfr. otòhar, allato a setémhre dezémbre.
I. 71. Intatto: mvér, invidjéus, ecc.; pindr a ranno, girógic
chirurgo (Arch. I 500 510), ne' quali -due esempj Vi può ripe-
tersi dalla palatina che lo precedeva (cfr. Jymdra 21); pilitàr
(piem.p2S?^) pestare, camp27itór calpestare; linjmél (piem. lin-
gòl); gómit (piem. id.) vomito; ecc. 72. In u, per effetto di
labiale attigua (cfr. n. 67) : riiéri e rivéri n. 5, aruvàr, siìbjdr
(piem. siìbié) sibilare, lùmàpi (piem. lùmàga) luraaccia; pru-
mjér; punàta. Un es. d'z in il dinanzi a n, dev'essere cunér
{cunér Ij uclj socchiudere gli occhi) "kinér, v. num. 108 n.,
n^frc. cligner. 73. In e:pelup pera ('peruccio', cfr. fri. pirùr)
e pelugér i^éro {M. pirugàr), pescéur n. 62, sedelik secchiolino,
seljg'n secchione, pevH pituita, senéJitro, ecc.;- meìióàr (piem.
mescè) mescolare, demenuir, semenàr;- endevinàr (doppio es.),
endebelir, enlevàr (piem. anlevé) allevare, enseàr innestare,
enseri (piem. ansari) rauco; ai quali non aggiungeremo se non
il ~te 0 -6?e = -Tis di seconda pi., mandandone in nota una serie
d' esemplari ^ 71. Di i in a, ci sono esempj lilajvàr n. 156,
' Apocopati anche gì' infiniti di tei'za (n. 63) quando hanno il pronome
suffisso: derté dirti, préndlo prenderlo; e ancora si osservi éhteme esserrai
(v. n. 121), confrontando il n. 119 in f.
^ élite siete, sihte eravate, saréjde sarete, séjde siate, fiissàlite foste, sa-
rùlìte sareste;- éde avete, aviìite avevate, aréjde avrete, éjde abbiate, ussdlite
aveste, aràìite avreste; portàde portate, portlhte portavate, porteréjde por-
terete, portéjde portiate, portessdlìte portaste, p^orteràìite portereste;- alàde
andate, aliìUe andavate, vodréjde andrete, aléjde andiate, alerdhte andreste,
alessàìlte andaste;- tenide tenete, tenllite tenevate, teniréjde terrete, tinéjde
teniate, tinisàlìte teneste, tinirdhte terreste;- diléde dite, diSilite dicevate,
Il (lial. (li Val Soana. Vocali alone: i. 23
rùsaljcr ii.lOO, e manifélja già qit. al n. 36.- Comune al pieni,
l'o da i postonico in róndona al n. 68; e piuttosto andrebbe
notato: ol^el, num. 25 in n., e 106. 75. Dileguo; nella me-
diana dello sdrucciolo; anta 'àmita', cléhlo n. 68, néliplo me-
s-^Wxxs' , jposslhle;- inoltre: ^eni<i^allina n. 183, Flip, maJi-che
'magis-quid' (allato a maj) n. 132; e vìn 'veni'. Quanto ai plu-
rali mascolini, il terreno, sul quale ci moviamo, non concede
per ora che la solita loro indifferenza dai rispettivi singolari sia
fermamente ripetuta dal dileguo dell' -i anziché da quello del -s,
comunque ^-^ occorra nel pronome e in un certo numero di ag-
gettivi: li Ij i, dli ali, pli-làj quelli, pli-Jj'i questi; nosr'iutri
vosàutri; ngUtri vgJitri; boni, névi nuovi, fg'ndi fecondi, déhtri
senéJitri, lulitri lustri, tujti tutti, 'pori poveri, bussi, gròssi,
léllti lesti, pitgdi piccoli, e con l'accento sulla desinenza: bit
belli, biìrtl brutti, freìul fermi. Del rimanente, esempj di forme,
che valgono indistintamente per singolare e plurale, son questi:
miìr, ger giorno -i, camp, gómit vomito -i; amar, sdir, cojt
cotto -i, àut, rjont rotondo -i, ione lungo -ghi; ecc. Cfr. n. 78. —
76. Quanto a di-véndro 'dies-veneris', di-mérclo 'dies-mércurii'
(n. 15), cfr. il n. 68. 77. Di i in ;, v. l'esordio..
0. 78. Intatto: ofrlr, conéìifre conoscere, conossh', pjoràr
'plorare', fjorìr, rnolln, morir, conhn, portar, cornila (piem.
bicorna) ancudinetta; Jitrgnàr fulminare (cfr. litro ni n. 31),
co^f^^bavaro (cfr. cgl n. 34); ecc.- All'uscita, mantiensi imprima
l'-o della 1. pers. sg. ind. pres.: pòrto, crévo crepo, beo 'bibo', Ilo
'lego', dio 'dico', devo, tjéno vjéno. Poi si vede l'-o {-u) desi-
nenziale romanzo del mascolino, nell'antico sdrucciolo, che qui
è sincopato (cfr. il n. 68), e vuol dire nei casi in cui un nesso
di consonanti, avutosi per ettlissi di vocale, sarebbe altrimenti
riuscito in fine di parola; ai quali si aggiungono alcuni pochi
esempj di antico ne.sso. Si osservino: tcndro, glndro, mt'rlo, órlof
irobjó *tróbjo 'tùrbulo-' Arch. I 548, trémbjo tremito ('trèmulo-'),
àrblo, tàllio, libro libero, néliplo, [pòplo], pàliclo pascolo, sòcio,
diréjde direte, dizéjde diciate, difessali te diceste, diràhtc diresto;- liddc leg-
gete, lUlitc leggevate, liréjde leggerete, .^i^f^de leggiate, liessnhtc leggeste,
/terr?7ifc leggereste;- beide bevete, hcilite bevevate, beert'jde beverete, beifjdf
beviate, heessàldc beveste, beeràhte bevere.ste.
24 Nigra,
póclo zoccolo, [miràclo], mégo medico, sarvàgo, tédo tiepido,
fràjno frassino;- orgo e ór gèlo, orzo (cfr. màngèlo manico, e
bernàgèlo paletta da fuoco, piem. bernagi, per la cui base si
può intanto vedere Ardi. I 551 &);- sóngo il sogno; bórno cieco,
còrno sordo; burro butiro;- mélitro mastro;- [vedrò vetro,
cuàdro, 2')igro, alégro], màjro magro, néjro e nejr nero, vàjro
molto Ardi. II 113;- Zdr^'o 158 n., sonò *sónno;- malàdo (cfr.
prov. malavite e Ardi. II 122 n.);- e ancora p^7o (piem. id.) pollo
d'India, e l'esotico bravo (piem. id.). Tutte queste forme in o
valgono indistintamente anche per il plurale (cfr. n. 75); ma
le cinque che seguono: fondo deJitro senelitro lùhtro leJito,
fanno il plur. in -i, come già vedemmo al n. 75. 79. Gli
esempj di o in il non sono specifici (tranne forse il metatetico
trììchéjse, di cui al n. 170): uliva, ùbidiént, cùnia n. 3, cùzin,
furmia, rusaljér rosicchiare (cfr. piem. rusié), gujér giocare,
guatin giocatore, durmir, durmiljonàr sonnecchiare, dove an-
dranno considerate le basi toniche col dittongo (cfr. Arch. II
117-8); e similmente per Jicùrpjon scorpione (Arch. I 262) e
pùbiàna n. 113, cfr. n. 33. 80. Un oit atono di fase anteriore si
continua per au nel già citato pautrir poltrire n. 47. E vol-
giamo al dileguo coWe di Iveréa 'Eporedia', seròlj n. 46, seno
n. 183; pandesémolo n. 11 '; e il dileguo è compiuto in corna
corona n. 183.' 81. Del rimanente, V -o {-u) di uscita romanza,
in continuo dileguo (cfr. n. 75); di -àto ecc., v. nelle toniche
lunghe, e aggiungi: 5on, film, nas, grilj grillo; gàmber, co-
curner\ invcr, ors, nerf, raort, cani il canto, j:>ron^, tcn tempo,
carneo, pjomp, drejt, ecc. ecc.
TJ. 82. In u, oltreché nei soliti urlar, Jipùàr sputare {Jipùàp
sputo), sùtil, anche in giìljàrt ghiotto (cfr. Diez less. s. goliart),
che vuol dire ù dall'in della formola atona ULJ, cfr. n. 72.- Per
Vi di linpóla, ci son le estese concordanze già altrove avvertite
(n. 31); e gli è abbastanza analogo il caso dì Bjéla "Biìgéla
'Bucella' Biella. Più rimoto è quello di pjengér n. 99. 83. Del
* Ma in rjont, piem. riond, come nell'it. ritondo ecc., è un' e {i) di falsa
etimologia: *re-[t]ondo'. L'è di cheént^ cuocente, proviene poi dal dittongo della
tonica, n. 33; e assai probabilmente pur quello di anejér annojare, nednpi
noja; cfr. prov. enuei.- Più notevole sarebbe l'-e di rà^e radio- n. 96, che
ricorda l'-e spagn. di sage ecc., cfr. Arch. I 78 n.
Il (lial. di Val Soana. Vocali atouc: u. 25
rimanente, i normali riflessi: g ed o. Cosi: ortia grtjn, e le 3. pi.
lìont leggono, diont dicono, ì)éont, vjénont, crénnt credono, dor-
me] sont àovmono (-iscono);- sorire sorridere, comlj, nojér al-
bero noce, rotar ruttare, 2')oàr potare, dohjàr piegare (doppiare) ;
aUcotàr ascoltare, pormón\ tòrtola; e altri. 84. Dileguo;
nulla di specifico a formola mediana: maniplo ecc., v. n. 78. Ma
ancora alla formola mediana, piuttosto che all'uscita romanza,
attribuiremo il dileguo deWit (o) nell'esponente di prima plurale
(-MUS, *-nSy -n), che la nota ci mostra per una serie d'esempj '.
Dittonghi. 85. M. paulà cipolla; cioè aii =*e[v]\i = JEFU;
cfr. n. 64. Del rimanente, nulla di specifico: aràm 'aeramen';-
iJitd 'aestate-' ; - colitjonàr contendere '*quaestionare'. 8G. AU.
Nulla di specifico: gtónt n. 44, orai n. 50, orljì orecchia, ecc. ;-
alicotàr ascoltare;- au rom.: ozéll. ou rom. in au, n. 80.
Consonanti continue.
J.
87. Iniziale, passa in g: ga, genòr gennajo, di-gc giovedì,
govno, go giogo, gun gitna agg. digiuno -a, digiìn giìnar, g'ùlU
ingulit, gujér giocare; G'àco Giacomo, G'esii, G'iìsó G'a Giu-
seppe, G'oàn G'ùvànt GìO\ anni. 88. Interno: ma; maggio; -
J'T: a.jdjér ajutare, àjdo io ajuto, àjde tu ajuti;- J'S: pjcs e
2nes *pe[j]s 'pejus', v. num. 7. J complicato. 80. LJ (LLJ).
Si continua intatto per Ij. Citeremo: alj, mal]', filj, filji figlia,
familj, familji, tilj, mejlj 'niTlium', conscjlj conscjlji consiglio
consulta, fuélj foglio, fòlji, pàlji, maravélji, vólji, vóljel voglia
(3. ps.), meljéur, miljcr miglio 'railliarium', gidjàrt n. 82. Di
// ridotto, come nel piemontese, al solo j, abbiamo esempio in
parpajòla, farfalla, quasi 'parpagliuola' (papilio ; pieni, iiarpa-
jón); V. qui appresso, e il n. 109. Vanno qui poi considerati
ancora i casi. in cui surge LJ per dileguo o assorbimento della
consonante che andava innanzi alla vocal susseguente: ìnclja
' en abbiamo, avih avevamo, arra avremo, ìi ssaii. avessimo, arri/i avremmo;
sen siamo, sin eravamo, fussan fossimo, sarch saremo, saremmo; porte a
portiamo, porilù portavamo, porteróh porteremo, lìortcssan portassimo, pnr-
tcràh porteremmo ; tinéh teniamo, tcnln tenevamo, ienirt^h terremo, tinfssa»
tenessimo, tinirnh terremmo; di^ch diciamo, tìizìk dicevamo.
26 Nigra,
méja n. 149, Ijam letame, Ijalj legaccio (quasi 'ligaculo-'). E si
aggiunge LJ da l-^-i atono del dittongo, in Ijére n. 11, e final-
mente da li proclitico, artic. masc. plur., quando gli sussegua
vocale: /; uélj gli occhi, alj uélj. Ma: gili 'lilium' ed èli
'oleum', cfr, Arch, I 509 547. Coincidono poi normalmente
con la serie studiata in questo numero, le serie dei num. 109-10
e 112. 90. RJ. Di r/ postonico, è da vedere il n. 185. Pro-
tonico, perde il j in Tojin, diminut. di 'Victoria'. Prodottosi
per dileguo o assorbimento di conson.: rjont (piem. riond) n. 80
in n., rjan (piem. rian) canale, ruscello (rigagno). E ancora
avrei glorjéus, Marjàna, che non yalgono se non come ulte-
riori documenti della tendenza che nell'esordio contrassegnammo
per i. 91. VJ. Imprima il doppio esito dell'antico vj (bj,g), come
dappertutto suole: gàbja, pùbjàna salamandra^;- pjógi, Unger
(cfr. Arch. II 150 n., e piem. Ungevi alleggerire).- Poi vengono
i vj specifici o seriori: sàvja salvia, endivja, pivjdl, ecc.;- gàvja
*gavida n, 54, gràvja; vju *ve[d]u veduto. 92. SJ, che in
fase anteriore sia tra vocali, si risolve pur qui in uno i : pre-
zón, mazon, ighjézi n. 65, cumizi, bazjér n.l84. SSJ: pro-
cepjon, allato a confessjon, cfr. n. 97. 93. NJ. Col j in g:
sóngo il sogno, songér sognare, gréngi num. 4. Del rimanente,
n: arem, campani, montani, chèna n. 4, calitàn di color ca-
stagno, vjèno tjéno, vini vigna, bisónet bisomvet bisonia bi-
sogna -ava -ato (ma besén bisogno), Tona (e Tònja) Antonia,
cun\- nent neh ni-ente , min ni-uno; ecc. Per n vernacolo
d'altra base, v. num. 159 (161). Si aggiungono i casi di NJ
avutosi pel dileguo o l'assorbimento di una consonante, e vi
restiamo a nj: ànja n. 54, njalj nidiale, mónja monica. Ma
qui pure: capitani, teMimòni, Tòni. 94. MJ: sumja n. 18,
veìidumja vendicmjàr n. 67 ; - e per ettlissi di consonante : mjolà
rnjoUpi num. 171. 95. C'J; v. n. 151. 96. DJ. Imprima
il doppio esito j g (i) come altrove suole: encuó *encuéj n. 32;-
ger giorno n. 37, argo orgèlo n. 34, róge 'radio-', Magéri (piem.
stagéra, frc. étagère) scansia, 'stadiaria'. Questi di^' = DJ non
mi sembrano, del resto, tatti esempj di un' uguale anticMtà, cfr.
' Quasi 'pluviana', che esce colla pioggia; cfr. inem. piovana, a. d'uccello;
animale velenoso; tarantola.
Il dial. di Val Soana. Consonanti: j complicato. 27
Arch. I 195 n.- L'antico i { = g) - DJ, passa poi in d {-Jj), secondo
la caratteristica che nell'esordio segnammo per p: mep meda
mezzo -a: mep-gór mezzogiorno, med-oht mezz'-agosto, meda-
-nójt. DJ seriore: djàu diavolo, [djàmeìia domine, cfr. dia-
mine], uhidjént. L'iato per dileguo di consonante, rimane in
deal ditale. E pur qui è rimedi. 97. TJ (CTJ, PTJ). Qui ab-
biamo l'esito caratteristico J) Jrj (esord. lett. p; cfr. inoltre il
n.l84, e Ardi. I 512, III, § ii 19): pop pozzo, éup éupi aguzzo -a
n. 38, pjàpi, grapi grazia, Ndpi Ignazio, capi caccia n. 3,
cipjéur cacciatore ib. n., [vipi\, notipi, malipi, tipon, nòpe,
fórpi, linpìuél, conpàr cucire, rappezzare (conciare; cuncàr tin-
gere, è importato), cardénpi, neànpi noja num. 80 n.; papjénpi
doppio esempio; fapon (piem. fagon, frc. id.) modo 'factione-',
oraj)jo'n, henedipjon^; ringrapjér; comenpjér, Jiciìrpjér scor-
ciare; carepjér ecc., n. 184. Curioso è lapól lapér latte, che
risalirà a 'lacteo-' (lactjo lag), ed è forma comune a molti dial.
franco-provenzali; Arch. Ili, § ii 22. Non è indigeno terg tèrga
terzo -a, come anche si vede per Y-a incolume del feminile. — STJ.
L'antico stj ha la solita riduzione in ùss uscio; e resta incolume,
vsalvo la necessaria digradazione del s, in hclili dchtjnm, coh-
tjonàr. Ma lo stj seriore, surto per dileguo o assorbimento della
consonante gutturale o palatina, dà se in domésci domestico (che
non ha bisogno di dipendere da un verbo *domescé, v. il n. 150),
mescer masticare, cfr. n. 129. A caUtidr, castigare, rimane la
stessa figura fonetica che è in cahti, castigo. 98-100. BJ :
ràdi rabjéiis, e ìg'bi allato ad alogér (^ad + lobiare; cfr. pjeh-
gér *plumbijare n. 149); per dileguo di cons.: hjol' (cfr. piem.
Mola e Arch. I 306) betulla.— FJ: fjolà *fiula fibbia 'fibula'
PJ : sapjént, licvrpjo'nTì.ld, lùpja lupjéus 18;- làmpja *làm-
pi[d]a lampada.- Coincideranno normalmente, con le schiette
continuazioni di queste tre figure (bj fj pj), gli esiti di quelle
tre che saranno studiate ai num. 113-15.
101. Intatto: lavéur lavoro, lévra lepre. Uh, lìhcr libero,
Unger leggiero n. 91, Uaul luna, ione lungo;- àia, séjla segala.
*dj:zTJ, è nel solito hta{ioh stagione (pur nel piem. stafiOìì).
28 Nigra,
gelcus geloso, fila;- mcTlo, orlo; hcrlu'm barlume;- col]i, al-
héna pernice bianca, [salvch"-]; milpa milza;- mal, sai; mèi
miele, ]}jel cielo; pejl pelo, hadil, avrll; mill; ecc. ecc. 102. Se
nelle basi è geminato (LL), suol continuarsi incolume [l, -II),
tranne il caso che si contempla nel seguente numero. Così: vali
vaglio (vallus), cavali, peli, cotèll n. 107, vèl *veéll vitello, hàla
palla, Jicuéla scodella, mjolà mjolc midollo midolla, asselà ascel-
la; ecc. 103, Ma LL preceduto da i volge in Ij, ed è quanto
dire che Vi vi si propaggina in direzione progressiva; come an-
cora si ha Iji da LLI', che è Vi propagginato in direzione re-
gressiva; cfr. p. e, Arch. I 57 157 ecc. Cosi: grilj grillo, cfr. trilj
danza; mìlja num. 59 n.; cullji quelli e chilji quella (allato a
chel quegli);- faljir, pgljin pgljinà ragazzo -a ('puUino-'). —
104. Passa quasi costantemente in r, quando gli succeda con-
sonante labiale o gutturale, quasi si volesse sottrarre all'ana-
logia del n. 107 (cfr. 101); E avremo: arp alpe, parptym pal-
pebra, tarpo'n talpa, vorp, àrba (e probabilmente anche àrblo
drhra n. 2 e 118, così ritornandosi all'arb- latino), barhéhc
balbettante, sarvàgo servógo selvaggio, orm, corm -a, pormg'n,
pii'rpit pulpito;- càrdie qualche, carcu'n qualcuno, farchétM-
Ghetto, cavarcàr, manelicciri maniscalco \ Un caso di L'N se-
riore, è in gema gallina; e di L-T sintattico: nent-der-tot 'niente
del tutto'; di LD della fase letteraria: bardachm; di LS: liborp
(quasi 's-bolso') spolmonato. Dietro a esplosiva o tra vocali:
Madréjna Maddalena, embrn'lj n. 18; hposaripi sposalizio; e
dissimilato, come fra i Ladini, sorólj 'soliculo', cfr. Arch. I 547. —
105. Di altre mutazioni, pressoché nulla: gili Uilium', è esempio
comune; vindeno vindno, guindolo, che trova ad ogni modo il
suo esatto riscontro nel piem. vindu (cfr. Arch. II 119-20 n.),
può essere diverso da 'guindolo' rispetto all'elemento derivativo
(la base è tedesca; cioè il verbo wind-an, it. ghindare); e in
manifélja millefoglio, campiJitàr calpestare, vi saranno allusioni
ad altre parole ; dove anzi va notato, come campiìitàr possa tor-
nare utile alla intelligenza dell'engadin. campcista, lotta, Arch.
I 197. 106. Dileguo di l all'uscita: f^ fiele, rè n. 33; e quando
precedan voce che incominci per consonante: bè bello, e {-ci) egli,
marghér *mulgario-, lattajo, è im ea. comune al pieraont. {marghé).
li dial. (li Val Soana. Consonanti: l. 20
0 i-ol) egli 25 n. 107. L cui sussegue consonante dentale
o palatina. In queste formole, tace il l costantemente; ma lo
sviluppo dell' tf, da cui resta assorbito, non rimane manifesto se
noi! quando la formola è preceduta dall'a fault ecc.; cfr. n.lSS);
e sono, in fondo, condizioni non diverse dalle piemontesi.- ALT :
àut, àutro nos-àutri vos-àutri, Sàiit Salto n. loc, pàutra ( piem,
pàuta; cfr. Ardi. I 261) fango; autàjr, aupjér alzare; AL'D :
cdut; ALS: fàus, sàusa, saustga; ALC: càup calcio, cdupe
calze; caupind calcina; AL'C: Saudéj n. loc. *sauliej 'sal'ceto-'.
Può andare, sotto la formola AL + dent. (ALN), anche g/'mn
(piem. id., ivc. jauné) *gdl[v]no- 'gàlbino-'; e un secondo esem-
pio per ALN ci è maunét sporco, mal-netto. Rimarrebbe Jijoàida
( frc. épaule) spalla ; il quale, come sarebbe un esempio anomalo
di àt«^ = ALL (n. 102), cosi ci risulterà un esempio illusorio,
potendovisì non altro vedere che il diretto riflesso di 'spa[th]ula' '.
L'ALV di 'salvia' perde il suo l: sdvja (piem. salvia) n. 91,
a tacere di quello di ALNJ in banér ecc., che è esempio comune. -
OLS OLT: ves *vuéls vuoi n.33 132, vet "vuélt, vuole; OLD: sol
11.35; OUC: pog-o pollice, cocl-sse "coVcar-si (n. 3 e 148).-
ULT: motohin, piem. id., molto-bene, cotóll, léutre (*làj-utre;
n. 152) colà, là oltre; ULC: dnp, pii'di *pùlia n. 151; ULG':
bogi lì. 45; ULS: pop polso (esord. p). Ma anche in nesso la-
biale: pò ver polvere (ULV), che è però comune al piemontese.
E licopéll scalpello, che parrebbe da sculp-, così come la voce
ital. da scalp-, è alla sua volta comune a Piemontesi e a Lom-
• Qui é molto istruttiva la serie piemontese. Il latino 'spathula' disse dun-
que 'spatola', Spettine da telajo' e 'paletta della spalla', onde 'spalla' (prov.
espatla; cfr. Diez. less. s. v.). Ora il piemontese, oltre il comune spalQÌa, spa-
tola, ha spaula (=:spa[t]ula), nel senso di 'maciulla', onde spaulc scotolare,
maciullare (Ponza), e insieme spella ( = spat'Ia). Senonchò, viene ancora da
domandare: l'it. spola spuola (pioni, spola^ mi), spola, ecc. ecc.), che perfet-
tamente conviene, in ordine al significato, col lat. 'spathuia', ne sarà egli
storicamente diverso? Di certo, la ragion fonetica dell' it. spola spuola, e
delle sue corrispondenze neo-latine, persuade a credere che egli non ci venga
direttamente dalla lingua di Roma-, ma l'ant. alto-ted. spolo spuolo non sa-
rebbe egli, alla sua volta, il latino 'spathuia', sorpreso hi quella forma a cui
fra i gallo-italici egli doveva ridursi e realmente s'ii ridotto? Sicuri fouda-
raenli tedeschi, questo spalo, per quanto io posso vedere, non ne ha.
G. 1. A.
.".0 Nigra,
havdì: i>ìem. e m\\. scopài scopali. L complicato (cfi\ Ardi. Ili,
§ II 10).- 108. CL a forinola iniziale, riducasi a kj: kjar li-kjej-
ràr num. 5G n., kjd chiave, kjàpa la chiappa, kjo chiodo, kjg'pa
chioccia'. Cosi ugualmente riduconsi, a formola interna, e CL
e CL, se precede altra consonante: Jikjopàr *sclopare scoppiare
(cfr. likjapàr *ex-clapare, schiappare, piem. scapé; allato a kjap
'piatto, lastra', piera. cap, stovigli, veramente 'coccio'); me7i^j«r
mischiare, méJikjo mischio agg., màUkjo maschio, ralikjàr ra-
schiare, pórkjo cerchio, tàkja takjàr "tàccLulla tacc|"u]làre (cfr.
piem. tacùlà brizzolato) macchia macchiare-; e con la media
pur qui: ighjèzi ghjézi ecclesia, ghjezo'n tempio **.- 109. Ma,
all'incontro, -CL- e -CL-, cui preceda vocale, riduconsi a Ij:
c'dljér cucchiaio 'cochlear' (-arium)*; tanàlje Henacula', Ijalj
'ligaculum' legaccio; orlji (=*orélji) orecchia, cuvilji cUviljgn
cavicchia, C'ampiljì Campiglia n. loc, lentilji 'lenticula', avilji
'apicula', riisaljér *rosiculare rosicchiare, conilj; embril'lj n. 18;
uélj 'oculo-' n. 36, 20jelj pidocchio n. 37, genólj genoljg'n (gi-
nocchioni), fenòlj, sorólj sole n. 46, vertòlj ibid. ; viriilji num.
43 n., ii'lji ago [iiljg'n pungolo) n. 43". È Ij ridotto aj (cfr. n. 89),
in cevréj capretto, quasi 'capriculo-', cfr. frc. chevrill-ard caprio-
letto; e forse anche in faudàj, allato a faudàl (piem. id.), grem-
biale; e lo stesso j si tace in pare, cosi, similmente, *parélj,
piem. j5(2rc'^°.- 110. Con l'esito di -CL-, coincide normalmente
* GLI ridotto al solo hi (non hji): chinar-^ y. il num. 72, la n. al num. Ili,
e Arch. Ili, 1. e.
^ Quanto alla diversità di stadio fra l'esemplare valsoanino e il pedemon-
tano, si confronti stranghjàr, al num. Ili, di contro al piem. strang'ilé.
^ Hanno il e piemontese: céric chierico, còca campana, scaf scava schiavo -a,
tòrco torchio.
^ In questo esemplare, lo j ha veramente anche un motivo etimologico
nell'e latina.
' Di -ci- passato anticamente in cr (cfr. Arch. II 147) è qui esempio an-
cróht n. 64, oltre il comune frauda n. 47. Non sono poi allo stadio di un
antico CL (=: ital. 7ikj o Ij: specchio speglio), ma hanno l'atona mediana re-
centemente dileguata (= ital. '-olo: pericolo ecc.): pdhclo pascolo, sòcio zoccolo,
[circlo, sedo ecc.), a non dire del caso di c^ = CUR: di-mérclo mercoldl n. 15.
Hanno poi il e piemontese (cfr. il preced. num., in nota): fenóc, hpec, orcih
orecchino; cfr. Arch. II 123 n.
" Cfr, ancora baljér e bajér sbadigliare.
Il diul. di Val Soaua. Coasouaati: l complicato. 'òì
quello di *T'L-: vjelj vjélji, séljl 'situla', seljg'n secchione. —
111. GL iniziale dà ghj: ghjàpi^; e così GL o G'L a formola
interna, quando le preceda consonante: sanghjotàr *singlutare
= singultare, ónghja, sb^anghjar *strang[o]lare (cfr. il nura.108,
sec. nota).- 112. Ma, all'incontro, -G'L- cui preceda -vocale,
dà ancora lo stesso Ij dei num. 109 e 110: caljia 'coag[u]lato-'
latte rappreso, n. 3; velj veglia, de-veljér svegliare, cfr. Arch.
1548 s. 'vig[i]lare'. 113. PL dà ly. Iniziale: ^jah, pjànta,
X>jen, pjegàr, ijjovént gronda, 2Vuma, ecc.; ma dinanzi a un u
atono: pilhjàna n. 91, a tacer dei soliti pi, de-pi, più, di più,
e pivjdl; e più notevole: j3(^<i! = "pjéja n. 149, crespa, piega. In-
terno: empjahtrdr, sémpi sémpja semplice m. f., dopi dopja,
e con la media: dobjàr'-. 114. FL dà fj: fjà fiato, fjóuì\
fjum, ecc. 115. BL dà &/: hjò n. 51, sàhja, ecc. ^; M[B]L=:M'L:
sembjàr sembrare, ensémhjo insieme; trémbjo *trem'lo (piem.
tremai) tremito.
R.
116. Di regola, intatto: ì^àna, réssja n. 54, rjan n. 90, rjont
80 n., résa n. 33, roti rutto; aràm n. 85, cret 'erat', ecc. ';
• giù ghiro, cfr. la prima nota al n. 108.- lu (jant ghianda, è ì\ {/ pie-
montese.
- Circa póplo, maniplo, néhplo nespolo, cfr. la n. al num. 109.
' Circa déblo e tilrlblo, v. la nota che precede. Col recente dileguo dellV
di prima atona: bla bli blé bella ecc. n. 183.
* Addurrò qui ancora, per r interno tra vocali, il paradigma del condizio-
nale che ha per base il piuccheperf. ind. del lat., e il fo precedere dal cor-
rispondente paradigma del provenzale (nel quale s'ò infiltrato Ve della seconda,
in luogo dell'rt etimologico), acciò sia manifesta l'intiera concordanza tra il
provenzale e il valsoanino. Provenz. : poi-téra (spagn. -ara) portéras por-
terà, porteràm (spagn. -àramos) porterdtz portéran. Valsoan.: portdro
portare porterete porterdh porterdlite portdront. E insieme noterò la curiosa
deviazione che si produce nel condizionale valsoanino di 'habere'; la quale
poi si riproduce in quello di 'esse', per un'imitazione che genera alla sua volta
il più strano prodotto morfologico che imaginar si possa. Dovremmo dunque
aspettarci, per 'habere', pressappoco: *ii[v]ro *u[vJro ecc. (cfr. prov. dgra
dgras ecc. ). Ma simili forme, apparse povere di troppo, sì sono poi rifoggiate
anorganicamente sul tipo di 3. coujug. (4. lat); e si ottengono: ariro arire
arlret, avrei avresti avrebbe, arivQnt avrebbero. Finalmente, al posto del-
l'antico 'fora' ecc., surge, per esatta imitazione, questo stranissimo condizio-
nale di 'esse': sariro sarire sariret, saréh {sardhì) sardhic sarir^nt.
32 Nigra,
fcrr, carr, tèrra. Cfr. n. 119. 117. E suole anche rinicaner
fermo al suo posto etimologico, si quando egli segua e si quando
preceda ad altra consonante. Così: crilifAll, crivcll, framént,
prezy'n; clvra num. 3, févra;- torménta temporale, filrmia;
verm, ecc.- Tuttavolta, abbiam dei casi di trasposizione; ma
pochi saranno proprio indigeni o specifici, e forse nessuno. Il r,
primo elemento del nesso che sussegue alla tonica, chiamato a
seguire la consonante che alla tonica precede: frem (piem. id.;
e cfr. Arch. I 398) frema fermo -a, e anche /"remar (piem. fermi).
Il r, secondo elemento del neSso che precede la tonica, mandato
a seguire la tonica stessa: hiirt hlìrtà brutto -a. E nel giro
della sillaba atona, sul gusto del primo tipo: trlichéjse, di cui
V. il num. 170, cravùr caprajo, che è manifestamente di base
piemontese {orava cravé, capra caprajo; ma qui clvra); e sul
secondo: cardénpi credenza (allato a Cì^co credo, créjre credere),
pei^cèr predicare, carsénda focaccia, pane lievito (allato a cré-
htre n. 121; cfr. piem. chersént chersénsa, e pure cliérsé). —
118. Passato in l, all'uscita romanza: aj^él 3 n., hiccl bicchiere,
e cfr. armircl, che non risponderà a un *armariólo (it. arrìda-
juoló), ma bensì a un *armarario (piem. armiré). Per dissimi-
lazione: mortér e mortài; ral raro; paréJitlo marélitla n. 3;
tòrtola, oltre il solito àrhlo, già toccato anche al n. 104. Di
màrmlo può restar dubbio, massime mancandovi il h epentetico
(num. 115 e 122), se piuttosto non sia una forma dialettale per
-lo (n. 42). Mi restano: p(3?/('J3 ecc. n. 73, e Dolotéa. 119. Era
implicito nel num. 116, che il r soglia restare anche all'uscita
romanza [minìlit, ministro, è 'sui generis'), e quindi pur negli
infiniti. Così ferèr (fabbro) ferrajo, ecc. num. 5; portar, voléjr,
finir, ecc. Ma in alcuni esemplari si oscilla tra la figura col r
e l'apocopata: pajr paj pajo; palichér pahché crocchio; vejr
ve] vero ; avéjr avéj, voléjr voléj, savéjr savéj ; fjéur fjéu fiore,
coléur coléu; e la figura apocopata si può quasi dir la regola
per tutta la serie dei -r, quando l'iniziale della voce successiva
sia una consonante. Sempre poi manca il -r dell'infinito col
pronome enclitico: levasse levarsi, alassench andarsene, ado-
nàssne addarsene, cocisse coricarsi, maraviljisse, stupisse,
'revcssc rivederci, corcgeli correggerli, vcTitivo vestirvi, trovarne
trovali donali darle; cfr. prcndlo 70 n. VtO. RS. Il nesso
Il dial. di Val Soana. Consonanti: r. 33
è intatto in ors, mors morso, e in vers verso. Ma col r assimi-
lato: Fgg Forzo n. loc; Reves Reverso n. loc, devès capriccioso,
bisbetico, 'diverso-', afraves; coi quali manderei anche ahossàr
'*ad-vorsare' rovesciare (nel canav. : ambossdr id., amhòs rove-
sciato, e così: bossdt borsellino), v. però il n. 123. E si aggiun-
gono: possi 'persico-' pesca frutto, fossi forse; oltre il caso di
c = rs nel n. pr. O'ca Vg'ca Orsola. 121. S'R, C'R, danno sir,
onde htr (n.l29) : tjcJitre tessere, èlitre; nd/ih^e nascere, créhtre,
par elitre *parescere, conéiiire conoscere ; pjdKtre ""piacere, deJi-
pjàlitre. Rimane senza intercalazione lo gr di gigro, che però
ha accanto a sé: giier n. 63. Cfr. l'ult. nota al n. 159.
V, W.
122. Di solito il V è intatto, quando non venga all'uscita ro-
manza. Cosi: vali m. vaglio, vali f. valle, vipra, vojt vuoto,
volar; avéjna, kjavéri n. 5, lavènci n. 591°, ciivilji n.b'è, sa-
liva; ecc. 123. Per alterazioni dell'iniziale, nulla di specifico
{bar^ér pecorajo 'vervecario-', che ha un b- antico e diffuso ;-
gòmit); per rb-'R'V: Jicorbdp corvo, col quale si confrontino il
frc. corbeau e il tose, scorbacchiare. Un caso di 5-DV propo-
nemmo al n. 120, ma per ora sarebbe, in questa regione, isolato;
cfr. Arch. II 141 e 147, num. 19. Di bj = VJ, v. n. 91. 124. Ve-
nuto all'uscita, mal si regge; e passa nella rispettiva sorda [f),
oppur tace. Cosi, dall'una parte: séz'/" 'sevum' (sebum), catif,
scV/schiavo, [noclf, salf], cerf, nerf; dall'altra: /zyVHOS; e, bè, ne
nuovo e nove, tutti al n. 33; cfr. tra 181. 125. Mediano, a
tacer del solito ii'a, è dileguato in pcjri péri n. 30, e in gg'no
allato a. go'vno n, 41. 126. Il w germanico si continua pel
semplice v, in varir, vanér a-vanér gua[d]agnare, oltre che in
vindéno vindno n. 105, e avdjt avajtjór agguato agguatare.
Ma: ghicér sbirciare, ghicét finestrino (cfr. piera. ghie ghicet,
e DiEZ s. 'guichet'); oltre gudnt e gui'ra.
F, PII.
127. Nessuna alterazione è da notarsi: fam, fil, fida n. 32,
trejfuélj, sòlfro, ecc.; tranne il -v- che pur qui è per il /'(plO
di 'Stefano': Htéven, Htevcnin. Udu = av[a] di tcuma, tafano,
si dovrà ricondurre ad AB, n. 181.
Archivio glottol. ital.. III. 3
31 Nigra,
s, ss, se.
128. Dinanzi a vocale, è sempre intatto l'antico s, quando
è iniziale o non ha cessato d'esser mediano. Così: sai, sóla sella,
Sia sua, snjti.na siccità (quasi 'asciuttina');- bisàcci; résa n. 33,
Upàisa odorcusa ecc. n. 28-9, iisd usato, deUtcjsi distesa, mesil'ra,
[tnansiict], 'possi n.l20; ecc. Intatto sempre ugualmente l'antico
ss che non ha cessato d'esser mediano: pàssera'^, messcjri n. 30,
rosséur n. 28, fii'sso 43 n.^; ecc. 139. Ma il s antico (o il s
da x) che preceda a una esplosiva, si riduce sempre a h, tranne
il caso di esplosiva gutturale che siasi fatta esplosiva palatina
(CA in ca n. 148), o di palatina esplosiva che provenga da TJ'
(n. 97). Così abbiamo una importante figura intermedia fra il
nesso genuino che ci è offerto dal provenz. o dall'ant. frane, e
le forme affatto prive del s che son normali nel frane, moderno
(p. e. bastón talitón hdtón; v. anche il valsoanino al n. 133),
e insieme abbiamo un' altra prova della modernità relativa dello
scadimento del s, che si manifesta posteriore a quello di CA
in ca 0 TJ in e. Do imprima gli esempj del s incolume, che
vuol dire gli esempj di se iniziale e interno: scala scala n. 3,
scaudàr ^QdXà^vQ; pescar pésci pescare, pesca, mósci {mosco n)
esci feluésci n. 59 1"^; domésci mescer n. 97. Poi la serie per SK
ST ^ SP di fase anteriore : ìican scagno, Jlkéva scopa, licóla, licii
scudo, Jicilméjri 30, licuélalQi, Jicórre scorrere, Jicrire; Ucòn-
dre nascondere, liciir; alicgtàr, màìlkjo ecc. 108, velico ve-
scovo, frcìic, bolle bosco, boltkju foresta;- litar, Man, litafil,
litdfa, liiéjla n. 8, litómi n. 150, litraniiàr, Utranghjàr n. Ili,
' Parrebbe di vedere un esempio di ss in rs, quasi per dissimilazione,
in por su (allato a possu ) potuto. Ma forse ci sarà, o ci sarà stato, un
vorsu *volsuto voluto (cfr. num. 104), e si sa come reciprocamente si at-
traggano 'volere' e ^potere' (cfr. p. e. il toscano puóle foggiato su vuole).
Consimile esempio di dissimilazione può ancora parere dersét (comune al
milanese), accanto a dissdt {dig + set), diciassette. Ma qui può entrarci l'effetto
di una esplosiva dentale mediana; cfr. il piem. dig-d-ot, mil. deg-d-ott, 18; ecc.
^ Paradigmi dell' imperf. cong. : fusso fii'sse fu'ssct, fussaii fussàìlte fù's-
sgnti ilsso lisse usset, ùssan ussdhte ussont; tinisso Unisse tinisset, ti-
nissan tinissdlite tinissont; portdsso ecc.
^ Di -S + K- e -S + T-, che entrano in quest'analogia, v. il u. 132. E così
V. ancora il n, 121: s\t]r, htr.
Il dial. di Val Soana. Consonanti: s, 35
Utrejt, litua stufa, litrac stracco; Titess stesso; rcTUréndre
deUtèndre ; caliti n. 158, caVitcll, raìitéll, iielit peste, telila, félita,
tempélita. velitir^ eJit 'est" (cfr. elitre ecc., n. 121), fenélitra,
déntro senélitro, crilitàll, no' litro vn' litro, co'lita la costa, moU-
tràr, gi'ilit il gusto, giìUt in(jiìht, ilità estate, oht agosto;- lipd
spada, lipdida n. 107, Kpec nura. 109 n., lipéndre , Tipi spica,
Tipirit, lipess, Kpóus n. 29, lipuàr, Jiporc, liplua n. 54; relipir,
reUpòndre, relipléndre ; liparg [ajsparagio; vèlipa, vélipre ve-
spro, nèliplo; liborp n. 104; ecc. ecc. L'alterazione di s in h, si
vede poi anche dinanzi a consonante continua, per s- = EX-:
li-frejdàr raffreddare (sfreddare), lilajvàr dileguare n. 156. —
130. Dileguasi interamente il s di S'L S'M (e di s'mrrPS'M) e
S'N (e pur di s'72 = X'N) a formola interna: gróla grandine
(frc. gréle - gresle, Diez s. 'gres'); caréma quaresima; medém
medéma; lenna *les'na lesina, dove par che rimanga traccia
del s nel n geminato, majnà ragazzo (piem. masnd; 'masnada',
roba di casa, 'mais[o]nada', prov. mainada; cfr. Diez s. magione),
e assai probabilmente anche dinar *disndr desinare ; poi fràjno
*fràisno 'fraxinus', cfr. -ajt = ù.\ct ecc., al n. 133. 131. S e SS
all'uscita romanza, soglion rimanere intatti: nas, paradis, ge-
léiis bavéus ecc. n. 28, fus, ripós; mejs, pais, ors ecc. n. 120;-
grass, bass, oss, ross, toss. Pure, c'è il masc. grò allato al
fem. gròssa, tacendo del n. pr. Ne Agnese ^ Di nebjó, allato
a nebjéiisa, v. il nura. 26 in n. Di -Is in o^p p v. l'esord. s. z. —
133. L'antico s all'uscita, scompare all'incontro pressoché sem-
pre. Le reliquie che tuttavia se ne posson raccogliere, son queste
che ora seguono. Plurale: nos-àutri vos-àutri; dóes fem., due,
dinanzi a vocale {dóe doé dinanzi a cons. ; cfr. Arch. Ili, § 11 12) ;
seconda pers. sg., monosillabica e indipendente: ves vuoi n. 107,
es (allato a fé) sei n.lO; il comparativo monosillabico jyes *pejs
pejus; i pii^i schietti fra questi cimelj. E porremo sùbito dopo,
comunque si tratti di -s--X: scs sei. Poi, seconde pers. sg.,
monosillabiche e a pronome enclitico (cfr. Arch. I 402 540 a),
' elit dinanzi a vocale, e dinanzi a consonante. Del riflesso di 'post', v. il
num. 132.
* Si confronti djeQ cìje al n. 151 ; e anche piì, non (allato a pass passo e
appassito), potrebbe forse qui stare, che è comune al piemontese, e al Diez
parve importato di Francia ( less. s. 'pas' ).
36 Nigra,
le quali perciò danno Jit=s-t, giusta la norma del n. 129. Sono:
eli-tù sei tu'?, ah-tù hai tu'?, sali-tu sai tu'?, vali-tit vai tu?,
veJi-tu vuoi tu? Cosi T enclitica preserva il -s in mali-ché 'ma-
gis-quid' S allato al semplice maj. Ma i più reconditi, e insieme
i più preziosi tre esemplari, sono: fon]) anp e di-marp, già stu-
diati nell'esordio (lett. p), — Delle forme che hanno smarrito
il -s, è superfluo dare esempj ; ma di una voce, spoglia di questa
uscita, vogliamo pur toccare, comunque sia appunto una voce,
che nella più antica sua fase non esce semplicemente per -5. È
poj de-pàj, 'post', del cui j volevam dire, che vada più special-
mente confrontato con Vi del prov. pois e del frc. puis. Altro
esempio assai consimile, malgrado la diversità della base, è
faj-*fàis (prov. fais) fascio, di cui si ritocca nel numero che
segue. 133. SCE SCI. L'antico s s'è pur qui sempre ridotto
a g {ss)\ ma è pur qui riuscito, in parecchie forme, quando
ancora suonava s, a propagginare un i che lo separa dalla vo-
cale precedente, come avviene pur nel provenzale, nel francese
e nel ladino (Arch. I 85-6). Iniziale: séndre discendere. Interno,
senza Vi propagginato: àssa ascia, pess, rossinéul; cfr. il n. 121,
e carsénda al 117. Con Vi propagginato: nàjsgnt nascono, fe-
réjso ferisco, servéjso servo, quasi 'servisco' " ; feréjse ferisci, ecc.
Di faj *fdis è parlato sulla fine del precedente numero. Ma il
dileguo del f? (5) dev'essersi avuto anche nella 3. ps. sg. : ìiajt
nasce, cfr. pjajt piace, cioè *nàist *plàist, che son le forme del-
l'antico francese; e cosi concjt^conéist conosce {conéjitre n. 121);
cfr. i num. 129 e 130 ^
N.
• 134. Iniziale, e rimasto interno, sempre intatto. Cosi, non solo
è incolume in nàlitre n. 121, m nido, njalj nidiale, dona 7\ pino
' È un 'mai-chè' nel senso di 'soltanto'; cfr. il piem. mac.
^ In queste forme, il latino contrappone veramente SCU SCO, e sco pur
l'italiano; ma il franco-provenzale e i dial. dell'Alta Italia estendono a tutte
le persone lo g (ss) ottenuto legittimamente nella 2. e nella 3. del sing.;
cfr. frc. naissent (eziandio per la propagginazione), mil. ndssen, frc. Je finis,
mil. finissi, ecc.
' E qui avranno la loro ragione anche le 3. ps. sg. come ordejt ordisce,
sentejt sente (quasi 'sentisce') e simili, sebbene oggi pajano avere l'accento
sulla prima. V. il num. 165 in n.
Il dial. di Val Soana. Consonanti: n. 37
n. 153, ecc. \ ma eziandio in rana, pina n. 9, senàna settimana,
fortuna, li'mà *luna, farina *farina, ecc.; locchè vuol dire, che
anche il valsoanino si sottrae, come fa tutto il complesso cana-
vese, alla legge comune a quasi tutti gli attigui dialetti pie-
montesi, per la qual si rende faucale il n tra vocali di cui
la prima sia tonica; cosi: canav. Udna, farina,i orin. luna, fa-
rina, monferr. lunna, farenna. 135. Circa il n di uscita
antica, nulla di propriamente specifico {aram ecc., v. num. 141).
Circa l'uscita romanza, è notevole il dileguo del n di RN (cfr.
Arch. I 519): cer carne, invér, ger giorno, tor tornio, atór,
for; ma: corn. Preceduto da vocale, rimane sempre, ma con
pronuncia gutturale se la vocale è tonica: pan, demàn, pjen,
serén, Un, ladin, bgn, savòn, giiii n. 38, carcil'n ib.; ecc. È lo
schietto n, perchè gli va innanzi un' atona, in òrden, gàun
n. 107 (v. però: vólgn ecc. al n. 166); e con epitesi di t: orghént
organo - ; cfr. il num. che segue. 136. NN : jìanét fazzoletto,
s]pa.na, engàn, bren crusca, e vuol dire col n che riman dentale
all'uscita, malgrado che sussegua alla tonica. Con t epitetico:
ant (allato all'an/j del num. 132), daìit, San G'ùvànt, gtótit
autunno ^ Cfr. il num. che precede. 137. N'R: téndro di-
-véndro venerdì, gindro genero, pindra cenere, pindrd ranno
('cenerata'), e cfr. n. 145. Pur qui, ad evitare il nesso di quat-
tro consonanti, l'epentesi del D porta seco l'ettlissi del N in
pérdre *cerndre cérn^ejre, cfr. Arch. I 370 n. 138. Per n
in l, ove si eccettui il fùrdelént di cui si studia al n. 159, poco
0 nulla di specifico: linpóla n. 31, còflo cofano (piem. còfu-*có-
fen Arch. Il 119), cfr. frc. coffre e il n. 42.
M.
139. Iniziale, e rimasto interno, sempre intatto: mutrt n. 30,
mjolà n, 172, fiìrmia, irrumjér n. 72, 'pjomp njombìn; MM:
* Nulla di specifico in ordine a n + cons. la quale al dial. rimanga (cfr. 1C6):
encué n. 32, Igng-^ biénci n. 4, songér n. 3, dent, grida ecc.; e neppure è
specifico che il n del pref. en- (in-) non dia un m ben spiccato dinanzi alle
esplosive labiali. Cfr. n. 141 in fine.
^ Il -t di alamenént andarmene, avcjnént averne, vintenént vientene, deve
avere la sua ragione etimologica {inde, intus).
^ C'è anche vani vanno, ma non è sicuro esempio di epitesi, cfr. Arch. I
308 311 551.
38 Nigra,
fjamà. 140. Il m di antica uscita si continua, nella figura
di òi, oltre che in con, ancora in moh min (enclitico sempre
il primo, assoluto e enclitico il secondo ; cfr. mon mien nel frc.)
'meum', ton tuo, son suo. Ma non sarà organico il -n di pen
{=cen)\ allato a pe, ciò, questo, cfr. num. 151. 141. Il m di
uscita romanza, suole essere intatto: at^àm n. 85, Ijam n.l64,
solàm solajo, ecc.; fam, gram gramo, malvagio, prim, om,
fùm; batésim; verm, orm; frem n. 117. Circa il m che passa
in h, e par di uscita romanza, nella desinenza di 1. pers, pi.:
portéh ecc.", si vegga il n. 84. Poco sicuro è pur non nome
(forse *nomne-, com'è nello spagn. nom'bre-^wQmw^, in cui
l'Ascoli vede la base dativo-ablativa, come nel sardo merid.
nomini, ecc.); e si aggiunge ten tempo, circa il quale è da ve-
dere la nota al n. 134, il n. 145, e le ortografìe piemontesi come
Ungeste ecc. 142. Per -m- in n, è un esempio specifico e sin-
golare: senàna (piem. ^ma^m = stmàna) settimana. Comune al
piem. : canami'a camomilla. M'T in nt\ anta zia, cfr. Arch. I s.
'amita'. 143. MN, M'N. Ai soliti esempj di 7nn in n {con-
danàr ecc., cfr. n. 136), si aggiunge, per m'n in n: fenà e fanà
*fémna (piem. fiimna) donna. Ed è all'incontro m = m'n in fe-
melà fem[n]ella n.l83. Il min di 'seminare' non soffre qui ettlissi:
semenàr (piem. semnc). 144. M'R: cambra. Cfr. n. 115 e
118.- 145. M[P]R. Poniamo dubitativamente questa formola,
per farci a considerare róntre rompere, comune al canavese
{rQ7itèr), e a molti dialetti franco-provenzali. È ben difficile che
si tratti di una mera riduzione fonetica. Ammesso pure il di-
leguo del p, cosa tutt'altro che facile {ten = tem]) n. 141 ha il
dileguo all'uscita), rom[p]re rore ci dovrebbe condurre a rón-
dre (cfr. frc. geindre gem're), anziché a rontre; e scarso ajuto
ci potrebbe venire dal fri. dòntre = àe-und[v]e Arch. I 533. Si
vegga ora, intorno a ròntre, l'Arch. Ili, § ii 22. 146. MB.
Si regge: pjomp pjombin, colómp colómba, ecc. Così si con-
tinua per ìnb lo MP di 'campula' (campa): gàmbola camola,
tarlo, che altrove è ridotto a m = mm: v. Arch. I 144. Ma lo
* Occorre questa forma in gran numero di dial. franco-provenzali, Arch.
Ili, § II 22.
- eh abbiamo, avin avevamo, arch avremo; seh siamo, sih eravamo, saréh
saremo; portéh portiamo, portih portavamo, ^Jor^ert'A ; tinéh, ienih, teniréh.
Il dial. di Val Soana. Consonanti: m. 39'
MB'D di 'sàmbida', sabato (Ardi. I 70), qui pure si riduce a
nd: di-sàndo (cfr. di-vèndro n.l37, ecc.).
Consonanti esplosive.
C.
CA. 11 e di questa forinola ci mostra, per molto numero d' im-
portanti esemplari, le digradazioni franco-ladine. Passa cioè in
esplosiva palatina [c^), locchè importa, che a formola interna
fra vocali, dove la base si fa sonora, s'abbia l'ulteriore evolu-
zione: [g], j, e dileguo. Ma non è scarso, d'altra parte, il nu-
mero degli esemplari che si sottraggono all' analogia franco-
-ladina; e resterebbe di scernere, quanti e quali di cotesti esem-
plari si abbian veramente ad assegnare al patrimonio indigeno.
Noi daremo nel testo le serie con gli esiti franco-ladini, e ag-
giungeremo in nota gli esempj delle fasi che italianeggiano. Per
le alterazioni della vocale che succede a e, ci riferiamo ai num.
3, 57, 58, 59. 117. CA-: éaléur, càut n. 107, s-caudàr, caudcri
caldaja, caupe calze, cauj)jcr scarpa, caiipind calcina, carelitii
carestia, carhón, carhonin carbonajo, cargéu caricatojo (-ore),
caréri strada, carriera, cantar cani, candójla, cantón, camp,
càmha gamba, camóss, còsa, caliteli, caliti castigo, caUtiàr,
céjna num. 8, éapóll caplina capelór, cavenà capanna, cabujno
capsula (?) n. 184 ; - cédre cet cer cépi cet (gatto) num. 3, cevenó
cevrcj cetàr n.57; cin cina civra cipjéur 3 e 57; ciìmi'si ci'c-
mihtón cuvilji cuviljón cumìn 58'. 148. -CA: secér, sedi
secca, lecer, tocér, peci a peccato, vacci, bucci hiicl bocca, \recb
ricca], bràcci (piem. ecc. broca) chiodino; bànci, pjlnói num. 4,
' Giova qui notare, per togliere ogni equivoco e assicurar bene i rapporti a
cui si allude, che e di Valsoana risponde etimologicamente a t' dell' Engadina,
e & eh ( = s) del mod. francese,- o sono i continuatori del C di CA-; lad-
dove J5 ( = *?) di Valsoana risponde etimologicamente a e dell' Engadina, g
francese,- e sono i continuatori del C di CE, CI. Cosi, aggiungendosi il terzo
e comune continuatore, cioè il continuatore gutturale nelle formole CO CU»
e rimanendo noi agli esempj che ci son dati nell'Arch. I 70, avremo: vals.
cer carne, pindra cenere, cher {kcr) cuore, allato alla serie engadinose carn,
céndra, cóur, e alla francese chair, cendre, coeur.
- cambra, cavali, [camih fornello, allato a cumin n. 58, camino, focolare;
cùup calcio, allato a cdupc ecc. v. s, ; carr, piem. cher Arch. Il 113, accanto
'40 Nigra,
hjcnci embjencér, lavénci 591", arancér strappare (arrancare;
V. DiEz s. 'ranco'); fórci, marcia mercato; coci'-sse n. 107; pe-
scér pesccur n. 3, esci feluèscl mósci ecc. n. 59 1"^ 149. -CA.
Imprima: nojèr 'nucario-'; giijér giocare, nejér annegare, sejér
segare, cajér; séjla segala-; e col j in dileguo: brde brache,
ìoéa "piéja 'plica' crespa, lacu'a lattuga; ma nel caso di enfod,
infuocato, o di guatin, giocatore, può complicarsi il n. 150. Poi,
d'-iCA con Vi tonico: furmia, orila ortjd;- d'-iCA con Vi atono:
mèlja méja meliga; [résja n. 54]; mónja monica; mungi ma-
nica, diméngi domenica; cfr. cargér caricare, mascér ecc. al
n. 97, pjengér al 99, e il num. che ora segue ^ 150. CO, CU.
Iniziali, son sempre intatte queste formole: cor7i, comlj, cii'na;
Clima num. 3, ecc.; e il ^ di gorhelót (piem. gohlot), bicchiere,
è antico ed esteso, cfr. Diez s. coppa.- Intatte pur mediane dopo
consonante: Jicorpjon, hcicr; encué n, 32; ecc. Ma anche tra
vocali: sicil'r (piern. id.), fatichéus (piem. faiigós); coi quali si
potrebbe mandare lipicgn stoppia, se è, come sembra, quasi 'spi-
gone'. Notevole è il caso di dileguo dell'esplosiva in fondo fe-
condo, cfr. Arch. I 72 n. È tra vocali, nella base, il cu ridotto
al solo il in uljo'n pungolo 'aguglione', ma non si tratta di un
caso specifico (piem. ujon). L'w di 'eccu-hic' è perduto in ichi
qui; e quello di 'eccu-ill.', in chel quegli, chilji quella. — Per
l'uscita, ricorderemo imprima il -e intatto, quando nella base
gli preceda un'altra consonante: sec, [ric],puérc, mano almànc,
bjanc, ecc. Passiamo poi ad -a'tico -édico -anico (-àdjo -édjo
-ànjo): servugo selvaggio, vjàgo vjagér, companàgo, ìuégo me-
dico, mangèlo (che presuppone *màngo) manico; ai quali può
al suallegato cargéw, cari cardo, cardelih, carta, caròta, carlevd (piem. car-
levé) carnovale, h-candr scannare, canéla, cavdn cesto, cavèrna, casseréla,
capota capjél n. 33, calitór, cdssja cassa, caréa *cadréga sedia, capgn, ca-
pitar, capitani, capldn]. Inoltre: gavdr (piem. gavé) cavare, gavuljòt c&,yì-
gliuolo (allato a cuvilji ecc., v. s.), gdmbola n. 146.
• scan; rocd *rócca conocchia (cfr, òca); abrancdr, ténca, cónca pevera,
gonca giuncata; arca, barca, [circa^, mdhca (piem. masca) strega.
^ pdga pagar, pregar, pjegdr lì-pjegdr, soffogar; gigdla.
^ Nelle serie degl'-iCA, difficile scernere tra franco-provenzale, o ladino, e
piemontese; cfr. Arch. II 128. Nomi non assimilati; Varónica, Ménica (e Mècca).
Ancora noto: figa fica, beffa.
Il dial. di Val Soana. Consonanti: e'. 41
unirsi l'-ÉSTico di domésci n. 97, a tacere di mingo minger
mingo h mangio mangiare ghiottone, cfr. Arch. I 78-9. L'asso-
luto dileguo è in -óco -ico, e pure in alcuni tipi proparossitoni
in -ICO ; fida lu'a n. 32, coi quali si può mandare pò (allato a
X>oc) poco;- fi fico, Tipi m. spica (-o; cfr. Upicon qui sopra) *;-
péssi 'persico-' pesca pesco, Jitómi stomaco (-mico Ardi. I 308 n.,
523). Finalmente, pur qui, come nel Piemonte e in Lomardia,
-g nel riflesso di 'amico-': amie, nemig dseneynic; e si aggiunge
sambu'g sambuco. 151. CE, CI. Qui è la- interdentale carat-
teristica, dal g di fase anteriore (esord. p). A formola iniziale:
l)jel, pauld n. 85, piìia n. 9, 'pervél, pérdre scegliere 'cernere'
n. 137, phidra ib., piJitérna, ecc. Fattasi iniziale per aferesi:
pi 'ecce-hic' qui, pe [pe7i] ciò n. 140, penpi questo qui, pel pe
'ecce-ille' questi costui, pia pie (*/jéla */jelà n. 183, ecc.) quella -e,
paj qua n. 152 \ A formola interna, si ha medesimamente lo p,
quando nella base il e sia preceduto da consonante, o susse-
guito da atona in iato {cj): faupét falcetto, faupetd roncola,
caupind calcina, dop dopi dolce m. f., Veì^péll Vercelli, arjn-
prèvre arciprete, lànpi, halànpi, ònpi, prlnpi prence;- càiipe
calze, cdup calcio (che è il tipo in cui concorrono entrambi i
determinatori);- ghjdpi^, brap, apél acciajo, lùmdpi lumacia,
sedp setaccio, cépi caccia, trépi treccia, arip istrice (veram. :
riccio, 'ericio-'), ripu ricciuto, ìijg'pa chioccia, cropi gruccia,
[hòpi boccia, testa]*. Dato ora che un e in simil congiuntura
volgesse a sonora, l'esito dialettale dovrebbe qui essere, a fil
di regola, et; ma ormai suona come schietta sonora dentale (cfr.
Arch. I 512 &): Saudcj (*sau(féj 'saliéjt) Saliceto n. loc, pudi
' Ma dio dico, si fonda, come dioni dicono, sull'infinito dire.
^ p 0 e, alla piemontese, in i;erf, girési e girjési ciliegia, gimitéri, gizer e
gigro cece, gigàla, girògic 159 n.; circlo circa, ri-cecre, Cia Lucia.
=• Ma: fuca, cfr. Arch. II 129.
* Qui stieno ancora, malgrado qualche incertezza circa la fase romanza da
cui dipendono (cfr. it. -accio e -asso, '-aceo'): pjùmàp pennacchio ('piu-
maccio'), hpùà[) sputo, peljdp guscio, scorza, pelùp n.73; capripi.- Dovrebbe
poi esserci, od esserci stato, qualche pres. cong. come *gépo jaceam ecc., sul
quale si rifoggiasse quello di 'difcejre', che suona: djépo djépc àjrpct, djépont
(a Grenoble: te dieyse tibi dicat; te veleso te videara).. - Esempio di ci in
pi, è Lìipia Lucia.
42 Nigra,
( *pu(li "ptilia) pulce; cui s'aggiungo arc-an-dél arco-in-cielo
{pjel), n. 48. Di tordre ecc., v. il n. 159; e v. ancora l'esord.'
Il e preceduto da consonante, che si mantiene allo stato di
esplosiva palatina, ma sonora, e seguito da una desinenza anor-
ganica, cioè meramente analogica, s'ha m loògo "polc pollice, e
vérga *vertc "vértic vetta \ Del resto, il e' che venga all'uscita
preceduto da vocale, si continua sempre per f (non va cioè in-
contro all'alterazione di g in p): pàc, fornàg (e fornàzà, v. più
innanzi), djeg Ó7ideg'\ màntec^, pernig, narig, rejg n. 19, véug
n. 2S, néug créug n. 42.- Ci volgiamo finalmente a e' preceduto da
vocale e susseguito da vocal scempia, che rimanga interno pur
nel dialetto; circa l'esito del quale, sono da distinguer princi-
palmente due diversi casi. Primo, l'antica e estesa digradazione,
che si può rappresentare per ce gè je, e conduce anche all'as-
soluto dileguo (cfr. Arch. I 80). Qui si afferma in ispecie per
clìéjre cuocere (cocere = coquere), cheer-é cheer-ét cocerò cocerà,
cheént cocente, chéont cocevano. Può anche citarsi 'piont piac-
ciono (inf. j9m/Ur(? = piactre), ma bisognerebbe aver campo di
meglio riconoscere le relazioni di questa voce verbale nel com-
plesso della conjugazione valsoanina. Pel singolare ci danno
pjajt, che cercammo d'illustrare al num. 133; donde si vede
come sia facile illudersi circa lo j di lujt 'lucet' o fajt 'facit'
(inf. fare), che a prima vista può sembrare senz'altro il diretto
succedaneo di e. In secondo luogo, abbiamo la normal continua-
zione per sibilante, consentanea al g che trovammo all' uscita
romanza; e risulta sorda per l'esito di una base sincopata che
già avemmo a studiare (*piapre n. 121, a differenza di *tori're
n. 151 e 159), laddove è sonora tra vocali: tazir, azil num. 9,
lezèrta n. 56, vizin, dizéj dizén dicevi diciamo, ozéll, cozént
cocente (allato a cheént che testé vedemmo) ; e altri \ 152, 11
C di uscita latina si continua per j in paj qua 'ecce-hac', laj
(cfr. léutre n. 107) là Ullac' [cfr. Priàj n. loc. Priaco], avòj anche,
• Di un terzo esempio, t. il n. 188.
^ E dje gnde, cfr. n. 131.
^ 20óleg^ arpione (veram.: 'pollice'), è pur del piemont., e qui s'addoppia
col pógo, nel senso proprio di 'pollice', che testé incontrammo.
e alla piemont. in fdcil, dificil, nocif^ lucèrna^ encéns; vincre.
Il dial. di Val Soana. Consonanti: qv. 43
insieme, 'apu[tl]-lioc. 153. CT. Pur qui l'esito caratteristico
è jt\ fajt fàjti fatto -a, drejt dréjti, Mrejt litrcjti stretto -a,
cojt cójti, sì'ijt sujti ^ ; - lajiia siero n. 3, lajtàri lettiera, nojl,
fri'tjt, trujti irotid,;- pino *péj[t]no pettine, pinàr pettinare. Lo
e, solo in lacna lattuga, e in noe nottola, che però non veggo
a qual tipo morfologico esattamente rivenga. La mera assimi-
lazione è in sani, Ijet letto (cubile), uét otto n. 36, rot rotar
rutto -are. Cosi può parere anche in Ut letto ptcp. e frit frit-
to, ma i feminili liti /rz^/. (n. 183) accennano a "làjtja *frijtja
num. 59 3°; e anche in viiu'ra avremo assai probabilmente un
ijt ejt di fase anteriore; cfr. ancora ^nnò che prima si addusse.
E resta dit, allato al bencjt di cui si parla nella nota. 154. CS.
Di *fraji^s]no si è studiato al n. 130. Anche son da vedere i
num. 129 e 132; e qui si aggiungono: assai (piem. id.) asse del
carro, tasso'n tasso, lissia. 155. CR. Nulla di specifico. E
comune anche al piemont. il mantenersi della gutturale allo
stato di sorda in crófa grotta, cantina, crt grido, crinr. E ci
limitiamo a citare ancora: màjro (piem. maire) màjri magro -a
(cfr. n. 160), e làmia.
QV.
156. Mandiamo innanzi gli esempj in cui si è anticamente
dileguato l'elemento gutturale (cfr. n. 162): àjvi (piem. èva)
'aqua', onde inajvàr adacquare; o'iji *auilja 'aquila'-; e final-
mente: Ji-lajvàr liquefare, cioè *s-li[q]uare (piem, slingué), cfr.
Arch. I 47 550 a. Del rimanente, è caratteristico il continuo
dileguarsi dell'appendice labiale: càtro catórde carània cartin
cartàn carcma {cuàdro e ciiàrt, come ciant, appajono impor-
* In benéjt bencjti beiie[d]etto -a, potremmo ancora avere la real conti-
nuazione di uno ex; ma V-cjt si estende per mera analogia anche a prejt
preso {prejt: prendre : : /i<)vje: /itrendre), e poi a /jV/Vyt fuggito, sgrtéjt sor-
tito; cfr. Arch. I 258.
- Taluno, pensando ad di-o/o = iiquilo, che ò nell'ital. vent-dvolo, volle ri-
trovar r ^aquila' nel valsoan. ratavolójri (gergo: ratavòla), che ò quanto dire
nel piem. ratavoloira pipistrello. Ma, anziché 'ratt-aquil-oria', avremo sem-
plicemente: *ratta-volatoria (ratto volante; canav. ratavolara -volataria). Cosi
nel Jura: ratevolate; nei Vosgi: volant-rettc, e nell'Isère: ratapena (rat-a-
-pena).
44 Nigra,
tati), càio (quale) càrdie carcù'n acànt (quando) to-cant (tutto
quanto) ; chej cheto, cintar cessare, lasciare, rechi requie, cliìnde
quindici, chindéjna. Esempio 'sui generis', che non fa eccezione,
è cuàlji quaglia. Ma non sarà indigeno eguài disiìgiiàl, e meno
ancora seguitar.
GA. Ci riferiamo alle osservazioni che premettemmo sotto CA,
e teniamo lo stesso ordinamento nella esposizione degli esem-
pj. 157. GA-; gema gallina n. 183, gàun giallo n. 107, gau-
Wn giallognolo, ^6ì5MmJ)i itterizia \ -GA: largér n. 3, Ig'ngi
Ig'nge lunga -ghe, dogi 'bulga' n. 45; e v. ancora la prima nota
al n. 159'. -GA: fre *fràji fraga;- sansua (piem. id.) san-
guisuga; caréa (piem. cadréga) sedia;- calitiàr; Borgàl n. loc.
'Burdigalo-' Borgiallo^ 158. GO, GU. A formola iniziale, g
intatto: góla, giiljart n. 82, giìTit gusto; gonèll gonna; e a
formola interna, dopo consonante: sangui 'singulto-' (allato a
sanghjutàr che ha la solita metatesi); e cosi se viene all'uscita,
salvo il normale fenomeno di sorda per sonora: Ione lungo, ar-
Ig'nc lunghesso*. Fra due u, o tra u (o) uscente ed altra vocale,
i soliti esempj del dileguo di g: olii agosto. Olita Aosta, gg
'jugu-',Jo (onde go gè) 'ego'% fò 'fagu-'.- Finalmente, per -Igo:
caliti. 159. GÈ, Gì. Iniziali, sempre si continuano per g, e
ne viene come un'antitesi tra le basi di tenue (n. 151) e queste
di media: gejl n. 14, gelar, genólj, generar, gengrja razza.,
geni, gindro n. 137, genziva, girar, giss. — Pare a formola
interna, dopo consonante, abbiamo g o z (cfr. il piera.), in ar-
* gali, ganàssa, garét', godre. Curioso è, per il suo Ij: galj gàlja (sic)
gajo -a.
' larga (cfr, largo in nota al n. 158), ma al pi. làrge; engdn, htrénga strin-
ga, Yalpérga.
^ negar negare, enterogàr, navigar, pjdga, tartaruga, htróliga.
* Strano, anche per la desinenza : largo. Si direbbero scambiate, in ordine
alla gutturale, le parti dei due generi: largo larga (n. al num. 157), anzi-
ché lare largì.
' Nella figura enfatica ghjo ghigò io, l'elemento premesso (k-jo, gh-jo)
non sarà diverso dal che (*chel) chi dei congeneri che-tu tu, cìri-vó voi; e
veramente avremo: eccu-ill-ego, eccu-ille-tu, eccu-illi-vos.
Il tlial. di Val Soana. Consonanti: (j. 45
gèni, [vérgme], dngel; genziva^; cui si possono aggiungere per
ng e r^f riusciti finali: lon (long lonj) lungi, e hparg (spar'g
spari) asparagio. Ma in tale congiuntura, o quando nella base
sussegua al g Tatona in iato, avremo, in analogia di quel che
ci mostrarono le basi tenui, un d [g z del). Così fàda faggiuola,
cioè *fagea; roda rivo, canale, 'regia' (v. Ducange s. 'rogius',
e Arch. I 253 n.), e per certo anche furdelént ruggine, *fulie-
nént, quasi 'filigginente' (cfr. it. fdigginato ecc.)-; cui si ag-
giungono tutti gl'infiniti in -'ngere: compjéndre n.3,reJltrén-
dre, tindre, findre, depindre, pgndre pungere, ondre (cfr.
canav. strinzcr, tinzar, onzar); e nella medesima analogia,
per g da antico e: tórdre torcere; e per z da antico s: chéudre
(canav. cù'zer, venez. ciizer, ecc., 'consuere') cucire; il quale
ultimo esempio servirà a mostrare come basti, a promuovere
il fenomeno di z in d, anche la consonante successiva, fat-
tasi aderente per sincope romanzai — ■ Restano i casi dell'antica
' Anche girógic, chirurgo (piena, id.), potrebbe passare fra gli esenripij di {i
che sussegue a consonante; ma il g iniziale lo mostra ad ogni modo non in-
digeno. Di g fra vocali, sono esempj inconcludenti: fràgile pagina, ecc.
* Qui va considerato anche un caso di g secondario, cioè di g surto nella
formola GA. La base gargaméla, strozza (cfr. Diez s. 'gargatta'), diede im-
prima gargaméla (n. 157), onde garzamela, che è la vera forma piemontese,
e finalmente il valsoanino gardamelà ecc. L'esempio è importante, anche per-
chè accusa la presenza di ga-QA^ pur nel pedemontano; cfr. Arch. II 128 n.
^ Questi riflessi delle basi infinitive -ìigére -rgere -zere, ci portano
inevitabilmente ad avvertenze e a dubitazioni curiose e sottili. Fu notato (Arch.
I Liv) che la coincidenza fra l' alto-bellunese pènder e il frane, peindre è
solo apparente o fortuita, in quanto il d della prima forma vicn da z, e
quel della seconda v'é intruso. Il valsoanino, secondo l'esposizione del nostro
testo, andrebbe coU'alto-bellunese ; ma Io staccar le forme di Val Soana da
quelle di Francia par dura cosa, poiché, a tacer della ragion generale del
vincolo strettissimo di parentela, questa coincidenza, che si giudicherebbe
fortuita e vana, si estende a tutt* intiera la serie (plaindre oindre ecc., tor-^
dre, coudre). D'altronde, nel caso del tipo -gerc, vedemmo realmente coin-
cidere Val Soana e Francia per l'intrusione della dentale {èlitre ecc. n. 121).
E si chiede: Non potrebbero *tórzre e *cóJre {*chéuzre) aver dato anche
in Val Soana torzdre cozdre, donde poi la sibilante restasse eliminata come
iu Francia, e come per la Val Soana sarebbe pur lecito ammettere secondo
i num. 130 e 129 ? Di certo, nessun vuol negare, a priori, la po.?sibilità di
questo processo; e in ispecie parrebbe spingerci ad ammetterlo, malgrado la
risoluzione che è sorda, l'esempio di pjàhtrc *pia<^'re al n. 121. Senonchè, va
46 Nigra,
ed estesa digradazione ^GE JE ecc.: fà'jre fuggire, correre, fiì^
jént fuggendo, fuggente, fujéjt fuggito (num. 153 n.); coréji
'corrigia' cfr. Ardi. I 526; maJi-ché *màis-clie n. 132; a tacer
dei soliti cZéfj 'digito-', frejt ìi-frejdir, mélitro. Ho anche assiì'jre
seccare, che parrebbe 'ad-sugere', ma non me ne saprei ancora
fidare. 160. GR: gran, grilj, ecc.; p/^ro ; ma fjàjret fjujrgnt
puzza puzzano, colla riduzione comune al piem. {fìairé), al frc.
{flairer) ecc., *flagrare = fragrare; cfr. n.l55, e 23. 161. GN.
Nulla di notevole: preni pregna, ecc. 162. GVA ecc. Bel
parallelo per gli esempj che son considerati i primi al n. 156,
è lenva lingua. Di antico dileguo dell'appendice labiale, è esem-
pio in sanolént sanguinoso (allato a sane), comune al piemontese;
cfr. Arch. 11128. Anguilla è mutuato.- Di gu = W, v. il n. 126.
163. Iniziale, sempre intatto: tdima n. 181, tjélitre n. 121,
tilj, tot tujti n. 27, ecc. Cosi pur mediano, quando gli preceda
o precedesse altra consonante (v. però stj al n. 97): Jitéjla pàJita
fenéìitra ecc. n. 129, éìite 'estis', silite eravate^; mdnteg, man-
til; ortjd, amortdr smorzare;- àuta ecc. n.l07; rotar ecc.
num. 153 ecc.; faupetà roncola (falcetta); ecc. Nell'antica sin-
cope: pità città; nella sincope seriore: anta amita, ma di-sàndo
n. 146. Anche tujti tutti, e cJiitàr lasciare, incontrano altrove
la doppia; ned ò specifico il t incolume di pjóta (piem. piòta) e
imprima notato, che ottenutasi cosi la reale coincidenza tra valsoanino e
francese pei due esemplari tórzre e cózre^ rimane poi ugualmente che
per il resto della serie le due favelle non coincidano se non in modo appa-
rente; poiché la fase fénre féjnre ecc., che precede alla determinazione
dei francesi feindre ecc. (Arch. I 92), questa fase non c'è nulla che ci porti
a consentirla per il fondamento valsoanino, che sarà fónzre ecc., canav. fin-
ger ecc., cfr. la coincidenza valsoan.-canav. in róntre al n. 145. Al che ag-
giungendosi, che il passar di i in d, in congiunture affatto consimili, sia qui
per altri esempj fatto appien sicuro (num. 151, 159), ne viene, che la nostra
dichiarazione mal possa, in qualsiasi parte, andare infirmata.
' Raccogliamo altri esemplari per lo -lite di sec. plur. : fussdlite foste, sa-
ràlite sareste, avilite avevate, ùssdìite se aveste, ardlite avreste; portihte por-
tavate, jporfesrf/lfó se portaste, porteràìite portereste; tcniìite tenevate, tinisdhte
se teneste, tiniràlite terreste; di^ilite dicevate, dirdlite direste; alilìtc andavate,
alessdlite se &nà2isXe, alerdlite cadreste; liilite leggevate, liessdlìte se leggeste,
lieràhte loggereste; belìHc bevevate, beesdlitc se beveste, beerdlite bevereste.
Il dial. di Val Soana. Consonanti : t. 47
mitàll. 164. Mediano, tra vocali, in d: sedelih *sitellino sec-
chiolino, ladiii, codón; J'D: aidjcr aitare, àjdo ajuto, àjdete ajù-
tati; -TE di sec. pi.: portàde tenide ecc.'. Ma di solito, si di-
legua: marjà marjàj marjàe maritato -a -e, sèa, créa, monca,
Ijearàva, %)ev{i pituita, roà ruota, roèt naspo, rovét arcolajo;
noÓT, triàr, podi", marjdsse maritarsi, deal, Ijam letame, dejnàl
(*di-neàle) Natale, cèjìia catena, ^^t-y'^a pela padella, licuóla
{liciìdelin), rjont rjónda rotondo -a; bjold betulla n. 6G; gdvja
ànja n. 54; lipdula n. 107,- Comune al piem.: man mattone-. -
Affatto diverso fenomeno il dileguo di t mediano che per sin-
cope viene a precedere a nasale :pmó n. 153, sendna, n. 142. —
165. Si mantiene il -t latino di 3. pers. tacendo però quando
incominci per consonante la parola che sussegue (v. il n. 16G):
elit est, sgnt sunt, pórtet portoni, vcntet ('vénitat', piem. venta)
bisogna, pioni n. 15P. 166. All'uscita romanza, quando gli
precede o precedeva consonante: dui, gitili, art, levdni, iant,
nent, moni, ecc.; dove però è da notare, che la combinazione
' Altri esempj pel -TE di sec. pi. : séjde siate, saréjde sarete ; éde avete,
aréjde avrete, éjde abbiate; porterèjde porterete, portéjde portiate; alddc
andate, aléjde andiate, vodréjde andrete; teniréjde terrete, tincjde teniate;
lidde leggete, liréjde leggerete, liéjde leggiate; ditéde dite, dir éjde direte,
diiéjde diciate; beide bevete, beeréjde beverete, becjde beviate. Ma: dond-me
datemi, caupc-li calzategli, tenilo tenetelo, velitimc vestitemi.
• Singolare esempio è cilena, castagna; che suppone l'intero dileguo del ò'
{* caténa -cahténa, secondo il num. 129, cfr. cahtdn al n. 93), e poi il t che
va incontro alla sorte dell'antico - T*^. Il ca (e non óa) noi direbbe, del resto,
propriamente indigeno.
^ Aggiungo queste altre terze pers.: cret (era) éront (erano), sejt (sia),
soni (sono siano), fùsset (fosse) fussont (fossero), sarirct (sarebbe) sarirgnt
(sarebbero); at (ha) ant, avéjt avn'nt, arét aro nt, ejt rmt, ùsset ussont, ari-
retariront;- portùvet portàvgnt, porterei porterg nt, pórtejt pórtpnt, portdsset
portdssont, portdret portdrgnt ; vai vant, aldoet aldvgnt, vodrét vodront, aléjt
alnnt, aldsset aldssgnt, aldret aldrgnt; tint ijénont, tincjt tinnnt, tenivet
tenivgnt, tenirét tenirg'nt, tjénet tjcnont, tiniret tiniront, tinissct, tinissgnt',
dit dlont, diiéjt diin'nt, dirci dirgnt, djépet djépnnt, diriret dirirnnt; Ut
lignt, liéjt liónt. Urei lirónt, Uet linnt, liejt linnt, liisset liissgnt, lijérct
liirgnt; bejt beoni, becjt bejg nt, beerei beérnnt, béei bagni, becjt beoni, beisset
beissgni, beirei bcirnnt; — irg'net tuona, balcjnef, sduiet, butet mette, pilitet
pesta, cdpei piglia (acchiappa), rcìipóndet, sai sa, (bai batte, creji crede
cntcnt intende), j^/cf piove, nejl nevica, licgrt scorre, ndjt ecc. n. 133, sg'rtejt
olicùrejt V. ib.; sarét saprà, s'adonerét s'accorgerìi, cheerét cocerà; dormivet
dormiva, sentkct sentiva; poriret potrebbe.
48 Nigra,
-nt suol perdere il t quando incominci per consonante la voce
che sussegue; e il n passa allora in n, come pure avviene nel
caso di -NT latino, secondo il numero che precede. Avremo dun-
que, dinanzi a consonante: tah, clovàn n. 61, neh, en {=ent
ente, in), parén, moh, poh {Pon-d-Engri Ponte d'Ingria); e
così xòloh {=vólgnt) vogliono, alàvon, ah hanno, ecc. Ancora
si posson qui ricordare: _pztó pitólit piuttosto, to tot tutto, faj
fajt fatto n. 153 (come pjaj pjajt piace), sempre con la forma
apocopata dinanzi a consonante. 167. All'uscita romanza,
dietro a vocale; si conserva in mut, vojt vuoto (esempj non spe-
cifici, e il secondo quasi sottratto a questa rubrica); gómit; ma:
débi, crédi, pin^pi (e pu'rpit). In ve voto, nò nuoto, sej sete,
come ne'participj perf. pass., può credersi che il dileguo seguisse
quando il t ancora stava fra vocali. 168. Di -T- in ^ o r
(t, d, 1-r) avemmo esempj al n. 9: azil e al 27: nevàur -véura;
cfr. num. 174, e la prima nota al n. 129. 169. PT. Non c'è
di notevole se non chejti piccolo, meschino, che riviene a 'cap-
tivo-' (frc. chétif), e fa doppione con ca^//" cattivo. In chejti
abbiamo pt che si continua alla foggia di ct (n. 153), su di
che si può vedere l'Arch., II 130 n. - Del resto, cetàì^ acetàr
comperare (captare ad-capt.); ecc. 170. TR. Intatto, iniziale
e interno dopo consonante: tra trave, tì''ej, truchàjso (tal quale
il portogh. torquez, ed è una curiosa derivazione per -ense )
tanaglie, il cui tr si ripete da metatesi^; vanirò; lóntre là-oltre
n. 107; ecc.-. Ma anche dietro a vocale: patróh (piem. padron),
nutrir (piem. niìri). Nella qual' congiuntura si vede però il t
digradare in d, onde poi anche l'assimilazione al r o il totale
dileguo: ladre, vedrò vetro, vedrià invetriata, veréri impan-
nata ;p^'rrtìj; dercr (piem. darà) dietro, enderér indietro, caréa
n. 157, porét potrà. E ancora siano ricordati, oltre pa e fra,
anche pandesémolo ( canav. panassemo?) n. 10.
D.
171. Iniziale, sempre intatto: dant n. 136, djec, dìo dico, djàu
diavolo, di'j due m., ecc. - Cosi pure quando ancora sia mediano
* Anche nel Jura, e pur con la metatesi: triquoises, grosses tenailles de
maréchal-ferrant.
^ Taciuto il '/■ di -stk che viene all'uscita: ììiiniht n. 119,
Il dial. di Val Soana. Consonanti: d. 49
ed è od era preceduto da consonante: còrda, léndene lendini;
pàndre; càuda; ecc. 172. Mediano, tra vocali, mal si regge ^
odéur, hadil, crédi n. 167, [madonà suocera; fède e simili],
irédcc, tédo (-vd-) n. 177. Del dileguo sono esempj : fàa fé pe-
cora •e\ vevó vevà vedovo -a, end coda, jìiì'a crii' a; rejg, suéiir,
mjolà midolla, mjolipi mollica ('medullicia'); trent tridente;
Idmpja n.lOO; vjù veduto, veo vej vedo -i, cràjre credere, creit'
creduto, creo crej crejt creide credo -i -e -éte. E cfr. n. 173''. —
173. All'uscita romanza, se è od era preceduto da consonante,
si conserva, ma allo stato di sorda (cfr. n. 182): tart, lari, cart,
gùljdrt n. 82, telitàrt, tòri, sort, veri; cdut, sot (sol[i]do; e,
nel signif. di 'pesante', il t poi si estende anche al fem. so'ta) 'i
grani (e cosi pur grdnta, grènti granfe), profont, ì^jont, hjont-,
per il qual fenomeno della sonora in sorda, vanno confusi -ente
e -ENDo: fujént fuggente -endo, volént volente -endo. Ma: j^mi
prendi, atéh attendi, aspetta, cfr. n. 166. 173*. All'uscita
romanza, dietro a vocale, si sente, ancora allo stato di sorda,
in qualche antico proparossitono, forse non indigeno: u'mit, ti-
mit, ecc. Ma antàrpi n. 37; oltre ni cnani 'cova-nido' ultimo
nato, niì cric, brè brodo, pm n. 11, tra' quali potrebbe l'uno
0 l'altro avere smarrito la esplosiva quando essa ancora stava
fra vocali. 174. Di D in r non vorremo dir sicuro esempio
arlónc lunghesso n. 158 (cfr. ven. arlevàr ecc.); ma piuttosto:
aréu dove (a-dove; cfr. Arch. I 67), che spetta al n. 42, e si
aggiunge, per r-D, al n. 168. Ancora si noti: G'iljo Egidio. —
175. DR. S'ottiene per sincope, e si mantiene: cédre 'cddere',
gòdre, possédre; fédra n. 37; tranne il caso di assimilazione
che è in vérre *védere. *
176. Iniziale sempre intatto: ^na piede, a-pia appresso (ad-
-pedem), pjelj num. 109, j)/(?s \-ì.l,prina (brina), ecc.; coli' in-
significante eccezione di benteccjlite pentecoste. Cosi pure quando
ancora sia mediano ed è od era preceduto da consonante; e
• Esempio per d sec. = t (n. 164), se la base ne è il lat. frta; e per d pri-
mario, se é feda (=heda), come ha proposto e voluto sostenere il dirett. del-
l'Ardi.; cfr. I 350 ecc.
Archivio glottol. ital., III. 4
50 Nigra,
Ogni esempio sarebbe superfluo. 177. Ma interno fra vocali
mal si regge pur qui; e non ne sarebbero validi esempj sepol-
tura 0 ri-pós e simili. La regola è qui pure, che il p fra vocali,
o dopo vocale e innanzi a r, passi in -y o si dilegui: ràva, riva,
rivéri e rìiéri n. 5, ricàvre, Jlkéva scopa n. 28, aviljì n. 109,
cavenà capanna, C'avanàjn Capanaccia n. loc, avoj n.l52, sa-
vàjr {sarét saprà), savon, póvro poro, séure deséure n. 42,
lìaulà cipolla n. 85, luertin lupolo; civra cevì^éj capra capretto,
lévra levrér, avril; durvir (*d-ùvrir) e druir aprire \ Ancora:
tédo *tév[i]do. 178. All'uscita romanza, suole essere intatto
dopo altra consonante: arp alpe, ser'p, corp, camp; ma ten
tempo n. 141; e trop se vien dinanzi a consonante si fa tra.
'Lupus' dà III; e lo sdrucciolo 'episcopo-': velico. 179. PS.
L'importante fase dello ssj (Ardi. I 84-6, II 126) si conserva
in càssja cassa; ma è comune pure al piemontese (cassia). -
PS'M, n. 130;- PT, n. 169.
B.
180. Iniziale, e mediano dopo consonante, sempre incolume,
e non fa d'uopo di esempj (cfr. n. 146). 181. Anche di v da
B mediano fra vocali, è superfluo che se ne adducano; piuttosto
si può ricordare qualche caso di ulteriore riduzione: tàido, djàu^
fàuna tafano (tabano-), traulà 'terebella', fjolà 'fibula' 99, lau-
ràr, guernàr;- chéudlo n. 42;- dizéj ecc. dicevi;- u'sso aves-
si;- B'R: hèjre licrire (ma prévre allato a préve, *présb't'r;
oltre févra);- tra trave. 183. MB all'uscita romanza, in mp
[dr. n.\12): pjomp pjombm; colómp colómba.
Accidenti generali.
Son due i fenomeni che principalmente qui domandan la no-
stra attenzione: l'accento, in quanto si rimuove dal suo le-
gittimo posto e passa alla vocal finale; e la propagginazione
dell' i 0 del j.
183. Il fenomeno della progressione dell'accento, si compie
* própi proprio, co\p che rimane intatto anche nel (re. propre. Ma in própi
anche da considerar l'effetto del -jo, che lo rende simile a dopi ecc., n. 113.
Il dial. di Val Soana. Accidenti generali. 51
di solito in nomi ferainili, che cosi diventano ossitoni da pa-
rossitoni ch'erano. Citiamo imprima i seguenti sostantivi:
paulà So, tì^aidà IS\, fjolà ih., femelàl'i'ò, gardameld lòd n. ,
hrilà sterco di pecora, graulà -é nocciolo -i, asseta 102, mas-
selé mascelle, perveló cervella, mjolé midolle, ora adesso, ora
(allato ad cura 28), luna, gernàlbl, corna 80, farina, fenà
e fanàliS, Jipinà spina, caupinà 107, 2^oljinàl03, tinà tino,
henà capanna, cavenà 54, scinà schiena, madonà suocera., prima
primavera, pimà cima e cimice, poma prugna, fjamà, toma ca-
ciuolo, messa, rocà conocchia, roà ruota, pelità cesta, faupetà
roncola (falcetta), caretà carretta, pivetà civetta, cuà coda,
or(y"« 149, rocM159, litopà stoppa, Jit7^opà stormo (truppa), p«^d
poppe, silpà zuppa, copd coppa, pepa toppo, ìnoffà muffa, crubjà
falchetto;- /ìlji ecc. 89, teniitji avitji ortji ciivitjilO^, criì-
zetji battiburro, retji -è crespa -e, vini vigna, briìnl prugna,
rouè rogna, trepi treccia, cropi -è gruccia -e, Itiici e bucci 148.
Poi registriamo i seguenti aggettivi, e qui insieme ci occor-
reranno anche delle forme plurali mascoline: iìnà e inia, doé
due f., bjgà 51, bla bli ble bella -i -e, frema ■{ -è ferma -i -e,
rossa -è, ìipessà -è spessa -e, vecà vechó curva -e, tota, biìrtà -i
-è brutta -i -e, verdà -è; mocà mocé ottusa -e; secì -^^ 148,
reci -è ibid.; pren/ -è pregna -e; liti -è letta -e, friti -è fritta -e,
cfr. n. 153. — Ora altre forme mascoline: irobJólS, sonò seno
sonno; vevó (f. vevd) vedovo, pinóloS, velico 178, cevenó ca-
nape 56;- orghént 13d, il solo esempio in cui non si tratti di
vocal finale. Finalmente, l'infin. dirò, accanto a dire. Per la
regressione dell'accento nel dittongo, comunque ottenuto, v. i
num. 7, 11, 19, 32, 30; e si aggiunge pressoché sicuramente (anzi
potremmo adoperare un modo addirittura affermativo), il caso di
ut da ià {jà) nei participi in cui aU'X precede una palatina (n. 3).
184. Venendo alla propagginazione, ricordiamo in primo
luogo il passar di llì in IJi; e in secondo, il propagginarsi d'un
j dinanzi a uno s che risonava in fase anteriore, e ora è ri-
dotto a r oppur dileguato; che entrambi son fenomeni di pro-
pagginazione regressiva. Li avvertimmo ai num. 103, 132 e
133 {faljtr; faj; servi''jso ecc., aggiungi, dormcjsont). E an-
cora si veda il n.l85 (attrazioni).- Quanto alla progressiva,
che è di molto maggior momento, notiamo imprima l'ini me-
52 Nigra, Il dial. di Val Soana. Accidenti generali.
diato propagginarsi di un j dopo Vii- m cabujnol47, tri-
hù'jna 39; e altro vi si aggiunge qui appresso, e al n. 185. Poi
vengono le importantissime serie della propagginazione pro-
gressiva e transultoria, quelle cioè in cui Vi, o j, manda
un j al di là della consonante che egli precede. Qui spettano:
I. La serie dei nomi feminili in -jH {-jtja) 59 3°, 153; -jdi {-jdja)
59 4"; -jri {-jrja) 59 5"; [-jvja'bQ 6'].- IL II fenomeno di ill
in ilj, n. 103 (cfr. oljilbQ).- III. Quella serie d'infiniti alla
quale appartengono aidjér *ajdàre ajutare, avajtjér guaitare,
virjér girare, tirjér. Ma dripjér, dirizzare, dovrà piuttosto il
suo j allo p (*?), e cosi il nome cipjéur cacciatore 3 n,, 57; i
quali perciò andranno con comenpjér cominciare, ìicùrpjér scor-
ciare, hpripjér sprizzare, bazjér baciare, e caupjér 5, e saranno
altrettanti esempj per la propagginazione progressiva e im-
mediata ài j che sussegue a *p i. - IV. Particolare esempio per
la transultoria è ancora lajtian. 3, dove JHia suU'a che sus-
segue lo stesso effetto che hanno i suoni palatini, appunto perchè
equivale a-jtj, E qui può forse stare anche bù'ssjet egli bussa. -
Non avviene la propagginazione in inajvàr 156, o in h-lajvàr
ib. ; e all' incontro è un j in contjàr 3, che però non altera Va,
185. Attrazione. Sono da vedere, per le forraole àjra
= ARiA ecc., i num. 5, 7, 30. Per la formola é...-i = i. ..-i, il
num. 4. E ancora si considerino meilj, conséjlj, al n. 89 ; e tù'jti
al n. 27, ma per questo non si dimentichi V ù'j- da u-, di cui
avemmo esempj al n. 184. 186. Dileguo d'intiera sillaba
iniziale vedemmo in béra viverra n. 15. 187. La prostesi
di li-tro'pà stormo n. 183, è comune al piemont. [strop). — Così
l'epentesi in rovétlQ)4:, con la quale si rimedia all'iato. E
piuttosto son notevoli: paió^ra 107, Jiirivàl stivale, gorbelótlbO.
Altre epentesi ai num. 115, 121, 137, 144. — Ep itesi di t, ai
n. 136 e 135. 188. Metatesi. Mi limito a toccare d'un esempio
che stimo illusorio. È fjógi felce, il quale ricondotto, per fj =fl,
a *flug'a, par coincidere a capello con fludza, fougère, che è nel
Jura; aggiungendosi, per Vu {ù) = i preceduto da labiale, il ca-
navese fu'leQ (fìlice-). Ma Vo e\\g della forma valsoanina, s'adat-
tan male entrambi a codesta spiegazione; e ben piuttosto ci
conducono a filca fiulca (cfr. n. 107, e 2^àgo 'polc'e a p. 42),
onde coincidiamo con fcouzc, fougère, di Linguadoca.
Nigra, Il gergo valsoanino. 53
»
APPENDICE.
IL GERGO DEI VALSOANIXI.
I Valsoanini, quando parlano fra di loro in presenza di persone
estranee alla lor valle ed hanno interesse a non esserne compresi,
fanno uso d'un gergo speciale, che in parte s'adopera anche dagli
abitanti della valle superiore dell'Orco*.
Questo gergo si compone: i
di voci dialettali alterate per varj artifici ;
di voci dialettali adoperate in senso figurato o traslato;
di voci sostanzialmente comuni al 'furbesco' o aH"argot', o a di-
versi idiomi romanzi;
di voci d'origine varia od oscura.
I. Voci dialettali alterate.
A. Voci accorciate: cdrba carbone; mèrlo merluzzo; inaiavo' la
f. pipistrello (v. p. 43, n.); colèpi f. colezione; ndpa scudo, napoleone;
Vcpi Vercelli; Lio Alessandria, in cui è notevole il e (Alecs.). E qui
stia ancora: emme ( = M) mille.
B. Voci accresciute per infissi. — 1. -op- -cip- -ip- (cfr. la
4.* nota a p. 41), nel verbo, onde gli infiniti in -ojjjér -apjér -ipjér
(cfr. num. 184, III). Esempj : port-op-jér portare, pnrt-oJ)-ia portato,
port-óJ)-o port-óp-e port-ójì-et porto -i -a, port-opj-én por-op~icle port-
óJ)-Qnt portiamo -ate -ano, port-opj-t'vo portavo, piort-ojj-iré porterò,
port-óp-i porta tu, port-op-vj che io porti, port-opj-isso portassi,
porl-opj'iro porterei; tenopjer tenere, tenopia tenuto; Ijojjire leggere,
Ijopia letto; f/elojjjér gelare, yelopia gelato; enfoopjér infocare, en-
foopia infocato; pelopjér Tpe\a.re, pelopia pelato; i'tsojrjér usare, iisopia
usato; volopjér volere, ventopjér (cfr. piem. vetì^é) bisognare, rotojtjér
ruttare, baljojjjér sbadigliare, boyopjér muovere, {/crgopjér parlare
(cfr. (jergàr parlare, gàrga parola); lìkjopojìjér scoppiare, ùrlopjér
' Il BiONDELLi ha ne' suoi Sliidj sulle lingue furbesche (Milano, 1846) la
'Parabola del figliuol prodigo noi gergo dei calderaj di Valsoana' (p. 45-7)-
Le note che seguono, citeranno parecchie voci di quel testo, indicandone la
provenienza ('Par.').- A qualche confronto si presteranno poi il gergo dei
pastori di Parre nel bergamasco (A. Tiraboschi , Porre e il gergo de' suo'^
pastori, Bergamo, 1864), e quello de' calzolaj della Val Furva nel bormiese
(saggio inedito).
54 Nigra,
urlare, varopjér guarire, sùopjér sudare, mcnopjér menare, posse-
dopjcr possedere, cocopisse coricarsi, fdopjér filare, lecopjér leccare;
iniropia tempestoso, risolopia risoluto*; — criapjér gridare, bralja-
Jìjér schiamazzare, burlajìjér burlare, Ukjapapjér fendere, poapjér
potare, ce^a^JeV comprare, j)erca/>/c'r cercare; — surti pjér sortire ^
sejpjér segare, anejpjér annojare. — All' infuori del verbo: prim-óp-i
prima; e anziché vero infisso, primo di due suffissi gergali, Vop di
pinojda cena, ginopia e gùnopiisci digiuno, hasopusci bacio, brecoJ)dm
montanaro {breéi montagna); cfr. brùn-dp ferro, or~b-dp oro; e
inoltre: sansù-p-óca, sotto il suff. -òca. 2. -òri — òri-; setorlàj
seduta (forma genuina: setdj, nura. 59 12°), e riuasi con effetto de-
rivativo: cicoria salsiccia [cica carne);- cantórlet egli canta (forma
genuina: cdntet), cetòrlet egli compera [cétet).
C. Voci accresciute per suffissi. — 1. -u masc. , -uà fem.:
inverii' inverno, gelil' gelo, sìijtu siccità, seroljic sole, campu campo»
roci'c sasso, popu pozzo, marmolu marmo, arblu albero, arbru pioppo,
frajnu frassino, ormu olmo, gorilu salcio, palu riso, melju miglio,
melii miele, orsù orso, tgrtii,' tordo (cfr. n. 173), pessu pesce, ba-
doliìf hWxco, bilju presepio, anpu anno (cfr. n. 132) ;-pra-m-iV prato ;-
greniu grande (cfr. n. 173), rjondii rotondo, fondu fecondo, ecc.;-
berrù'a pecora (cfr. can. bérrò montone, piem. bero montone, agnello),
primua primavera, ghjajma ghiaccio, prinua brina, lavertcua lavina
(v. n. 59 1°), orii'a vento, lùnua luna, htejlue stelle, minùjtue mi-
nuti, Jnmii'a cima e cimice, greniu a sabbia, ruii'a torrente, rodua
rivo, rivua riva, crejua creta, rejzù'a radice, rùscù'a scorza (v. n. 59 1°),
brotu'a ramo, fjorù'a fiore, boscu'a foresta, yantua ghianda (cfr.
n. 173), vernua ontano, avejnua avena, Jnrua cera, cerna carne
(v. n. 3), linsua bucato, pindrua cenere, pjolu'a scure, tesejrìi^e ce-
soje, licravelil'a scala, patii a pezzuola, bertii'a berretto, ghetu'e uose,
Ubertua morte, gorlil'a vacca, germi a gallina (v. n. 183), bertii'a
gazza, vorpiia volpe, ranu'a rana, gali'ia primola, brocU'e chiodini,
mamua mamma, marelitolù'a matrigna, messii'a m. suocero, parpa-
rii'a palpebra, ceneii'a cantina, lohjiì'a loggia, Tojii'a Vittoria, óetù'a
gatta, tornila caciuola, pjerlii'a signora 2, óaunii'a capanna, genziliia
gengiva, blinii'a bella, molil'a mulinata, farina, nevica nuova, pgntil'a
puntuta, ago, greniii'a grande, largita larga, piazza, pelH'a bar-
ba, ecc. 2. -OS -ós: linos lino, fenos fieno, filgs filo; carós carro.
' Par.: stent-of-ièr, preg-of-ièr, x>ens-of'ièr, desider-of-ièì\ mand-of-ià
mandato, resussit-oss-ià, trov-oss-ià, vest-os-ie-lo vestitelo.
2 V. pjérlo al n. 16, e lo bgn pjérlo 'il buon padre', Dio, Signore, § II in
f., e par.
Il gergo valsoanino. 55
balds ballo. 3. -èri -ójri (-orlo -a): orbéri uovo (cfr. orhdp oro,
e orbiz § II), garnéri f. carne (con allusione o. guarnirei )'^^ baluéri
f. finestra, salójri f. insalata. 4. -ìi'lji -élji: fritii'lji f. frittata,
rannlji f. rana; nosnlji noi, vosulji voi : - pibélji i. testa. 5. -o7a :
Monfrola Monferrato, Canavesóla Canuvese. C. -ciclo: murdclo
muro. 7. -d^ -ófa: carlaxót carnevale, segrdt cimitero, sagrato,
dinjalòt Natale (v. n, 164), fìljót filo, marcot mercato, mejsót mese,
italjót italiano, viljót pelo, capello; grinóta gragnuola; cfr. i nomi
di luogo: Ralitót, [Croi], e di famiglia: Aljót, Peradót, Gambót,
Bertót, [Croi]. 8. -de dei, -de: cavaljdc cavaliere, manteldc man-
tello, mejsdc mese; Italidci f. Italia; ralitldc rastello-. 9. -art
-àrda: bepdrt camoscio, bepdrda capra, balildrda finestra. 10. -il' sci
m. e f., dinanzi al quale si mutila non di rado il tema genuino. Masc. :
pliìpìì'sci pero (v. n. 73), fUi'sói fico, orgusci orzo, lipiil'sci spiga, fo-
rii'sói forno (v. n. 135), linporìl'sci lenzuolo, bernagusci paletta da
fuoco, pjolil'séi scure, dialii'scl ditale, pinii'sci pettine (v. n, 153),
óavernii'sci calzolajo, sabolil'sói sciabola, amii'sci l'amo, codi' sèi c-à-
vallo, bigii'sói montone, boa il' sci capro, galii'sci gallo, pavìl'sci pa-
vone, fìianii'sci faina, gamba' sci gambero, topil'sci cappellajo, pormii'sci
polmone, cheril'sci cuore, cheudolii'sci gomito (cfr. n. 42), pogii'sci
pollice (v. n. 151), dejil'sci dito, barbil'sci barbiere, megii'sci medico
(v. n. 150), cravii.'sci caprajo, nevii'sci nipote, gindorii'sci genero, prc-
vii'sci prevosto, canii'sci canonico, baril'sci barone, coljii'sci colatojo,
G'acicsci Giacomo, Bertìl'sci Alberto, dripil'sci destro, opjii'sci ozioso,
certa' sci certo, pajijil'sci paziente, largii' sci largo, verdii'sci verde, ra-
scapii'sci cretino, calù'sci quale, tonii'sci tiil'sci tuo, leiirii'sci eglino,
pjesiisci peggio, djalii'sci dialetto, pontii'sci ponente, levii'sci levante.-
Fem.: fjii'sci neve (donde le forme verbali fjii'scet nevica, fjii'scia nevi-
cato), cojjii'sci zucca (v. n. 59 10°), caunil'sci canape, savjii'sci salvia,
pirii'sci cera, gavjù'sci vaso da latte (v. n. 54), biirerU'sci zangola,
garaudil'sce uose, canii'sci canna, fejii'sci pecora (v. n. 172), ranusci
rana, piilicsci pulce, bqjii'sci bruco, oljii'sci aquila (v. n. 150), pihja-
nii'sci salamandra (n. 91), fiirmeljii' sci formica, chindii'sci quindicina,
corusci correggia, nevorit'sci nipote (v. n. 108), ferii' sci inferriata,
cai sci Lucia, ecc.^ 11. -esco -isco: perésco pietra, sasso, pésca
polso (v. n. 107), bari'sco diavolo v. § IV; e forse anche forésco fo-
restiero (cfr. n. 97: stj). 1'-. -drro: raìltldrro rastello, fjatdrro
' Pure nel gergo di V. Furva: guarneira carne.
^ Nel gergo di V. Furva: collorc collo, frontorc fronte.
' Par.: oltre gli agg. grandiisci, allegrusci, e i sost. fem. partusci, fe-
stusci, aache mal costumuscid , dove l'usci parrebbe infisso nel verbo. Cfr.
ciampisccnd in nota al J? III.
56 NJgra,
odore, fiato, sangàrro sangue, novdrro -a nuovo -a, goandrro gio-
vane, fonddrro fondo, talapondrro tagliere, fossdrro fosso, polltdrro
posto, luogo, potitdrro ponte, foatdrro faggio, pùlijjdrro pero, cam-
pdrro campo, aneldrro agnello, aneldrro anello, fassondrro fascio;
cfr. Caììteldrro n. di \.^ 13. -énc -ètica: perénc pietra, duróne
formaggio, bùscénc fieno, raménc bastone, solèrte solo, mjenc wjénca
wjòiche mio miei, mia, mie, sortene suo, chjenc chi, iQìiénc lungi,
hinénc bene, dovanténc davanti, dererénc dietro, besenénc bisogno,
vajrocnc molto, diljénc due, trejénc tre, catroénc quattro ecc., car-
cunénc qualcuno, chetanténc tanto, molto, antrcnc altro, pjenc qui»
qua, lojénc là, areuéneh dove (v. n. 174), leutrénc colà (v. n. 107),
poceténc poco, primcnc primo 2. 14, -dco: brendco crusca, iissdco
uscio, orsdco orso, ossdco osso, pùndeo pugno; e con alterazione del
tema: imprendco imperatore. 15. -oca {.: pjantóca pianta, vmdc«
vigna, tejlóca tela, caupinóca calcina, scelóca scala, cardenpóca cre-
denza, cejnóea catena, canóca canna, manddca manza- (v. p. 4, p II)
avjóca anitra (v. n. 54), aviìjóca ape, moscóca mosca, ranóca rana,
lusertóca lucertola, liimapóca lumaca, sansil-p-óca sanguisuga (v. n.
157), ombróca ombra, gabjóca gabbia, merendóca merenda, cavanóca
cesta, fjeuróca fiore, montanóca montagna, campaTióca campagna,
govenóca giovane, scinóca schiena, tejsóca tesa, seóca seta, litegeróca
scancia, siljóca secchia (v. n. 110), trentóca tridente (n. 172), resóca
rosa; masc. ìitomjóca stomaco. 16. Tipi sporadici: galii'ro gallo,
valù'rca f. valle, pelurfja f. pelle, vita, gavérno gozzo, polii ma sol-
dato V. § IV, [cardntola sedia, tema genuino: caréa, cfr. § III];
ciinóda m. e f. cognato -a, cfr. num. 3 5.
D. Alterazioni più profonde, deformazioni: di' irci m. f. conte,
contessa; morga monaco, frate; sìga sindaco; fréco fratello ; pedmi
f. pioggia, pjórnet piove; pdljo paese; péljo pietra; lap latte; lil'rba
lume, lupo, cfr. lurmdr vedere, 'lumare', e aliiscér guardare; birónda
csLTToj gdjna gatto; fatondr fare; arcli'jna e cii'jna archibugio; tam-
hii'jna tamburo; Val-Sondlji Val-Soana; Pialdrgo Piemonte; Casii'lji
Casale; préno presto, sùbito; argójner argentiere; [cavérni cia-
battino^]; palérna palazzo; bascérla bastardo; marcójna marchese;
* Par.: giovenaro, grassaro, sanavo.
^ Cfr., nella parab.r a siè ciambrec servitori,
' Par.: taburna villa (luogo di campagna), famàud servo (famiglio; cfr.
al § IV: tamdut sevo),
* Cfr. ceni al § IV.- Nel gergo di Parre: ciobér calzolajo, e cosi scho-
ber in quello di V. Furva, il qual gergo è perciò detto lo ^schober' (v. la
prima nota a quest'appendice).
II gergo valsoanino. 57
cafójna m. caffettiere, f. caffettiera; margójna margaro, pastore.
Cfr. -usci^.
II. Voci dialettali
adoperate in senso figurato o traslato.
Qui spetteranno sicuramente lomhàrt sole, giorno 2, lombarda luna.
Il sole si è forse detto lombardo, perchè la Lombardia 6 a oriente della
Val Soana; processo tropologico che potrebbe avere il suo riscontro
nel bourguignon (sole) del gergo francese.- Poi noteremo: bussi f.
ora, lett. 'bussa' 0 'lei che bussa' {bh'ssjér picchiare), biissiréla f.
tosse; règi f. rame, lett. 'la rossa'; litec legno; rfdl mela; bahne
ciliegie (cfr. baljójfi f, castagna, baljojpér castagno); grélji f. noce,
lett. 'guscio'; rejg f. vite ('radice'); mo'ssa vino, lett. 'lo spuma';
lampjnn oWo (circa lampi, lume, cfr. Idmpja al n. 100 e il n. 59 12°);
lo'a f. grano turco (cfr. piemont. lovaton, torso, torsolo, e piU propria-
mente pannocchia); mendj f. polenta; moliia f. farina, letteralm.
'mul[in]ata' ; cpcaZa f. patata; orbt'z uovo (v. sopra, al suff. -èri);
bjencét latte; bòlji f. minestra; còrda salame; ont butirro (come nel
friulano e nel rumeno); Htécà f. paglia; rem f. cucchiajo^; boódrt
pajuolo, lett. 'il tingente'; giro mondo; branca soffietto, bronca-gro
mantice, lett. 'il soffia-grosso' ; bej)t incudine, lett. 'la beccuta'; pon-
ili a f. ago, 'la puntuta'; bàci, bópi testa, capo, lett. 'boccia'; móca
fazzoletto; [baliidrda, baliiéri f. finestra]; tówipa f. porta (lett. 'buca');
bjóci sarto, lett. 'il rappezza'; bjóla f. camicia, lett. 'la betulla';
canaidii'e orecchini (dal genuino candula f. collana delle vacche) ; pir-
chjo anello; rebisjéur pettine ('rabescatore'?); biljó f. chiodini; tréjyia
f. vettura; pelile f. gallina; picaUtéc pico (forma genuina: picab(}]lc)',
sii'bja f. vipera, lett. 'la fischia'; licaljós pesce; {paréri f. strada];
fabril bastone; tédo calore; gró-dii'rbi (v. § IV) papa, lett. 'gran-
-padre', 'gran-vecchio'; tri tria ragazzo -a, lett. 'minuto -a'; pónci
magnano, che risalirà a *puncta *punctare, cfr. n. 59 3° e 153, e,
per la forma, oltre bjùói già citato, anche sani, chirurgo, da sa-
nér salassare; 236^(7 cV barbiere; lipii'pa speziale, lett. 'il puzza'; cii'ca
f. testa; fjii'hta f. gamba; cdup piede; bedeld (e b'dria) f. pancia; .
grinfa, pjóta f. mano, siiagrinfe asciuga-mani; viljó viljót pelo;
triójra f. dente, quasi 'tritona', cfr. trióla febbre; [ <7r?/ muso] ; /)a-
* loc letto (cubile), e dióu ditale, potrebbero altro non essere che le ge-
nuine proouncie di qualche dialetto più 0 meno discosto. Pare invertito: bo-
castdn, stambecco (steinbock), ma è pure dell' ant. frc; v. DiEZ, s. y.
* Par.: dai chi a pochi lombàrd indi a pochi giorni.
' Cosi anche nel gergo di V. Furva.
58 ^ Nigra,
vdta f. orecchio; (/rata f. rogna; trilj ballo; barn fa f. battaglia-,
Idrgi f. piazza; ratéri f. prigione; péjsi f. lira (cfr. § III); mol sa-
pone; ììéjro carbone; corént stagno; popa f. farina; losi'n (da Iosa
pietra lavagna) piattello; trentii'a f. forchetta (^tridcniuia')] pelurfj a
f. vita, lett. 'pelle'; péjla giudice, lett. *il pela', giustizia; [truca
f. palla, pallottola] ; brapalìtéc edera; brelitolir cuocere; ninfa mulino,
lett. 'il russa'; ftìjna padella (can. fojét tegame, lett. 'foglietto') ; ^o(;
mare {can. ggj piccolo stagno, cisterna); tridojna gonna (can. tridana
specie di panno); ìlkinci f. carta, lett. 'la cancella' (can. skincar can-
cellare); hjap scudo ('stoviglia'); coca cavallo, lett. frc. 'qui cloche',
'il dóndola'; pdutro letto, sonno, pautrìr dormire; lo bon pjérlo Dio,
lett. 'il buon padre'; poljln figlio, poìjind figlia; magér -i buono -a,
bello -a, magér bene; pércJijo Milano; Miirc Torino, lett. 'il ricco'
(v. più sotto); Néva f. Novara, lett. 'la nuova'; pàvatdr percuotere;
Igne miglio, giorno, mep-lonc mezzogiorno, loìiffi f. messa ^.
III. Corrispondenze col 'furbesco', coli' 'argot',
e con diversi idiomi romanzi.
Mor/éri toyérì sogéri io tu egli ella, arg. mez-èm 'moi', tesière 'toi',
sézière 'lui, elle'; nosu'lji vosU'lji noi voi, arg. nousailles 'nous'; ti-
rdche brache, furb. e gergo spagn. tirante, arg. tire 'chausse'; bruna
notte, sera, furb. bruna brunora, arg. brune; gdut pidocchio, furb.
gualtino guallino, arg. gau, got; bacar guardare, furb. balcare, arg.
bocler 'voir'; chjan'r bere, furb. chiarire, arg. clérance 'ivresse';
marcondr maritare, cfr. furb. marcona donna, inarcone rufiìano; po~
Ijindr vendere, furb. polignare (Asc. St. cr. I 127 -=405); mdsci ve-
scovo, cfr. furb. maggio dio, re, signore, papa, arg. mec 'maitre,
roi'; béjro anno, arg. berge^; diirénc formaggio, arg. durème-, brdnói
asino, arg. branque; bore soldo, arg. broque; bru'zi fabbro ferrajo,
arg. bruge 'serrurier' ; cardntola sedia, arg. earante 'table' ; Ungher
coltello, arg. lingre; lòfi lófja cattivo -a, arg. loffe 'imbecile', cfr.
mil. lòffi spossato, y\zzo;p<^jsi lira, arg. pèze 'argent monnayé'; triga
idiota, canav. drogdss mendico, furb. truccante mendico, arg. trucheux
'mendiant'; bdupema chiesa, furb. balza, balzana; [pérehjo anello,
furb. cerchioso]; cóUpa f. casa^, furb. cosco; raménc bastone, regg.
rameng , furb. ramengo; r ii f iuoco, furb. ruffo; tascér oste, furb.
tascheroso, tasccri f. osteria, furb. taschiera; campir fuggire, ant.
* Par.: virànt (girante) collo.
* Par.: son tenti bevo. È voce zingarica (Asc. -S^ cr. I 128 = 406). I Cal-
déros (caldereros) estrangcros sono menzionati insieme coi Gitani in un editto
spagnuolo; Borrow, Zino. I 196, che però pensa ai calabresi.
^ Par. : cosla.
Il gergo valsoanino. 59
tose, campare^', carchéri f. strada, spagn. calca, cfr. furb. calcosa
terra; gdjfa f. bocca, canav. piem. gojofa id., \omb. gojofa saccoccia,
cfr. ital. gaglioffo; garga f. parola, gergdr, gergopjér parlare, ital.
gergo, frane, j argon; ghéjzi f. fame, ghédo mendico, canav. piem.
sgózja, lomb. sgheiza, sghisa, gheine, sgajosa, boi. ghessa fame, frane.
gueux; filrghéna, fii'rgi f. saccoccia, frane. fourg.on; chépa porco,
spagn. cochino, frane, codioni, cfr. irl. céis scrofa; éljo sì, 'hoe-illud',
ant. fre. oli; milcd f. vacca, tose, mucca, bresc. ìnog manzo, borm.
miigra giovenca; lii'gi f. scrofa, raW.-logga; Uberiir morire, liberti
morto, liberila, liberi jd f. morte, rail. sberti uccidere, cfr. cambr.
diysbryd esanime; ndpi (e nico) naso, cfr. bergam. tmpio, venez.
napa; crep f. scodella, cfr. friul. crepp frantume di stoviglia; mèla
coltello, vallanz. méula falce; [trucJiéJsi f. tenaglia, n. 170, e ancora
cfr. l'armor. turkez, gael. turcais].
IV. Voci di origine varia od oscura.
Sigdr andare; cillapjér vincere; gandir piangere; dalihjdr pisciare;
[ghicér ghicopjér vedere 2, cfr. num. 126]; barbi'r mangiare; beri'r,
berejdojijér prendere; cipjér dare 2; bornér bastonare, battere; ascil-
cojijér ammazzare; [broncdr soffiare; calitejér cercare; acari-s-ne
accorgersene]; óejndr cejnojijér rubare; c/Vsc'^r chiamare; ^^icZo/ar
giocare; milrcdr mangiare (cfr. milrc più sotto);- Icrfa lingua; Ili' fa
f. pioggia, lìl'fet piove; dola, bónga f. bottiglia; bessil' botte; gòjo
collo; rcjfa lima, rogna; bilìj barca; bérne denari; pie argento; les
ottone; enei, gdco piombo; céta f. vite; gerp pane; cdlita, fòca f. po-
lenta; lipjengdrt aglio; foréla f. rapa; mdlji f. zucca; bertii'c fagiuolo;
Idnco brodo (cfr. furb. lenza acqua?); onoréjna lardo; tandico salame;
tii'rro butiro; iamdut sevo; borna forno; poc f. cucchiajo; éarln pa-
juolo; Tibie martello; bérfa f. calce, asóecaberfa mastro da muro; garba
abito; gcrlo mantello; bdrgo sacco; ddjra grembiale; benj) ciabattino;
ceni calzolajo; grémo fuoco, fabbro ferrajo; tricónda f. palla; 7iiic bue,
toro; górla, gorlìi'a f. vacca; broc eavallo; tréla asino; Jiju f. pecora;
' Par.: ciamp'i andato, ciampiscènd per vegnir a cosba andando (cammi-
nando) per venire a casa.
- Par.: aghicid veduto, aghiciède 'n poc guardate un poco.
' Par.: bòscieme dammi, gli at boscià gli ha dato, ecc. E ancora nella
par.: chi gliencn bordsset chi gliene desse. Altre voci dalla stessa fonte:
sturbi-lo ammazzatelo, sturbi ammazzato; abride prendete, abri-me prende-
temi; terà perduto; ger pane (mì'crcont ger mangiano pane; e poi, al vers. 30:
ch'o at murcà ton fer, dove resto dubbio sul preciso valore dell'ultima pa-
rola; di sopra incontriamo fra poco: gerp pane, e così in Biond. Dial. gallo-
nai. 539, cfr. ib. 569); crune troje (cfr. crujna nel testo).
60 Nigra, Il gergo valsoanino.
firfa porco', bómba, garii'f-a cane, cagna (cfr. i\ivh. garolfo gatto <)•,
fdjma gatto; td'pi pollo d'india; frilo pidocchio; ghisórba lupo; pléri
f.sete; terlcci f. paura, tarlcna f. spavento; fdper, doc bastone; lii'rna
re; gina prete; bróci, baudróc padrone, bróci, baudróca f. padrona;
arméri -ja ragazzo -a; marét abitante della pianura; tii'jna magnano;
polédro, polurna, bdljo soldato; goc faccia, yiso ',poc labbro; Idjmay
mójno baffi; bricalin *penis'; bil'sci amore; [carchét folletto, cfr. piem.
carcavi^ja ecc.]; bardjno, barisco diavolo 2; trivd corno; méca mam-
mella; bima, léci f. sale; lópa ramino; Idrda f. latta; pitro gozzo;
beHa f. guerra; céjna, pérpa, fenéra ladro; bèga f. 'meretrix' ; tréde
idiota; lurro buco; bario barici guercio -ia; tédo cretino; lépi male;
Deva f. Francia; lo'pa f. orecchia; biiss, rdììhja (quasi 'raschiatura',
'nonnulla', cfr. l'uso di mica ecc.) no, niente; tavéla f. roba; rgngo
melo; pipala f. patata; varcdn lavoro, vareandr lavorare; berléci
pastore; ddìjo sciabola; bigil' bovile; graia f. fiasco; bdra f. raggio;
càjri f. figliuola, ragazza; chilita occhio, brodo, prete; dil'rbi vecchio,
padre; du'rbja f. vecchia, madre;- go'ri uomo^, góì^ja f. donna; berii'a
f. pecora; crii'jna porco, majale (piem. criòt); boc becco; [boc stambec-
co, capro] ; bec f. capra; bepdrt camoscio, bejìdrda f. capra, cfr. § II,
C, 9; grenlii'a f. arena, ghiaja; pióc 'penis''^; diiréll castello; to'pi
cappello, topiisci cappellajo; cenevi malato; cóbjo idiota; milrc ricco
(cfr. milrcdr qui sopra); rójna mulo, mula; fédro asino. Ben singo-
lare è Iporige Ivrea (Eporedia), che di certo non continua diretta-
mente l'antica forma celtica o romana, ma ben piuttosto ci sarà un
nuovo e prezioso esempio tra le voci di cui i gerghi vanno debitori
ai letterati (Asc. St. cr.^ ib.)^.
* Ma pur nel gergo di Parrà : garólf cane.
^ Par.: o gli est venù lo baraino, collera. Nel gergo di Parre: bargnéf
diavolo, canav. barnif id.
' Questa e le seguenti voci hanno base celtica o sono comuni agl'idiomi
celtici. ^ A Parre; piòch asino.
* La massima parte dei vocaboli e delle forme grammaticali, che formano
il soggetto del presente saggio sul dialetto di Val Soana, raccolse per me, in
Ronco, fin dal 1861, il sig. Giuseppe Giovando; al quale m'è grato poter qui
rendere pubblica testimonianza di lode per questo servizio eh' egli ha reso
alla dialettologia dell'ItaHa.
SCHIZZI FRANCO-PROVENZALI.
§1-
SUBIETTO, LIMITI E FONTI DI QUESTO SAGGIO.
Chiamo franco-provenzale un tipo idiomatico, il quale insie-
me riunisce, con alcuni suoi caratteri specifici, più altri carat-
teri, che parte son comuni al francese, parte lo sono al proven-
zale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi
diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza istorica,
non guari dissimile da quella per cui fra di loro si distinguono
gli altri principali tipi neo-latini.
L'ampia distesa di dialetti, in cui è ancora e per ora dato
riconoscere il tipo franco-provenzale, ammette e richiede, come
ogni altro complesso neo-latino, suddistinzioni parecchie; ma
costituisce, anche nell'ordine geografico, un tutto continuo. La
cura di determinare rigorosamente gli estremi confini del com-
plesso franco-provenzale, dev'essere riservata a studj ulteriori.
Qui intanto si mostrerà, come questa serie di vernacoli si stenda,
nella Francia, per la sezion settentrionale del Delfinato (dipar-
timento dell' Isera); indi passi il Rodano in doppia direzione:
verso ponente, per occupare una parte, e forse la maggior parte,
del Lionese; e verso tramontana, per far sua la sezion meri-
dionale della Borgogna (dipartimento dell'Ain); onde poi, come
in colonna longitudinale, appar che s'incunei, non senza patire
molti danni, tra il francese a ponente ed a levante, tanto da
attraversare l'intiera Franca-Contea e metter capo ben den-
tro al territorio lorenese (sezioni dei dipartimenti del Jura, del
Doubs, dell'Alta Saona * e dei Vogesi). Ma Francia è oggidì an-
che la Savoja, tutta franco-provenzale; e son franco-provenzali,
nella Svizzera, i dialetti proprj dei cantoni di Ginevra, del Vaud,
* Si raggiunge anche l'Alsazia con la varietà di Giromagmj (distretto di
Belfort).
62 Ascoli,
di Neufchàtel con un piccolo tratto di quel di Berna (tra il Jura
e il lago di Bienne ^), della maggior parte del cantone di Fri-
burgo -, e della sezione occidentale del canton Vallese ^. Di qua
dall'Alpi, finalmente, spettano a questo sistema i dialetti ro-
manzi che sono proprj della Valle d'Aosta, e quello della Val
Soana.
Di cotesta famiglia d' idiomi non solo è mancata, in sino ad
ora, una descrizione qualsiasi, ma ne è ancora mancata, si può
dire, la prima notizia, poiché nessuno, che io sappia, l'ha mai
riconosciuta od affermata. Nulla è che valga, per questa parte,
nel capolavoro del Diez ^ Una sentenza da par suo ha bensì lo
Schuchardt intorno ai vernacoli franco-provenzali della Sviz-
zera^; ma tutto il resto della famiglia rimane inavvertito anche
per lui. Né l'Haefelin, a cui dobbiamo un lavoro metodico in-
torno a' vernacoli del cantone di Neufchàtel ^ e a cui altrettali
• Ma son francesi, all'incontro, i vernacoli del Jura bernese.
^ Circa il preciso confine fra il linguaggio romanzo e il tedesco nel can-
tone di Friburgo, si vegga per ora: FucHS, Die romanischen sprachen in
ihrem verhàltnisse zur lateinischen, p. 77.
' Il villaggio di Finge {Pfyn) segnerebbe, sulla via maestra, alla riva sini-
stra del Rodano, il confine tra il franco-provenzale e il tedesco. È pressap-
poco alla stessa longitudine il villaggio di St-Luc, donde proviene il più orien-
tale dei nostri saggi vallesani.
* Dopo aver descritto le sezioni della Francia e della Spagna che entrano
nel territorio provenzale, dice il Maestro (P 102): 'qui finalmente spettano
'ancora la Savoja e una piccola parte della Svizzera (Ginevra, Losanna, e,
'come par certo, anche il Vallese meridionale [und vrohl anch das sùdliche
'Wallis]).' AI territorio francese attribuisce poi indeterminatamente (ib. 118):
'una parte del Belgio e della Svizzera'. Si accorge acutamente della parti-
colare impronta del dialetto di Grenoble (Delfinato settentrionale), che anno-
vera tra i provenzali (ib. 109); ma non coglie la ragion vera dell'i caratte-
ristico di giaci rimpetto all' a di ì^oba; e vede neìV eg di neg, neve, caratte-
ristico anch'esso, un'alterazione del dittongo che è nel provenz. netc, anziché
la normale risposta dell't latino. Mende, che sarebbe un dovere di notare in
silenzio, se ad altri non piacesse d'insistere, con una cieca venerazione che
al Maestro di certo non piace, su tutto quanto è scritto nell'opera insigne.
' . . . das gebiet der schweizer patois . . ., welche, untereinander durch ge-
wisse charakteristische merkmale eng verbunden, die franzòsischen rait den
provenzalischen mundarten vermitteln. Ueber einige falle bedingten laul-
wandels im churwàlschen, p. 21.
•^ V. più sotto, tra i 'fonti'.
Schizzi franco-provenzali, § I. Esordio. 63
ne dovremo sugli altri vernacoli franco-provenzali della Sviz-
zera (come già V Atxhivio vanta quello del Nigra sul valsoa-
nino), dà indizio egli pure di avere spinto lo sguardo al di là di
quel confine. Un parallelo lessicale tra il 'patois de la Taren-
taise (Savqja)' e il ^patois de la Suisse romande\ ha però dato
l'abate Pont nel suo libro che più innanzi si cita (p. 89-124); e
il Nigra avvertiva la stretta affinità fra aostano e valsoanino
(Arch. Ili, 2).
Può parer singolare, e per doppia ragione, che prima d'oggi
non si fosse avvertita e misurata l'estensione di questa fami-
glia. Poiché, imprima, e le ragioni geografiche e le politiche e
le commerciali dovevan rendere palesi, anche tra i volghi, le
speciali affinità; e la notizia di queste avrebbe quindi dovuto,
da molto tempo, destar l'attenzione dei dialettologi ^ V'ha poi,
in secondo luogo, che di testi o saggi a stampa di varia ma-
niera, dai quali si potesse ricavare una notizia sufficiente dei
limiti e dei caratteri del complesso franco-provenzale, non c'era
punto difetto. Cosi dai presenti fogli si vedrà, che se i recenti
lavori d'altri compagni di studio e qualche propria sua rac-
colta furon certamente di non poca utilità al loro autore, egli
sarebbe però riuscito a una dimostrazione integrale pur quando
avesse dovuto limitarsi ai vecchi saggi, o anzi a quella sola e
anche scarsa parte dei vecchi saggi che stava nel momento a
disposizione sua -. Ma, come egli crede e forse non è afi"atto
' Cosi, la stretta aflSnità dialettale fra la Eresse (v. ^\in', più sotto) e la
Savoja, congiunte un tempo anche nell'ordine politico, era sicuramente notata
da gente d'ogni ceto; e anzi credo che sempre passi tra le cose notorie. Ma
è singolare la ristrettezza dell'orizzonte in cui sta rinchiuso lo Champollion-
FiGEAC, il quale, studiando i vernacoli franco-provenzali del dipartimento
dell' Isera, nota semplicemente che quelli dei cantoni situati al nord-est 'si
risentono, in parte, della vicinanza dell'antico Bugey (ora compreso nel-
r*Ain')'; e che quello dell'estremità orientale della valle di Graisivaudan, a
nord-est di Grenoble, del cantone d'Allevard in ispecie, ha un carattere ab-
bastanza spiccato, il quale viene a conferirgli una 'grande identità (grande
identit(5) col vernacolo della porzion del dipartimento del Monte Bianco limi-
trofa a questo cantone' (op. cit. più sotto, tra i fonti; p. GG, 63-4). Più in là,
non ci vede.
^ Può in ispecie considerarsi, a questo proposito, lo spoglio che si dà nel
§ II 1, sotto «Neufchàtel', nel testo, in confronto di quello che s'aggiunge in
nota. V. anche la nota a 'Val Soana', ib.
64 Ascoli,
inutile che qui si avverta, è invalso tra molti studiosi uno spi-
rito di soverchia diffidenza contro codesti saggi che appajon
cosi remoti dalla precisione a cui la scienza odierna giustamente
aspira. Tutti sentono l'importanza ch'essi avrebbero, e nell'or-
dine glottografico e pure in quello della critica letteraria, se si
potessero far parlare con sicurezza sufficiente; ma di conseguir
cotale sicurezza, pare che i più disperino affatto ^ Ora, non
v'ha dubbio che i saggi, a cui si allude, lascino in molti casi
un gran desiderio di maggiore accuratezza, di maggior coerenza
e perspicuità nel modo loro di rappresentare i suoni e le forme
de' rispettivi dialetti; e nessuno è forse meglio persuaso di me,
ch'essi, malgrado ogni nostra cautela, possano indurci in errori
non lievi. Ma pur tacendo che altro è, ad ogni modo, il rico-
noscere di simili verità, altro il rassegnarci a non far nulla
in sino a che non ci vengano migliori ajuti, i quali, massime
per le fasi ornai tramontate, possono anche non venirci più:
c'è sopratutto da dire, che le incertezze, a cui, di primo tratto,
i vecchi saggi pajon condannarci, si sogliono in effetto dile-
guare, per la massima parte, sotto l'azione di una critica per
poco insistente 2. Cosi, le disformità possono risultare grandis-
* A proposito del costrutto che la critica letteraria avrebbe potuto e potrà
ricavare dall'indagine franco-provenzale, mi sia permesso di notare in questo
luogo, come il frammento àeW Alessuìidro di Alberico da Besangon, che il
Paris {Vie de Saint Alexis,5o) porrebbe fra ì 'textes mixtes', offra indizj
ben significativi d'idioma franco-provenzale, quale appunto si addirebbe alla
patria dell'autore (vedi il § I, 1, sotto 'Doubs'). Così, per tacer d'altro, ì" -a
normale di tanta terra^ totas ecc., cede il posto all' -e, per effetto della pala-
tile che precede, in batalle e per granz ensignes; e se gli editori credono
eliso un -a in lanci e faillenti (et de sa lanci' en loyn jausir, et senz fail-
lenti' altet ferir), noi all'incontro ci vedremo le legittime forme franco-pro-
venzali lan?i faillenti, malgrado il letterario Grecia Gretia (dinanzi a con-
sonante; così sapientia dinanzi a voc, e pecunia din. a cons.). Cfr. gli spogli
franco-provenzali del § I, 1, sotto il num. iv delle diverse rubriche; e in ispe-
cie quello del testo franco-provenzale del XIII sec, sotto *Ain', in nota.- Le
ortografie batalle ensignes lanci faillenti, nel frammento àeW Alessandro,
hanno per sé la nuova guarentigia di un riscontro che il prof. Caix ha gen-
tilmente fatto sul codice, apposta per il caso mio.
- Ci vuole però, di certo, uno spirito critico alquanto diverso da quello,
che fa credere mutato in « il r dell' infinito, perchè in qualche saggio lore-
nese occorra p.e. treuvèt trouver (Schnakenburg, p. 65; cfr. i Mélanges, che
si citano tra' fonti, p. 215-6, e ora Chabaneau, nella bella grammatica limo-
sina ch'egli viene pubblicando, Rev. V 180).
Schizzi franco-provenzali, § I. Esordio. 65
sime anche tra due saggi in cui pur si rifletta una medesima
fase dialettale; per la ragione che non vi si tratti di ortografìe
tradizionali, o di convenzioni grafiche più o men largamente
accettate, ma ben piuttosto di tentativi individuali, che sono
fra di loro affatto indipendenti. Senonchè, per entro a un me-
desimo saggio, la coerenza, e lo studio di accertare le pronun-
zie, sono di regola ben maggiori che solitamente non si creda;
e via via che le nostre esercitazioni comparative si estendono
e si allargano, ogni cosa si rischiara e si assoda a tal segno,
che, nel maggior numero de' casi, poco o nulla ci mancherebbe
a raggiungere l'esattezza assoluta. Del rimanente, lo sprone
del dubbio e l'importanza delle cose intorno alle quali il dubbio
versa, varranno appunto, come speriamo, a promuovere delle
nuove collezioni, che rispondano, senza più, alle esigenze della
critica odierna. E in nessuno, di certo, può essere più vivo che
in me il desiderio, che la materia e l'indagine presto si accre-
scano e si affinino, per guisa da rendere pressoché superfluo
quel poco che è ora a me dato d'ofl'rire.
Del metodo che ho tenuto nel porre insieme e nello studiare
questo poco, e degli stenti che mi ha causato anche l'ordinarlo
secondo le ragioni della geografìa naturale e della storica, mi
parrebbe quasi ozioso il discorrere; e sarà piuttosto lasciata
ai giudici anche la cura di escogitar le mie difese. Altro dun-
que non mi rimarrà per questo esordio, se non d'indicare il
contenuto degli altri due paragrafi che gli tengono dietro, e dar
l'elenco di gran parte de' fonti.
Il secondo paragrafo sarà delle dimostrazioni; il terzo
conterrà dei cenni riassuntivi. Il secondo va poi suddiviso
negli articoli che ora enumero, dopo aver notato, una volta
per sempre, che l'elemento fonetico, a cui le intitolazioni si
riferiscono, è di regola quello delle basi romane: 1. Riflessi
dell'a; e specialmente dell' a che riesce preceduto da suono pa-
latile.— 2. Il dittongo pel quale si continuano l'^ lunga o Vi
breve. — 3. Il dittongo pel quale si continuano Vó lungo e Vie
breve. — 4. Il dittongo pel quale si continua Vó breve fuor di
posizione e 1' ó di posizione. — 5. Il dittongo dell' e di posi-
zione.— 6. Il continuatore dell' « lungo. — 7. La vocal mediana
dello sdrucciolo. — 8. Nasali. — 9. j preceduto da altra conso-
Arcliivio glottol. ital., III. ^
66 Ascoli,
nante. — 10. l preceduto da altra consonante. — 11. / cui sus-
segue altra consonante (eccettuato LJ, che spetta al n. 9). —
12. s all'uscita. — 13. s cui sussegue altra consonante (eccetto
SJ). — 14. s in h. — 15. e e /7 cui sussegua a\ e e Q g all'u-
scita.— IG. c^ e cs. — 17. Dileguo del d primario e del secon-
dario.— 18. Digradazioni di ii e h. — 19. L'interdentale j) da p
di fase anteriore; e del suo parallelo sonoro. — 20. Traslazione
dell'accento. — 21. Fenomeni epentetici ed epitetici. — 22, A. Va-
rietà morfologiche. — 22, B. Varietà lessicali.
Passo ora all'indicazione dei fonti onde trassi gli esempj la
cui provenienza o non è allegata del tutto o non l' è compiu-
tamente, e li ordino secondo la distribuzione geografica che è
principalmente osservata nel primo articolo del § II. Ma prima
risolvo alcune sigle:
Brid. ■== Glossaire du patois de la Suisse romande par le doycn Bri-
DEL, avec un appendice, comprenant une sèrie de traductions de la
parabole de Venfant prodigue, quelques morceaux patois en vers et
en prose, et une collcction de proverbes, le tout recucilli et annate
par L. Favrat (Mémoires et documents publiés par la Société d'histoire
de la Suisse romande. Tome XXI). Losanna, 1866.
Mèl. ° Mélanges sur les langues, dialectes et patois; renfermant,
entre autres, une collection de versions de la parabole de Venfant prò-
digue en cent idiomes cu patois di/férens, presque tous de France;
précédés d'un essai dhm travail sur la géographie de la langue fran-
gaise (di Coquebert de Monteret). Parigi, 1831.
par. t= Parabola del figliuol prodigo.
Rec. = Recueil d'opu<iCules et de fragmens en vers patois, extraits
d'ouvrages devenus fort rares. Parigi, 1839.
Rev. = Revue des langues romanes publiée par la Société pour
Vétude des langues romanes. Montpellier e Parigi. Ne è in corso il
sesto volume.
Rom. = Romania. Recueil trimestrel consacré à Vétude des lan-
gues et des liltératures romanes, publié par Paul Meyer et Gaston
Paris. Parigi. Ne è in corso il terzo volume.
ScHN. = Tableau synoptique et comparatif des idiomes populaires
ou patois de la France ,... . accnmpagné d'un choix de morceaux en
vers et en prose dans les principales nuances de tous les dialectes
ou patois de la France; por J. F. Sciinakeneurg. Brusselle, 1810.
Schizzi franco-proveuzali. § I. Esordio. 67
Tarant. = Origines da patois de la Tarentaise {précls historique;
proverbes; chansons; parallèle avec le patois de la Suisse roìnan-
de, etc, etc), par Vabbé G. Pont. Parigi, 1872.
vals. = NiGRA., Fonetica dd dialetto di Val-Soana (Archiv. glott.
ital., in, 1-52).
Bassi Pirenei.- Bajona, Schn. 210-16.
GiRONDA.- Bordeaux, Schn. 205-209.- La Rèo Ile, par. Mél. 500.
Gers.- Par. Mél. 501.
LoT ET Garonne.- Agen, Reo. 80-89 e 170 (fine del sec. XVII).
DoRDOGNE.- Sarlat, Reo. G6-79 (fine del sec. XVII), e par. Mél. 492.- Non-
tron, par. Mél. 491.
Alta Vienna (Alto Limosino).- Schn. 180-96, e due par. Mél, 494-5.
CoRRÈZE (Basso Limosino).- Schn. 197-204.
Cantal (Alta Alveruia).- Chalinargues, J. Labouderie nei Mél. 99-115.
e Va vi vuol essere 'un son qui participe de Va et de Ve, semblable à
celui de Va final chez les Espagnols' (ib. 116).- Aurillac, par. Mél. 497.
PuY-DE-DÓME (Bassa Alvernia).- Saint-Amant Tali end e, par. Mél. 496.
Arriège- Saint-Girons, par. Mél. 506.- Pamiers, id. 503.- Circonda-
rio di Foix, id. 504-5,
Alta Garonna.- Tolosa, Schn. 107-14 (sec. XVII), 117-22 (sec. XVIII).
Tarn et Garonne.- Montauban, par. Mél, 499.
Lot.- Cahors, Schn. 135-7, Rec. 90-6 (Pelissié, sec, XVIII),
AvEYRON.- Rodez, par. Mél. 498. Lozère.- Par. Mél. 513.
Aide.- Carcassonne, par. Mél. 508.- Narbonna (Bergoing, U Eneido
de Virgilo, librò quatriesmé etc; Narbouno, 1652), Reo. 45-52.
Héral'Lt.- Montpellier, Schn. 123-28 (Le Sage, sec. XVII); ecc.
Card.- Nìraes, Schn. 129-31 (Michel, sec. XVII), e par. Mél, 517.- Le
Vigan, par. Mél. 520.
Alta Loira - Dintorni di Le Puy, par. Mél. 514.
Ardèche.- Privas, par. Mél. 515.- Circond. d' Annonay, id. 516.
Bocche del Rodano.- Marsiglia, Schn. 152-01 (Scbn. chiama l'autore:
Le Gros; e sarà Toussaint Gros, sec. XVIII), e par. Mél. 521.
Varo.- Tolone, Schn- 162-65, e par. Mél. 523.
Valchiusa.- Avignone, Schn. 140-44, e par. Mél. 527.- Carpentras,
Schn. 145-51.
Basse Alpi.- Circond. di Castellane, par. Mél. 526.- Cantone di Seyne,
id. 525.
Alte Alpi.- Gap, par, Mél. 533.
Dróme- Valence, par. Mél. 529.- Die, id. 532,- Le Buis, id. 531.-
Nyons, id. 530.
Isère.- Nouvelles recherches sur les patois ou idiomes mdgaires de la Fran-
cc, et en particulier sur ceux du département de VIsèrc, par 3. J. Cham-
pollion-Figkac. Parigi, 1809.
68 Ascoli,
LoiRA (Forez).- Rec. 135-6.
AiN.- Vedi il rispettivo spoglio, al § II, 1.
.Tira (dipart. del).- Vocabulaire de la langue ì'ustique et populaire du Jura,
par M. MoNNiER, nei Mél. 30-83, 150-219.
Ginevra (dint. di).- Ancienne chanson swr l'escalade de Genève, Brio. 518-22 ;
par. Brio. 460, e par. Mél. 540. Gli esempj tratti dalla ^chansoa' si distin-
guono per il numero da cui sono accompagnati.
Territorj savojardi (air infuori della Tarantasia).- Cantone di Thónes
(Annecy), par. della Statistiqiie generale de France; Département du
Mont-Blanc (Parigi, 1807); p. 307.- Territorio delle Bauges (Cham-
béry), par. ib. 304-6.- Cantone d'Albertville, saggio poetico, a p. 148-9
del libro del Pont, citato fra le sigle per 'Tarant.'- Valle di Beaufort,
saggi poetici, ib., p. 138-48.- Aigu ebelle (Moriana), par. della Statisti-
g'i^e ecc., p. 304-6. - Vecchi saggi savojardi, Rec. 15-17, 19-23, 115 n.
Tarantasia.- Sainte Foy, raccolta mia propria.- Il resto, dal libro che è
citato di sopra, fra le sigle, per 'Tarant.'
Valsoana.- V. *vals.' qui sopra, fra le sigle.
Val d'Aosta.- Aosta; Arpeville; Cogne; St.-Reray; St. -Marcel; Fa-
ni s; tutte raccolte mie proprie. Ma nelle note si citano, per le sigle che
ora risolvo, alcuni saggi valdostani che sono a stampa: alm. = X,e garde-
national, soit almanach du ducile d'Aoste pour l'an 1850, compilò par
le capitaine L. Pléoz (p. 131-33). Aosta. dialg. = versione valdostana
del solito dialogo nella raccolta dello Zuccagni-Orlandini. rép. = La
langue frangaise dans la vallèe d'Aoste ecc. Aosta, 1862.
Vallese.- Evoléna, par. Brid. 433-4;- St.-Luc, id. 431-2;- e i saggi, che
si citano in nota, sono nel seguente libro: Reise in die weniger bekann-
ten thdler auf der nordseite der penninischen Alpen, von Julius Frò-
eel; Berlino, 1840, Sembrancher, par. Brid. 436-8; - Vétroz,
id. 435-6;- St.-Maurice, par. Mél. 534;- Val d'Illiez, par. Brio. 480-1.
Val'd. - Gryon, par. Brid. 438-9.- Ai gì e, favola ap. Brid. 509-10.- 0 r-
monts-Dessus, par. Brid, 440-1.- Chàteau-d'GEx, id. 443-4.- Mont-
reus, id. 441-3, par. Mél. 542, e 'Les Bucherons' ap. Brid. 500-1.-
[Racconti del Bridel, riprodotti dal Cornu; vedine lo spoglio, al § II, 1.]-
Vevey; T almanacco: Le véritable messager boiteux de Berne et Veveij
per il 1873 e il 1874 (Vevey); e 'Chant des vendanges' nel vernacolo dei
dintorni di Vevey, ap. Brid. 497-99.- Pully, racconto in versi, ap.
Brid. 512-18,- Dintorni di Losanna, saggi in prosa e in verso, ap,
Brid. 507-9,511-12.- Le Mont, par. Brid. 453-4;- Saint-C ierge,
id. 451-2;- Sainte-Croix, id. 466-7;- Orbe, id. 455-6;- Marchissy,
id. 456-8;- Brassus, id. 462-3;- Vallorbes, id. 464-6;- Co ram u-
gny, id. 458-60.
Friburgo (cant. di).- Gruyères, par. Mél. 543;- Basse-Gruyè r e, par.
Brid. 445-6;- proverbj della Gruyère, Brid. 534-44. - Territorio fra la
montagna e la Broye, par. Brid. (Stalder) 447-9;- 'patois broy ard',
verso Estavaycr-le-Lac, par. AIél. 541 ;- 'patois d'Estavay er (v.§II, 1)',
par. Brid. 449-50.- Canzoni friburghesi, Brid. 485-9, [491-2J.
Schizzi franco-provenzali, § I. Esordio. 69
Nel'fchatel (cant. di).- Dintorni di Neufchàtel, favola ap. Brio. 524;-
V a 1 a n g i n , par. ib. 470-72 , aneddoto ib. 523 , proverbj ib. 530 segg. ; -
Landeron, apologo ib. 522-3;- Le Lode, par. ib. 468-9;- Verriè-
res, favola ib. 523. Allo scarso materiale che poteva ricavarsi da
codesti saggi, ora si aggiunge o contrappone la copiosa e ordinata messe
offertaci dall' Haefelin nello studio di cui egli ha arricchito il XXI voi.
della Zeitschrift del Kuhn, ed è pubblicato anche in opuscolo a parte,
col titolo: Die romanischen mundarten der Sudicestschiceiz; mit rùch-
siclit auf die gesfaltung des lateinischen elements nntersucht itnd darge-
stellt von Franz Haefelin; /. die neuenburger mundarten; Berlino 1874.
Io cito le pagine dell'opuscolo; e alla trascrizione dell" Haefelin sostitui-
eco quella deW Archivio, tranne per i e z, che riproduco talquali, non
vedendo con precisione quali sfumature di pronuncia essi vogliano rap-
presentare. Né ho potuto segnare la quantità nell'o e nell'o?. L' Haefelin
distingue cinque diversi gruppi di vernacoli neufchàtelesi, e li contras-
segna al modo che segue: I = 'patois de Lignières; patois du vignoble
du nord-est'; II = 'patois du Val-de-Ruz'; III = 'patois des montagnes';
IV = 'patois du Val-de-Travers'; V = 'patois du vignoble du sud-ouest;
patois de la Farcisse'. Nel mio ordinamento, i cinque gruppi si son dovuti
diversamente succedere: Sezione di sud-est (= V Haef. '}; Val de
R u z (=11 Haef.^i ; Sezione di nor d-e s t (= I Haef.) ; Sezione delle
montagne (=111 Haef.); Val de Travers (= IV Haef.). E dei cinque
sagginoli citati di sopra, ne riviene uno appunto per ciascuno dei cinque
gruppi, come chiaramente si vede al §11, 1.
Berna (cant. di); sezione tra il Jura e il lago di Bienne.- Montagna di
Di esse, par. Mél. 537.- Bienne, id. 536.
DouBs; sezione occidentale (Franca Contea).- BesanQon, par. Mél. 481, e
Fallot, Recherches sur le patois de Franche-Ccmté, de Lorraine et d'Al-
sace, :Montbdliard, 1828, p. 134-5.-
Alta Saona (Franca Contea).- Cantone di Champlitte, par. Mél. 480.-
Cantone di Vesoul, id. 479;- cant. di Vauvilliers, id. 478;- cant. di
Champagney, id. 477.
Alsazia; distretto di Belfort.- Giromagny, par. Mél. 476.
Lorena; dipartimento dei Vogesi (v. sotto).- Liste, en patois de Dommar-
tin prés de Rerniremont {départ. des Vosges), de trois cent neiif mots ecc.,
par M. Richard des Vosges (sic), nei Mél. 137-43; e Èxtrait d'un glos-
saire des diff'érens patois en usage dans le département des Vosges;
par M. Richard (des Vo.~ges), nei Mél. 117-36.
DouBS; sezione orientale.- Montbcliard; il libro di Fallot, citato sotto
'Doubs; sezione occidentale',
Jlra bernese.- Del«5inont, par. Brio. 476-77;- Tavannes, id. 474-76;-
Val Saint-Imier, Brid. [Stald.] 472-4 Corgémont, Mél. 538 Cour-
telarv.
* Dico sud-est, rispettivamente al Cantone; e non contraddice l'avervisi un 'patois du sud-
ouest', che è di sud-ovest rispetto alla città di Neufchàtel.
70 Ascoli,
Alsazia; distr. di Altkirch. - Par. Mél. 475.
Lorena (v. sopra).- Territorio di La Roche (Vogesi) : Oiìerlin, Essai sur
le palois lorrain des enmrons du comté du Ban de la Roche, fief royal
d'Alsace. Strasburgo, 1775.- Gérardijier (Vogesi), par. Mél 474.- Ex-
coutea di Vaudemont (Meurthe), id. 473.- Dintorni di Lune vi Ile
(Meurthe), Oberlin, libro testò citato.- Dintorni di Bar-le-Duc (Mosa):
CoRDiER, Vocabulaire des mots patois en usage dans le département de
la Mense. Parigi, 1833.- Onville (cani, di Gorze), par. Mél. 471. -
Metz, ScHN. 253-61.
Ardenne; sezione belgica.- Par. Mél. 470.
Territorj valloni. - N a m 0 u r , par. Mél. 464 ; - L i e g i , id. 462 ; - Ma 1-
ra e d y , id. 463.
Passo di Calais.- Saint-Omer, par. Mél. 469;- cantone di Arras, id. 467;-
cant. di Carvin, id. 468.
Nord.- Cambrai, par. Mél. 466.
Superfluo quasi V avvertimento, che sempre è riprodotta tal quale l'ortografia de'fonti,
quando non sia espressamente avvertito che la trascrizione àeWArchivio ne abbia potuto
assumere le veci.
§ "•
DIMOSTRAZIONI.
1. RIFLESSI dell' a; E SPECIALMENTE DELL' a CHE RIESCE PRECEDUTO
DA SUONO PALATILE.
L'antitesi più decisiva, tra idioma provenzale e idioma fran-
cese, si manifesta nei riflessi dell'A latino, cosi in accento, come
fuori di accento.
L'A tonico rimane incolume, anche nel francese, quando egli
sia in posizione; ma, fuor di posizione, vi si suole alterare, e
si riduce di solito ad e. Cosi, arme arma, apre àsper, qiiart
quàrtus, quattre quàttuor; ma: aimer amare, chez (presso)
cdsa, aimée amata; ecc.
Nel provenzale, all'incontro, e nell'antico in ispecie, l'A to-
nico si rimane costantemente incolume: aspre, amar, chas,
amada; ecc.
L'A essendo atono nella sillaba finale, riducesi nel francese
a un' e muta; nel provenzale rimane a (che ne' moderni dialetti
è prevalentemente o). Così: frc. couronne, prov. corona; frc. ai-
mée, prov. amada; frc. chantes, prov. chantas.
Schizzi franco-piov. § II, 1. Riflessi deli' a. Introduzione. 71
Ma in ordine al francese si aggiunge, che negli antichi mo-
numenti occorra ie, anziché e, per l'A tonico fuor di posizione,
ne' seguenti due casi: 1. Quando al continuatore dell' A pre-
ceda uno de' suoni che brevemente diciamo palatili, e sono:
i, j, e le consonanti (nessi o semplici), che in se contengono
o da cui facilmente si sviluppa uno J, vale a dire: I, n, s {e),
z (g), Q. Esempj : crestiien christianus, chier carus; deignier,
chevalchier *cabaircare, Ju/7ier; ecc.- 2. Quando al continua-
tore dell' A preceda r, o consonante dentale (semplice e pur
combinata), che alla lor volta susseguano a un i (j), o a una
combinazione di vocali che si chiuda per i. Esempj: emjpiriery
haitier (mod. soM-haiter), aidier, amistié. — Le due serie vanno
tenute ben distinte, comunque corra una strettissima attenenza
tra i due fenomeni da cui son determinate, si per la causa che
li produce, e sì per gli esiti in cui li vediamo ulteriormente
risolversi. E v'ha una base che mal si saprebbe a qual delle
due serie assegnare, od appartiene, per dir meglio, a entrambo
le serie. È quella che ci è rappresentata da abaissier abbassare;
il cui ss può facilmente comprendersi in quel complesso di esiti
fonetici che noi segnammo per g tra' suoni palatili, e appunto
per questo è preceduto dall'i, che alla sua volta basterebbe a
promuovere Vie =e = A' '.
Ancora va qui notato, come slW ié succedendo m\ e atona, sia
normale nell'antico francese la riduzione i = ié {ie = iée); cosi:
tranchiée e tr anelile par tic. fem. (mod. iranchée), chiéent e
chìent ca[d]unt; Diez IP 234-5, Mussafia l.c.
Di cotesto ie = e = k', rimangono all'odierna lingua francese
' Cfr. Arch. I 85-86. Qui, del resto, sono costretto a molta brevità, e non
mi rimane se non la speranza che la brevità non causi imprecisione. Si vegga
il MissAFiA nel Jahrbuch di Lemcke, VI 115-6, dove riassume le osservazioni
del Bartsch e le proprie;- Tobler, Li dis don vrai aniel, p. xxx n. (cfr. xx);-
ScHLXHARDT, Ubev eitxige fàlk bedingten lautwandels im chHrioàlschen,-p.o-26,
dove sono estese e acute ossservazioni suU'alterarsi deWù per effetto dei suoni
palatili che gli precedano; osservazioni già lodate nel primo vo]. àeìVArchiviot
che anch'esso ripetutamente considera questa serie di fenomeni (v. p. 538 a,
e in ispecie il num. 219 di 'Sottoselva', pag. 147-53). Circa la sentenza di
G. Paris, Vie de Saint Alexis^ p. 79 u., il quale, fondandosi sulle forme pi-
carde, ripeterebbe dalla gutturale, anziché dalla palatile, 1'» di c?ué = ca, si
veggano qui appresso i num. 9 e 15.
72 Ascoli,
i seguenti esempj: chien; amitié moitié pitia {Diez P 441, Schu-
ciiardtI. c. 20). In chicn, confrontato con pain ecc., si avverte,
oltre Vi che precede il suono e, anche una particolar determi-
nazione di questo suono. Ma è affatto legittima, appunto perchè
gli precede Vi; onde si ottiene un caso molto simile, o pres-
soché identico, a quello di chrétien ecc. allato a vilain ecc. ^.
Anche l'estrema riduzione dell' A tonico a cui preceda suono
palatile, cioè la riduzione al solo ^, rimane alla moderna lingua
francese in ^C^ = ant. gist, jacet. Uà di ^placet', combinato con
Vi che si propaggina dall'antico z { = g = c), dà Vai di 2'^lait
{=ant. plaist; cfr. Arch. I 82); ma nella continuazione di 'ja-
cet', si ebbe Va circondato da due i, o meglio da due_;, e quindi
l'esito diverso (gjajct, gjejct, g'ict). È tal quale la differenza
che intercede fra Cflm&ra?/ = *Camraj Camrac (Camaracum), e
Fleiiry = *Fìor}e^ "Floriaj Floriac (Floriacum), Diez P 247 ^ E
l'effetto della palatile è sentito anche nell' atona: gisons gisant
(inf. ant. gesir gisir, allato Siplaisir).- Un'altra apparente ano-
malia dell'odierna lingua francese (Djez P 148), potrà ancora
qui aver la sua dichiarazione. È chair carne, che dovrebb' esser
char (ant. charn char), stante la posizione, e dà all'incontro,
di certo per effetto dello s [e], un suono intermedio fra Va
incolume nell'antica posizione, com'è in vai, vallis, e Va in e
fuor di posizione, com'è in sei, saP. Anche ne' dialetti ladini
* Il Diez, all'incontro (P 149), dovette limitarsi a dire: 'Auffallend ist chien
fiir chain, wenu man pain aus panis und àbnliche daneben stelli'.
- Analogamente porremmo, dato il normale dittongo dell' e originale di un ant.
EC : *iéjg, ìg (diéj? dix). Qui può ancora notarsi come negli esempj francesi
e provenzali di i = e, prevalga il caso dell'e attigua a suono palatile (cfr. val-
Eoan. n. 9): cire^ merci ecc. Diez P 151; e vien da domandare se sia proprio
■una mera combinazione che nel francese occorrano con l'infinito in ir tutti
gli antichi verbi di seconda il cui -ère andava preceduto da e : ant. frc lui-
sir lucere, leisir licere, gesir ^ mtisir, taisir, plaisir; allato a valeir, doleir^
aveir, ecc. Per l'influsso della palatile attigua sopra Ve originale, può ancora
citarsi dal frc. la pronuncia chiusa dell' e di -ége -iége: proto gè piége ecc.
Diez P 419. — Da altri teri'itorj, non mi permetterò di qui allegare se non
questo: che Vi ital. dall' e atona s'ha principalmente quando le è attigua una
palatile: ciriegio, ginocchio^ giltare (cfr. Arch. I 30; e l'i passa poi anche alla
tonica: gitto), dicembre, signore, migliore, v. Diez P 173, e Arch. I 42 ecc.
' Sarebbe una determinazione speciale dell'e (cfr. main ecc.), voluta dalla
specialità del caso (a dell'antica posiz. ARN); cfr. siitt gatto, a Cogne, s. 'Val
Schizzi franco-prov. § II, 1. Riflessi dell' a. Introduzione. 73
di Sottoselva, che mantengono incolume Va, e in posizione e
fuori, quando non gli preceda suono palatile, vediamo appunto
Yd passare in e pur nella posizione (AR + cons.), precedendogli
e; e proprio in questo stesso esemplare: ce7'7i, carne, allato a
car carro, ecc.. Ardi. I 123 124 e 148. Ancora noterò il mod.
frc. gerde, allato all'antico garbe {jarhé), prov. e spagn. garba,
ted. garbe, covone '.
Ma Yie, o più solitamente Yi, per l'antico A preceduto da
suono palatile, sempre occorre abondantemente in parecchi ver-
nacoli francesi. Si avverte in principal modo nei dialetti
lotaringi, che vuol dire sopra un territorio dialettologico nel
quale il tipo francese e il franco-provenzale si toccano e si con-
fondono. Dal territorio lorenese il fenomeno si protrae, a tra-
montana, in quello dei Valloni. Nell'idioma borgognone, poi,
che vuol dire nella regione che sta a ponente della interseca-
zione franco-provenzale e lorenese, l'influsso della palatile sulla
determinazione del continuatore dell'a è ancora ben manifesto;
ma vi si tratta di una manifestazione diversa, la qual riap-
parirebbe anche sul territorio picardo, all'estremità settentrio-
nale della Francia -.
Ora tra i fenomeni piìi caratteristici dei vernacoli franco-
provenzali, egli è codesto dell' avervisi ie, i, e, per l'antico A
d'Aosta'.- Il Bartsch, Chrest.^ pone chair anche tra le forme antiche; ma Vai
sempre contrasta all'ipotesi che si tratti di un a fuor di posizione, cioè del no-
minativo 'caro'.- Quattro esempj di ai parevano anomali od arbitrarj nel fran-
cese: aile, claiì^paire, chair (v. Missafia, Zeitschr. f. d. òsterr. gymn., IX,
740, G. Paris, l. e, 48). Ma i tre primi son chiariti nel primo voi. dell'Archi-
vio, p. 275, 553-4; e ora mi parrebbe di aver chiarito anche il quarto. Ben
vorrebbe, per vero, il Paris (ib. 50), che pair e clair altro non fossero che
'une mauvaise ortographe moderne, mal à propos rapprochée du latin', fon-
dandosi egli sulle antiche e costanti ortografie per e cler. Ma quando il valo-
roso romauologo consideri le estesissime concordanze che ci conducono a
*clario *pario (il primo si continua anche nei napolet. chiario chiairo, v. Fle-
CHiA, Nomi locali del Napolitano ecc., pag. 9), non sarà facile ch'egli persista
in questa sentenza; senza poi dire, che l'ant. frc. ha paire (v. Bi'rguy I' 110,
e cfr. Bartsch, Chrest. * 61,20). L'assenza dell' -e in pair e clair (cfr. con-
traire) non ci può turbare.
' Adduco pur quest'esempio, malgrado il normando guerbe (ScnN. 262-3).
Nel 'ronchi', è garpe.
' V. pili innanzi, sotto Tasso di Calais', e in ispecie la nota ad 'Alta Saona'.
74 Afccoli,
preceduto da suono palatile; laddove, in ogni altra congiuntura,
Va tonico, e pur T atono finale, vi sogliono rimanere incolumi.
Il tipo franco-provenzale mentre perciò generalmente si attiene,
in ordine all' a accentato, a quella incolunaità che è propria pur
del provenzale, va all'incontro col francese, e anzi al di là del
francese, in quanto risenta l'effetto della palatile sopra questa
tonica. Ma egli lo risente, in modo squisito e affatto caratte-
ristico, anche sull' atona finale; e così, se, per la generale in-
columità di quest' atona, egli supera la condizione della massima
parte dei moderni vernacoli della lingua dell'oc, riesce, all'in-
contro, sotto il livello dello stesso francese, per l'influsso che
alla palatile egli consente suU' atona stessa.
Circa i limiti lessicali o grammaticali di codesto fenomeno
dell'influsso della palatile, è potuto parere, in ordine alla toni-
ca, che il verbo vi andassse esposto di gran lunga più che noh
il nome, cosi nel francese come nel franco-provenzale, o anzi
che il nome non ne risapesse se non nella continuazione della
formola C + A' in prima sillaba {ed- eie- ecc.) \ Ma ripugna, a
priori, l'ammettere che una tendenza fisica subordinasse pri-
mitivamente la propria efficacia ad un accorgimento d'ordine
logico. E il vero sta ben piuttosto in ciò, che nel nome, con-
frontato col verbo, v'è una grandissima deficienza di basi pa-
latili a cui succeda Va tonico, se appunto si esclude il C in e
della formola CA' in prima sillaba. Cosi, a cagion d'esempio,
le formolo VJ TJ ecc. danno infinite occasioni per vjd tjà ecc.
nel verbo (allevjàre accomtjàre ecc. ecc.), e quindi nel participio
0 in forme che dal participio dipendano (-àto -àta); ma non ne
danno nessuna, o pressoché nessuna, nel nome vero e proprio.
Ancora si consideri l'assoluta esiguità della serie nominale in
cui sia CA' di sillaba interna (come in porticàle, Arch. 15-17),
in confronto della sterminata serie dei verbi in -CARE, Doveva
dunque il fenomeni» riuscir di gran lunga più frequente nel
verbo che non nel nome; e la naturai sua deficienza nelle serie
nominali rendeva poi queste ben più accessibili, che non fosser
le verbali, agli elementi estranei e non assimilati.
Ma un'altra specie di vario limite va notata, per entro il
* Cfr. ScHFOH. 1. e. 18 pr., 19 20, Haef. 14-15.
Schizzi franco-prov. § II, 1. Riflessi dell'a. Introduzione. 75
verbo franco-provenzale, rispetto al fenomeno di cui parliamo.
È la varia entità dell'effetto che la palatile produce, nella mag-
gior parte del territorio franco-provenzale, secondo che si tratti
dell' rt del participio o di quello delle altre forme verbali. La
differenza consiste nell'effetto men grave, e anche lieve o im-
percettibile, che della palatile si risente nel participio ; e si av-
verte nel dipartimento dell' Isère (non però in tutte le varietà),
nella Savoja, in Val Soana, in Val d'Aosta, nel Vallese, e in
certi distretti del Vaud; laddove cessa di apparire, per aversi
anche nel participio l'alterazione più profonda, nel resto del
Vaud, nei cantoni di Friburgo e Neufchàtel, e nel distretto ber-
nese fra il Jura e il lago di Bienne. Ginevra sembra oscillare
tra' due.
Di questo, come dell'ex A' che è in Val d'Aosta nell'infinito
non palatile, gioverà che si ritocchi nel § III; e ora senz'altro
qui si passa a dir delle ragioni, secondo le quali è composto il
prospetto fonetico, al quale son premessi questi brevi cenni. Si
è voluto ch'egli incominciasse dal dimostrare, abbastanza com-
piutamente, anche la parte negativa, cioè il mancar di que-
st'azione delle palatili nel territorio provenzale'; e tanto pii!i
volontieri s'è ciò fatto, in quanto ne veniva l'opportunità di
altre distinzioni parecchie. Si parte in questo modo dalla Fran-
cia di sud-ovest, all'Atlantico; e percorso il territorio della
lingua dell'oc in sino all'Alpi Cozie, s'entra poi a misurare,
con tutta quell'accuratezza che i mezzi e le forze consentano,
l'intiera catena dei dialetti franco-provenzali. Si perseguono
poi le vestigia di questo tipo dialettale tra il francese a po-
nente ed a levante; e infine si mette capo ne' dialetti francesi
della sezione di nord-est, per la quale si riesce ancora in fac-
cia all'Atlantico, nell'estremità settentrionale del continente
francese, che è come dire al punto quasi opposto a quello onde
nel continente medesimo si prendevano le mosse. E un rapi-
dissimo taglio, in direzione latitudinale, ci conduce simultanea-
mente anch'esso, per il centro della Francia, dalla serie franco-
provenzale all'Oceano.
Dialetto per dialetto, si considera imprima la solita
Cfr. vScHtTii., I. e, 17 e 25-G.
76 Ascoli,
continuazione dell' « tonico (I); poscia, se ne è il
caso, la continuazione speciale àeW a tonico a cui
viene a precedere un suono palatile (II); in terzo luo-
go, la solita continuazione dell'a di sillaba finale
fuor d'accento (III); e finalmente, se ne è il caso, la
continuazione speciale di quest'atona, allorché viene
a precederla un suono palatile (IV). — Più volte si consi-
derano inoltre, in una rubrica apposta (V), le sorti della formola
AN + C07ZS.; ma, per quello che si attiene all'-^n^ participiale, gli
esempj qui raccolti abbisognano ancora di qualche indicazione,
che si aggiunge nel § III.
Incominciamo dunque dal percorrere il territorio della lin-
gua dell'oc; e, come già si è detto, qui non trattasi, per il feno-
meno a cui principalmente miriamo, se non della dimostrazione
negativa.
Bassi Pirenei - Bajona: cap, douman domani, lleba levare, levato, anegade
annegata; yuiya giudicare, carreya carreggiare (portare);- hemne feniina,
bilie vecchia ',
GiRONDA.- Bordeaux: cap, bcrilat \eritk, arribat arrivato, prouba provare;
habillat frc. habillé, bangea frc. venger;- done donna, la falche la fac-
cia. La Rèo Ile: annades annate, ame fanne; ère erat ^.
Gers.- tournat tornato, trouba trovare, home fame; bito vita, hesto festa, ero
erat.
LoT ET Garonne. - Agen: libertat piatati cargat caricato, minja mangiare;
eillado occhiata, me tourmento mi tormenta, me laisso egli mi lascia, a
la Ho alla tua, grado, amourouso embejo (envie); countes-tu conti tu, tu
me sembles ^.
DoRDOGNE.- Sarlat: gorda guardare, boya baciare, vouydat frc. vide, em-
brossado abbracciata; q-oal quale, tsas frc. che/,;- fennos perdudos, veno,
forsso, joyo, vento veniat;- ÀN: po\- ed o per l'A fuori di accento, ini-
* Per r -e^ -A f. d'acc, nel bearnese, v. Rev. IV 90 segg., 516-17 (princ.
del sec. XV), VI 68-9 (stessa età), e ib. 243. Secondo un'autorità citata dal
FucHS (Unr. zeitw. 272), il bearnese scrive -e, ma pronuncia -o. L'Alart,
Rev. IV 520, non 1' avverte.
* Un saggio bord elese, del sec. XVIII, è nella Rev. VI 239.
' Cfr. DoNNODEViE, 'Cortète de Prades, poète agenais du XVIIe siècle',
Rev. III 181-90, e un saggio del sec. XVIII, ib. VI 242. Il dialetto che usa
Cortète differirebbe poco da quello di Goudelin (tolosano). Al Cortète vedo
poi attribuirsi (Rec. 171, 179; e altrove) anche la Capiate ou Pastourale
limousine, e la scena sarebbe a Nontroo, dove stiara per arrivare.
Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel territorio provenz. 77
ziale e mediano: otriigos, amour, oiissa alzare, onel, onen andisimo 'pìosé
possa, porla, ecc. Nontron '. L'a incolume nei participj: coumanda.
ariba, tourna, rassembla, tua, coumer^gado, eylougna, mindgea, petcha
toucha ecc.-, e ancora: annadós, santa. Ma gl'infiniti: manquais, entrais
gardais, troubais, vouiadgeais, predjais pregare ; e cosi nelle seconde plur
dell' imperat.: tratais me, pourtais, menais, tuais (circa donnés me, cfr,
dounevo allato a mendjavan); e inoltre: braivé bravo (bello), grais, tcliais
chez. Atono finale: fumino, bouno tchéro, ma al pi.: fennais perdudais.-
ÀM: foni' (cfr. Chabaneau, Rev. V 186).
Alta Vienna (Alto Limosino).- Participj : rétrouba, chanta, anoungado, minja;
inoltre : marcha mercato, jolado frc. gelée, annadds. Infiniti : lécas, trou-
bàs, chantas, toumbas, parlas , viras, vouéydas , poyas pagare, jugeas
minjas. Sec. ps. pi. imperat.: portos, dounàs me, boillas me datemi (bail-
lez)*. Del resto: bla frc. blé, char frc. cher, chaz se, santa. Atono finale:
fanno, naturo. Frango, folio, nevia *nivea neve (l'esatto parallelo del frc.
neige ), juro jMvat;- radas ruote, las paubras fiUtas. AM: fam;- almo
amat, alme amo, {dment)', AN: vaino vana, sur lo mountaign" é dts (dans)
la plelna; ALL: las ballas, las timbolas ;- ov = ÀB: vaulovant, chosso-
vant^.~ A iniziale o mediano, fuor d'accento, in a: ovanga, socrado, cJios~
sodour cacciatore.
CoRRÈZE (Basso Limosino).- Participj: està, plontado, nedsado annegata;
cfr. fumado frc. fumèe, villado frc. veillée. Infiniti: ana, tourna. Sec. pi.
imperai.: sostsas sachez. Inoltre: pra, darà, possavoun passavano, tira-
voun, se permenava *.
Cantal (Alta Alvernia, iVa/irftJ Ouvérgna).- Chalinargues. Participj : jjas-
sat à sous efóns, trota tratadà, mandza mangiato, predza pregato, pètza
peccato, toutza toccato, tzardzadà caricata, aflcdzadu. Infiniti: ploura,
trauba, accaiimpagna, voudiadsa. Altre voci: ar tza alla fine (in capo), tzas
chez, ahràs ale, rnahr male, oustahr casa (ostale) \ Atono finale: énà gronda
* Siamo all'estremità settentrionale del Perigord, e rasentiamo l'Alto Limo-
sino; cfr. CoQLEBERT DE MoNTBRET, Mèi. 26-7. Lo Chabaneau studia il par-
lare di Nontron insieme col limosino, nella sua grammatica che ho già lodato.
Della quale però mi manca il principio (i primi quattro capitoli), dove per
certo si troveranno delle preziose indicazioni di geografia dialettale.
* La sec. pi. pres. ind.: boillas fa rima con batoillas battaglie, Sphn. 186.
^ Cosi minjovant (ma St.-Yiieix: mingeavent, dansavent, cfr. il basso li-
mosino}; e al sg. I'a incolume in entrambo le parabole: boillavo, dounavó, se
prelmavo si approssimava.
* Saggi di basso-limosino, del sec. XVIII, s' hanno nella Eev., VI 233 segg.
* ahrte altro. Ma vohrt 115 {é què voui vahrt mal quo sept èfóns), che deve
significar 'vale' *vault; e coinciderebbe, se é corretto, con vohrt \uo\e , 111.-
Nei saggi 'alvernii' del Rec : mau {Si la teste vou foùe mau) 39, tau (Jamoùé
nen fuguet de tau, giammai non ne fu di tale) 39; chavau 55; ma son saggi
che rappresentano dei tipi dialettali affatto diversi da quello di Chalinargues.
78 Ascoli,
famina; a douos fénnàs Mouabitds; énà veilha cowsfewma; ecc. AM, ÀN:
òmà amat, fon, t2Ón tzóns campo -i; pò pane, tjo cane, mó mós mano -i,
óns anni, gran gronda gróns, efóns, dèoónt davanti, lei vivóns frc. les
vivants, en disón en disant; aboundòncia ; la dònsà\- campo gnà. Au-
rillac. Participj: osseimblat, éloignat ecc. Infiniti: gorda, prega, mein-
gia. Altre voci: piotai, soìitat, ouslaou. Atono finale: botino, coulero, ecc.
ÀM, AN: fom, comp, grondo, compogno, {aboundancio). A iuiz. o med.
fuor d'acc: ococat frc. acbevé, ecc.
PuY-DE-DÒME (Bassa Al veruia).- Saint-Amant Tallende. Participj: sab6
achevé, retroubo, noumu, pelso, mantzo (ma: tua tioua 27 30). Infiniti:
manqua, ludsa logare. Altre voci: tza chez, tzan. Atono finale: las fen-
nas de mauvaso vidò; ero erat '.
Arriège. - Saiut-Girons: ptc. rentrach rientrato, plegach, pecach, despen-
sach ecc., cfr. 2. ps. pi. imperat.: pourtach^ ;- inf. malica, guarda;- altre
• Cfr. Rec. 52-55.
^ A prima vista può parere, che lo eh del ptc. m. sg. (plegach ecc.) sia lo
ch = CT (fach ecc.) che si estenda analogicamente anche ad altri verbi, come
altrove iu effetto avviene (cfr. p. e. Arch. I 258). Ma si tratta forse di ben
altio; e nel vivo desiderio che presto ci vengano dei sicuri schiarimenti da
chi sia in grado di fornircene, io esporrò intanto un'ipotesi, che mi esce
dalla penna con tanto maggiore esitanza, quanto più sarebbe importante l'af-
fermazione del fenomeno a cui penso. Dico dunque, che par qui aversi una
sibilante, scritta ora eh e ora x, per la quale si continui uno 2 = ts, di fase
anteriore, e i participj di Saint-Girons risultar quindi altrettante figure nomi-
nativali (ant. prov. amatz ecc.). Ugualmente sarebbe da ^ = fs lo cTi o a; che
r Arriège ci offre nella sec. ps. pi. dell' imperat. ( Saint-Girons :pourtac?i., me-
nax; Pamiers: pourtax, menax), la quale esce per tz pur nell'ant. prov.:
chantàtz (Saint-Girons: bezets vedete). Ma anche uno z = lls dovrebb'essersi
qui avuto, il quale ricorderebbe V-alz -elz ecc. degli antichi dialetti (cfr.
Chabaneau, Rev. VI 96); e così chiarirsi lo eh di coc/i = cols (circondario di
Foix: col) collo, e questo esemplare toglierci pressoché ogni dubbio circa gli
altri che ora seguono: bedech — heàels. (circond. di Foix: bedeilh), aquech
= aquels (Foix: aquel), eeh eichz=e\s (Foix: el) egli, lui, ed anche per sem-
plice articolo. Sarebbe però aflfatto caratteristica quest'abondanza di forme
in cui si continuasse l'antico s del nominativo; tal che appena avrebbe riscon-
tro nel -s de' predicativi di Sopraselva (Arch. I 63 550 b, cfr. i moderni con-
tinuatori di *fond-s *ann-s, Arch. Ili 4); e gli è appunto l'abondanza che
deve, in questo caso, renderci più dubbiosi che mai. Tutto forse risulterà una
mera illusione; ma è pur duro il credere che altro non si abbia a ricono-
scere, nella serie dei participj, se non l'alterazione di una dentale primaria,
e nella serie ultimamente addotta, l'alterazione di una dentale secondaria, cioè
di un * 0 d da II di fase anteriore (cfr. II, 10, e sin d' ora il bearn. beth
aram = beir arara , beau rameau, Rev. IV 90). Comunque, torniamo a chieder
lumi a chi ce ne può dare; e intanto notiamo, ad ulteriore appoggio di ch = z = ts,
Schizzi frauco-prov. § II, 1. L' a lat, nel territorio provenz. 79
voci: hame fame, pa pane;- atono finale: famino, caussw'os, ecc. Pa-
miers: ptc. rintrat, ramassat, peccat, eloignat, ecc. Circondario di
Foix, all'estremità verso la Spagna: una granda famina, en bouna sun-
tat] festo; ero erat.
Alta Gauonna.- Tolosa: anat arìdato, aymado, cou^nengado, estudiat;jougai
fouleya folleggiare, prowJui'ja propagare; &eoM<rt<, tal, houstal\- de sa bouco
dousso di sua bocca dolce, huros ore, aureillo aureilhos, beilhos tu vegli.
Tarn et Garonne - Montauban: peccat, eloignat;- festa, aboundango \ -
fan fame, cans campi.
LoT.- Cahors: counta contare, fiVa tirare, baila (bailler) dare, plontat ^\din-
tato, cambiai, englatiat ghiacciato;- porto la porta, vergogno.- ÀN: demo
domani, mo mano, co cane, plonch piange, grond grondo grande; e fre-
quente nei versi di Pelissié anche o per l'A fuori d'accento, iniziale e
mediano: obé, obeillos, ognels, xolous geloso, ecc. Gfr. 'Dordogne' e 'Can-
tal', finitimi a questo territorio.
AvEYRON.- Rodez: oppelat, elouègnat;- so primiero raoubo, obio habebat;-
effons '.
Aide.- Carcassonne: acabàt, appellai, manjeai^ ; iroubw, dounatz-mé;-
touto sa fortuno. Nel 'Virgilio' di Narbonna: montai, aisado; parla,
bailla- ecc. '.
Hérault.- Montpellier: dounat, habillal; ploura,vouiagea; man;- lano,
campagna, ecc. Ma quest' -o di Le Sage non accenna propriamente a
Montpellier. L'abbiamo bensì a Agde, che resta a sud-ovest di quella città
(Mél. 510: uno grando famino, annados; ero); e a Lodève, che le sta
a ovest-nord-ovest, par che si oscilli (Mél. 511: festa, dansas, era, ap-
proujaba; los peloufos, boulio voleva, dounabó; cfr. 'Ardéche'); ma nel
vero dialetto di Montpellier e dintorni, è costante il caratteristico -a
(Mél., 512: festa, femmas perdudas, désirava, ecc.; cfr. Chabaneau, Reo. V
180, e più saggi letterarj nella medesima collezione).
Lozèbe: appelai, mangeat; annados;- fon.
lo eh della Dordogne (Sarlat) per t + s di plur.: incoumoditach Rec. 70, lous
gronach le granate (i granati) 71, lous prach i prati 68. E nel 'Virgilio' di
Narbonna: montax montati Rec. 47, obligax obbligati ib.
* Cfr. Vayssieb, 'Le dialecte rouergat', Rcv. Ili 78-85 354-55 (carne j'aime ;
f. d'acc. : oimd eimci; 79, cfr. 355), con un saggio del XVII secolo (81-2).
Al medesimo secolo appartengono le poesie di 'Doni Guerin', di Nant, che
s' hanno nella stessa Eev., V 377-92 (cfr.' VI 135-7), VI 138-47, accompagnate
di due saggi di versione nell'odierno vernacolo pure di Nant. Ancora in quella
collezione, VI 210-16, squarci di un poeta vernacolo di Millau, 'Claude Pey-
rot', secolo XVIII,
* L'è di questa forma par sicuro indizio di propagginazione, cfr, mandsea
(allato a mandjar) s. 'Alta Loira', e Nyons s. 'Dróme'.
' Saggi odierni dei dialetto narbonnese (Escale» e dintorni) s' hanno nella
Eev.. VI 266-r».
80 Ascoli,
Gard.- NImes: destacat, laissat; presta, gaffna; tau, ouslau\- bonno fieiro,
fillo;- pan, fan. Le Vigan: afamat, manr/iat- trouba, mangéa;- une
grande faminè, unii béle raube, annades ; ere *.
Alta Loira.- Dintorni di Le Puy: ^itc. atchaba, ilouagnat, petcha, man-
dzea; troubar, priar, mandjar;- una grande tcharestio, una bague; ere\-
fon fame, tzons campi, efons -.
Ardèche. - Privas: ptc. noumà, trouba, pecha, oubligea, mongea, indinia ;
inf. empourta, sé louia collocarsi, pré'ìa, soun'la frc. soigner ; - vido vita ;
ero;- ÀM, ÀN, fon, pón, grongeos *granias, grondo, lou donce. Cir-
cond. d'Annonay: ptc. achaba, inf. chanta, praia; ma tuais *tuats 2. ps.
pi. imjierat.;- una granda famina;- pan, fam, champs.
Bocche del Rodano.- Marsiglia. Participj: estat, mangeat; inf. irouba[r],
laissa, alacha allattare; trattas mi trattatemi; oustaou, fam, pan;- fa-
mino,joio, ben facho ben fatta; ero. Ma sull'-A fuor d'accento, si sente
l'influsso dell'i tonico ed atono che gli preceda: avié, venie, fasie, habe-
bat ecc. (ant. prov. avia ecc.), foulie (ant. prov. folia);- jusiici, malici,
igraci disgraci, presenci, memori (ant. ^rov. justicia grada ecc.); cfr.
'Dróme' '.
Varo.- Tolone: acaba aclievé, paga payé, ma mare; la traversado, vieto
vecchia, ecc.; ma: avie habebat, fu'ié faciebat, counnouissié.
VALCHirsA. - Avignone: ptc. atrouva, mandza, fatta frc. fàché; inf. garda
vouiadza^. Carpentras: accouchado,\x\L lougea frc. loger, tooM tale;-
uno flamo vivo, ma feno, paillo, les oureillos; ma: avié habebat 148, Ma-
rie 146 {Mario 147, nostro patrio ib.).
Bassk Alpi.- Circond. di Castellane: ptc. rintra, pecca, oublija, manja;
trouvar, pregar, vouyajar;- famino, frémos {iemme) per dudos ^ ; ero; ma:
avié, voulié. Cantone di Seyne: une grande faminc, la pu belle raoube,
la paraoule, de freme s par due s, escorses; ère, dounave.
Alte Alpi.- Gap: ptc. appella, pecha, approucha, mangea; regalar, tuar,
mangear, priar;- dounavo; ma, oltre aie 'habebat' e voulié: bouene, la
danse, ecc.
Dróme.- Val enee: ptc. achaba; inf. garda, se louyà collocarsi; migeavant;
• Della varietà di Colognac, distretto di Le Vigan, son saggi nella Eeu.,
sed. d. 2 marzo l870, e VI 103 segg.
^ Per il distretto d'Yssingeaux, v. 'Loira', in nota.
^ Diventa questo fenomeno come una caratteristica della moderna Provenza,
in opposizione alla Linguadoca; cfr. Rec. 173 e56, FiCHS, Unr. zeitw. 237 257;
e potrebbe anche parere quasi un prodromo degli esiti franco-provenzali. Ma
si rivede anche alla estremità di sud-ovest; Fuchs ib. 272.
* Per r atono finale, Schn.: ta ben eimado, afligeado, vido, coumando 3.
ps., ecc.; ti fachés pa te fà:hes pas; e la Par.: une grande famine , a sa
grandze (grange), ere ed erou erat, sa première raoubo; cfr. Rev. Ili 86-7,
356-9, IV 80, V 219-24.- Per AM, Schn.: aymo amat, almi amo.
^ de touteis causos.
Schizzi franco-prov. § II, I. L' a lat. nel territoiùo provenz. 81
pan, fam\- mauvaiso vio frc. mauvaise vie, uno laguo, campagna, (las
restas), doundoo, èro, auriot^ *aur-Ia avi'ebbe. Die: ptc. tua, romossa,
pétsa; inf, gordd, trétàs, conv'às', mindzavoun^;- coulero, fomìno, (déi-
baoutsas, sas ontraillàs, eimuàs); dannavo, ovia, folio frc. fallait, ooicrio; -
AM A!N, fon, tsoms campi, pon, grondo, éfon éfons, oou dovont frc. au
devant, pourtont, hobiton, dion frc. ayant, couront, réoénon ; - o per l'A f.
d'acc, iniz. o raed. : oné andò, oppéla ptc, pois, gorgon, tzobri capretto. —
Le Buis: ptc. ramassa, mangea, pccha; inf. entra ecc. ; 2. pi. imperai.
passas, tuas, {beylal); mangeavoun;- bello raubo, richessos, manobros
mani-opere, canipagno, grangeo; dounavo, èro, ma: avi *avia, vouli, fouli
fallait, ouri *avria; cfr. ^Bocche del Rodano'. Nyons. Qui si avverte
un modo di trasci'izione, che può considerarsi come un altro precursore
degli effetti della palatina suU'a che le sussegue. Allo s (eh, cioè lo è di
sa = CA) segue sempre un i; e analogamente allo /. Si osservino: chiaouso
cosa, chians campi, chiabri, péchia ptc, touchia ptc, atachia inf., oubli-
gia ptc, tnangia ptc, mangiavoun, vouiagia inf.; giamé; e ancora si
confrontino: indinia ptc, eilounia ptc; e dinanzi ad altre vocali: jtown*^
giovane, rejioui regioni, oubligié obbligò, toujeou frc. toujours'; e pur dini
degno. Del resto: consuma ptc, garda inf., pria inf., ecc.- A finale, f.
d'acc: vido, festo, fénos perdios; dounavo, ero, ma: avi vouli fouli.
Ora entriamo finalmente nel territorio franco-provenzale:
IsÈRE.- Grenoble. I. pra 84, à mon gra ib., bontà 136; inf. imita
83, habità 105, s'attrappa 84, passa 106, e pur cria 105; chan-
tavon 136; consolas-vos 106; dar 140, pan 141, ecc. — II. L'effetto
della palatile è continuo suU'a dell'infinito: coicchier 104, diar-
chie 143, diaudiier (calcare) fouler aux pieds 171, mardiié 135,
cachié ib., s'approdile 81, albergier 106 , migier migié 85 106 131,
se'ié faucher un pré 193, joyé 145 ^ songié 131, travaillié 136, hri-
lie (1. brillié) ib., comendé 104 133, daitsié 134, tapissié 132, ven-
déimié 196; IR: virié 86 145, tirié 105 106. Ma se passiamo al
* Così óurió nel limosino, Rev. VI 182.
■■' L'c nella 2. pi. imperat. : trétè me, tuè-lou ecc., o proviene dalle altre
conjugazioni {oddusè adducete), o dal francese.
" Cfr. la nota a 'Aude', e la seguente osservazione del Fuchs 1. e. 279 (Schuch.
1. e. 25): 'Zu bemerkea ist noch der bei Ravel (poeta alverniate) durchgàn-
gige gebrauch eines e nach eh uadj, auf welches a oder o folgt; z. b. cheat,
cheamp, chéarman, cheapet chapeau, cheavautc chevaux, fricheo fralche,
jéardi jardin, Jéaque Jacques, jeon jour u. s. w.'
* E pur loyé lodare 140, dove è un j/ epentetico per rimediare all'iato
{lo-àr). Allato a pc mieu joyé sou tour 145, si aggiunge: [jouire et joule,
jouer à des jeux amusans' 182.
Archivio glottol. ital., III. •""
82 Ascoli,
participio, la cosa si fa ben diversa. Nessun effetto vi si vede
dello s, dello z, o dello j; onde abbiamo: eroditi 105, percha 139,
neyas annegati 106, loyat frc. loué (affittato) 142, rengeat pi. m.
140, migeat mangiato 103 (e così all'imperf. : migeave 138), lo-
geas 106, ouhliat 103, [gagna 106]. E dopo f , ?, e il r di IR, ben
si vede spuntare l'i, ma I'a del partic. rimane insieme intatto.
Così: dressia ra. e. f. , frc. dressé -ée (un echauffaut dressia 141,
su lo thiatre dressia 145, la tahla fut dressia 138), plassia m., frc.
place, 138, gencia m., prov. gensat (ornato), 141, caressia f. 145,
blessia f. ib., tapissia m. 132 (inf. -ié), Uria m. 105 (inf. -ii'), no-
tra caillia 'quagliata' (latte rappreso) 148 ^•, e si aggiunge brisia
f. (flou brisia de gréla fior spezzato dalla gragnuola, 153). Va
però avvertito, che anche I'a del participio subisce gl'influssi della
palatile nel vernacolo del cantone di L'Oysan, al sud-est di
Grenoble, il quale, accanto al ptc. peichia (e pure all' inf. rassa-
zia 116) 117, ci offre 1 ptc. migi migé 116 117 119, e onhligi 116
(cfr. gl'inf. se louir 116, danssi US) , e vi si potrà aggiungere
beylet (cfr. la 2. pi. imperat. bailla-méllQ) 1172; ma all'imperf.:
' È in una poesia dei dintorni di Grenoble , e fa rima con mouilla ( la
rousa, Qu'u mey de may la rousa a mouilla, la rosa, che al mese di maggio
la rugiada ha umettata). Ma non ne viene, abbastanza sicuramente, che s'ab-
bia a accentuare: caillia; e così a porre dressia, e per il mascolino e per il
feminile. Quanto alla indifferenza tra' due generi, cfr. rousa e mouilla nel
verso testé citato, e mon arma deysola 153 (allato a ma mina malada ib.).
Il plur. del fem. esce poi in -ey, e deve trattarsi di *ù-e *àje *éji (cfr. 'Ain',
^V. d'Aosta' e 'Neufchàt.'). L'e=:A' qui si ripeterebbe dalla palatile susse-
guente, come in ley *laj (illac) là, gey *§aj (ecce-hac) qua, celey fr. cela
(ce-la) 105, degey deley 137. Ed ecco esempj per il pi. fem.: les actions rei-
gleylS, le lanterne posey, alumey, 145, vitrey 142, le boutiquet sarrey 136, le
fene ...bienparey de riban ib. Qui si chiarisce bene anche epeye[t] spade 137;
ma bougeyet, frc. bougies, 144, non istà in quest'analogia, e dovremo forse
vedervi il fenomeno di -ia in -èje, che altrove sicuramente occorre.
^ Nel vernacolo dell' 'antico paese di Trièves', al sud di Grenoble, occorre
abondantemente il participio in -o: commayido 122, donno ib., retrouvo ib. bis
(e retrouva 121), facho frc. fàché ib., pecho 121, miyeo 120 122, éloigno 120,
allato a ramassa\2Q, appella 121, ressuscifa 121 122. L'-o parrebbe preva-
lere dopo le palatili; e sarebbe l'inverso di ciò che incontreremo in Val
d'Aosta. Notiamo ancora: santo sanità 122; e rimandiamo ad 'Ain', 'Jura',
'Vaud (Vallorbes e Commugny)', e 'Vallese (B)', oltre alla già ricordata 'Val
d'Aosta'. E vedasi anche 'Loira', in nota. Del resto, all' inf.: trouva, tua, e
alla 2. pi. iuiperat : amena, balla (prov. bailatz), ecc.
Schizzi frauco-prov. § II, I. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 83
migeaveant l\6. Del resto, ritornando a Grenoble, non mancano
esempj dell'influsso delle palatili sul!' a, quando pure s'esca dal-
l'infinito. Evéchié 134 141, clergió 134, e chair 136 141, sono
esemplari che per vero dicon poco o nulla; ma piuttosto: chieu,
chieus si, 135 106, frc. chez, e chery (in rima con leiteiry let-
tiera-136), prov. carri, carro, allato ai quali può considerarsi
anche Vi a formola atona iniziale, in chivat cavallo 135136, chiva-
lié 133 ecc. III. auha 11, aiga ib., terra, noutra nostra 139 (pi.:
porte place j ambe 135); 2. ps. sg. imperf. te m'aya 131, cfr. te sau-
ria (saver-avi'a) sapresti ib. ; 3. ps. sg. imperf. bolicave 132, voliet
ploviet 139; 2. ps. sg. pres. si te ne m' aide pa 135; 3. ps. sg.
pleure 11, verse 154, ecc. — IV. la moindra vilani 78, tant fare
de fouly 134;- graci 108, gracy dégracy 136, Eglezi 132, misery
ib. ;- priery ib., charreyry 134, leiteiry lettiera 136, meinageiri
130, vercheiri *vervicaria (dote, la quale specialmente consisteva
in pecore ecc.) ib., daloue'iri *dolatoria, petite hache 173 (cfr. frc.
doloire e spagn. doladera);- la filli 78 129, sa familli 108, la veilli
(vigilia) ib. , pailli 104, tailli batailli 137, rougni rogna 147, sagi
saggia 78;- la giaci 106, Franai 107, pausi dansi 151 (pi. pance
dance 144), piaci 98 137 (pi. le place 135), carassi 136 (pi. ca-
rosse ib.), foiblessy noblessy 134 (noblessa in rima con pressa 137),
conscienci 86, naissanci 133, esperanci ecc. 105; vichi 137, gau-
chi ib., fraichi fresca 141, dimeyichi dimanchi 132 145. Cfr. agi
166, frc. baie.
LoiRA. (vernac. del Forez, nell'ant. Lionese): I. Vov, naz il naso, bri-
daz frc. brider, ni' empatchiaz frc. m'empèchez, [que faide vous\-
II. qu au V ey couchit frc. qu'il est couché*.- IV. la pailly; cfr.
La Bernarda Buyandiri (*bugandaria), titolo di una Hragi-co-
media', Lione 1658. E vedi ancora l'articolo *Ain' '-^.
* qu'aul eyì
' Vittore Smith, raccogliendo sopra una zona ch'egli dice 'au midi du Fo-
rez et au levant du Velay', diede alla Rom.: 'Germine, La Porcheronne, Chan-
sons foréziennes' (I 352-5y), 'Cliants de quètes' (li 59-71), 'Cliants de pauvres
en Forez et en Velay' (Il 455-7Gj. Rincresce che il benemerito raccoglitore
non offia, se non in poca parte, il genuino testo vernacolo; tanto pii» che il
terreno, sul quale egli si muove, avrebbe per noi una particolare importanza^
siccome quello in cui probabilmente si toccano e si confondono il parlare oci-
tauico e il franco-provenzale. Citeremo, per ora, da un canto di Duniércs
84 Ascoli,
AiN.- Alla sezione occidentale di questo dipartimento vanno di certo
attribuite le 'Ciiansons en patois du pays de Eresse', che ab-
biamo nei MÉL. 144-9 (cfr. *Jura'). Dalie quali prendiamo: I. brova
(brava) beila, pi. broves; inf. levo, brotonno gemmare, germo-
gliare S demindo, mario, laisso (che anche occorre nella funzione
di 2. pi. imperat.); - n^ltra (un'altra, canzone) su lo m$me ar'y
[clés, la mariéé]. — II. aitassi attaccati; inf. bailW^. — III. al-
Inetta, gara guerra, (pi. feilles figlie); mèla amica, volé'ia la vo-
lata; passa egli passa, plinta plantat (bis), ma: pourte, appale
appellat; — lY. rhnpli frc. remplie; cfr. lo premi. — V. and, ant:
grin, quin quando; plinta plantat, deviai, habitins (cfr. se tenin
frc. se tenant, pindin; e anche prin, di contro al frc. prend),
sinta sinton canta cantano (cfr. sinsons canzoni). All'incontro:
flanc, dioumane m. domenica. E qui ancora ci varremo dei
versi b re ss ani (vers bressands), che occorrono nel Reo. 25-34,
e danno un tipo dialettale diverso da quel delle 'Chansons'.-
I. brave belle (brave), verità, bontà, bon gra, inf. garda dezéma
cria, ecc. ^. — II. inf. chorche 27 cercare, per joye à le carte per
giocare, prie Di, chassie, IR: uirie casaqua, IT: per c.udie per
credere (pensare, ant. frc. cuidier coitare, prov. cuidar); ma i
partici pj all'incontro: facha (cfr. notro gran pecha), mania man-
giato, chassia. — III. arma anima, la tempeta, Nauarra, bin hata
ben alta, via vita;- soffle sufQat, cade cogitai. — IV. una fuly
(cfr. papi frc. papier, ecc.), pepi pipi[t]a;- vn' etrangi tarra, vo-
stra sagi mare; Fransi, en Breissi, de la racy. Qui finalmente
considereremo anche la Joyousa farsa de Jouannou dou Trou
{Treu), il cui dialetto, se pure esce dai confini dell'odierno dipar-
(Alta Loira, distr. d' Yssingeaux): é tourna, a votra porta s'es ììosa, allato a
nostra coumpagnio, gagnàsa vio (II 63); e dalla versione del medesimo canto
nel dial. di Saint-Just-Malmont (stesso distretto): é tourno, o v entro porto
s'a penso, de fillas a moria (II 64). Cfr. l'ultima nota a 'Isère'.
' prov. brotar hrotonar, sp. brotar, brote brota brotadura.
' L'effetto della palatile successiva, si riconoscerà, oltre che in brés *brui5
braccio (cfr. la nota che sussegue; 'Tarantasia' ecc.; e il § III), ancora in
voléia *volà-a, la volata; cfr. 'Isère', in nota.
' legue 25 (1-eghe) risale ad *àigja aqua (cfr. 'Aosta'); pe pace è *pài?, e
così pie *plàigt; ma è singolare: se du tier etet quelli del terzo stato 25, cfr.
veyan que lo zétet (loz etet) no seran pie a vendre 34.
Schizzi franco-prov. § II, 1. L"« lat. nel territ. franco-provenz. 85
tiraento dell'Airi, non ne può uscire se non di ben poco ^: I. ptc.
redota, ita stato, coucla pensato, regueita *ri-guaitato, inf. -parla,
enchanna, dressa; pan, ecc. — II. ìnf. rnezi mangiare, enragi; cfr.
congi commiato. — III. oiina poura via, la plomma, la fortuna,
honna. — IV. cela foli;- vengenci, poissanci, Franfy cfr. n. 19,
Vecharpi hlanchy ^.
JuRA (dipart. del).- Non solo la 'Eresse' propria, ma pur tutta la
provincia a cui si estendeva, ne' vecchi tempi, il nome di 'Eresse'
(Eresse, Dombes, Bugey), riman compresa entro i confini del-
l'odierno dipartimento dell' Ain. Ma sotto il nome di 'Eresse' deve
o dovette intendersi, nell'uso, anche un'ampia contrada che entra
' Trou è forse la pronuncia vernacola di Trécoux, sulla riva sinistra della
Saona, al nord di Lione? Il 'nostro duca' (notron Dou), di cui parla e sparla
il poeta, sarà quel di Savoja. La ristampa della Farsa, fatta a Lione nel 1594,
è preceduta dal Cruel assicgement de la ville de Gais qui a esté faict et mis
en rime par un citoyen deladicle ville de Gais en leur langage (Reo. 5-14 ).
Per 'Gais', che nei versi dieW Assiégement è 'Gey', dovremo intendere Géx.
^ Sarebbe di molta importanza la pubblicazione degli antichi testi
franco-provenzali di cui parla e dà un saggio lo Champollion-Figeac
a pag. 160-4 dell'opera che abbiamo citato tra i fonti. Son quattro
scritture che tutte forse andrebbero attribuite, e tre di certo, a 'Mar-
'guerite, fìlle d'un seigneur de Duin, en Savoie, prieure de la Char-
'treuse de Sainte-Marie de Poleteins, paroisse de Mionnay, en Eresse,
'entre Eourg et Lyon'; nel qual monastero essa sarebbe morta il 9
febbrajo del 1310. Una di codeste scritture della priora (méditations
dcvotes) porterebbe la data del 1226, e qui forse v'ha sbaglio, poichò
altrimenti si risalirebbe all' 85*^ anno avanti la sua morte. A ogni
modo, qui avremmo, prescindendo dal frammento di Alberico da Ee-
sancon (v, p. 64 n.), una fonte franco-provenzale ben piìi antica di
quante altre io mi conosca; e ne citerò, da quel saggio: I. part. quant
illi aveyt ben regarda 163, inf. racontar 161, plorar pensar 163; hu-
militaìh.;- IL inf. enscnnier 162, part. espanchiés (nom. sing.) 163,
mesprésies {nom. sg.) 164; cfr., circa i participi, il dial. di L'Oysan,
sotto 'Isère', e poi 'Ginevra', 'Vaud', ecc.;- III. alcuna 162, a una
persona ib., nostra 163; pensava ib. ;- IV. la seinti via la santa vita
(cfr. valsoan. num. 59 3°) 162, en sa sansti [sic] faci 163, graci 162,
patianci 163.- Un documento del sec. XIV, 'redige en francais, mais
plein de traces du dialecte dauphinois', fu pubblicato di recente nella
'Petite Revue des Bibliophilcs Dauphinois' (v. Rom. II 379), che a me
non ù dato consultare.
Ascoli,
nel (lipartiraento del Jura, e giace a occidente del fiume Ain*-
Il dialetto di una romanza bressana (del Jura), che ò a p. 45
del 'Vocabulaire', concorda assai notevolmente con quello delle
canzoni della 'Eresse propria' (v. s. 'Ain'); e da codesta romanza
ora ciiiamo: I. ptc. dmO, cheto seduto, mènda fem. (è detto di
una donna: bràvàmin mencio, joliment mise); mmguv' a mancava
a, comminchdv'' nài no dinchOvan {dìnchóvan) noi danzavamo, in
rima con la 3, pi. sàtovan saltavano 2;- àme araat. — II. [Ve re-
' I miei sussidj geografici e storici qui non mi ajutano. Pare che per 'Eresse'
s'intenda la parte piana del territorio del Jura. Il Monnier scrive: 'Dans
'toute la partie montagneuse, on prononce ainsi ils s'en allaient chan-
'tant: i se n'dllavan tsnntant. Dans la Eresse meridionale de notro dépar-
'tement (del Jura): i se n'en allovan chintant, Dans le canton de Eeaufort:
'i s' in allévin cTiintin, Dans la Eresse des cantons de Blettrans et de Seillères:
'i son aU'ievon sonton.^ p. 35; et: 'En passant de la Eresse aux collines...'
p. 45. Eeaufort, Elettrans, Seillère e Saint-Amour (v. la nota che segue), son
tutti a occidente del fiume Ain, e la 'Eresse meridionale' sarà sicuramente
la immediata prosecuzione della 'Eresse propria' (dip. de l'Ain), con la qual
si tocca a sud-ovest il dip. del Jura. Stuona un poco Vd di chintdn, appunto
nel saggio 'meridionale'; ma si conferma dalla 'romanza' che ora sarà citata
nel testo (tegnnnt) e deve rappresentarci codesta 'Eresse meridionale' del
Jura*. — È assai penosa la mancanza di saggi vernacoli del dip. di Saona
e Lo ira, e in ispecie della sezione orientale.
' Si aggiungono un ptc. e un inf. da un verso 'en patois bressan du midi'
(202): nos han trovo per lo sarfo, nous avons trouvé de quoi le chaufFer
(cfr. ih.: sarvo sauver, sotto il quale articolo si citano due versi di 'patois
bressan des environs de Saint-Amour'); inoltre, dal 'patois du Revermont et
des environs de Saint-Amour' (66): buio lessiver (*bugar, ant. frc. buer,
DiEZ s. bucato); da una 'locution bressanne' (84): lo blo le bié, messouno
moissonné; da un noel 'bressan': fore (fare; 56); 'en Eresse': greto de fret
trembler de froid (grelotter; 162); 'en patois bressan*: narroflo renifler (178);
e da un 'couplet patois' (187), che di certo rappresenterà anch'esso una va-
varietà 'bressana': quemore commère, l'a refiambo elle a vomi. Finalmente,
'en patois des environs de Coligny' (che resta nell'Ain): le bin mau bourlo,
elle est bien mal coiffée (62); e 'en patois jurassien du midi': il alli passo il
alla passer (158).
* Mentre si stampano questi fogli , una mano amica mi fa tenere la copia dell' articolo
Eresse, che è ncU' Examen crilique des dìctionnaires de la langue francaise par Charles
Nodier (sec. ed.; Parigi, 182v)), e suona: ^Eresse. Terme généralement usité , en opposition
à celui do montagne, dans tous les pays mi-partis de montai;nes et ufi plaincs , conime le
Eressan ou Erescian d'Italie, relativement aux montagnes des Grisons ; la Eresse, province
de Franre. relativement aux montagnes du Bugey; la Eresse, canton de Franche-Comté, re-
lativement aux montagnes du Jura.— Il est peut-ètre malheureux, et on ne saurait trop le
répéter, que le Diftionnaire de la langue franijaise n'ait été jusqu'ici que le Dir^tionnaire de
Paris.'
Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel territ. franco-provenz. f^7
voillià elle est réveillée ^]. — III. ma poin-na la mia pena, ma mìa
la mia amica; àme amat, ma eubli *oblitat. — V. blincé bianche,
htncé le anche, quin quando 2, chintou (sic) canta 3. ps. (cfr. chin-
c7ión canzone, e i già citati dinchuvan, mmgov'' *mincóva; oltre
-en-^-ÉNTE: brdvàmin, commm)^', ma: in nò tegndnt en nous te-
nant, col quale va lo chintant che si addusse in nota. Ora da
una canzone della montagna: hutàs messi (buttati), pusà po-
sare, prà, CQutci frc. coté (cioè: costato);- ouna una. — In un
saggio poetico delle colline, all'incontro, ben si mantiene Va
fuor d'accento, all'uscita feminile: nà peiirà feìlle, nà fetlla,
pàttéyiga, nòta poàtcha la nostra porta; e anche Vera egli era;
ma per l'a tonico di -ato -are (-ate), vi siamo ormai a condi-
zioni che non differiscon guari dalle francesi [dèbOutèné ptc, acouté
ascoltare; humilité)', e a tali condizioni ci riconduce, almeno in
qualche parte, il tipo che prevale nel 'Vocabulaire'. Per questo e
per altri argomenti, lo spoglio di questo e di quello sarà da noi
mandato coi saggi di altre sezioni della Franca-Contea (cioè con
quelli dei dip. dell'Alta Saona e del Doubs occid.) e d'una conter-
mine sezione lorenese. Qui solo ancora rileviamo, dalla poesia col-
ligiana, il participio oblidzia, in funzione feminile, per notare
imprima, che vi si dovrà forse riconoscere il real termine femi-
nino, V -a parendovi rispondere al secondo a di -ata; cfr. email-
Uà (trad. per 'émerveillée'), altro partic. in funz. fem., che occorre
in un saggio montanino, diverso da quello di cui prima ci siam
valsi, allato al masc. emailli, qui est dans l'admiration, grande-
ment étonné, e all'inf. s'esmailli, ètre en souci (vocab. 86), col
quale è confrontato l'ant. frc. s'émayer (anche si consideri: loyi
loya, Vìe lióe, vocab. 169). Ora ia oblidzta, e anche in émàillià.
Vi che -precede l'-a ben potrà essere il primo a di -ata così ri-
dotto dalla palatile a cui susseguiva; ma insieme giova qui av-
vertire come dall'-ATA si venga ad -ia, appunto in questa regione,
anche per via affatto diversa, cioè per -à-a -àja -éja -ia; cfr.
'Ain', in nota. Così avremo valila frc. vallèe, cioè 'vallata' (vo-
cab. 214); e allato a cola, bonnet, voite comment elle est còlta,
voyez comme elle est coiffée (voc. 74).
* V. più innanzi, in questa medesima pagina.
' quind de la bole i gn'u po-mais quand il n'y eut plus de balles (environs
de Saint-Amour; v. la seconda nota della pag. che precede) 190.
^ Dal 'couplet', a cui ò accennato nella sec. nota della pag. che precede,
aggiungesi: in grind peguia en grand '(5moi' (piti^).
88; Ascoli,
Ginevra'.- Dintorni di Ginevra: I. ptc. arriva, retrova \ ama-
shd, dépensd\ monta entra tua, in funz. di raasc. pi. 19; inf.
créva, pinsa, pria; gardd; entra, alla 20, cria ib. ; 2. pi.
imperat. apporta, tua lo; traita-mé (cfr. metta-lié Br. ); im-
perf. santàve cantava; alavé 19, recontrave ib., houtavon
ib.;- annaies annate, pan, fam, pare fràre; santa, ses
projorietds. — ^11. infìn, mezi; rassasii, emhrassè, hailli;
pilli 19, arassi ib. ; 2. pi. imperat. hailli 7né; imperf. hail-
Uve, dansive; appro^ive, mezivonf^ ; ptc, mezia Mèi., mezi
Brìd., mangiato, c'mencia Br. (cfr. èloigna ib.), pégie logie
partazi B., haillie M., hailli B.; hassia frc. liaché 20, lassia
(in funz. fera.) 21, hassia 20, farcia 19, teria (IR) ib., 'trai
étiellé on dressie et pianta' frc. trois échelles ont dressées et
plantées, ib.;- chi ivo,, chez. — 111. onna grossa famcna;
pressona; d'onna tala furia 21, de tala sourta 20, lapourta
ib., la fonila 21 ; ma nel verbo : onìia lettra arrivé arriva 22,
fassivé faciebat 19 21.- IV. Ve {é) all'uscita di molti nomi
feminiliy può a prima vista apparire di mero influsso fran-
cese; ma, a ben vedere, son tutti esempj in cui precede suono
palatile: campagne;- hataillè 18, mouraillè 19, feraillé ib.,
canaillé ib., diligence 21, France ib., onna hella demanzé
domenica 19, grande (grand') hardiessé 20, adressé ib.; e
nairé, nera (IR) 19, è solo un'apparente eccezione, cfr. vals.
n. 59 5^
Territorj savojardi, air infuori della Tarantasia. — Cantone
di Thónes (Annecy): I. ptc. pressd, rentrd, appeld; inf.
alld, confessa, apportd, {resista, poussedd, cfr. frc. resi-
ster, posseder, nell'analogia della prima conjug.); pare,
pan. — II. inf. meji (imperf. mejivant, allato a dendve),
hailli; ma al ptc: toucha , pècha , eloigna, e solo si distin-
gue reteria (IR). — III. onna granda faraena, la fauta,
faitta. — IV. campagne, ahondance, joie, misere e injure
(lA); ma gli ultimi due esempj sono forse importati.- Per
i da ié di fase anteriore: premis hahits, anchins frc. an-
' Cfr. 'Vaud' al princ. e alla fine.- Nel citar le pagine in cui si contiene
la ^canzone' (518-22), ometterò la prima cifra.
" Non va confuso, con questi, l'analogico étive {étivé) stava, era, che s'al-
terna con étai, Bruj. 462; cfr. avive amashà, allato a avai don gargons.
V. la nota a 'Aiguebelle' (Territorj savoiardi).
Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 80
ciens'. — V. hahitens, quitten frc. quittant, separent (cfr.
chenten sentendo, ecc.). Territorio delle Beauges (Cham-
béry; Chdtelard ecc.): I. ptc. eìitra, retrova, depensa, dis-
sijpa', inf. entra, trova, garda, destitua (in funz. pl.)^; 2.
pi. iraperat. traita me, amenaz, tuas (cfr. metaz-le); imperf.
desirave, santave; pare, frare, fare fàcere, 'pan. — IL inf.
s'attatier attaccarsi, jpn<?r, voyadier, embrachie; 2. pi. ira-
perat. daillez me, abeille le; imperf. hailléve, danchéve,
mediévon; ma al ptc: totiaz toccato, petia peccato, ohledia
obbligato, media mangiato, bailla. — III. sa farma frc. sa
ferme, 07ina baga, robha, féta. — IV. bombanse. — Y. por-
iant, habiiant, éfan; raa etens éten frc. étant (cfr. cepein-
dens, veyens). Cantone d' Albertville (=L'Hópital):
I. ptc. exild in funz. fem., cfr. la vaia la vallata; inf. kitd,
guida', mare, pan. — II. gagnier. — III. amara, à la gar-
da, poura, noutra; model (inf. moda) va.— IV. montagne,
compagne, feillie figlia. Valle di Beaufort: I. ptc. ceda
147, deculottd 144-48, passa 145, bottd (m. pi.) frc. bottés 139,
arma (f. sg.) 144, déconcertd (f. pi.) 143, cfr. à l'écartd frc.
à l'écarté 140;- inf. termina 143, parld 140, dèpassd 141,
gardd 142, portd 140, domptd 146, epid ib. ;- 2. ps. pi. pres.
ind. trovd 143, imperat. restd ib., condiz. farid ib. ;- nd
naso 142 145.— II. inf. haillé 140, ì^allié fr. railler 142,
cougnier fr. cogner 146"', 7ne laiche lasciarmi 145, remaché
' Per i da ie = ia, le seguenti 1. sg. del coudiz., da una strofa nel verna-
colo della città di Chambéry (Statist. 307): de bailleri darei, de me cu-
chiri -*corcheria (mi porrei a giacere), de diri direi. Vi occorre insieme il
partic. sandia frc. changé (-éa).
^ Qui è singolare un inf. in d: pe alla trovos per andare a trovare (9 = 20).
Sarà diCBcilmente un errore di trascrizione o di stampa; e va considerata la
particolar costruzione.- In questo stesso testo, il vers. 17 ( = 28) incomincia
per cetey cho fou, dio indegno. Non son ben sicuro circa il valor di queste
parole; e perciò non saprei dire se vi si abbia un participio in ó (indignato).
* la rima con cougnier, abbiamo fougnier, che ò tradotto per *fu-
reter', e ritorna nel piem. foTié, mil. foTia, e in feiignie fouir, creuser,
del dipart. della Mesa, fougner remuer la terre, fouiller, del 'rouchi'.
Deve risalire a un antico *fundicare, scavare (figurai, 'andare al
fondo delle cose'), donde si viene normalmente a *fnndiare (cfr. *vcn-
90 Ascoli,
scopare ('rammassare', piem. ramasse) 143, balanché ib.,
t-einpastié frc. t'empécher 144. Ma nel participio, l'effetto
è diverso, o impercettibile: veria (IR) 142;- losdia allog-
giato 141, ein arasdia (sic) frc. enragée 145, décorstia, frc.
diare vendicare, *mandiare mandicare), che alla sua volta ammette
due esiti diversi: forìZ/dre o fonare (cfr. mcwgdre e mcindre\ nel frc:
Angeac Andiacura, Dourgogm Burgundia, e nello spagn.: verguenza,
allato all' ant. vergono, verecundia). Questo è dunque il nostro fo-
gnare, onde poi fogna, come pecca da peccare, ecc.; laddove il Diez
si limitava a ricordarci, sotto 'fogna', che Menagio avesse pensato a
siphon. Il piem. fgné , e il milanese foTid, oltre il significato di 'rovi-
stare' (andare al fondo), hanno pur quello di 'nascondere' (lavorare
in fondo, per di sotto), e vi si accosta l'italiano fognare in quanto
dice 'frodare' 'elidere' (ter via dal fondo). E qui forse è la chiave
pur del fu-fìndr di Venezia, che dice insieme 'rovistare', e 'far con-
trabbandi' (onde fùfiìia contrabbando, coll'accento sulla prima, lad-
dove il Cherubini accentua sulla seconda il mil. fgfin, foffìgn). Po-
tremmo cioè vedere in -fìnar Va atono in i, tra per dissimilazione
e tra per effetto della palatile {n); e resterebbe la prima sillaba, che
essa appunto rende forse ben prezioso questo vocabolo veneziano. Poi-
ché un bel parallelo logico del nostro *f undi [cjare, è il fodicare
e *fodiculare onde si ripetono i frc. fouger e foniller. Ma il frc.
offre ancora far-foiiiller, che in Linguadoca suona fur-fulid (cfr. Diez,
s. fouger, e De Sauvages s. v.); e potremmo veramente avere, per
la Francia, la base *for-fodiculare, e per Venezia la non men legit-
tima base *for-fundicare; che è quanto dire dei composti con 'foris',
da mettere accanto a for-bannuto, for-fare for-faire {for-conseiller,
for-jurer, for-juger), ai quali aggiungerei anche V éfourgnier di Tu-
renna (Rom. I 89), *ex-fori-nidi[c]are, sortir du nid. Uà della prima
atona nel termine francese, non fa alcuna difficoltà; ma neppure il
dileguo del r nel venez. /«/*-=» *furf-, basterebbe a impedire la combi-
nazione qui proposta. — Rimane poi da vedere, se accanto al ben
sicuro *fundi[c]are, fognare, non s'abbia anche il semplice *fim-
dare, nel founna founa del cant. di Vaud (Barn. 170), 'fiairer, fu-
reter en vue de trouver des comestibles; chercher indiscrèteraent à
voir ou à savoir' ; dove sarebbe da confrontare, per la mera assimi-
lazione del d di ND: veneindze vendemmia (vendenge), che appunto
occorro anche nel Vaud {no faut devcrti stau veneindze, vernac. di
Pully, nel Vaud, Brid. 513).
Schizzi franco-prov. § II, I. Va lat. nel territ. franco-provenz. 01
|d]écorchée ib., reinsdia frc. rengé 141, mostia frc. monche
144, dérostia roulé par terre ('diroccato') ib., paya 145,
zdoya giocato 141, dèloya dislogato ib.; cfr. petza 147.-
Altre voci: stié frc, chez 141 143, siier caro 145, sthi cane
144. — III. bella piòta bella gamba 139, onna ona una, aiga
143, voutra leinga ib., borsa 139, barba 141, tabla 139;-
zduret frc.jure (3. ps.) 144, passet 138. — IV. sa mauvaige
hiimeur 147, la fource ib., la place 139, la demeinsde
domenica ib., la débautse (sic) 138, la gauste frc. la gau-
che ib.;- misere ib. ;- sari sarei (saria) 147. — V. quinta
[o quinta trista coìidicion! 148) è un esempio illusorio'.
' Questo esemplare richiede, e per sé medesimo e per la colloca-
zione che gli è qui contestata, un breve coraento, che potrà pur forse
avere qualche ulteriore applicazione.
Va imprima ricordato, che l'antico provenzale ha tra' suoi inter-
rogativi e relativi: quinh quinha (Diez IP 103 450; cfr. Raynouard
V 26, che adduce anche egli il catalano qui7ì)\ ma non vi ricorre
frequente.
Codesto pronome restò peraltro ben largamente diffuso; e cito qui
imprima, per la forma feminile, quasi dai due poli opposti: totz los
bees e causes de quiyxhe conclition qiies siert, in una carta bearnese
del 1409 {Rev. IV 68), e de quin-ne tcheveuille étordre, modo di dire
che equivale a Me quel bois faire flèche', nella parab. di Valangin
(Neufchàtel; Brio. 470-2, cfr. Haep. 84-6). Poi per la mascolina: à
kouinn él demanda, al quale domandò, nella parab. di Saint-Lue (Val-
lese; Brid. 432; cfr., in questo stesso paragrafo, il num. 22 A); a sa
pa de kin boué fairet fléche, il ne sait quel moyen employer pour
arriver à ses fins (de quel bois faire fléche), nella Tarantasia (Pont 47);
e nel Jura: quin, queu, quel, avec le ton de l'admiration, de l'éton-
nement, ou de l'interrogation; quin nàis! quel grand nez!, quin houm
est-o ganoque? quelle espèce d'homme est ga! (Mél. 193).
Il significato esclamativo, che sentimmo nel Jura, e insieme un t
che sussegue alla nasale, abbiamo ora a noi dinanzi nel quinta di
Beaufort, tradotto pel frc. 'quelle', come anche si tradurrebbe il quinta
dell'antico passo savojardo che più in giìi si cita {te verve un pò
quinta feta qual festa), ma ancora con qualche intcnzion di mara-
viglia. S'aggiunge: 'tarant. kien-tal, romand keinta!, quel (sic), lo
heint lequel!' (Pont 111). Ma il dialogo aostano (Zucc.-Orl. 42) ci
offre, nella semplice e diretta domanda: et quinte posate? o quali pò-
92 Ascoli,
Del rimanente: sìanlon cantano 141, graìi r/raìis grande -i
145, mànqua frc. manqne (sost.) 143, ecc. Circa ein parlein
frc. en parlant 139, ein passein 140, cfr. saveins frc. sa-
vants 139, ein ne volliein frc. en ne voulant 142, e 'Taran-
tasia'. Si aggiunge certins frc. certains 138, che si com-
bina col certein di Tarantasia (Pont 80). Aiguebelle
(Moriana): I. ptc. manda, età ecc.; inf. gardà, trova; 2. ps.
pi. imperat. traitd 7neecc.; santa, pare, frare,pan, fam. —
IL ìntpìreyer, 2. ps. pi. imprt. haillez; imperf. baillèvont,
mezèvont, danchevon^ ; ma al ptc: commencha, baija ba-
ciato, halliat, meza, tocìiat. — III. honna olièra, repon-
sa. — IV. sa première ròba. — V. enfant, habitants, quant
quando; ma éten, cfr. ayen e cependen (allato a cepen-
dant). E qui ancora valiamoci dei vecchi saggi savo-
iardi del Reo.: I. ptc. aliuma22; inf. trouua20, raconid
17, ecc.; 2. pi. ind. pres. vo pensa 15; imperf. parlane, de-
mandane, 19; fare 15 16, {commere 19).— II. inf. bezy.
sate? E il DE TouRTOULON, finalmente, ci dice senz'altro, nel criticare
una pubblicazione provenzale di P. Meyer: 'M. Meyer corrige à tort
'quintz en quins. Le t se justifie parfaitement. On dit, dans quelques
'dialectes, quint, quinta, quel, quelle' {Rev. IV 396); e: 'Quint, quinte
'(-a), appartieni cependant à plusieurs dialectes, particulièrement à
'colui de Montpellier' (ib. 524).
Che dobbiamo noi dunque conchiudero in ordine alla ragione sto-
rica delle forme col t, e in ispecie del femin. quinta'? L'antico quin,
quale, avrebbe potuto trovarsi, nella Savoja, allato a un 'g-wm^^ quanto,
secondo le analogie che notammo nei finitimi campi dell' Ain e del
Jura, e il facile scambio delle voci mascoline agevolar quello delle
feminili (quinta per quina), aggiungendosi, appunto nella costruzione
esclamativa, l'attiguità logica de' due termini (quanta gioja! = qual
gioja!). Ma la ragion fonetica dell' ant in int non si regge, poiché
quinta arriva in sino a Montpellier. Quindi non resta, parmi, se non
di arguire, che l'analogia di tan[tj tanta, e quan[t] quanta, portasse
quin, senz'altro, e ben per tempo, a voler per suo feminile l'inor-
ganico quinta.
' Manca veramente il riscontro di un imperf. in -àv-; ma l'esservi étieve
(cfr. avieve, falieve) non prova già che manchi V-dv- pur dove air« non
preceda suono palatile. V. la nota a 'Ginevra'.
Schizzi fianco-prov. § II, 1. L' a lat. nel territ. franco-provenz. 93
approchy, tochij, 16, farfoilli (e haillè in rima con esso) 20,
aitanclii 22; 2. ps. pi. imperat. lassi-mey 16; chinne cagne
20; ma al ptc. : baillia 21 (cfr. son cangia 20), je me suy
mochias par voz heysierWò n. , dcsloya f. slogata 22, [hran-
slé 20);- afeitie (IT) 19 \ in rima con meytia (IT) metà. —
III. la guerra est causa 17, q'una iuuena sarà my -moria
21. — IV. rogne 23, {lengue 17). — V. Circa quinta {quinta
feta 21), vedi qui sopra, 'Beaufort', in nota.
Tarantasia.- Sainte Foy: I. ptc. ala andato -2i, porta; inf.
ala, mosrà, porta, resta; 2. pers. pi. pres. ind. voz ala, vg
gantà; volontà; sài, àia; amar; fràre, hé-fràre, mare;
fare; [làsu lascio]. — II. inf. travalj'e; comensi, miggi, gargi,
cuci frc, coucher, toci , ecraci prov. escracar, frc. cracher,
refreci rinfrescare; 2. ps. pi. vo miggi ; ma al ptc: miggà.
Altre voci: ecéla scala, cevra, cir caro, gin; gett gatto. —
III. géiha catena, plèina, gàmhra, gàmha"^. — IV. viélje^,
fòigi Ij e Mcetio (frc. faucille), avilje, orèlje; filje; fòlji (pi.
le fólje), pàlji; gagàne castagna; vendéngi, plòzi pioggia,
néci frc. nièce, cusi coscia, gljàsì, cljógi frc. cloche, vàggì
vacca, miiggi mosca, gógi frc. gauche f.;- gòidire *caldària',
colv'lère chioccia *cubaria. Dai saggi tarantasii del-
l'ab. Pont: I. ptc. tua 81, passa m. 81, f. 76, trai itela tre
pelati 82, gardà 75, eiìiventd 82, copà frc. coupé 79, ecc. ; -
infln. lava 84, alla 78, cassa 79, gardd 80, porta ib. , btd
mettere (buttare) 79, ecc.;- 2. pi. imperat. treitd met ecc.
127; 2. pi. pres. ind. vo porta (e preferd; anche il frc. 'prc-
férer' è di 1.* conjug.) 134;- imperf. me degavdvet mi met-
teva a scoperto, a nudo (dis-cavava) 59;- prd 63, ìid 82,
dà 84, churetd frc. sùreté 78, sa sale 65, td idla 68 81,
' chat et afeitie; intendo: chatet afeitie gattuccio mansueto.
■ oróro, aurora, pare un provenzalismo; e s'aggiungerebbe riandò in una
nota qui appresso. Cfr. inoltre la prima e la quinta nota a 'NeufcbiUel'.
^ La divergenza tra il continuatore di vet'lus (veclus) e quello di vet'la (ve-
da) si fa abbastanza considerevole anche nel frc: vieiix {=:vié"Is) vieille.
Ma nella regione in cui ci moviamo, sia che il mascolino risalga a vet'lus, o
sia fors' anche a vet'lo, la divergenza diventa ben maggiore: viù viclje (S. Mar-
cel, Valle d'Aosta), jii viéljc (Sainte Foy, Tarantasia), iuc viclje (Fenis,
Valle d'Aosta), Jt viclja (Cogne, ib. )•
94 Ascoli,
fava 46, màì^e 78, pare CI, comma compà 134, frare 65 n. —
II. inf. defollié 101, set molliéòS, veglier 50 n., laiche la-
sciare 78, dancher danthié danzare 20, Uécher frc. bles-
ser 37, lankié lanciare 54, loiandjé frc. louanger (louer) ib.,
coniche insudiciare (conciare) 98, nadger 59, medzi man-
giare 113, iireidgé preidzé predzié parlare (predicare) 79
81 135, dzcdjié dzedgé giudicare 53 77, ecortchier écor-
tcliié 44 76, enpatzà 106, cintcotzé frc. encocher ib., cutchier
41, cratchier 42, motchier mostier (e mossi) moucher 58
(59: motsà; e cosi pure motza frc. moquer 135), seitcher
seccare 67, totché 69, dzoié giocare 53 135, "pai pagare 114,
nétyer netya nega negare 59, detneier dinegare 101 ; aher-
dger 21, reindger 23;- IR: verié 69, tréié trié *terier ti-
rare 83 84 59, chirier frc. cirer 40 \ Ma al ptc: élognia
élognat 127 55, medzia medzea medza 86 69, petchà 127
{dv.peitchatpetchat petsat Gì 78, il peccato; e anche foiat
flambée 48), totchd 127; laddove è il pieno effetto della pa-
latina nei sost. condjié 41, martza martzi mercato 112. Poi
avremo, per la 2. pi. imprt.: bellié 127, medzié 134, paìé ib.;
per l'imperf. : ì)e[i\lliévet Qb n., 127, medjevet medjévan
ib.- Altre voci: tchèi cadit 75; tchier tcher carus 39, tsein
tseinna 40, oìi gran tché casa 80, tchévra 75; tset tsetta
frc. chat chatte (ma: tsat 81 82) 31, tser tsair frc. chair
82 122; etchéla 44. — III. novella agg. f. 60, aveina 36,
aoura ora 52, coua 41, anta amita 70 \\.,pointa ago (punta)
34, «r&a alba 29, Tiàrha 24, ecc.'; eda-tet ajùta-ti 74;-
3. ps. sg.: tsantet 20, parlet 78, onoret 76, ecc. — IV. /è^ze
figlia 47 n., vigle feille 72, folliet 49, peillie paglia 61, gre-
nolliet 64, leinteliet -telliet 54 62 n., fauthelie frc. faucille
66 n., 73 n., végne 72, tstagìie castagna 38, arcigne ara-
nea 35, caiche cassa 38, on^/ie oncia 71, pertse frc. perche 62,
* mireye mira (scopus), presupporrà il verbo mirier (cfr. 'Vaud', dint. di
Losanna), e insieme sarà una preziosa forma in -ata (mirata), siccome quella
che rappresenterebbe la fase che ritroviamo normale in Val Soana e iu Val
d'Aosta, e qui di solito è ormai oltrepassata; cfr. rosa frc. rosee 65, passa
passée 76, monta la montce 58.
* verié à la riondo girare (touruer) 69.
Schizzi franco-prov. § II, 1. L' a lat. nel territ. franco-provenz. 95
cutse letto (cuccia) 77, botse bocca 37, clotselò, plantze
frc. planche 115; méfianche 78, abondanjìe 71 n., ecc.; bé-
thie bestia 66, misericourdet 78; fremié (sic) formica 48;
confrarie frc. confrérie ^ \- vi & viat, via. -ARIA: premire 74
(masc. premia 79, cfr. uvri frc. ouvrier 91), revire 65 76,
thevire frc. civière 39 (cfr. Ardi. I 486), pethire frc. pous-
sière 64 n., femire (ant. frc. 'fumiere') fumo 76, dzarrati-
re 103, ekorsiret devidoir 107, ecc. — T. Di hien-ta, v. qui
sopra, p. 91 n.- Per laveintse frc. lavanche, cfr. valsoan. n. 4.
Poi: certein eiìicertein 80. Circa éieint stando (essendo) 128,
ein medzein frc. en mangeant 74, cfr. ein atteindein ib.,
corein correndo 127, en fegein on aprein frc. en faisant on
apprend 76. In sein scinta santo -a 76 65 n., si risale ve-
ramente ad AINT, cfr. num. 16; e un i attratto vediamo
anche in arcigne aranea 35, etein stagno 68, cavein cava-
gno 79 (cfr. cavagne 97); allato ai quali può anche notarsi
bré ("bràic Arch. I 85-6), e insieme peillie paglia 61, e beil-
let frc. baille (dà) 75". Del resto: kan quando 78, gran
grande 127 (cfr, 18), martchan martsan frc. manchand 57,
habitans\21, tsantet eg\\ canta 20.- AN, AM: manhQ>, san
Q>Q, gran 20, plan-na frc. plaine 62, lùnna 54, /an fame 46
127, ran-ma ramma ramina ramo 64 n., 85.
•Valsoana'.- I. ptc. porta {{em. portàj), int portar, ecc., n. 1. —
II. inf. banér, tocér, ecc., n. 3; ma al ptc: banjd [bania),
pecjd {pecia), ecc., ib. — III. àia, càuda, ecc., n. M\- pór-
iet, éret, n. 165. — IV. fólji, vacci; àjri\ alegrii; ecc.,
n. 59. In ordine agli effetti della palatile sull'a finale fuor
• Il semplice frarie dice 'festin' 48; ed è l'esatto parallelo ideologico di
fralia {fratalia. Ardi. I 458), che tra' Veneti e i Friulani viene adire 'goz-
zoviglia' (frdja frdcfa fràje).
* Cfr., neir atona, keillier frc. cailler 38.
' Lo spoglio della parabola valsoanina presso Biond. Bial. gallo-it. 539, ci
offriva: I. "pie. pensa, demanda, butà, fem. donai, consumai; inf. tornar, ral-
legrasse; 2. pi. imperai, alade, preparade, biità-li; — II. ìat ammascièr am-
mazzare, 2. pi. imperat. masciè-lo; ma al ptc: ammascià, ciargià, basià, co-
mensià, enrabià; — III. totta sua, vita, ecc.; — IV. bin faiti facta (v. Nigra,
niim, 59 S'^), la compagni, ogni miserj; de maneri che, carchcri (*calcaria»
vì;ì); daresti, allegri.
96 Ascoli,
d'accento, il dial. valsoanino, così per la proprietà sua, come
per la squisita descrizione che ne abbiamo, ofTre alla nostra
osservazione un mirabilissimo campo. Vedine ancora il § in.
— V. jjjénci ecc., n. 4.
Val d'Aosta.- Aosta. I. ptc. ala alàje andato -a, iiortà por-
tàje^\ 2. p. pi. VQZ alàde {alà)\ altre voci; volonlà, sa sale,
ala; rama, man, san. Ma, come nelle altre varietà della
valle di cui si porgono saggi qui appresso, I'a'r dell'infinito
suona e (e): ale, reste, porte ^; locchè non toglie che il
particolare effetto della palatile si scorga nitidamente pur
negli infiniti di questa regione, e ora appunto incominciamo
a mostrarlo. — II. inf. travalji, comengi, onenzi, presi pre-*
dicare, zaril caricare, cuzi, tozi , enteruzi^; ma al ptc:
menzà menzàje, cuzà cuzàje, tozà tozàje*. Altre voci:
ezéla, zévra^, zèr zir carus, zcen (quasi zùn'^) canis'. —
III. l'ura il vento (aura), epòusa, zàmhra, èrba, ecc. —
IV. fólje (pi. fólje), pàlje, zatàne (pi. zatàne), grànze,
vertènze vendemmia, plàge, nége, cué'sse, la gljàge, manze
manica, vàzze, mùzze, frizze fresca; égìije acqua *àig[u]a
*àigja^; zaudére;- e qui s'intende V -óje = ata, che vedemmo
nel participio, cioè: -àda, -da, -à-j-a, -àje; cfr. valsoan. n. 59
12°. Arpeville. II. inf. cargi, toci, refreci, ecrazt (sic)
frc. -cracher. — IV. avélje; fàlje; plóze; piége; ève acqua"
' beuttaie buttata (messa) alm. 132, crepales crepate ib. 133.
" Cfr. il piemontese. E Aosta e Cogne danno ancora amor amer, amaro,
come è appunto pur del piem.; v. Arch. II 113. Aosta dice eziandio /<? re;
e così è fer a S. Remy; ma Cogne: fare, S. Marcel e Fenis: fde. Fere po-
trebbe risalire a *fàire; e così fra (Arpeville), frée (S. Marcel e Aimaville),
fratello, a *fràire; cfr. prov. faire e fruire.
' A volte, la pronunzia oscilla, nell'infinito palatile, fra Vi e un'j strettis-
sima; onde ha la sua ragione Ve' di medzé rép. 66, totzé ib. 70.
* dialg. baillia 32; 2. pi. palades alm. 132; [imperf. pendoillave ib.].
' CA a formola atona: seud cavallo; e a S. Remy, per influsso del v: zuvó,
com'è guvàl a Sainte Foy (Tarantasia).
* -oen -un, da -en, per effetto della nasale; cfr. medgcen medgim, frc. mó-
decin.
" cel caduto, alm. 131, domanderebbe particolari indagini, e può avere di-
versa ragione che non le forme che gli consuonano nell'antico francese.
* Cfr. 'Ain' in n., e 'Vaud' (dint. di Losanna), pure in u.
J^^ Schizzrfranco-prov. § II, 1. Uà lat. nei territ. franco-provenz. 97
*àiva. Cogne. II. cer, cin {zin); zàtt gatto. — IV. fréizze
fresca, ecc., e anche formie formica, ma cuàisa e zùdéira. —
S. Remy. I. ala, man;- ptc. alò (fem. aldje), arruvg, 2^ortó,
cfr. Il in n., 'S. Marcel' e'Fenis', e l'ultima nota ad 'Isère';-
inf. ale ecc. — II. inf. mezze, zarzé, tozé, colici^; altre voci-'
€6)% civra, ecila. — IV. sélje secchia, ecc. S. Marcel.
1. ptc. alg (fem. aléje^), arru'g, porig; 2. p. pi. vg allóde,
vg zantóde; e inoltre: volontó, tgbla tavola, nel quale esem-
pio non si potrà dunque ripetere V g dal b che sussegue,
come nei participj non si potrà ricondurre ad un au di fase
anteriore (cfr. p. e. Arch. I 253 segg.) ^ Piuttosto andrà av-
vertita la special formola AL, in ola ala, 'o sale (S. Remy:
sg), mu male (S. Remy id.)^;- inf. pgrté, ale. — II. inf.
cornerei cominciare, menzt, ecc.; 2. p. pi. vg menzide. —
III. zivra, ezéla, ecc. — IV. ève, zudije *caldaria (cfc. nuji
*nucario albero noce), ecc.;- vàzzi, cué'ò coscia, IJà'ó *gla-
cia. Fenìs. I. 'an sano, amar amaro;- ptc. alu {fem.
aléje), ariC'u, portu (fem. portéje), pa'ó passato, cfr. ii;
2. p. pi. vg alóde, vg zantóde; e inoltre: volo7itù', cljii
chiave; AL: ola [dòue hóle), la 'o il sale, mow male;- inf.
ale, porte. — II. inf. travalji, come'i cominciare, zarU, tuzi;
ma al ptc: travaljà , zarguà, tocud, z'e 'ongà io ho so-
gnato.— IV. a vàzze, ciié'e, Ijàhe; péò pera\
' Al partic. ho all'incontro: tuzd tusuje. Il ms. mi lascerebbe veramente
incerto se sia forma di S. Remy oppur di S, Marcel; ma costituirebbe il so-
lito contrasto in entrambo le serie; e Va del feminile l'assegna piuttosto a
S. Remy.
* Cfr. Tenis' qui sotto, e 'Isère', in nota.
* adversito rép. 68; nel dialg. è aoei ito avere (essere) stato 32, accanto
a fa ita tu hai (sei) stato ib., ala, leva, porta;- e nell'alni, avouillo (te
me creyaves avouillo devant...) 131, che reputo corrispondere al frc. aoeuglé,
oltre Tester trampo ib,, che non mi attento a tradurre; ma insieme: pria
pregato, ita stato, ib,, ecc.
* Ricordano questi esempj il piem. fiala, frc. fiole, che al Diez (s. phiole)
son parsi una mera 'corruzione' di phiala.
' Circa V&osi. quinte quali, dialg. 42, v. sopra, in nota a p. 91-2. Neppure
arénze accomoda (piem. arótiga), ib. 40, potrebbe mai darsi per sicuro esem-
pio A'à in ^; ma a ogni modo si confr. il valsoan., al n. 4. Piuttosto da no-
tare, malgrado l'accento trasposto, grent/i (Cogne) frc. grange- Superfluo
Archivio glottol. ital., III. ~
9S Ascoli,
Vallese, — A, 1. Evoléna (Val d'Hérens). I. ptc, torna, rin-
Ira, ecc.; inf. alla, intra, porta, ecc.; 2. pi. imperai, tretd
me, amena;- cliendd sanità, par re, fan, quàque. — II. inf.
mingic; 2. pi. imperai, bailli me; iraperf. baillevon, tnin-
gevon, [comminchevon 24]; ma al ptc: baillia, engraschia
ingrassato, emhrachia, comminchia, mingia, petschia, to-
cliia; pria, {despenchà, ramachd); fem. : ouna via déhau-
chai, cfr. 'Aosta'. — III. la parola, ouna grocha famiìia. —
IV. la campagni, la michjeri; ma anche: bonna cheri ,
coleri; e cfr. i masc. sing. vouth^H, atri. — V. Circa ou7i
de z habitain, e ein menain menando, son da confrontare :
countain contento, courrain correndo '. A, 2. S a i n t-L u e
(Val d' Anniviers). I. ptc. donna, inf. vouarda, e anche
ch'amoujd frc. s'amuser; 2. pi. imperat. apporta; imperf.
donnavonn;- pare, frdre. — II. inf. che rassassié; imperf.
approssiòve (cfr. md è falliéve mais il fallait) ; ma al ptc. :
commeincia, bijia baciato, partagia, minzia, petzchia,
totzchia, prctja, eloigna, einvouia; e Vie nel solo pi. del
fem.: defenne débouchiéie, dove sappiamo che Ve può avere
il suo particolar motivo (v. 'Isère' in n.). Ancora: échirre,
che vale quanto il frc. 'échoir', e deve riflettere il legittimo
infinito di 3.**: ex-càdere. — III. la plou bella roba, e pur la
debaucha. — IV. la campagne, abondance, eindigence, {co-
lere). Y.oun di f habiteinn , cfr. courreinn, e pur com-
poi spender qui parole circa V éi od é che è in se léisso (Aosta; inf. leissé),
io léisu (Cogne), lé'o (S. Marcel), les (Airaaville), io lascio; Idsii a Sainta
Foy, Tarantasia. Cfr. il § III.
■• Dai saggi del Frobel si aggiunge per la valle d'Hérens (Erin) :
I. ptc. demanda 183, chalud saluta[ta] 188, cfr. la Monta n. loc, 76,
caverne des fà'ies d'Aràzinol delle fate (Vallata d'Hérémeuce) 38; inf.
zercà zercar 21 77, promenar 187, e anche ralliar 189; 2. p. pi. pres.
ind. allaz vos 109, ralliaz 189, imperat. zercaz 189, pachaz passate
188, ne me refugeaz pas (refusez) 188. — IL inf. trier trés cos tirare
tre colpi (IR) 184; ma al ptc.: approchid 188. — III. la luna, tota
soletta, 187; IV. Deng blangzi (Dent bianche). Dova blangzi, nomi
di montagne, 17 114-15, ma anche Montagna de VAbricolla 112. —
V. Gerundj in -ent: filent wuardent recontent 188, allato a pachant
faisant 184.
Schizzi franco-prov. § li, 1. L'a lat. nel teriit. franco-provenz. 99
mandemeinn. Di à kouinn v. la nota a pag. 91 \ B, 1,
Sembrai! eh er (Val d'Entremont). I. ptc. tiò frc. tuo, ap-
pelò, nommo, reintrò, retrovò, amassò, dépenso, demandò,
ito, cfr. la necessitò; inf. alla, eintrà, trova, vouardà; 2.
p. pi. imperat. tuid-lo ecc.; pan^ — II. inf. voyazer, pre'ier;
2. p. pi. imperat. haillez-me, habeillez-lo; imperf. bailli-
van, mezevan, dansevan; ma al ptc: hailla, eìnvoia, ein-
raza, meza, petza, totza; — III. la parola ecc. B, 2.
Vétroz (alla destra del Rodano). I. ptc. torno {torìió) , cou-
mando, galoppo, khèrio *cri[d]ato chiamato, ecc. (ma: serra) ;
inf. alla, tzantà; 2. p. pi. imperat. mena, e pur étrandhà-lo
(dhà = lja =:glja); imperf. sé mousavè pensava. — II. inf.
hijié baciare, danfié danzare; travailli, rneindji; 2. p. pi.
imperat. hadhe-mè (dhe = lje); imperf. haillivò, meindjivon ;
ma al ptc. commeincia, pétscliia; hailla, meindja\ cfr. pedj a
(leT) pietà. — III. onna verdzetta. — IV. radze; misere. —
B, 3. St.-Maurice. I. ptc. levò, dèno donato (dato), mandò,
importò ecc., cfr. magro malgrado; inf. garda, scempiar
' Deli saggi del Fròcel si aggiunge per la valle d'Anniviers
(Einfisch). I. ^ic. gropd ecc.; inf. alla[r] trovar 177; 2. p. pi. pres.
ind. allaz 177, demandaz 178, imperat. donnaz perdonaz delivraz
(e anche ne nos indigeaz non induceteci) 176;- volontà 175. — II. inf,
tirié (IR) 180; ma al ptc. : tirici ib., cfr. commencid ib., elianti fid 175.
Ancora tchièvres zièvres 177.— III. terra 176, trèvua 178; IV. in
plachi 177, feti {*fajtja) fatta 176. — Nutri péri (pàire), nostro pa-
dre 175.
' pire, padre, deve risalire a *paire, e coil fi-e, fare, a *faire. Altri esempj
d'i = *ai, sono in questa parabola: i *ai ho, mi (allato ajamais) *mais ma,
fi *fàit fatto. In quella di Vétroz, a cui tosto arriviamo, si riproducono fire,
fi, i, mtjami, allato a pare e frarè. Anche in Val d'IUiez: fi, i,jami (e pur
é ne $d pas mi dìgno, nella qual combinazione il mi, che deve esser 'magis'
e non 'melius', ritorna anche a Evol(5na), allato a me, fere; pare. Ma resta
V-ai nella composizione del futuro, a Vétroz (di Sembrancher non si vede
il fut.): me leivérai (V. d'IUiez: lécèrA), parlerai, dirai; laddove in piìi altri
luoghi troviamo « = *ai fuor della composizione, ed -i nel futuro. Cosi a
S. Lue: i'é, léoeri, iri, diri; nella valle d'Hérens (Fròbel): i/o l'ai chaluà,
fari; a Montreux (Vevey; Vaud): li-é io ho, me lévri andri diri; e a Gruyères
(Friburgo): li' è , deri;- ecc. L'-i può anche passare, o determinarsi, nella
seconda sing. del futuro; cosi nel friburgh.: te ne veilh'ri, te n^andri, te vudri^
BRÌI). 4S7 541: cfr. Maef. 80 ecc.
100 Ascoli,
(cfr. Brid. s. einplla); 2. p. pi. imperat. tréla mey\ fam ^
r>an, Uière - \}di\ve]. — II. inf. jpreyié; imbrache, voyadjà,
s'allachà; 2. pi. imperat. baillé mey\ iinperf. baillève , dan~
siàve, mmdfjiévon; ma al ptc. : petchia, tolchia; oblidgìa,
mindglà, partadgia; éloigna, indigna] béja. — III. granta
tchiéra, féta\ IV. abondance. B. 4. Val d'Ili iez. I. ptc.
peinso\ dzeto, erto, ecc.; infin. tuo, trovo, einiro', 2. p. pi.
imperat. touo-lo, ameno, tretto-me, apporto, beto-la-le; 1. sg.
imperf. me mousàvo mi pensavo; pare, fan. — II. inf. bailli,
mindzi; 2. p. pi. imperat. bailli-me; imperf. travaillive,
mindzivont, approtschive; ma al ptc: bijia, èloignia; pc'-
tchia; bailla, ìneindia, partadzia, einvohia-; preya; cfr.
pedhia pietà. — III. (amena. IV. abondance^.
Vaud.- Nella sezione meridionale di quella parte del Vaud che
protendesi a oriente del lago di Ginevra (Gryon), ancora si
mantiene il contrasto che in ordine all' effetto della palatile
sin qui si osservava tra I'a del participio e quello dell'in-
finito ecc. Nella sezione settentrionale di quella stessa parte
(Ghàteau d'Oex), il contrasto cessa; come cessa, proseguen-
dosi verso il nord, nel cantone di Friburgo; né più si avverte
pur nel resto del Vaud, tranne all'estremità di sud-ovest. La
transizione si fa poi manifesta nel saggio d'Ormonts-Dessus,
com'è consentaneo alla posizion geografica di questo paese. —
Gryon. I. ptc. appella, dépeinsà, ecc.; inf. torna, tsan-
tà, ecc.; 2. p. pi. imperat. apporta ecc.; imperf. reintravé;
anale annate; anliian anziano; quauquié ; peiré. — IL inf.
meindji, fétéhi festeggiare; imperf. baillhivé, meindjivon,
approtchivé ; [quemeinhiron cominciarono*]; tchi man peiré ;
* 'L'o final représente un son intermédiaire enlre Va et l'o; e' est un o
^ouvert et un peu nasal, se rappprochant de la nasale on. Cet o appartient
'aux infinitifs et aux participes passés de la première conjugaison'. Bkid. 481
(Pat. du V. d'illiez). Si aggiunge V-o pur nelle 2. p. pi. dell' imperat.
^ Pur dasobahia, come se fosse di 1. conjug.
^ on de z'hahitein (e così a Sembrancher: habiteins), allato a ein me-
naint menando, St. -Maurice : on n'abitant {ih.: x>indin pendant, vèyin voyant).
* Malgrado X" -c'iron, che ricorre p. e. a Ormonts-Dessus, e anzi in questo
stesso verbo {kemingaron; v. ancora sotto 'Marchissy', in questa medesima
sezione), debbo rimanere affatto incerto se quemeinhiron sia valido esempio
per il fenomeno deliv; cui la palatile faccia volgere in -i. La terza plur. del
Schizzi frauco-prov. § II, I. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 101
ma al ptc. : hailla, meindja , pétcha , [houtscia ammazzato];
civ. jpedia pietà. — III. la crapula; IV. la danfé, onna
granfa misere. — V. Qui pure: on dei z'hahitein, e cosi i ge-
rundj étein meindzein, mouesein pensando, che coincidono
con vivein correin\- ma: einfan. Forse continuano an-
che ad Ai gì e le stesse condizioni che abbiamo a Gryon; e
vi accennerebbe decisamente, d'accordo con la giacitura
geografica, il ptc. ca^utscha (in funz. fem.; couchée), l'unica
Toce che per questo capitolo valga nel saggio d'Aigle. —
Ormonts-Dessus. II. inf. rnedzi; imperf. preiyve (sic),
apretzivé ecc.; ptc. hallie, medzie, déboutzies pi. f. (cfr.
annayes), ma: impleya speso', petzd, totzay (sic). Ancora:
pedhi pietà. Chàteau-d'CEx. IL 2. p. pi. imperat. ha-
dhi-mè (dh = lj), imperf. medzian approtziè; e ugualmente
al ptc: einvohi, badi (d=:lj), baiji, coumethi, medzi, par-
tadzi, prayi, petzi, toizi. E penoso che appunto in questa
parabola non occorrano esempj per l'infinito. Vi restano con
\'à, pur déjiru desiderare, e rassajid. — I e IV. arrevate
arrivata. Montreux. II. inf. gàgni, s'eingadzi, medzi,
approtzi, boudzi (cfr. vouerda, e pur rassasia); 2. p. pi.
imperat. bailli lai, habellhi-lo (cfr. apporta ecc.'); imperf.
baillive, sondzive, danshivan, medzivan, préìve, ap'gro-
tzive (cfr. desiderava) ; [kemenciran] ; ptc. einvouyi, bailli,
eloigni, einbransi, kemeinci, medzi, petzi (cfr. amassa ecc.).
Ancora: inf. veri (IR)^; e pedhi pietà. E qui sarà il
perf. è largamente passata all'analogia dei verbi in -ire. Cosi in una poesia
che pur proviene dal Vaud: tzantiran cantarono Brid. 493-4; e nel Jorat
(Vaud ancora): aliran, comensiran, Cornu, Riv. di fil. rom. I 100; cfr. Haef. 95.
• Vers. 14, e nel preced. : et le é rimpleya, che il Brid. rende per 'dissipa'.
Il prov. empleitar dice 'acquistare'; e la successione ideologica 'acquistare,
spendere (cfr. frc. empiette) , dissipare', non presenterebbe certa difficoltà. Piut-
tosto contrasterebbe il dileguo del t di ejt. Dovremo dunque ricorrere a tm-
plejcM- - implicare = impiegare ?
^ Per I'a di ata, dietro a suoni non palatili: debordales; chdie *suàe su-
date (sost. pi.), anyìoies.
' È ia un passo dei 'Bucherons', che non sono appien sicuro d'intender
bene: ' Y s'adze de gàgni son pan
Et veri s'on pàou la misere
Avoué la pioletta ein man.
'Si tratta (il s'agit?) di guadagnarsi il pane, e scuotere (voltare), se si pud,
102 ' Ascoli,
luogo d'inserire lo spoglio di due racconti vaudesi, che
si devono alla penna del Bridel, e furon riprodotti dal
CoRNU, sulla cui trascrizione noi regoliamo la nostra \- I.
ptc, enterd, passa, manca, fem. demontàje, trohljàje; inf.
reparà, lava, gita, sauté, se marjà:, 2. pi. imprt. delivrd,
indie, vo meritddc; imperf. sunàvan, gravàve , pass ave ,
marjdvan; idre ladro ^ — II. inf. balji, velji, dansi, de-
'la miseria, con l'ascia in mano'. Cfr. ne s' agit pas Brid. 512, V on pàut
dere ib. 493.
* Il lavoro del Cornu, nel quale si riproducono questi racconti, è nella
Rivista di filologia romanza, I 98-112 (Imola, 1873). Devono primamente es-
sersi pubblicati nel Conservateur suisse, che io non ho alla mano; e l'un d'essi,
il 'Charivari', è riportato anche nel Glossario del Bridel, p. 505-7, donde pro-
viene la lezione diversa (Br.) che aggiungo, ove occorra, tra parentesi. Circa
la precisa determinazione del dialetto in cui sono composti, dice il Cornu
(1. e, 98): ^La langue de ces deux récits est la méme que celle des proverbes
'semés dans V Instruction pour mon fils Pierre Louis écrit qui est date de
'Lovathan, village situé à la frontière de Vaud et de Fi'ibourg. Getta in-
'dication mise a part, le dialecte lui-mème fournirait facilement les preuves
'de mon assertion. Ce n'est que dans le canton de Fribourg et dans la partie
' du canton de Vaud qui en est voisine que l'on dit ran pour ren , que Fon
' prononce ey corame ay et que st commence à devenir g\ Per quanto è del
primo distintivo, bene è ran nell'uno dei due racconti, ma è ren nell'altro
(Cornu, gloss., ib. HO; due volte è ren nel secondo, lin. 129 e 137); e d'al-
tronde ne' testi friburghesi occorrono ren e rin {avuey ren on n'a ren ; schin
que vein de rin, on le prin pò rin] proverbj in dial. della Gruyère, Brio.
543;- betadè me rin quiè à parei..., letteralm. : mettetemi niente che a
pari; parab. di Gruyères, Mél. 543). Per le altre due caratteristiche, si veg-
gano qui appresso i num. 2, 13 e 19.- Il Bridel è detto 'le vénérable pasteur
de Montreux' (Favrat, nell'lntroduz, al Gloss. di Brio.); e una voce speci-
fica, che occorre nel secondo raccontino (greinpo), è attribuita nel gloss. di
Brio, al dial. di Montreux. A ogni modo, pur con Montreux e Chàteau-d'CEx
poco distiamo dal territorio friburghese.
^ tale tali fem., mò male. Circa md dice il Cornu: 'Ce mot est féminin
'dans plusieurs locutions', e cita pe la mo, parceque. Ma pe la md qc, o me-
glio f)è la man que, come ha il Bridel, vale etimologicamente 'per-l' amor-che'.
Circa per amore = 'propter', può vedersi l'Arch., I 25 n., e 549 6; e si ag-
giungono: pe l'amo que, alla riva orientale del lago di Neufchàtel, Mél. 541
(parab., v. 27); peramu, pramo, pramou, pelamou, pou l' amou, à caus^ \1^^]^
nel dipart. del Jura, ib. 187; per amor qe ecc. in Linguadoca, Salvages, s. amor.
Ma pur la Crusca ha registrato per amore = per cagione; e anche dev'essere
del fiorentino odierno, poiché Manzoni ha scritto e rifermato: ma c'era de'
Schizzi franco-pi'ov. § II, 1. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 103
pe0 frc. dépecer, brezi, paji, acrozi, moci; 2. pi. imprt.
CHzide; imperf. haljhe, cùdive (perf. cùdlran; IT); ptc.
corogi, bugi, ralloji *ve-\ocaXo -?l, ete^e' attaccato, terÌ{)R)^.
Altre voci: zen (Brid. tzin), ezila; e più notevole: geblje
(Jorat: zebe, Cornu; e pur nel Jura, Brid. 115) gabbia. —
III. fenzpra (C. scrive -gra; Br. -tra), ansàima vecchia
(anziana), amenda, ecc. — IV. nùje feràlje (Br. vilha fer-
railla), zàsse (Br. tsassa), fuerse, ma senténse (Br. senten-
che), la pljàce, peróse fr. paroisse, luje (Br. louye) loggia,
la deménge; puéjre (Br. pouaire) *pavoria, neiire *nucaria
albero noce; pljénte (AINT, cfr. valsoan. n. 59 3°). Ve-
vey. IL inf. dépliaicy, medzi, tsandzi, rindzt fr. ranger
(accanto a caminà, chàotà saltare, ecc.); 2. p. pi. imperat.
catzi-lo frc. cachez-le; imperf. tsertsiv'on bocon; ptc. Van
laissi, la {l'a) cutsi (allato ad avalà, trotta, e pur goncllià
gonfiato, cfr. fàbllia allato a vergógne ecc., e l'inf. gonhllà
Brid. 182). Pully (presso Losanna). IL inf. raccom-
pagnibl^, signi bll , tzertzi òl4, sétzi ib., vouaiti (IT)
guardare (guaitare) 515; 2. p. pi. pres. ind. fordzi 512;
imperf. sondzive 515; ptc, gàgni 518, dressi 517, quemeinci
516, aberdzi albergato 515, calzi 518;- allato all' inf. acu-
ta 513, al ptc. ama, ecc. — Ancora citiamo per -ata (I e IV):
dóshonoràte 518, reinversdie 516, aliate sost. 517; e per
altri -a fuor d' accento : felhe concheince demeindze ban-
?S(? 512-13. Dintorni di Losanna. IL inf. se laissi 508,
medzi ib., ieri (IR) 508 511, meri (IR) 508 (allato a mena
guai, per amor della cappa nera (Proni, sp,, cap. xv, in f.) V. ora anche la
Rev., V. 228.
* Il fem. epuejrjd (B. épouairia) sarà anch'esso un ptc. di 1. conjug., e
il Cornu pone infatti nel suo gloss. l' inf. epuejri con V i lungo (non col breve
di dremi ecc.). Ma neW -a non vedrei la caratteristica del feminile, con l'ac-
cento attratto; ma si, all'incontro, I'a di -ato che non subisce l'influsso della
palatile, come non la subisce nel masc. obljegd (Br. obliedja). Mancherebbe
dunque in epuejrjd la solita desinenza feminile, poiché la forma compiuta
avrebbe ad essere epuejrjdje (cfr. trobljàje ecc.); e circa il progressivo ab-
bandono di questa nota, si potrebbor confrontare il fem. ohlieydj (Br. oblie-
djai), e anche veprà (se ò feminile), che oggidì più frequentemente si dice,
secondo il Cornu, in luogo dell'antiquato veprdje *vesperata, après-midi.
104 Ascoli,
ib., ecc.); imperf. catztvè 507 (ali. ad amdvè 509, ecc.); ptc.
einvoiiyi 507, eimpougni 509, netteyi ib. , calzi 508, reletzi
ri-leccato 512 (ali. a alla rohd 511, ecc.); e ancora: tzins
cani 508, tcMvra 511 '. Le Mont ( Jorat). II. ptc. ein-
vouyi, co?^iJréra/i^ contrariato, emhrassi, ecc. (ali. a, arrevd,
decida, ecc.); imperf. approtzivè ecc. Saint-Cierge
(distr. di Moudon; da non confondersi con Saint-Cergue,
distr. di Nyon): ptc. 'bailli ecc., imperat. habelhidè, allato
a no7imà ptc, amend imperat. Ancora notiamo da questo
saggio: habitins, confrontandovi il ger. corrm. Sainte-
-Croix (a occid. del lago di Neufchdtel; distr. di Grandson):
mindzi inf. e ptc. (ali. a vardd inf., appèld ptc), pétzi ptc.
Prendiamone inoltre: ion de zliahitai uno degli abitanti, cfr.
ai vivai frc en vivant, ecc. Orbe. ptc. éloigni, oblliedzi
(ali. a appeld, dépeinsd); ecc. Marchissy: inf. se ras-
sasiy (ali. a guerdà); 2. pi. imprt. habeliy (ali. ad amend);
imperf. priivé ecc. (ali. a désiravè); queminciront (a Orbe:
comeingarant)^ \ ptc. éloigni, transgressi, ecc. (ali. ad ap-
pald ecc.). Brassus (Valle di Joux): ptc. baillé, éloi^
gné, einbraichiè, medjé, pètsché; cfr. pedié pietà; e 'Yé
final est tellement ferme, qu'on a de la peine à le distinguer
de V i\ Ma sarà altrettanto chiusa Ve di apprutschévè ecc.
Del rimanente: inf. guierda, e pur rassasià; ptc. appalla,
ramassd ecc.; anndU; coumanddvè. Vallorbes. I. Val-
lorbes, che è al Jura, nella sezione settentrionale del can-
tone, e Commugny, che ne è all'estremità di sud-ovest, ci
offrono Vo-i, come ci occorreva in alcuni territorj dei di-
part. del Jura e dell'Alni non attigui a questi, ma alla loro
stessa latitudine al di là della catena del Jura. Sarebbe ve-
ramente un suono tra Va e Vo, Brid. 460, 465. Gli esempj
di Commugny seguono qui appresso, e ora diamo quelli di
Vallorbes: ptc. nommo, retrouvo, dépinso, ramasse, inf. Ho
* Notiamo pur Ve àìplhèce, piazza, che occorre ripetutamente, 508 509;
cfr. «Friburgo'.- *Aigua *aigja, acqua, dà qui tghe 509; cfr. "Aosta'.
' Molto incerto però questo esempio, secondo che si è detto in nota a
'Gryon', sul principio di questa sezione.
* Cfr. l'ultima nota a 'Isòre'.
Schizzi franco-prov. § II, I. L'a lat. nel territ. iVanco-provenz. 105
fr. tuer, intimo, se boiceto, dierclo *ghierdo v. num. 9; 2. pi.
imprt. ameno, appourto. Ho, houeto-lhi;- annoia; santo,
la poureto\ — II. inf. se rassasii, préì; imperf. appre-
tzive ecc. ; ptc. éloigni, medzi, ecc. — III. oncouéra ancora,
enna bagna; IV. la campagne. Commugny. Oltre
ro = A, di cui già toccammo sotto Vallorbes, qui ritorniamo
pure all'-m (-fa) = AT0 cui preceda palatile; cfr. 'Ain', 'Isère',
'Savoja', 'Ginevra', ecc.- I. ptc. Huo, allo, appélo, dépanso,
ramacho, retrovo, demando, cheuto saltato; inf. regalo, sé
rassasio, antro, gardo; 2. pi. imprt. ameno-mè ecc. {tret-
tà-mè; santa); annòies; fore fare; — II. imperf. appros-
sivè ecc. ^ ; ma al ptc. : anvoiiya, contreria, haillia, éloigma,
embrassia, hemancia, mezza, partazia, pessia peccato, dè-
doussia (in funz. di pi. fem.) ^; cfr. perfza pietcà. — III. bouna,
roba; IV. abondance.
Friburgo (cant. di)'.- Gruyères. I. ptc. paschd [-pasci pas-
sato), rèschuschità , cfr. aind frc. aìné; inf. maiala macel-
lare, rintornd, lèva; 2. pi. imprt. allddé; imperf. tzantàvè;
pare, schindà sanità. — II. inf. medji, tschèrtscM; 2. pi.
imprt. baliuìè, dèpatscMvo ;ìmT^ert baliive, medjwan; [perf.
queminhMran" ; 3. sg. queminhha]; ptc. frecascht, medjt.
* Lo schietto a della 3. sg. del perf. (alla, arreva, couminga, medza, se
boueta, ecc.) non fa maraviglia, poiché ò veramente un a di antica posizione
volgare (-avt), e quindi rimane a pur nel francese. Piuttosto va notato Vd
di coumingaron.
' Manca ogni esempio per l'infin. con I'-are preceduto da consonante pa-
latile; ma se vi fosse, ci darebbe per certo Vi come è all' imperf., e anche
alla 2. pi. imprt.: bailli-mè.
^ Anche: ré/léchia.
* 'L'on a imprimé à Fribourg en 1788, in-8.o, les trois premières églogues
(de Virgile) traduites en vers dans le patois de ce canton. Je n'ai pas encore
rencontré ce volume qu'ont mentionné Ebert (n.° 23783) et Schweiger {Handb.
d. class. Bibl. Il, 1226) et dont un bel exemplaire s'est payó 18 fr. vente
Canazar, n.° 379.' Rec. 96. — 'M. Python publia à Fribourg, en 1788, i?ii-
colicos de Virgile, in dix Eclògues, traduites in vers hèroicos et dialecte
gruvéren.' Mémoires de la Société Royale des Antiquaires de Franco, T. I
(1817), p. 195.
' V. ancora, circa il dubbio valor di questo esempio, la prima nota al
'Vaud'.
106 Ascoli,
pètscht, totschi, incotschi'mzom\nQ.\Q.io (preparato?)'; vueili
(IT) 'guaitato';- in-ische no chez nous. — III. ouna roba
nauva; IV. de ìjouna grasshe. Dalla parab. 'de la Bas-
se-Gruyère': IL inf. voyadzi; ptc. invoui, contreyi, que-
menihi kemeinthi, corrothi; allato a alla andare, eia an-
dato % ecc. Dai proverbj raccolti 'dans la Gruyère':
IL inf. vuetti 535 (IT); ì^équementìii 542, 2')erthi frc. percer
544, payi ib.; ^ic. per hii frc. percé (pi.) 535, cutzi (ali. a
lèva, ecc. ^) 542;- tscMvra 534. Territorio fra la mon-
tagna e la Broye: IL inf. léschi lasciare, cudht {IH) *co-
[gjitare, tentare; ptc bcji hddsè, queminscM, allato a eia,
manda, ecc. — III e IV. oima tùia mijère, la schovegnansche
il risovvenirsi. Dalla parab. 'en patois broyard, comme
on le parie du coté d'Estavayer-le-Lac, à l'extrémité du
pays de Broie, sur la rive occidentale du Lac de Neuchà-
tel': IL inf. cudt; ptc. sondzz, loartadzi, ecc., allato ad eia
{z-elà), dispèrsa, ecc. Ancora notiamo: in plièsse (cfr.
p. 104 n.) ; e per 1' a intatto : mertan meritante (-tevole), infan.
— Si aggiunge la parab. nel 'patois d'Estavayer'; e di
certo, cosi per 'Estavayer' senz'altro, s'intende ancora 'Esta-
vayer-le-Lac', nelle cui vicinanze appunto eravamo, e non
r'Estavayer-le-Gibloux', che ad ogni modo sarebbe fribur-
ghese anch'esso. Ne prendiamo: IL inf. partadzi, prayi;
ptc. invohi ecc., allato ad eia, e ai sost. annate, onna ré-
galdie. Da canzoni friburghesi: IL inL dansi 485,
tzanzir cangiare 486, étazir attaccare ib.*; ptc. cudhi (IT)
pensata, tentato, 489, allato a eia 489, fem. elaie 486, ma-
riaze ib. , ecc. — III. lapeiìia 488; IV. V ivue la plhe fretze
l'acqua la più fresca, ib.
' Letteralm,: <iu-coccato'. II Cornu, nel gloss. ai raccontini vaudesi: '^en-
cozi, faire une entaille [encóze), commencer'.
^ et l'est j'eld. Questo curioso cld ritorna in tutti i saggi friburghesi che
ne porgono occasione: et l'è j'eld, ie Ve don z'elà, fem. eldie. E pur nel Jorat
(Vaud): z eia. Corno 1. e, gloss. s. '^ala'.
^ to tale 534, mó male 540.
'' Molto importante è nèviid negare 488. Qui non v'ebbe la palatile (*nejàr),
e quindi si mantenne Yà, in grazia dell'intermedio *negvare, che sta al lat.
negare come *intcrrogvare (prov. entei^var ecc.) a interrogare. E anche *in-
Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel tenit. franco-provenz. 107
Netjfchatel (cant. di).- In questo territorio, e specialmente
nelle sezioni discoste dal lago, il tipo franco-provenzale vien
declinando, come la ragion geografica vuole, verso il tipo
francese. Qui diamo, nel testo, lo scarso spoglio che ci riu-
sciva di raccogliere dai saggi che ci ha dato il Bridel ; e
in nota aggiungiamo degli eserapj, che si ricavano, per le
corrispondenti sezioni, dal bello studio dell' Haefelin.- Din-
torni di Neufchàtel. I. ptc, arriva; inf. conta, gardd,
éprovci; imperat. gardd-vot; e inoltre: faire affaire, le le-
deman frc. le lendemain. — II. inf. rollier {= rollili 336,
rosser, hattre, frapper avec un bàton; cfr. roulia in Lin-
guadoca); ptc. coìitchi; tchie chez. — III. la sionna la
bienne, encor a. — lY. apiàce\ Valangin (Val de Ruz).
I. ptc. conddn-nd 523, éfama, non-md, manqud, tchatrd
542, ecc. ; inf. alld, ròn-nd grugnare (mormorare, cfr. Arch.
I 526) 523, réimrmà, voirdd, ecc.; 2. pi. imprt. amenà-mc]
terrogvare si continua appunto in questa regione: ptc. intrèoà, intrévd. Brio.
448, 450, parab. friburghesi. Ritorna codesta forma anche nel cant. di Neuf-
chàtel (Val de Ruz: «eu'vi), e l' Haefelin (72) non la intende bene.
^ Sezione di sud-est. I. pag. 13-14: ala, gran grano, fam,
Icinna, fava, bontà, destinàf destinata, j'aMwiàuo;- animò animai. —
II. pag. 14-15: za^ cane, zer caro, carne e carro (Paroisse: zen, zos
caro, ze carne e carro); zivra, zi chez, zii^ (Par.: zizo) cado. [Circa
l'influsso delle palatili suH'a della prima conjugazione, l'Haefelin,
tralasciando ogni distinzione per gruppi, poiché sia regola generale
che codest'A passi, sotto quell'influsso, in t, dà a pag. 15 questa
breve serie d'esempj; i quali non sono dunque peculiari al gruppo che
per noi si denomina 'sezione di sud-est', e anzi valgono, generalmente,
per tutti e cinque: lalji, hani, bassi, clansi, aller/i, av'zì avvezzare,
ap2)ojÌ, menzi [megi), coczt (couct). Aggiunge l'Haefelin anche il r
tra i suoni che producano questa mutazione, avvertendo però che
ciò avvenga di rado, e dando per solo esempio fj'Sri puzzare. Ma qui
siamo ancora ad IR (cfr. aitrie, nel testo, fra poco, sotto 'Vcrrières'):
*fljairare, frc. flairer; e cosi si aggiunge, per IT, dalla p. 36, dove
sono piti altri es. d'infln. in i=a': édi, secondo la pronuncia del
vernac. della Paroisse, aitare, e per ID, dalla p. 51, vòedi vider
(ant. frc. vuidier), secondo la pronuncia della sezione di sud-est in
genere,]— III. p. 40-41: pjdnna, zdmbra, tela tUa testa, barba,
ràva;- zani" cantai.— IV. pfl(/', ardri% pjo^'' pioggia, pjflp% nioz" mo-
Ascoli,
imperf. an-màve;- santa, infìrmità 523; on an-me si ama,
fan, frare, [póré]-,- taulamet talmente. — II, inf. contreleyt
contrariare, contrastare, hailli , mdgt, ^neyt piegare 536;
imperf. s'éno-we, s' contreleyive 523, praidgive parlava
(predicava) ib.; ptc. contreleyt, cointchl sudicio (conciato)
542. — III. IV. La distinzione si viene dileguando: à la via
alla vita, éna balla histoire, metchéta téle mediante téte,
éna bague, la fortche 530, la porte 523; ancor et (ib.)\ —
Land ero n. I. i^ic. déracend; inf. accoicesa, arrétd; — IL inf.
bassie, cfr. pitie; — III. IV. aive, aure aura (vento), for-
ce, ecc. — Notevole ancora: duret *durent durante, col dop-
pio valore di 'durante' e di 'mentre' (cfr. ted. \vahrend)^ —
Le Lode. I. ptc. appaia, ratrà frc. rentré, ecc.; inf. atra,
voidhà guardare, e pure rassasià; otau "ostai casa; habi-
tants (cfr. vivant); — IL pefchi, medgiva, ecc., civ. pidé
pietà; — III. a bouna santa, balla roba, ana bagna; —
IV. campagne, abondance, misere^. Verrières (all'e-
sca; e anche sono in regola: fra'd^ frigida, ra^d" rigida, che all'Haefelin
parvero anomali (ID, cfr. valsoan. n. 59 3" e 4°). Con l'-o nota egli,
dal vernacolo della Paroisse: ombro e zùjo gioja; cfr. la prima nota
a 'Tarantasia' e l'ultima qui a 'Neufcbàtel'.
^ Val de Ruz. I. Nella varietà di Fenin, siamo all'»; p. 10: bjà
frc. blé, volontà, canta, man. — III. har¥ ecc., p. 40; ma V-a si
mostrerebbe ancora con qualche abondanza, e qui e nella sezione di
nord-est, della quale abondanza non ci è però dato alcun saggio. -
Dinanzi al J epentetico che sussegue alla tonica nel ptc. fem., I'a
passa in e, così in questa, come nelle tre altre sezioni che ancora
ci restano. Val de Ruz : améje-. Sezione di nord-est: anmej^', ecc.,
p. 15 (cfr. 'Isère', in nota).- Val de Ruz e Sezione di nord-est: pol'y
Sezione delle montagne: po'la, pala; p. 14.
2 Sezione di nord-est. I. Nella varietà di Lignières abbiamo
l'à, e in ispecie è di regola dinanzi a nasale; p. 10: lànn% fàm^
pan, ecc.
5 Sezione delle montagne. I. Nota l'Haefelin (p. 11), che al-
lato alle forme in cui I'a' resta incolume, ne occorran pur di quelle
con I'a turbato; ma non cita se non tjc chiaro, tje chiave, dov'è da
badare al jf"; e in posiz.: terme arme (pi.), e Irò' teca da laxus -a,
il primo de' quali esempj è affatto 'sui generis', e il secondo ebbe Vd
Schizzi frauco-fiiov. § II, 1. L'a lat. uel tei'rit. franco-proTenz. lOU
stremila del distr. di Val de Travers, sul confine tra Svizzera
e Francia). I. Si rasentano le condizioni francesi: moutró
mostrare, voz me seblez sembrate ; e anche herbrou albero,
oltre plumedzoii ramedzou (frc. ramage), allato a four-
madzou, che dev'essere una svista. — II. aitrìe attirato (IR);
'pertsie frc. perché. — III. sa préza \
Berna (cantone di). Sezione tra il Jura e il lago di
Bienne. Come nell'ordine geografico, cosi nell'ordine dia-
lettale, questo breve territot'io è la prosecuzione di quello
che dicemmo la sezione di nord-est del canton di Neufchàtel
(Landeron e Lignières).- Montagna di Diesse. I. ptc.
apalla, ressuscita; inf. alla, voirda, aporta, e ancora re-
sista e posseda (cfr. frc. resister e posseder); imperf. èl
sohaitavo (sic), étofave; fam, pan; hòto *ostal. — II. inf.
baillie, metsgie; imperf. haillive, mctsgievan; ptc. pétschie,
totschié; e al v. 13: on pays églaisie. — III. IV. enne
grosse famine ; campagne. Bienne. I. ptc. rètra, arriva ,
e pure acciabia frc. accablé; inf. voarda ecc.; ma all' im-
perf. : souliaitaive. — II. totschié; mègievant ecc., tschie
chez. — III. IV. ainne prévonde douleur; la geouge^.
susseguito da e. Così l'ebbe susseguito da g l'-e^" = atico , come in
dammeg^ fremeg" (p. 13), e solo rimarrebbe l'isolato ve = vas (cer-
cueil; p. 12). — III. Ihra^ prova, ecc. IV. folj% parrir" (carrière)
*petraria; ecc.
^ Val de Travers. I. p. 11-12: allato a tjàr chiaro, demàn, ecc.
(e pala, p. 14), s' hanno pre, reva, feva ecc., bonte ecc., e sempre
l'è per Va della prima conjugazione, quando egli non passi, per ef-
fetto della palatile, in i. Ma in ordine ai due esempj di posiz. , che
l'Haefelin adduce: gre gressa grasso -a, leóo da 'laxo-', va ancora
considerato il facile sviluppo di un i, fra la tonica e la consonante
che a questa susseguiva (cfr. p. e. il frc. graisse), onde poi e<=ai.
E analogamente si vorrà considerata, qui pure, l'è di mariego, fro-
mejjo, ecc., p. 13. — III. Notevole, in confronto della scarsa incolu-
mità dell' a tonico, la incolumità costante delI'-A nominale fuor d'ac-
cento, quando non gli preceda suono palatile (cfr. le condizioni che si
hanno nel dip. del Jura); p. 40-41 : lànna, barba, co erta corta, ecc. —
IV. p. 41: pjOy^, féir", ecc. — Qui pure: ombro.
* L'rt («)3A ritorna, almcn nella scrittura, anche in nn saggio che
proprio c'interna nel Jura bernese, cioè nella parab. in dial. di
no Ascoli,
Ora volgiamoci a sud-ovest, attraverso alla catena del Jura;
0 rifattici all'alto bacino dell' Ain, spingiamoci poscia verso il
nord, a rintracciar le estreme vestigia del franco-provenzale.
Jura (dipart. del).- Ritorniamo così la questo diparUmcnto, cioò
nella sezione austro-occidentale della Prancu-Contea, secondo che
si è indicato di sopra (p. 87).- Dalla poesia colligiana prendia-
mo ancora: I. ptc. Va seumc lou vin il a bu le vin, cfr. du couté du
coté; inf. recidè, damné, conte; égalitè; ma: quèmàra comare ^ —
II. hàilU-mè. — E poi passiamo al ^Vocabulaire'. I. A prima vista
vi parrebbe avere il predominio assoluto Ve = A, alla francese. Cosi
vi occorrono, a cagion d'esempio, i ptc. tale meurtri, froissé, 206,
i li a bin greve il lui a bien fàchó (gravato) IGI; gì' inf. souner
semer 205, sarrer scier 202, camber enjamber 69; la 2. pi. pres.
ind. vo se bouté 203. Ma bisognerebbe poter scernere, in quanta
parte Ve^A realmente occorra nelle varietà vernacole ed in quali,
e in quanta essa provenga, all'incontro, dal ridursi le voci ver-
nacole, o fra le popolazioni urbane o pur semplicemente sotto la
penna del vocabolarista, a desinenza francese (cfr. voc. 49). In-
tanto si osservino: ^s'ahoffer, se divertir, faire des contes plaisans;
le paysan prononce s'aboffa' 51; dzouga jouer 167, djàffa manger
en glouton 166 2; que soukva ét^ apela que l'on avait coutume
d'appeler (clie soleva esser chiamato) 82, nos avin dépinta nous
avons regardé, envisagé (Sept-Moncel, all'est di St.-Claud) 80;
pra pré 191, pare pére 185 ^. Ancora notiamo per -AL -ALL: ola
Moutier-Grandval ( Val-Moutier; al nord-est di Bienne), Mél.
539. Ne caviamo: I. ptc. nommà, rotrd, cfr. mau-xgrd; inf. alla,
confessa, voirdà, apourtà, ecc.;- tscharità; pan, fam; pare, fràre.
— IL inf. bayie bailler; ptc. eloingnie, ecc. — V. piti innanzi: Mura
bernese'.
* i t' en fa il t'en fait, dze m' en va je m'en vais: è una coppia di esempj,
cbe è 'sui generis'; cfr. 'nai, na, nd, ea patois montagnard et des colliues',
■vocab. 178. In piait platfc, e in piàindre plaiadre, è Va di posizione romanza
0 latina, che non si fonde con l'i o propagginato od attratto (pldigt, plàjnre) —
Del resto, qui pure houtaù *ostal, e in l'ima con fouo fuori.
- Entrambi i tipi in una stessa proposizione : e failleva pianta on nouiu
pou marqué la riva il fallait planter un noyer pour marquer la limite ou le
tour du champ, 199.
' ìSe per I'a in posiz. dinanzi a palatile: la velsa la vache 64; E rego-
lare così nell'analogia francese, come nella franco-provenzale. Ve di tsedrou
cadere, 12. È poi tsa (tsd) cosi per 'carne' come per 'carro', 166 72. Strana
finalmente Ve di eme emou, esprit, intelligence, jugeraent, 8 3, che pur dee
rivenire, come il voc. annota, ad 'animus'.
Schizzi franco-prov. § II, 1. L' a lat. nel territ. franco-provenz. HI
aile 182, pania paiUeta pollo (pala) 186'', san sa 201, mau-not
ma-net mal-propre 173, houtau houta *ostal 165, pau pieu (palo)
186, niaw ■= *nidialo (guardanidio; cfr. Arch, I 324 349 ecc.) 179,
col quale deve andare anche deio da'io de à coudre (ditale) 79, e
anche nau no il Natale 180;- e resta: avau aval 36.— II. inf.
rouailli railler, faire des contes, 200, lacìii laisser 214, ronchi
frapper sur quelqu'un, tomber à coups de bàton sur lui (frc. ros-
ser) 200 2, medzi moudzi manger 173, rouingi ruminer (cfr. ronger
che ancora vai ruminare nell'ant. frc, Diez less. s. v.) 201, layi
lier 169, ressuir ressuyer 198; cudi (IT) croire 78; ptc. layi lié
169, cfr, révailli qui a fait son premier repas (reveillé) 198, ■= ré-
vailly boeuf au poil ardent, portant bien sa tète, bien coilTé, ib. ;-
imperai, cougi-voj state zitto! (per signific. : non è possibile!)
76. — III. IV. L'a fuor d'accento, all'uscita nominale, sempre si
regge, e pur dietro a' suoni palatili. Così: aura 54, tsera chaiso
(chaire) 71 212, arma (l'alma) 54, aidieuta alouette (cant. di
Voiteur) ib., beuvanda 59, tota 192, vota cave (volta) 217;- re-
membrayiza 197, venandza vendange 215, pieudza 188, écourdza
fouet (cfr. venez. sci'iria-, ecc.) 84, fludza fougère (v. valsoan.
num. 188) 152, goardza bouche (gorge) 62, houtza-rudza rouge-
-gorge ( 'bocca-rossa') ib.;- vouira virole (lat. viria) 217. Con
l'-e: aigue (aqua) 65, igne mauvaise jument (equa) 165^— L'-a
anche nella 3. sg. dell' impérf.: failleva 79 199, souleva 82.
DouBs; sezione occidentale (Franca Contea).- Besaneon'*. I. ptc.
aippela^ rentra, coumenda, ita été, ecc.; cfr. atutas années; inf.
trouva ecc., e anche pria; 2. pi. imperat. traita me ecc., 0 anche
bailla-me; inoltre: sunta, iniquità 134, fare 135, coumare ib. ; ma:
pain, main 134, graine 135, faim. Ancora: olle alile ^, ollait alla
{civ. déjait déjà). — II. inf. [prie 135; tirie 134]; ptc. baillie,
daipensie, maingie, peichic peiché ^ touchié.
Alta Saona (Franca Contea).- Cant. di Charaplitte. I. IL Siamo
' bress. manie bete mauvaises bètes, 176; ia prins man à la quemora il a
pris mal à la commère, 187.
- ramassi récolter, eniever les fruits do la terre (fr. ramasser), pat. du
cant. de Voiteur (a N. E. di Lons le Saunier) 195.
' Cfr. 'Aosta'.- Nella poesia colligiana: coadge corda, cfr. num. 17.
^ V. sopra, p. 64 n. Nei vecchi saggi della Franca Contea, Reo. 132-4: que
lautanà vou che (perchè) vi allontanate?, allato a incarné e né 133; inf.
admira aidoura pleura 134, ptc. empoutta ib.
'' qti'ìj olle que j'aille; e cosi a Vosoul (Alta Saona). Poi: -aige --atico:
paithiaige (Ves. : peiteige) partage.
[Y2 Ascoli,
all'estremità occidentale dell'Alta Saona, verso i dipartim. della
Costa d'Oro e dell'Alta Marna; e abbiamo ai od é per continuatore
dell'A'. L'è spetterà più propriamente alle forme in cui al continua-
tore dell'A preceda un suono palatile*; ma l'ortografia del nostro
* Qui volgiamo cioè al borgognone, che stringe a ponente la co-
lonna franco-provenzale, come il lorenese a oriente. Ora da questo
punto si può spingere una rapidissima occhiata, in direzione latitu-
dinale, perla zona che ci porterebbe all'Oceano, attraverso la Bor-
gogna, il Nivernese, il Berry ed il Poi tu. — Nel borgognone del
secolo XVII, cioè nei Noèls di La Monnaie {Gui Baròzai ò il suo
pseudonimo; morì a 88 anni, nel 1728; Oberl. 61, cfr. Mél. 138), si
distingue, con regolarità grandissima, il continuatore dell'A cui pre-
ceda palatile, da quello dell'A cui preceda suono d'altra specie, quello
essendo un' e stretta [é), e questo un' e larga {ai). Cito i seguenti
esempj dai saggi che ne sono in Schnak. p, 237-49, e in Oberl.
p. 61-70, 159-60.- 1. ptc. armai 67, remarqiiai 159, contai 65, de-
gótai 159, passai 238, laissai lasse 243, évizai avisé 160 247, e an-
che émorvaillai 244, ma nella rima; civ. grai gre 245, bontai 248,
seurtai 160, Mojestai 240, vanitai 159 (ma ad -ata risponde -ée:
condannée ébanée {'ì) année 242; e sono in -é le seconde pers. pi.:
vo saivé 246, vo ne vo plaindé 249);- infìn. palai 159, senai sonner
242, montrai 239, contai 246, chantai 160, ecc. — II. infin. baillé 244,
mav^gé 248, próchè prècher 243, charché 65; partic. logé 247, que-
mancé 159, du peiché 239, tòché 66. Analoghe condizioni saranno
nel Virgilio travestito in borgognone (Reo. 63-66), donde cavo questi
infiniti: levai, virai, passai, roiiai; II. fié (in rima con pie), laissi;
rebraillé. E ne noto ancora : mar e ar ( aere ). La parabola nel
vernacolo del Morvant (Nivernese), che è nei Mél. 482, non lascia
avvertire alcuna distinzione; dà così: ptc. mezé, rentré ecc. Né al-
cuna di sicura ne ricavo dal Vocabidaire du Berry et de guelgues
cantons voisins, par [Jaubert] un amateur du vieux langage (Parigi
1842); dove sono, a cagion d'esempio: banner borner 17, bouffer
souffler ecc. ib. (cfr. Arch. I 253), dépoitriné 37, allato a nayernoyev
11, tocher viii, trouillé souillé, sale 107, ecc., cfr. anche virer 112,
ojider vili. Può fare illusione essuy ressiiy. essnyé ecc. viii 47 96, che
risponderà piuttosto ad 'asciutto' che non ad 'asciugato'; ma all'in-
contro va sicuramente avvertito Vie di chièvres chèvres28; e an-
cora citerò adressier réparer, instruire 3, accanto a adresser une
chose ib. Quanto al Poi tu, finalmente, una poesia della Gente poi-
tevinerie (sec. XVI; ma il mio testo proviene da una tarda ristampa)
Schizzi franco-prov. § II, 1. Va lat. nel territ. franco-prov. 113
saggio è alquanto incerta. Si osservino i seguenti esemplari: ptc,
aippellai, raitreuvai retreuvai , daipensai, quemandai, aitai frc.
été, ressusciiai; tue; maigeai-., haillé , faché, péché', inf. gadai,
trauvai e treuvé-, maingeai', baillé'., 2. pi. imperai, aimenai ecc.,
e anche baillai mai. E ancora si abbiano pflz'n e faim. — IH. reuhe,
hague. Cantone di Vesoul. I. ptc. èpdà, retrenvd, rassuscitd,
dissipa; inf. treuvd, entra, tua; pi^id; 2. pi. imperat. treitd-me ecc.
Inoltre: pare, fare (facere); ma: lou freiro, pain, fèim. — II. inf.
eììibìxssie, òagie, voyaigie, s' gourgie; ptc. beillie, peichié; 3. pi.
imperf. mingin. — III. eine grand' feiineinne ecc. Cant. di Vau-
villiers. I. ptc. eppella, offensa, retreuva;- fdre; ma. faim, e
anche tuet-lo. — II. ptc. (e inf.) mégie, touehie, peché ; chie chez. —
III. roHte, baigue. Cant. di Champagne y. I. ptc. ordonna, leva,
raméssa, manca; inf. regala, tua, manca; 2. p. pi. imperat. bota-li,
tua lo;- frare, fare, annas annate; ma pain, faim.— II. inf.
pra'i; ptc. ballie, éloignie, mingie, pechè, tonchi; cfr. pidie pietà,
ben ci dà raongy mangé, chongy changé, oltre viry tourné, allato a
viré (Mémoires de la Soc. des Antiquaires de France, I IQO^Schn.
233); ma cotesto forme non ci devono però fare illusione. Poiché in
questa contrada si determina un'antitesi fra il continuatore dell' d
dell'infinito e quello dell' a del participio, come s'incomincia a ve-
dere dal saggio della comedia di Giovanni Drouet (sec. XVII), citato
negli anzidetti 'Mémoires' (200-5, cfr. Schn. 234-6): desapassay dé-
pétrer, ma insieme donner, lescher també laisser tomber (?), allato
ai ptc. assommé, reste, minge, ecc., e compiutamente si avverte nella
parabola di Saint-Maixent (AltoPoitu; 'Mémoires' 210-14): inf, s'gnay
ammazzare (saigner), priay, entray, treuvay, crevay, garday, mein-
qiioy; ptc. iiouìné, tue, poiché peccato, minge, baillé. La qual é dei
participj dev'essere molto stretta, sì che ne venga luce senz'altro
all'-i di altri participj della prima conjugazione, come sono, nella
stessa parabola, relrouvy relreuvi, allato all'infinito treuvay, e révilly
risuscitato (réveillé). E in quella di Bressuire (Basso Poitu; ib.): ren-
tri, allato all'infinito intray; péchi e péché; appelli, relourni, tui,
ressusciti, dcponsi, clougni {in pae bé nélougni), bailli, mingi; oltro
pìdi pitie (Saint-Maxent: pidé). Qui dunque è ormai una particolar
determinazione di forme; ma si potrà cliicdere tuttavolta, se forse
non si tratti di due tipi che imprima dipendessero da speciali ragioni
fonetiche e poi sieno riusciti a ripartirsi secondo ragion grammaticale. -
Circa l'antico borgognone, può vedersi la prima nota a 'Lorena',
p. 116 (DiEz P 125-0, IP 231).
Archivio glottol. ital., III. 8
114 Ascoli,
e anche trdiìe me trattatemi (IT: *traita-);- 3. pi. imperf. mÌ7i-
gint\- boine dare frc. olière. — III. òne pran famène.
Alsazia; distretto di Delfort.- Qui, all' estremità meridionale
della catena dei Vogesi, e perciò rasente il distretto di Champa-
gney, che ci dava gli ultimi saggi per T'Alta-Saona', troviamo
Giromagny, il cui dialetto ci offre quanto segue: I. ptc. ap-
pella, retrova, ramessa, commanda, tua-, inf. trova, ontra; 2. pi.
imperat. botta li, amenas, ecc.;- ota *ostal; [paire',- pain, faim;
années]. — II. inf. saigner, apprencher ; ptc. baillie, éloigniè, min-
gie, peché, tontchi; c(v. pidic; [maingeaient]-, — III. IV. robe ,
campaigne. Vedi all'incontro: 'Altkirch', a p. 116.
Lorena; dipartimento dei Vogesi.- Due varietà dei Vogesi nella se-
zione di sud-est (La Roche, Gérardmer) avremo piti sotto fra le
varietà francesi della Lorena. Ma, nella stessa sezione, la lista di
Dommartin, presso Remiremont, ci mostra prevalente l'a^A^;
e se ne raccoglie poi un buon dato di esemplari dal 'Glossaire',
nel quale starebbero fra di loro indistinti i 'diffórens patois en
\isage dans le département dea Vosges' -. Spogliamo imprima la lista
di Dommartin (presso Remiremont): I. ptc. récola reculé 143,
ontra 137, soni raiserva ib., jeudi paissa, 139, forma 141, retar-
da 139, copa 142; cfr. i fem. terminaie 139, daibordaent débor-
dées 141, pidvérisaient pulvérisées ib., e insieme amae V-ainae
annata 139, aipae spada 142; [ma: onffiai enflé 142, abimait ahi-
mé 140, fatigai 137, tiai tuo 143, sont dissipai 137;- cfr. socié-
tai ib.];- inf. ailla 138 139, raippella 143, vola 141, j^ouaula
parler 143, ionna tourner 138, ontra ib., sauta 140, vonta *avan-
tare avancer 143^ se botta 139; [ma: mugilai muggire 141, boilai
belare ib., respirai 143, aimai ih.];- 2. plur. ind. pres. azViycra
vos 138; [que demandé vos ib.]. Ancora: naz 142; fare 138 ecc.,
affares 143; [fraire 141 143]; e pur sau sale 141, allato a maul 138
143;- ma: fontaine 141 s. — 11. inf. semoié sommeiller 143, dan-
sié ih., maingé ib., marche ib.; ptc. guémonssé ih,, cesse ib., biaussé
blessé ib., obligé (in funz. fem.^) 142;- e qui forse potranno col-
• Se Va cede il posto in molti esempj all'ai, non per questo possiamo an-
cora credere, che, dove sta scritto Va semplice, si tratti o si trattasse di una
pronuncia notevolmente diversa da uno schietto a.
^ V. pili innanzi (p. 116), la prima nota a 'Lorena', fra i dial. francesi.
' Notiamo eziandio: braiive brave 138 142. E per ai da a dinanzi a pala-
tile: ai naige il nage 141; nuaige 140, vouaige 139, mainaige 143; vaiche
141, brais 142, bais 143; moniaigne 141, campeignes 140.
* ceau me mari qué mi es obligé, che letteralm. deve dire: e' est mon
mari qui m'y a obligée.
1
Schizzi franco-prov. § II, 1. L'cj lat. uel territ. franco-prov. il5
locarsi ancora: mairié fem. 139 (v. qui appresso), airaichées 142-,
tirée (IR) 141. Finalmente: chieiive chèvre ib. Poi spogliamo
il 'Glossaire': I. ptc. trova 126 129, crota pleins de boue (crot-
tés) 127; cfr. bouaie lessive *bugata 120, enuaie (ennaie?) an-
nata 127;- inf. d-alla 123, ontra 129, laiva lavare 120, trova 126,
pessa passare 131, s'meriat 136, evita 126, écouta 125, aicheta 130 ;
[ma: laissais 120; clamer 122; cfr. ii];- 2. pi. ind. pres. vos^^dota
vous craignez, cfr. aat. frc. 'doter', e pure il mod. 'redouter' 123;
[ma: va ne dotait 136, vos dotét 118, vot ne dotet mi 121]; 2. pi.
imperat. : entra 129; [ma: aillemè allumez 125, ecoutè 124, botte
vos buttatevi ib.]. Inoltre: ;9r«s pré 132, sa^j^a 119; fare 118 128,
far 125, effare 136; frare 118 121 124 ^. — li. 2 jnf. behi *bailji 128
131 (e béhi ugualmente al ptc. 133, e ancora è legittimamente
behi alla 2. pi. imperat. 117 124), ebraissi 123 (e 2. pi. imperat. 132),
[minget 125, e forse anche ciret cirer (IR) 122]; 2. pi. imperat. mair-
chi 132 5; ptc. chargi 125, relaitchi reléché 129; e forse pur me-
riet mariés 123. Ancora sien citati adiez-vos aidez-vous, adiera
aidera, 117. E finalmente cliette chat 131 4.
E si mette ormai capo al francese; dove è però grande-
mente osservabile la traccia franco-provenzale dell' -4/e = -ATA,
la quale si continua ben al di là delle sezioni della Lorena che
abbiamo toccato pur dianzi (cfr. in ispecie 'Bar-le-Duc'; e pure
i 'Territorj valloni').
DouBs; sezione orientale. Montbéliard. I. ptc. aimai 80, pesai pe-
sés 121, ailiai alliés ib.; inf. oliai aller 124, escotai 73, ettropai atteindra
' Ancora si possono notare: pa pais 128; oiiar guère ib. Per aw? = ALL:
jau coq, in jaulé, jolé, un petit coq, 125.
* Gli esempj, citati sotto questo numero, non entrano in frasi che insieme
contengano forme con Va, secondo il numero che precede; e perciò potreb-
bero, almeno in parte, spettar piuttosto a qualche tipo dialettale dei Vogesi
che andrebbe considerato in appresso (cfr. p. 116-18).
' Forse va qui considerato anche traté ine (IT) 125, coli' e chiusa. In fì'eìni
fermez, imperat. ib., riconosceremo *firmare che passi dalla prima a un'altra
conjugaz.; dr. preni prenez, imperat. 119, fahi nos faites nous, imperat. 129,
vendit vos, pres. indie. 120.
* M'è strano rette rat (souris) 131, volant-rette chauve-souris 136, la volant
rettes 123; e non oserei vedervi un'assimilazione di voce a voce (noi chette ai
pris enne rette 131). Di a in ai, dietro a palatile, nella posizione romanza,
sarebbe esempio chaimbre 129. Per ai da a dinanzi a palatile: visaitge 133,
villaige 128, domaige 118; taitche 133, vetche 129; li brais 130, grais 135. In
lermes 126, si tratterà di ir - gr.
116 Ascoli,
(attraper) 127, jìcssai passer 120; 2. pi. imperai, escotai-lai 73\- bontai
73;- reine rana 113'. — IL inf. voillie vciller 81, leillie 133, maindgie
\21 ^ priyie 133, soyiè faucher (segare) 145, aipprechie 81;- tirie (IR)
145; ptc. moillie (in funz. fem.) 132;- jurie (ÌJK) 75. Cfr. mai chiere ma
chère 133 ".
JfRA BERNESE.- Delémont. I. ptc. venire, retrovè, emésse, cfr. ennès an-
nées; iuf, entrè, raissasiè; 2. pi. imperat. aimonètes, aipportétes;- sainté,
pain. — II. éloignie, dépens'ie, totschie, péché^. Tavannes. I. ptc.
commandai, ramaissai, cfr. onnai années; inf. otrai entrer ; 2. pi. impe-
rat. apportai-me\- santai\ ma: pan, fan. — IL ptc. baie baillé, i ai of~
fensie. Va pra'ie, toutchi;- tchi chez, tchier-tot carestia (caro-tutto, Brio.
476). Val Saint-Imier. ptc. apallai, rotrai, pressai; inf. aliai, se
rassassiai, confessai, résistai; ma; fam, pan, san. — IL inf. baillie ecc.,
retirie (IR). Moutier-Grand vai. Vedine a p. 109-10, in n.
Alsazia; distretto di Altkirch. I. ptc. dissipai, remassai ecc. [reyitré]; inf.
trovai ecc. — IL bayié, peché, toitché. — V. tint tanto, d-or-en-aivint,
[grande faimine], pince pancia; aibitins, cfv.cependiìi.- ÀN ÀM: siti sano,
fin fame, [pain]. Vedi all'incontro: 'Belfort', p. 114.
Lorena (cfr. p. 114) \- Territorio di La Roche (dip. dei Vogesi, estremità
' aidge àge 121, langaidges 80; cfr. saidge saga ib. Inoltre: ij m'en pésse
je m'en passe 129, n'en v'Hai pé n'en voulait pas 127. E nella forraola ar
+ cons.: airbe arbre 127, bairbe 10, lairdge 80; renai renard 127, lai lard 114,
de lai 2oai (de la part) 136.
* Si consideri lo spoglio dello Schuchardt (I.c. 21), sotto 'Franc-Comtois
(Fourgs)'. Non vedo a qual fonte il dotto alemanno abbia attinto. Ma il paese
dovrebbe essere Les Fourgs, a sud-est di Pontarlier.
^ Dalla parab. di Delémont, che è nei Mél. (535): I. ptc. tormente, i aia
manqué; inf. resischté;- faim; ma: dain in tale etat. — IL iuf. bar/te bail-
ler, maingie, ptc. éloingnie; tschie chez. Dal saggio poetico di Delémont,
ap. Brio. 525-27: I. inf. entrò, aidmiré, nidore, porte; né naso; IL tchins.
* Sarà bene interessante il lavoro complessivo intorno al dialetto lotaringio,
che Fr. Bonnardot ora ci promette {Rom. I 331). Intanto egli ci porge, e
illustra brevemente (ib. 328-51, cfr. II 245-59), un ^Document en patois lor-
rain, relatif à la guerre entre le comte de Bar et le due de Lorraine (1337-
1338)', ricavandolo da una pergamena che non è però l'originale. In questo
documento, al quale più volte ritorniamo in appresso, sono enumerati i danni,
che la gente del conte di Bar avrebbe arrecato ai vassalli del duca di Lorena.
Il territorio danneggiato può qui indicarsi brevemente col citare i seguenti
nomi di luogo : Pont-à-Mousson, Frouard, Toni, Neufchàteau, Mirecourt, Dar-
ney; e siamo dunque nei dipartimenti della Meurthe e dei Vogesi.- Circa
le varietà dialettali, che si possano risentire, in codesta scrittura, secondo le
diverse località che vi ripetono i proprj danni, e circa gli adattamenti let-
Schizzi franco-prov. § II, I, L'a hit. nel torrit. francese. 117
di sud-est '): I. ptc. d'ììé donne 90 lOG, moiionné mene 90, etnbarquè 133,
èppoutlè apporlé 131 133, sino signé 129, ecc. Al feminile (-ata), secondo
la regola che V Oberlin dà a pag. 90, dovremmo sempre avere -aie, quando
al mascolino spetti 1'-^; ed -eie, coU'e stretta, all'incontro, quando al
masc. spetti Y-i (v. ilnum. II); quindi d'Haic donnée, moiionna'ie menée.
terai'j che si debbano allo scriba e la probabile patria di questo, sarebbe
prematura, per noi, ogni sentenza Pure, qualche annotazione si fa opportuna
sin d'ora, e quasi necessaria.- L'a franco-provenzale, per Vd latino, coma
di sopra ci occorreva nella stessa Lorena (114-15) e in distretti contermini,
non appare mai in questo documento, e neppur Y -de od -die--kiK. Non sa-
prei dire, se basti, a spiegar questa mancanza, la giacitura dei luoghi, che
riesce a occidente di Remiremont (Dommartin) o di Lune ville; e circa Y -aie
sarebbe anzi d'avvertire, che ancora egli ci è dato dai dintorni di Bar-le-Duc,
cioè da un territorio che succede, verso occidente^ a quello che nel docu-
mento si abbraccia.- La differenza tra il riflesso dell'A preceduto da suono
che non sia palatile e quello dell'A cui preceda palatile, continua ad essere,
in questa pergamena, la stessa che s'incontra nell'antico borgognone; e per-
ciò vi abbiamo ei nel primo caso, e ie nel secondo. Si osservino; I. ptc. meneit
III 4, menei VII 24 (menez ib 43), confermeit ib. 30, farreiz ferrato I 18,
passei VIII 2, estei VII 8, coiistei VIII 17 25, rachetei ib. 16, agarreiei IX 8;
cu: per seurtei V 8; ma -ata dà -ée, come nel borgognone del sec. XVII
(v. sopra, p. 112): menee pi. VII 41, farree ferrata I 18, ferree Vili 19, e
pure desploiee II 12, oltre anee X l, chamenee I 2l,journees III 42, danrees
Il 18, espee Vili, 2C. Ora gli inf.: alleir IV 8, cranleir (creanter; promet-
tere) VI 12, amandeir ammendare X 6; e ancora si notino: cheir carro I 17
{.nn.chers Vili 19), ostei IV 5, V 24, IX 6, e per ùltimo piei III 14, IV 4,
dove si tratta di ié-è.- II. inf. laixier Y 12 13, recerchier Vili 4, pater II
17, waigier gager III II;- ptc. h'isiet I 28, hrisiés ib. 16, blassiés II 35;
ploges (dev'essere il partic. d'un verbo *pleger da plege pleige) III 7; ma:
waigiei ib. 8 42. Altre voci : chievrez IX 12, chie[f] chez VII 26^ IX 5. Il sem-
plice i appar soltanto nel riflesso di -a!ta: lai Chaucie n. di 1., Lachaussée,
I 6 11, come è pur normale negli antichi monumenti letterarj (v. sopra, p. 71);
ma con Y-ée il già citato desploiee. — AH' -et dell'antico borgognone e di
questo documento lorenese [estei stato, seurtei sicurtà, ecc.) va per avventura
raccostato Yaye -eg[e] di parecchi moderni saggi (v. in ispecie il saggio
d'^Onville', in questa medesima sezione, col quale rasentiamo, dal nord, il
territorio a cui il documento si riferisce, e nel documento ò anzi parlato
pure d'^Onwille' I 36-38; e ancora il 'Cant. d'Arras' e 'Courtisols' a p. 120).
* L' Oberlin, nella lettera dedicatoria, dice che il 'Comtó du Bun de la
Roche, fief rovai d'AIsace' è situato alle frontiere della Lorena; e il Ficus
( Unr. zcilio. 302) pone questo territorio nell' 'angolo meridionale' della Lorena.
Deve trattarsi del la Roche che le carte danno fra Ruptlctte e Ferdrupt. I tede-
schi lo direbbero Ste intimi (eh: Sciucii. in ZcUschr. f. vgi. sprachf., XX 2C3).
118 Ascoli,
aimaie &h\\éo,i)outaìc ijortéo, e ugualmenta ronsaic rosee, djalaìe gelée, 90.
Ma poi, ne' testi, è beu raro che occorra V-aìe [ecqucmódaie 131); e v'in-
contriamo di solito un -eie con Ve larga {-èie od -ceyc): mouonneie me-
née 157, ridoeyes ridóes 148, s'nceyes soanóes 123, mairieie 157, fiancèie 156,
e cosi vallà'ie valide ib., alleie alide (allure) ib., possè'ies pensóes 157. Ora
qualche iufin. : poi<dlé poudlò parler 95 217, se tuoné tuonò se tourner 96
265, vouiìdè garder 268; ecc.- II. inf. èoouyi envoyer 136, tèyi tailler 129,
ìnaindgi 144, sondgi songer 106, pcyi payer 130, fouadchi fàcher 137, ecc ,
e ancora tiri (IR) 138 '; ptc. èoouyi 136, èrraidgi 141, nay'i noyé 153, ait-
taitchi 156, ecc.; -éye (e stretta) = -ata: fouadchéie fàchue 90, tèyéyes
(tagliate) 129. Ancora notiamo Veu di dcheuve (Lunév. : chuf) chèvre 197; e
Vieu iet'c ite di dchieudge charge 197 (cfr. tee tard 125), chieuch. dcJiicùch
dchiùch. cher 98 197 (cfr. dcheti chariot, lo dcheù-cl ce chariot; a Lunév.:
che, 107 196); e dchaitte chat 154, dchelte-tigre 148; oltre i soliti dcht
chez, e dchbi chien, 197 ^ Gurardmer (ancora nel dip. dei Vogesi,
all'estremità di sud-est): I. ptc. dcìiet donne, oiamet nommé, reirovet, arri-
vet\ inf. ratret rentrer; 2. pi. imperat. emnet ecc.;- de 3'annae; frar. —
II. ptc. tochic] souhatie (IT; cfr. ant. frc. haitier). Ex-contea di Vau-
demont (distr. di Lune ville; Meurthe): I. ptc. ertrovet, rémesset, cfr.
énaies annate, jonaies giornate ; inf. voidet guardare, atret entrare, priet
(c^r. d-ampié) ; chare cadere;- II. ptc. bèi, mengi, pachi. Dintorni di
Lunéville. I. ptc. d'mouèré I2i, parcé presse 123, commaindé 124, crete
125, fem. ellmay'ie allumée 163; inf. s'nai sonner 123, ermontai 142, so-
pai 124 (cfr. santai 122, libertai 137, veritai 125; e pure in coiai un coté
144; cfr. escoutaie h coté, negli échantillons du lorrain, op. stessa, 81),
d'mouèré 123, elle 137, saluè ib. ^— II. inf. bmji bailler 134 164, faichi
137, ecc., compresivi rouffy'i ronfler 164, son djuni (UN) déjeuner 163, ai-
cheti (IST) 134 [recheti 164, ma aicheté 137], e s'excusi 142;- ptc. bay'l
baillé 164, layi (*lagato, cfr. Arch. I 546 b) laissé 140 155, prii 134, fai-
chi 141, oltre daini damné 162, ed emberqui 134, mainqui 137 (cfr. ^Ter-
ritorj valloni'). Dintorni di Bar-le-Duc (Mosa). I. inf. demorer 2o,
clamer 21, chaver creuser des fosses dans les vignes pour y coucher les
ceps (cavai'e) 20, ecc.; -ata: coulaie colata 14, callaie la charge qu'un
homme peut porter sur son dos ('collata') 22, telaie pièce de toile ('te-
lata") 52, peneraie panierata 43, vépraie le soir, l'aprés-midi ('vesperata';
cfr. p. 103 n.), croua'ie corvée 23, biaie buée ('bugata') 14, fonate portion
de bois que chaque écolier emporte le matiu en allant à l'école ('focata')
* Parrebbero all'incontro passati dalla prima alia quarta: csséci achever 97,
se r'ioi (rilodarsi) 106. Ma, circa il secondo esempio, v. p. 81, in n.
* Qui pure: piaice place 136, grceces 122; e anche piaintche planche 98;
cfr. blenche Rec. 165 (Metz, 1675), e borgogn. blainche, ib. 104.
^ graice Ì22, piaice 137; e malède 139 (La Roche: malève), prov. malaut,
ammalato.
Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a Jat. nel territ. francese. 119
30, brouale brouet pour les bestiaux ('brodata') 17, pouta'ie potée 45, ecc.,
qui aggiungendosi, malgrado 1' aca latino, anche ■pàtendie pastinaca (cfr.
ire. pastenade) 4 43. E ancora si notino falere facere 23 f. (cfr. leiere le-
gere 37), palle pala 42.— IL inf. obliie 4 41, hàillie brailler 13, baillie
donner (bailler) ib., se débillie se dóshabiller 25, faucillie couper à la fau-
cille 29, seillie id. (seille faucille) 50, feiignie fouir (fognare, v. sopra,
p. 89 n.) 29, epugnie empoigner 28, empéchie 5, clochie boiler (clocber) 21 ,
fichie G 29, datachie 6 24, attoiichie 12, pdsie faire silence ('paciare') 43,
clussie glousser 21, ecc. [ma anche se hontisr 35, e all'incontro se dépoi-
tì-ailler, col ptc. dépoitraillé 25]; ptc. mal embouchie sboccato 38; -ata:
pugnie poignée 45, agourgie fouet de charretier (scuriata) 10; e final-
mente chi chez2). Ouville (cant. di Gorze): I. ptc. rétréuvaye ', ré-
méssag, réntraye, toiiaye (v. 30; v. 27: touoijet), coimiandaye, cfr. santaye
sante, taìit d'ennaye\ inf. oidaye, enlraye; pairre pére; pé pain, fé faim;-
II. inf. prn', fanelli fàcher; ptc. beilli, mingi. Metz. Qui la distin-
zione tra il num. I e il num. II sembra farsi molto incerta; ma si continua
a vedere V-aye-'K-vk. Citeremo i seguenti participj mascolini: hadé fati-
gué 254, lagèt logé 256 (cfr. l'merchet le marche 258), remessiét 256;
feminili: éproiivisionnaye 254, endiolaye endiablée 257, desalayes àéso-
lées 260, consolayes ib., cfr. ennaye2ol, pensaye 254, épaye 253. E i se-
guenti infiniti: dmandet 254 -, dotet ib., sopet ib., chantet 258, mèrict 255,
charchei 256, belliet ib,, r'pouziet 254, chessiet chasser 259, denriet du-
rer 258.
Ardenne ; sezione belgica. 'Patois ardennois entre Neufchàteau et Bouil-
lon': I. ptc. alle, coiimandé, ecc.; inf. intré, ecc.; poin pain, foin faim
(14, 17), foair faire (24);- II. ptc. ramachi., tonchi, [rintri da un "^rin-
trier alla picardesca ? ] ; cfr. piti pitie.
Territorj valloni.- Namour (Belgio): I. ptc. «owmé, raintré, of-
faincé; inf. s'tyové, icaurdé ; pottain, fouain (cfr. Arch. II 114, n. 1);-
II. inf. prihi\ ptc. evo'ihi envoyé, commainci, toùchi. Liegi (Bel-
gio): I. ptc. dné, ecc. (ma nel fem. si attribuisce -aie al vallone in
genere, Schuch. I. e. 20; cfr. asseìnblaie, journaije, che da Liegi ci
adduce il Fuchs, Unr. zeitvo. 328, e in questa parabola: annaies ,
allato aW'annces di Namour e Malmedy); inf. tomoé tuer, gusté, ecco-
li, ptc. magny, petchy (fem. -eie, corrispondentemente a\V-aie del
n. I; Schuch. ib.); cfr. 2. pi. imperat. traity me (IT), allato a toic-
Moé'l. Malmedy (Prussia renana): I. ptc. loumé nommé, hman-
dé, ecc.; inf. wardc, ecc ;- II. inf. magni, l'a-magni; ptc. pegchl
• Dell' -a!/(3 di questo saggio, è toccato in sulla fine della prima nota a
'Lorena' (p. 116-7); e ancora v. Tasso di Calais', in nota.
- Anche il FrcHS, Unr. zeilvo. 315, qui afferma un r che passa in < ! V. so-
pra, p. 64, n. 2.
Ijft) Ascoli,
i4 t^nK^nhUtt rMf,hi, cl.« prt-iiupponit *rmnriukr alla pMjardwfCa ,
ad', 'i'HUkn f\ì C/nìuìt^'j *.
l'AHm ut (ìaimh,- Htti*/t-Owftr, Unì r«gf{«r*bbe»l ^r. p* 73,, nom cmtauU,
ma dUUtikiati'AA tMic*(»l««i», m«» 4J(f«r<:hza tra il prodotto 4<j11'a col préCi^la
paMIIé ^<^, val« a 'It/'é; a), * qtJ^lo cui precft'la *uooo dÌT6r«o M, vale a
dire: i?;. Hi tHin^vfimt i \,i/u eAo'jni/i^ hnilU, mìnrjd, phM , albto al i>t«.
apeMi (21; «/)/>«/'^ 1'^), actre^mai, ttuti^ rechmsit/ii, (Upin^ai, fi aoclw
ni camià^ti sanfM aaaWs, Ma ituti'.mti: qiMurnandé pt^^M 'j fiV'ttit inirer,
réfjaUr. E «ìl^r»o aacora citati: fmyn pala, /"«win falro. Ma B«#wiri
«icufo Indizio di cotes^ta dift^rerixa «i avvert* piU r»<jlla parai;, iù dial. dei
cant. di Arra», ch<3 k nella mmm tmvì<iU)m.Ut di rjti^jjtto dipartimento,
o io rjtirjlla mi Alni, del cant. di Carrin (distr. di fS4thmn), ch'i tt&t>iiM
a^lla Cifitraks feulla frontiera v<;r«o il dip. d«l Nord; come non r» n'ha
alcuno nella parab. di Camhral, che é n^jlla wziono mftridior»alo del-
l'altro dipartim, t«*l/s fiominat<>. Citiamo dil dial. d^sl cant, di Arra»:
ptc. r'r.uHi.U, mi/i rnang*!, f//</y,'At'^, /'^«m<'^ (p<iccat/i; cfr. «pago. falUir )"* \ da
qii'dh d':l cant. di Carvln: ptc. miV, /y«;$ri<f baÌA/s, forchiti, rnawiui'
pialU, eri'qjorté. Finalmente da ^lUfello di Cambra) ^Jif., d. Nord;
d^,pin»é, 'i>M>./:, r'ireuK/;^ h'mindé', cfr. t/^enté*.
* E*empj fallonf, da fonti più g-un^-o^e, ha Io Scbuchardt, n»;! luogo l
citato. D'altri ìufitmà àfMa palatili «uUV/ tonico n'd vallone, tocco altro
* haUUy-ije eoa la Kt^;««a apparente addizione che é in r'I/ulé-^/e, parti*
entrambi, cfr. uaMté-t/e', ma ca«o diverso quello di fon-^ja <].' lo-n^fo, falm
pftln. A Co urti«ol« (Marne), «'hanno di codesti Infiniti: luhouraye, $o;
rnaye «eroer , dìnneye ótuf-r, r/tarendey (merendare) f^oiiUsTf Miu. 22()'2 ; cf
prima nota a ^Lorena' ^p. 1 l^i-7), In fine.
* Cambral farebbe alla per-iferfa del territorio del romhi, e Valcn
eie 006 « ne é il centro ^tth^ARf, Di/:ii&nnaire rouchi-fran'sma, 'j« ^lit,, Va-
bmcienne« ISTJi, p. v<), E pur r»ella parab, di Valenclenne* (op. t/sfet/: cit,,
4%-€; pili non appare la diffJsrenza a cui li te*t/^ allude; ptc. <{///^, w/jw^,
XMrtagé^ mie riian^^i^ qi/rninchA, péf^hé^ cfr. ^««<?«#, l'are perV, che fcl (^ro-
{>aggini l't che precede a dentale, in ervJAU ri-g«aifato (cfr. p. g.'^, 106, e
prov. agwxitar, ant. frc. aguaiUr aguetier)^ vAdié^ 'uscito', ma etimologica-
mente: 'vuotai// (efr. Ib.: loiàUr sortir de la maison ^ rjuastl 'ftg'^rtriberare',
eorn'ó anche nel francesi letterario; e per la propagg^inaz^one, l'ant frc. »«i-
</t«r, gii citat/j» a p, to'?, in e). Ma T ie di laiìisUr ib, 270, altro non «ariSt che
rj« picardo. l'er A>fT ecc-, Canibral ci offre: inf4en?. (afr. W:c,nt\ e an-
che, a fot mola at^/na, zéenU), thnt d'innée» tant d'anr/ie*; f)r/:CM<hi\ kétim
''Arra*: hieam%)%\ Carvin: c/jimj?*)', '[itw.hA (Anajc. p^^arnhe: Carv/n: pawM)
pancia. E nel pretto picardo {'émakvi. p. 2^;-8): m/l*»i!, ^^/-./'«K; ^rrm<, ///«-
<i«<, kc.e.\ AcMinAe domi Udo, grind cfuiie.- A Courtl*oU (Marne;; ^r:^
/wtte grande liacbe, //n'«<if« grange, 2>Wrttó iiìurnh/:, Mit. 250-21 (cfr, w/tó»
Ui^échant ^2^;.
POSTILLE ETIMOLOGICHE
tì. FLECHIi.
I.
Saggio di un Gi.ossakio Modenese ossia sfudii d^l conte Giovanni Galvisi
intorno le probabili origini di alquanti idiotismi della città di Modena e
del suo contado. Modena, 1S(>8, iu \6\ p. 5Si?.
(Coniinuaiione e fine : v. voi. II. pp. 1-5S, 31S-S4.)
Apag. 415 il G. deriva il mod. scarcajtvr, sornacchiare, spu-
tar crasso, dal gr. yapyaawv, ugola o strozza, per via d'un verbo
e.vijargariare, exgargaliarc. Credo che un raffronto del verbo
modenese cogli equivalenti di parecchi volgari neo-latini renda
molto improbabile questa derivazione dal greco. Nelle varie forme
del verbo che in essi volgari significa quello che il tose, sornac-
chiare, spurgarsi, ci si presenta una radice o tema fondamen-
tale che preso assolutamente può dirsi essere un riflesso del mo-
nosillabo crac- (crakk-); e quindi alla più semplice forma di esso
verbo: cracare {craccarf) risponderebbero appunto il fr. cracker
{^craccare; cfr. pA^her- peccare; secherà siccare; boticher
"Imccare; bouche = hticca; vache svacca ecc.), e col 5 rinfor-
zativo {s-cracare, s-craccarc) : sic. scraccari \ ant. prov. escra-
car, lig. scraccd'\ lad. (grig.) scracar. Con questa forma di era-
• Lo 5f;>Kvan' del siciliano apjv\rtiène probabilmente al fondo franco-pro-
vonsale di quel dialetto, già qtii accennato, li 33 n.
' Sehbexie la più parte delle rarietà ligustiche, corae p. e. il Tent. scrocca
e il pamp ( cisapennino ) scrachJ accennino raanifesto a un tipo identico a
quello del prov. t'^-crvRMj', si putN tuttavia dubitare se il g-en. scìrtccà debba
dirsi connesso collo stesso tijx\ staatechè il sostantivo che gli vìeae di cosi*
e che nella massima parte di dialetti mostra d'aver comune col verbo la
forma del proprio tema , nel genovese suoiìa scriiccan = *s-crdccam , ♦^«'ac-
eto***, ♦5i-ra<.v«7«; onde sì putN fondatamente pr&sumere che il gen. 5^«>»CAf
«equivalga a *^iiYtc<Mtt, *scr^ccar>i^ *S'craccw\K *scra'CCHla.re^ in quella stessa
guisa che il geo. »H*"w<.v<f, per via d'*ri<rtuvat, finisce jvr metter capo ad
AlV>HVK> }r1<itt<.>l. iUl., UT. i""
122 Plechia,
care {scracarc) sì connettono come derivate mediante il suff.
-ul- {crac-uì-are) il tose. (p. e. san.) scracchiare {=scrac'lare,
scraculare)\ pieni, scracé-. In alcuni dialetti il tema fondamen-
tale è care, che può essere o semplice varietà o, massime in quanto
è atono, forma metatetica di crac; quindi, colla consueta s rin-
forzativa, il mil. scarcà {s-carc-à). Nella maggior parte però dei
dialetti questo tema si presenta sotto forma derivata; quindi ven.
scarcagar, mant. scarcajar, mod. e regg. scarcajcer, com. scar-
cajà, e anche, con mutazione della gutturale sorda in sonora,
parm. sgargajar, brianz. sgargajà, var. piem. sgargajé. Tutti
questi verbi accennano ad elementi di derivazione che non sono
altro se non lo stesso suffisso ul, già applicato nelle citate forme
(p. e. scì^acchiare = s-crac-ul-are), e qui ampliato in ac-ul (cfr.
DiEZ, Gr.W 400), onde s-carc-acul-are, s-carcac lare in analogia
insuccarare. E cosi il gen. scraccd, mediante un processo proprio di questo
dialetto (cfr. Ascoli, Arch. gì. II p. 119, n. 1; 122), si appunterebbe in quello
stesso scracculare , che, sincopato in scraclare, è riflesso dal sanese scrac-
chiare, piem, scracé.
' Il Fanfani non registra scracchiare né scracchio nò nel Voc. it. uè in quello
dell'uso toscano; quantunque scracchio sia nel Politi, scracchiare nel Felici
{Onom. rom. s. v.) e scracchiare, scracchio, scracchiatore traducano screare,
screatus, screator nelì'Amalthea onotn. dal Lorenzi, che, come lucchese, po-
trebbe far credere l'uso di queste forme non ristretto soltanto al sanese. Il
Vocalolario poi della lingua parlata (Rigutini e Fanfani) sotto scaracchiare
e scaracchio reca come forme sinonime scracchiare e scracchio ; ma poi non
le registra a loro luogo; onde chi conoscesse solo queste ultime forme mal
potrebbe sapere da questo vocabolario se esse appartengano, o no, alla lingua
parlata.
^ Si potrebbe dubitare se nel piem. scracé non s'avesse un raro esempio
della palatinizzazione della gutturale innanzi ad a (scracé = *scraccare, scraca
■= *scraccat), essenzialmente propria de' dialetti alpini e connessa col sistema
franco-ladino (cfr. Diez, Gr. P 247; Ascoli, Arch. gì. II, 128, n. 2). Quan-
tunque una tal mutazione paja non del tutto estranea al piemontese proprio,
quale per es. in cafdit n catafalco, capulé = copulare, cadovra = capo d'opera,
ber gè = bercarius, berbecarius; cugé- calcare, collocare', bugc = bulcare, bul-
licare, ecc., sia che in queste voci operasse influenza francese od alpina, sia
che s'abbia a fare con fenomeni indigenici, è tuttavia assai più verisimile che
la forma scracé risponda a *scraclare, scracchiare, con cui essa avrebbe, per
conto della palatina, quella stessa attinenza che hanno per es. macé con
mac'larc, macchiare; anbruacé con imbrodac'lare, imbrodacchiare ecc.; e
riconoscerebbe quindi per tipo primitivo quello stesso che è proprio del sa-
nese e del genovese (v. le due note prec).
Postille etimologiche. 123
del tose, sornacchiare, che, qualunque possa esserne l'orìgine,
presenta verisirailmente un verbo derivato in -ac'lare, -aculare^.
Le alterazioni fonetiche à'-ac'lare rispondono più o raen normal-
mente alle leggi di ciascun dialetto; e nel toscano, scartaclare
sonerebbe per avventura *scarcagliare, secondo si potrebbe ar-
guire dallo scarcaglioso del Lasca che presuppone "scarcaglio,
*scarcagliare\ la qual forma procederebbe insieme con sornac-
chiare da uno stesso tipo morfologico; e starebbero le due forme
l'una rispetto all'altra come speglio e specchio, asserragliare
e foracchiare ecc. Si presentano ancora alcune forme, dove il
tema venne ampliato con epentesi di vocale, come p. e. nel tose.
scaracchiare, boi. ferr. scaraécar, piac. scaraccà (= scaraclare,
scarac-ul-are) e quindi morfologicamente analoghe a scracchiare,
in quanto si derivano mediante il semplice sufi", id. Sarebbe qui
da vedere se l'epentesi d'a abbia luogo dinanzi o dopo r, cioè
se abbia luogo nel monosillabo crac ovvero care, da ciascuno de'
quali ne verrebbe, colla detta epentesi, carac [s-carac). Sebbene,
mentre d'una parte si hanno calabrone o scalabrone = crabrone;
caracca = ol. kraecke; scar affare = ted. scrapfen; ferr. scaranna
= scranna\Ghirigoro = Grigoro ; schiribi= scribi ( Tav. rot.)ecc.,
dall'altra abbiam pure v. gr. maragone per margone {ch\Arch.,
II 365), sarago = sargo, aliga = alga eoe , onde torni alquanto
incerto il nostro dilemma, crediamo però più probabile il primo
fenomeno, stante la maggior tendenza a rompere ed aprire cr
che non re, quindi il tipo non ancora epenteticu di questa forma
verrebbe ad esser più verisimilmente scrac' lare che non scarclare.
Noi avremmo adunque in tutti i suddetti verbi una varietà di
forme che tutte possono raddursi ad una specie di radice crac
ocarc-. Or donde cotesto care, cracl Impossibile il derivar questi
* sornacchiare vale anche 'russare', quindi per alcuni quasi sonnacchiare.
Il Caix lo deriva dell'ant. ted. snarken, snorhen (oggi schnarchen) 'russare'
{Riv. di fil. rom., II 231).
' Potrebbe anch'essere che il fr. oscar got, e il prov. escaragot, significant.
una sorta di chiocciola o lumaca col guscio, e nel provenzale anche scaracchio
piuttosto che connettersi etimologicamente, come suppone il Diez (Et. w., IP
2^Q, s. escargot), con caracol, procedano dalla radice care, carac e sigoifjcas-
sero originariamente scaracchio^ passati di poi a significar lumachetta con
movimento logicamente opposto a quello, p. e., di ostrica (cfr. mil. òstrega
scaracchio, ven ostregar, scaracchiare), e di far fallarle, venuti a dinotar
scaracchio.
121 FlecLia,
verbi, cosi morfologicamente, come fonologicamente, dall'equiva-
lente lat, screare, escreare; difficile, per quanto io mi sappia,
il connetterli con una qualche nota radice degli idiomi celtici,
sicché l'etimologia più verisimile, volendo pur dedurli a ogni
modo da alcuna delle lingue che diedero elementi alle favelle
romanze, sarebbe quella che lo fa venire dall'antico nordico
hrcckia, scracchiare, hràlii, scracchio (cfr. Diez, Et. ?/;., IP
407, s. racher; Stokes, Beitr. z. spr., V 217) ^ Il fr. ha la
doppia forma: ant. racher (prov. racar, pie. raquer, vali, re-
gni, ecc; com. racà , rechà; var. nap. (mol.) racà) e cracker;
nella prima delle quali forme l'aspirata nordica si sarebbe dile-
guata, mentre in cracker e negli altri rappresentanti neo-latini
si sarebbe rinforzata in gutturale, fenomeni e l'uno e l'altro
non senza analoghi esempj (cfr. Diez, Or., V 320 e segg.). Non
ostanti questi non inverisimili riscontri, potrebbe tuttavia an-
ch'essere che crac o care si fossero indipendentemente prodotti
nell'ambiente neo-latino come radici enomatopoetiche ad imita-
zione del suono che suole accompagnare l'azione significata. Il
nap. rascare, rom. rasckiare che valgono ad un tempo ra-
sckiare e scracckiare, possono benissimo avere in ambo i sensi
una medesima origine, giacché l'azione espressa col secondo di
tali significati è quasi una specie di raschiamento che altri fa
della materia che si vuol levare dalle membrane mucose. Le
altre forme dialettiche come il friul. sgarsajà o sgrasajà, il
sardo iscarrasciare (log.), sdarrasciai (mer.) sembra che non
sieno altro se non varietà delle forme sopra citate (cfr., per
es., boi. e ferr. scaraccar). Ma il lomb. margajà, smargajà
che pur parrebbe connettersi con scarcajar, sgargajar, è più
probabilmente derivato da morga = amurca, morchia; circa la
quale origine vedasi intanto Ascoli, Arck., II 403. Noterò in
ultimo come colla massima parte de' verbi sopradetti vada com-
pagno un nomo fondato senza più sullo stesso tema verbale,
come p. e. in scraccari scraccu, scracckiare scracckio, scracé
' Lo Stokes {l. e) non par disposto ad accettar come antica la forma fr.
cracker. Credo a ogni modo ardito il negarne, com'egli fa, l'esistenza ante-
riore al secolo XIV, quand'anche non fosse attestata da documenti; mentre
il prov. escracar si trova già adoperato nel Brev. cCam. e nel Rom. de Fie-
rahras (vedi Raynot"ard, Lex. Rom., II 30ì').
Postille etimologiche. 125
scrac, scarcà scarc, scarcagar scarcago, scarcajar scarcaj,
sgargajar sgargaj, scaracchiare scaracchio, scaraccar sca^
race ecc. ; i quali nomi pajono procedere dal tema verbale e
non viceversa; e doversi quindi assegnare al novero di quei
tanti sostantivi derivati senza alcun suffisso dal verbo sul campo
neo-latino, quantunque essi non significhino propriamente l'a-
zione, secondochè sogliono generalmente fare questa sorta di
nomi; ma qui importino piuttosto un risultato dell'azione signi-
ficata dal verbo \
Pag. 416. « Scartar nel senso di potare, tagliare. Amerei sup-
« porre la voce proveniente dagli antichi verbi germanici. 5c/ì^-
« 7^en e scharhen, i quali vagliono appunto secare, 'potare e
«amputare condotti a desinenza latina. Provenienti da questi,
« scharte significa incisura e schart Ursus od incisus, donde
« forse il nostro schèrt per scartato, cioè per la parte recisa e
«che per conseguenza non si è voluta lasciare al luogo suo e
« che implicitamente si è rifiutata e respinta. » Credo che que-
sto verbo venga piuttosto da carpere o, dirò meglio, dalla sua
forma di frequentativo, carptare, ex-carptare , donde regola-
rissimamente il raod. scartcér. Carpere frondes arbore, uvam
de palmite, flores ab arbore sono frasi correnti nel buon la-
tino; e si posson vedere ne' vocabolarj. Quindi si potè pur dire
carpere od excerpere ramos, per levar via, tagliare, potare i
rami^ Il latino avrebbe più normalmente fatto excerptare, ma
excarptare è più conforme alle leggi del neo-latino, dal quale
abbiamo per es. risaltare per resultare, ricattare per recep-
tare, ecc. Schcert poi non può non essere una medesima cosa
coli' italiano scarto, proveniente da scartare che, in un col fr.
écarter, àcari, procede dal lat. carta, charta e fu per avven-
tura primamente termine proprio del giuoco delle carte.
A p. 417, il G. suppone che il mod. schernicc, 'scriatello',
' Il fr. cracker non ha di costa nò crac né croche (pud per avventura, quanto
alla prima forma, esser riflesso dall'ant. prov. crai, 'scaracchio'; cfr. p. e. Cam-
bray zi Camcriacum) ; ma si un sostantivo di forma participiale: crachat; che
sta a crachcr come p. e. il lat. sputum a spuere e l'equiv. var. piem. (pamp. ecc.)
spud = sputato a spué = sputare.
* Un riflesso di excerpere passato alla quarta conj. è verisimilmente nel ven
serpir, 'potare', 'scapezzare' ecc.
iSe Flechia,
'caramogio', 'fuseragnolo', possa connettersi colla parola schema,
stantechè colui al quale si dà questo predicato, è, come dire,
uno scherno di natura; e staccandosi poi da questa etimologia,
dice che scherniéc potrebbe forse venire dal celtico scarinec che
nella lingua de' Bretoni vale: qui a les jambes longues et me-
nues. Io credo assai più probabile che scherniéc equivalga ad
un diminutivo dell' aggettivo scarno [ex-carnis) che in toscano
sonerebbe scarnicchio o scarnecchio {excarniclus, eoccarnicu-
lus) e varrebbe quindi propriamente graciletto, scarnatello, di
poca car'ne. Uà di carne è conservato p. e. nel ferr. e parm.
scarnicc, romagn. scarnecc ecc. ; mentre lo scherniéc del mod.
e del regg. soggiacque all'influenza del suo primitivo c/i^rnflj,
secondo che suona normalmente in questi due dialetti la parola
carne.
Inverisimile al tutto, cosi dal lato logico come dal morfologico,
mi sembra l'etimologia di scherzgnir (p. 419) 'stridere', 'cigo-
lare', 'scricchiolare', fatto venire dal verbo cernere per via di
cretus *cretinare *excretinare, *exchertìnire. Più probabile una
radice onomatopoetica [cric- , crié- , criz- donde cherz- , carz- ,
scherz-y scarz-; cfr. parm. mant. equiv. scarzgnir) , quale per
es. in cricch-iare, scìHcch-iare , scricch-iolare, sgricch-iolare ,
sgrig-iolare, sgrigl-iare ecc. Assolutamente falsa poi l'origine
che qui per incidente il G. vorrebbe dare a sprezzare, ricondu-
cendolo per mezzo di spretiare, spretare, spretus al verbo sper-
nere. Non si può negare che una tale derivazione sarebbe mor-
fologicamente al tutto regolare e fondata sopra molti analoghi
esempi ; ma il G. non ha posto mente che sprezzare, spregiare,
disprezzare, dispregiare , non possono essere altro che il con-
trario di prezzare, apprezzare , pregiare e che tutti questi
verbi finiscono per metter capo a pretium, il quale non ha da
far nulla con spernere, spretus e da cui viene il lat. pretiare
già usato da Cassiodoro.
A p. 421 il G. fa venire il mod. scióer, solcare il terreno per
farvi le porche, dal lat. excio, excieo e dalla terza persona del
presente del detto verbo modenese cava il nome scia, 'porca', la
qual voce poi procederebbe, secondo lui, da uno stesso fonte con
scia, poiché porca, pel G., sarebbe adi. porro-ciré o ciere. Fra
i dialetti emiliani il regg., il parm., il piacent,, chiamano sta la
Postille etimologiche. 1^
porca, e nel dialetto piac. insiar significa quello che vale il lat.
e it. imporcare, nap. 'mporcà e anche, con metatesi, 'mproccà.
Ciò basta perchè la critica morfologica dei volgari italici rico-
nosca come verisimilissimo in insiar un verbo denominativo de-
rivato da sia, come imporcare da porca. Ora io non dubito di
affermare che il modenese scicùr, ascicer viene alla stessa guisa
da scia, che certamente non può essere altro che il sia degli altri
dialetti emiliani; e quindi non regge punto la connessione, già di
per sé stessa inverisimilissima, del verbo scicer, ascicer con coccio,
exicieo, e meno poi la derivazione di scia dalla terza persona del
presente di scicer, al qual proposito si confronti quanto già no-
tai circa questo incritico modo di derivar nomi da forme ver-
bali {Arch. glott., II 24), tranne che in due determinati casi, cioè
dall'infinito l'azione o l'astratto (^7 piacere, il dovere, il dire,
il parlare, i baciari) o dalla 3" pers. sing. dell' imperat. nomi
d'agente, specialmente composti (lo Sparecchia, soprannome;
il conciatetti, il hattilana, ecc.). Si tratterebbe qui pertanto
di cercare l'origino del nome e non del verbo che come deno-
minativo procede da esso nome; pel quale, dovendosi a ogni
modo cercare un etimo di qualche verislmiglianza, io non sa-
prei rifarmi nel campo latino se non alla parola seges che per
essere, secondo la definizione di Pesto, pars agri quae arala
et consita est, verrebbe appunto a confondersi logicamente colla
porca. Abbiamo ancora in Varrone De R. R. I.: quod est inter
duos sulcos elata terra, dicitur porca, quod ea seges frumen-
tum porricit; che mi pare si potrebbe tradurre: la terra sol-
levata tra due solchi dicesi porca perchè essa {terra diventata)
segete (cioè, se cosi posso dire, essa terra imhiadita), porge il
finimento. Come ognun vede, una maggior identificazione tra
porca e seges non si potrebbe dare di quella che qui si fa da
Varrone. Resta quindi a vedere come da seges sia potuto venir
sia, senz'offesa delle leggi fonologiche e morfologiche. Qui s'a-
vrebbe naturalmente a fare con un riflesso del caso nominati-
vale, sicché, come p. e. dal masc. gurges, cespes vennero gorgo,
cespo, così dal fera, seges uscisse primamente sega, mantenen-
dosi in questa prima fase la gutturale dinanzi ad a come appunto
in gorgo dinanzi ad o, e, come dinanzi all'una e all' altra di que-
ste due vocali, in sorco, sorgo = sorico, sorice-, nel mod. erpeg
128 Flecbia,
-*erpìco, irpice-, emil. e lomb. pulga epluga = *pulica, pidice.
Dato per assai verisimile questo "sega di fase anteriore, come
da strega ^ strige- venne ai dialetti emiliani strea, stria, cosi
da questo *sega nacque primamente *sea poi sia.
Passando a quanto egli dice dell'origine di porca, noterò solo
come l'etimo del Galvani sia anche più inverisimile di quello dei
Latini che faceano venire questo vocabolo da porrigere, porri-
cere, porcere, e rimando chi fosse vago di veder l'opinione dei
moderni, circa la sua piuttosto incerta etimologia, al Corssen
{Aussjor. r 531) e al Fick [Zeitschr. f. vergi, sprach., XVIII,
Die eh. spracheinli. d. Ind., 100, e Vergi, wórt. ecc., P 669).
Pag. 423: «Sciuplir {scuplir) colla e vegeta. Scoppiettare.
« Da copula i toscani trassero coppia, noi con etnica alliterazione
«dopa: per conseguenza da copulare i toscani ebbero accop-
« piare, non che il suo contrario scoppiare da excopulare. Noi
«da quest'ultimo verbo composto, femmo sciopla per iscoppia-
« tura, sciupér, non che sciuplér e sciuplir, quasi scoppietiire
« per iscoppiettare, cioè excopulire per excopulare nel signifi-
« cato originario di disunire e disgiungere ciò che prima era unito
« e congiunto, significato poi che per approssimazione passava
« a distinguere anche l'effetto udibile della disgiunzione cioè il
« suono dalla medesima provocato. Ove poi la disgiunzione istessa
«non sia per ischianto apparente e sonoro, ma si tratti di sol-
« levamento od enfiagione, allora alla lettera e sostitujamo la
« lettera di fiato o di spirito, cioè la f ed in sfìopla ed in sfìu-
«plir, vediamo l'enfiagione prodotta da contusione, non udiamo,
« come in sciopla e in sciuplir, lo scoppio prodotto da stacco o
« separazione. » Il latino copula qui non ha nulla a che fare. Leg-
gesi in Persio, V, 13: nec stloppo tumidas intendis rumpere
buccas; che il Monti traduce: né per {scoppio far gonfi la bocca.
Questo nome latino viene anche attestato da Prisciano (Lib. I,
sul fine) che lo reca ad esempio di voci comincianti da tre con-
sonanti. Ora se noi ci domandiamo quale sia la formola che que-
sto vocabolo stloppus prenderebbe regolarmente secondo le leggi
fonetiche del toscano e del modenese, chiunque s'abbia una qual-
che conoscenza di tali leggi , risponderà schioppo, scop (cfr. la
mia Postilla sopra uyi fenomeno fonetico {ci = ti] della lingua
latina y spec. p. 4, n.); e quindi un verbo stloppare {scloppare)
Postille etimologiche. 129
procedente da stloppus darà pur regolarmente in quei dae dia-
letti schioppare, scupcér. Questo verbo poi, derivato mediante il
suff. id (cfr. DiEz, Gr., IP 399), se cade nella prima conjugazione
dea naturalmente nel modenese sóupldr, se nella quarta, scuplir,
che nel toscano sonerebbe schioppolare , schioppolire. Dunque
in scuplir abbiamo un verbo derivato da sóupcvr che viene ad
essere di forma analoga a schermlir {= extremulire, v. Ardi.,
II 384). Quanto a scoppiare, se questo verbo può etimologica-
mente collegarsi con copula, in quanto vale il contrario di ac-
coppiare , esso non ha poi più a che far nulla con tal nome se
pigliasi in senso di schioppare (lat. explodere) , non essendo esso
allora se non una varietà di forma dell'equivalente scJiioppare,
nata per via di metatesi; onde da scloppus , scloppare vennero
scoplus, scopiare, scoppio, scoppiare. Questa metatesi fu essen-
zialmente propria del toscano, ignota agli altri dialetti'; quindi
nap. schiuoppo, schioppà, rom. march, schioppo, schioppaì^e'i
ven. scopo scopar; lomb. scopp, scop, scoppà, scopa; romagn.
stcopp stcupé, boi. scop, stiop, scupar, stiiipar; friul. sclopp,
sclopà, ecc., e cosi nel mod. scop, scupcer. Lo stesso siciliano
scoppu, scuppari riflette stloppus, stloppare {scloppus, sclop-
pare), schioppo, schioppare'. Circa il mod. dopa che il G. fa
venire, com'egli dice, con etnica alliterazione da copula e che a
primo aspetto parrebbe dar qualche verisimiglianza alla deri-
vazione di scuplir da copula, noterò come il nome modenese
insieme col nap. chioppa, sardo gioda, joha, e col giopa ven.,
boi., romagn., ecc., abbia per base dopa, forma metatetica di
copia, copula, donde procede a quella stessa guisa che p. e. il
* Il Fanfani, nel Yoc. it., 2a ed., registra schioppare, metatesi di scoppiare; e
nel Voc.d.uso tose, sotto schioppettata ha: schioppetto metatesi di scoppietto;
e poi finalmente, quasi si trattasse di uno di quei solenni veri che non sono
mai abbastanza predicati e la cui disconoscenza potesse essere fatale alla
patria, nell'opuscolo intitolato: Voci e maniere del parlar fiorentino registra
scoppio^ unicamente per soggiugnervi: nota che non è scoppio metatesi di
SCHIOPPO ma questo di quello. È veramente comico cotesto ripetere con tanta
sicumera e insistenza un errore si madornale, e dovrebbe pur essere qualcosa
di curioso l'origine di scoppio, scoppiare dataci dal Fanfani.
^ Le forme sic. scoppu scoppari rispondono foneticamente all'it. schioppo,
schioppare come per es. scattari a schiattare, rascari a raschiare, mascu a
maschio, scavu a schiavo ecc.
130 Flechia ,
ven. fìalya da ^flaha, falla, fabula, pioppo da ploppus, poplus,
popuhcs, ecc. (cfi\ Ardi., II 6). Noterò ancora come nella forma
stioppo tose, stiop boi., ecc., per schioppo, scop non sia da
vedersi il t di stloppus, ma tali forme vengano rispettivamente
da schioppo, scop, per l'appunto come in detti dialetti vengono
stiavo da schiavo, mastio da maschio, stiamazzo da schia-
mazzo, stiaff d-à scaff, stiumma da scumma, ecc. (Cfr. Diez,
Et. IO., IP 64, s. schiop)po)\
Quanto a sfiopla par scopla, significante pustola, gallozza, ve-
scichetta della pelle, ecc., proprio anche del bolognese e del reg-
giano, ben si può, per la singolarità di s/ìo = sco, skjo, credere
col Galvani che qui la nozione dell' enfiare abbia potuto con-
tribuire all'alterazione di sco in sfio, con fenomeno complesso,
analogo a quello del pìera. strmù (cfr. Arch., II 384 n.), dove,
pur nella confusione della doppia nozione di enfiare, schioppare^
[hi/lare, sclopparé), nacque l'ibrida forma di sfiopla; se già
qui non si dovesse vedere una evoluzione meramente fonetica,
in cui da *schiopla di fase anteriore fosse prima venuto, per
assimilazione, spiop)la, donde poi sfiopla; come p. e. nel boi.
fìopa da, p)iopa = plopa, da poplus, populus. Della connessione
materiale che ad ogni modo mostra di avere lo sfiopla emiliano
con scopla parrebbe anche far testimonianza il Vocabolista bo-
lognese (dell'anno 1660), che registra, sotto l'italianizzata forma
di schioppola, il vocabolo che questo dialetto oggidì non cono-
sce più se non sotto quello di sfiopla.
Pag. 424: «Sconzubia. Moltitudine, numero copioso, gran
« quantità enunciata avvilitivamente. Civis e civitas ci possono
« far supporre che non si dicesse solo ciò e cieo, ma anche civo
«0 civio. Certo se da con e da ciò esce conc/o. per moltitudine
«convocata o ragunanza, da con e da civio uscirebbe concivio
« 0 concivia nello stesso significato. Ma trivio per noi è trebi
« 0 treb, quadrivio è carrubi e la e per noi similmente è la
« jz dolce come in mérz marcio, dolz dolce; dunque se il ma-
« schile apparente concivio può riuscir conzébi o conzùbi, il
« feminile concixna, non soffrendo fognatura in fine, potrà mu-
' Adotto la lezione di stloppo come la genuina, non ostante gli argomenti
addotti dal Corssen per provare che stloppo sia forma posteriormente sosti-
tuita a scloppo (v. Beitr. z. it. sprachh. p. 17); al quale proposito può an-
cora vedersi l'Osthoff, Forsch. im geb. d. indog, stammb., I 23-4.
Postille etimologiche. 131
<j tarsi in conzébia o conzi'ibia. Allora non avremo a far altro
« fuorché prefiggere alla voce la solita s intensiva e spesso di
«spregio, per ottenerne la richiesta sconzùhia nel preciso va-
« lore attribuitole. »
E questo sconzùhia un vocabolo di forma assai singolare e
di origine molto incerta, e proprio soltanto, s'io non erro, di
qualche dialetto emiliano e lombardo. Data per verisimile una
prototipa forma concivium, concivia, si potrebbe certamente
venire al risultato sconzùhia senza grande offesa delle leggi
di trasformazione. Dico senza grande offesa, perocché qui noi
avremmo pur sempre la irregolarità dello z sonoro nato da e,
che in questa posizione, secondo la regola, dovrebbe dare uno z
sordo, quale abbiamo p. e. in conzet = concepto, inzert = incerto,
e simili. Lo z sonoro adunque qui accennerebbe piuttosto a g
0 j originario; quindi è che noi dobbiamo vedere se da qualche
altra forma prototipa non si possa cavare cotesto nome con più
osservanza delle leggi fonetiche e forse anche con piii logica
parentela tra il generante e il generato. Dalla voce colluvies, che
presa figuratamente, per servirmi della definizione del Porcel-
lini, varrebbe mixtio et turba viliorum hominum aut aliarurn,
rerum e parrebbe logicamente rispondere assai bene al mod.
sconzùhia, non dovrebbe venire nel modenese altra forma se non
s-colluhia od anche s-coruhia (cfr. mil. coruhhia = colluvies).
Più verisimile parmi il trarre sconzùhia da un prototipo *con-
jugia. Gli antichi glossarj ci danno conjuhatus per conjugatus
(v. Laurenti, Amalthea onom.\ Porcellini, Voc. app. s. v.);
il g di jugum riesce in parecchi volgari italici quasi labializ-
zato', onde per es. nap. Jkzjo, s>\c. juvu, var. emil. zov, quindi
nap. sojovare - suhjugare, boi. zvadga =jugatica, piac. zovéra
= jugaria, mant. zovadg, ven. zovadego ■=jugaticum, e con
aspirazione di v venuto ad esser finale, bresc. friul. zof, berg.
zuf ecc. Inoltre giovo per giogo non dovette essere estraneo
neppure alla Toscana, poiché questa lezione trovasi in due fra i
migliori testi a penna dell'antico volgarizzamento dei Gradi di
S. Gerolamo (v. p. 106); e vi é forse ancor vivo come parrebbe
attestarlo la forma giovatico, usata pure oggidì dai Toscani per
• Intorno all'effettiva ragione del fenomeno, si vegga Asc, I 211-12.
132 Plechia,
giogatico. L'antico sardo ha cojuvare = conjugare, oggi cojuare,
per 'maritare', ■unire in matrimonio'. Aggiugni le forme medie-
vali cojovis, cojove, cojuve per conjiigis, conjuge (cfr. Schu-
CHARDT, D. voc. d. vuhj. lat., II 438). Mi pare che da tutti questi
riscontri si possa assai fondatamente arguire una forma co7i-
juviiim per conjugium, dalla quale veniva qui assai natural-
mente conjuhium, a quella stessa guisa che il v d'analoga
posizione rinforzossi in b in gabbia = *cavia, cavea, bebbio
- biviuìn, trebbio = triviiim, allebbiare = alleviare, ecc. La sup-
posizione di un tale *conjuvium *conjubium si rende poi anche
più probabile dinanzi al parm. conzubiar, piac. e crem. conzu-
hià, con senso di 'congegnare', 'mettere insieme', 'combinare',
'accozzare', 'accomodare'; e principalmente dinanzi al piac. con-
nubi, significante quella parte del giogo de' buoi che, consi-
stente in un pezzo di fune, passa loro sotto la gola, dai con-
tadini toscani chiamata giimioje (cfr. l'equiv. lat. subjugium)'^ .
La nozione di jugwn o 'congiungimento' inchiusa in questo
conzubi, pare indubitata; quindi il fem. sconzubia del mo-
denese, reggiano e mantovano, come pure il masch. sgunzobì
del bolognese, significanti propriamente 'quantità' 'moltitudine',
'unione di cose', come materialmente si connettono con con-
zubiar, conzubi, così pur logicamente rispondono a un verbo
* È singolare che il Fanfani registri giuntoja nel Voc. d. uso tose, conae
propria del contado sanese e l'ometta poi nel Voc. it. Non avendo egli recato
per la dichiarazione di giuntoja alcuno equivalente vocabolo italiano, par-
rebbe eh' egli non ne conosca altro ; quindi tanto piìi necessaria la registra-
zione di questa voce che certo non si potrà pescare né in Camaldoli né in
Mercato Vecchio. Cho poi giuntoja non sia ristretta al contado sanese lo
provi il trovarsi anco registrata nel Glossario montalese del Nerucci. Sarebbe
ancora da notare che il Fanfani, mentre nel Voc. d. uso tose, dice giuntoja
'pezzo di fune ecc.' neW Unità della lingua (I 25) fa giuntoje sinonimo di
pajole che sarebbero 'due strisce di ferro uncinate ecc.' o secondo il Glos-
sario del Nerucci 'due uncini di ferro ecc. che servono ad assicurare la giun-
toja al giogo'. Ma né giuntoja né pajole non si registrano poi nel novello
Voc. it. della lingua parlata (Rig. e Fanf.) ; e pajuole pone il Fanfani solo
nelle sue Voci e maniere del parlar fiorentino, con definizione tolta di peso
dal Nerucci, salva la giunta d'un che, il quale ne guasta il significato. Ora
si potrebbe domandare a quei due signori vocabolaristi sotto qua! nome
registrino ne' loro vocaboiarj queste che son pure due cose reali e da chia-
marsi necessariamente col proprio loro appellativo in un vocabolario della
lingua comune.
Postille etimologiche. 133
significante 'accozzare', giacché esso nome propriamente vale
'accozzaglia', così d'uomini come di cose. E cosi noi giungiamo
parmi, con soddisfazione della logica e della grammatica storica,
a sconzuhia = *ex-coniuvia, *ex-conjur)ia, e scimzodi = *ex-con-
juvium, *ex-conjugium.
Restano ancora alcune avvertenze di grammatica storica
riguardanti il latino. Il Galvani connette civis con ciò, cieo.
Civis, forma arcaica ceivis, non ha punto a che fare con tali
verbi, ma si considera come procedente da una radice proto-
ariana ki, forma dittongata kai, significante 'sedere', 'giacere',
'riposarsi' 'dormire' e per estensione 'dimorare' 'abitare'. Nel san-
scrito questa radice vive come verbo sotto la forma ci, ce (= gai),
onde V. gr. cète (= gaitai, gr. -/.v-y.:), 'siede', 'dorme' 'riposa'; come
nome gaj-ana, 'letto', ecc. Similmente in greco v.zi-'jBy.:, 'giacere',
'dormire', /.o>Tr,, 'giaciglio', 'letto' ecc. Negli idiomi germanici,
in cui la gutturale ariana si converte regolarmente in h, abbiamo
got. hai-mis (da haimas), 'casa', 'borgo' 'villaggio'; hai-va 'casa';
ant. alto ted. hi-vo, 'coabitante', 'inquilino', 'domestico', ecc.; e
nel lit. kai-ma-s, 'corte', 'villaggio'. In lat. la radice ariana è
rappresentata da qui- di qui-es, qui-esco ecc. e da et (=cei) di
ct-vi-s (ant. ceivis). Adunque civis significherebbe propriamente
'residente' 'accasato' 'abitante per eccellenza', e sarebbesi usato
primieramente a dinotare il cittadino che era 'abitante fisso
della propria casa', a differenza (ìeW incola o inqiiilinus (=*in-
colinus) 'abitante non fisso di non proprio luogo' 'a. di non pro-
pria casa', e del 'peregrinus, 'forestiero' (cfr. Curtius, Gr. et.,
I 115; CoRSSEN, Ausspr., I 385; Ascoli, Corsi di glott., 91,n.)\
Il G. mostra ancora di considerare il lat. nome concio, adu-
nanza, come formato da con e dal verbo ciò. Questo nome, la
cui propria e genuina ortografia è contio, secondo che attestano
gli antichi documenti epigrafici e buoni testi mss. (cfr. Fleck-
EiSEN, Fiìnfz. artikel, p. 14; Corssen, Aitsspr., V 51), è nato,
mediante sincope e contrazione, da conventio. Una delle formo
' Non vuoisi tacere come per ragioni fonologiche, riguardanti principalmente
la storia della gutturale indo-europea, alcune delle connessioni etimologiche
che qui si son date, vengano ora a rendersi più o men problematiche cfr
FiCK, Die ehem. spracheinh. ecc. 122 e seg. ; Vergi, icórt. ecc. passim.). Sta-
rebbe però sempre che civis non abbia punto che fare coi verbi cjo, cieo.
134 Pleehia,
intermedie, covenlio, viene attestata dall' jE". d. Bacch. {CIL.,
I 196, 23).
A p. 425: «Scova. Scopa, quando vale Flagello. Quando noi
« diciam der la scova intendiamo percuotere con un flagello di
«coregge, non con un manipolo di scope, pianta nota, altrimenti
«detta granata. Nò pare che diversamente l'intendessero gli
« antichi Toscani, leggendosi nel Novellino: = Gli altri discepoli
« furo intenti colle coregge a scoparlo per tutta la contrada. =
«Non sembra dunque fuor di proposito il cercare un'altra ori-
« gine alla voce scopa quando questa significa flagello. Posto
« ciò, osserveremo che exuvice hubulce sono per Plauto: lora ex
« corio buhulo ad servos caedendos. Da exuvia o laziarmente
« exovia sarebbero mai venute escuvia ed escovia, e quindi,
«per aferesi, il nome scova e il verbo scuvèrì»
La distinzione etimologica che qui si vuol fare tra scopa,
'pianta' 'granata' e la parola scopa usata nel senso di 'flagello'
non mi par punto verisimile. Nulla di più comune che questi
trapassi di significato, come dar la scopa significante origina-
riamente 'battere colla scopa o con iscope', scopis caedere o ver-
herare, venato poi a significare 'battere con coregge', che più
propriamente si direbbe 'dar la scuriada'. Fu tempo che il bat-
tere colla scopa o con iscope era una specie di supplizio infame;
potè benissimo mutarsi la scopa colie coregge e usarsi tuttavia
l'espressione 'dar la scopa' 'scopare' per 'battere colla frusta',
'dar la scuriada', 'frustare'. La trasformazione materiale poi di
exuvia in scova o scopa presenterebbe difficoltà fonologiche da
vieppiù accrescere l'inverisimiglianza di questa distinzione eti-
mologica. Non credo infine che la parola granata si applichi
mai a dinotare la scopa in quanto è pianta, come parrebbe dalle
citate parole del G. , ma si solo in quanto è strumento dello
scopare. Granata, nome di pianta, non può valere se non quel
medesimo che granato, cioè melagrana, melograìiato.
A p, 427: «Scudregn, cotennoso, coriaceo, ecc. Da cutis
«uscirono cutìca e cuticida: ora come da cutica si trasse cu-
« ticagnus, donde la cuticagna dantesca, così da cutis noi femmo
« cutignus al modo stesso che da malus malignus e da benus,
« antica pronunzia di bonus, benignus ecc. Da cutignus o cu-
« tegnus venne l'altra voce dantesca cotenna. Ora è da avver-
Postille etimologiche. 135
« tire che noi raddolciamo la t di cutis e pronunciamo codga
«non cotica; cutignus dunque, sempre per noi cuiegnus, di-
« venta cudegn, ricordando i Senesi che dicono codenna e non
« cotenna, e colla giunta della s aflforzativa scudegn e colla
«inserzione della r, che da Tatari fa uscir Tartari; da dies
« diurnus; da diutinus diuturniis; da macies marceo; da,prope
«projorius; da s}mo spurcus, lo scudegn s'afforza ancora e
«viene più scolpito in scudregyi, appunto come codione s'ar-
« rozzisce in ciidrion e in ciidron. »
Non improbabile la derivazione da cutis del mod. scudregn,
a cui sarebbe da aggiungere non solo l'equivalente boi. cudregn,
ma forse anche il pure equivalente piem. guregn\ Potrebbero
però qui farsi alcune osservazioni. E così, piuttostochè le forme
basso-latine cuticagnus e cutignus , si sarebbero dovute pre-
supporre quelle di cuticaneus, cutineus, perchè i temi nominali
in -gno {-gnu-s) appartengono solo all'alta latinità (cfr. Diez,
Gr., IP 375). Cotenna poi sarebbe da spiegarsi piuttosto come
fonologicamente proceduto da ciUinia, cutinea (cfr. ant. aret.
Sardenna = Sardinia, ponnono = *poniunf, donde anche il fior.
pongono, ecc.), ma non secondo vorrebbe il G., da cutignus o
cutegnus"^. Gli eserapj dell'epentesi di r, se si eccettui codrione,
' Alcuni fanno venire, non senza qualche verisimiglianza, il pieni, guregn
da gora^ górra, voce significante ^salcio', 'vetrlce', 'vinco', 'vimine' ed essen-
zialmente propria dell'Italia superiore (cfr. Arch., II 45 u.); sicché questo
vocabolo equivarrebbe figuratamente a salcigno, da salce, che i vocabolarj
registrano anche come sinonimo di 'tiglioso'. Se poi guregn si dovesse con-
nettere colle voci emiliane e far quindi rispondere ad una forma fondamen-
tale cutrinius, cutrineus, è quasi superfluo il notare che non potrebbero far
diflScoltà né il digradamento della gutturale (cfr. piem. gamel, gùrc, ecc.) nò
la riduzione dì tr a r (cfr. pare, mare, pera ecc.).
* II cotenna, codenna toscano, anziché da un aggettivo cutitiius, cutineus,
potrebbe, in analogia di prugna -prunia, prima, sic. pignu — piniu, pinus,
venire, mediante il sovraccennato fenomeno di nn = nj, da *cutinia, ciilina,
il tipo del sic. cùtina, nap. catena, piem. cuna; e direi anche del prov. e
spagn. codcna, portog. códea (cfr., p. e., port. fémea - femina), dal Diez deri-
vati, il primo insieme con cotenna e col fr. couenne da cutanetis, il secondo da
cittica {Et. loort., P 142 e seg.). A quest'ultima forma rispondono del sicuro i
nap. coteca, rom. cotica, emil , lorab. e ven. codega codga, friul. crodie (v. Asc,
Arch., I 533), var. piem. (biell. vere, basso can.) oija (cfr. naja - natica), ecc.;
mentre cufaneus sai-ebbe riflesso dal nap. cufagna. 11 primitivo cutis, di cui
rute è forma letteraria, non ha, ch'io mi sappia, altro riflesso popolare so
non nel sic. ^uti e ru 'cotenna' di qualche varietà di dialetto piemontese.
136 Flechia,
non fanno a proposito; e ciò primieramente perchè qui questo
suono non è epentetico, perocché, comunque spieghisi la forma-
zione di diurnus e diuturnus, nissuno che abbia fior di critica
vorrà vedervi un r ascitizio (cfr. Corssen, Ausspr., P 232 e
segg.; 236), e inverosimili od almen problematiche sono le con-
nessioni etimologiche ch'egli fa di proprius, marceo, spiircus
con prope, macies, spuo\
A p. 432: «Sedia. Setola, piccola fessura o scoppiatura della
« pelle. Si direbbe da scindula minorativo verbale da scindo di
«cui è fatta menzione ne' vocabolarii. La mutazione dell' z in e
« la vediamo anche in scoscendere. Scindo o scendo poteva poi
« essere stato acido o scedo come tango, pango e simili hanno
« a tema primitivo tago e pago. La scindula del linguaggio
« scritto poteva essere pertanto la scedula del linguaggio ru-
« stico divenuta sedia per accorciamento ». Setola significa pure
• Quando anche spurcus si dovesse connettere etimologicamente eoa spuo,
come vollero antichi grammatici (cfr. Vossil's, Etym. linguae lat.^ s. v.) e come
accennava dubitando il Pott {Et. forsch., I 215 e seg.), il suo r non potrebbe
esser suono parasitico, giacché s'avrebbe qui probabilmente una forma sin-
copata di *spuricus, come p. e. in jurgo da jurigo, purgo da purigo, E in
questo caso, parmi, bisognerebbe vedere in *spuricus un r nato dal s d' un
nome *spus, 'sputo', proveniente dalla radice spu, in analogia ài jus daj'w,
pus da pu, i quali due nomi e nella loro flessione (jus, ju7Hs; pus, puris) e
nella composizione {*jus-igo, jurigo, jurgo) e nella derivazione I* pus-u-lentus,
purulentus) mutano normalmente tra vocali s in r. E così questo ipotetico
*spuricus (=*spusicus da *spus), sincopato in spurcus, varrebbe propria-
mente 'pieno di sputi', 'sputacchiato', 'sporco' come p. e. tenebricus da tene-
bra suona 'pieno di tenebre', 'tenebroso', 'oscuro'. Il Walter deriva spurcus
dalla rad. indo-eur. sparc, scr. sparg, toccare; e sarebbe logicamente analogo
a contaminatus che per via di contamen (contagmen) si radduce alla rad. tag,
tang, 'toccare' [Zeitschr. f. vergi, spr., XII 407); mentre il Pick confronta
spurcus coi gr. tte^o/.ó?, ■jrepy.'jó?, ripetendolo da un tipo greco-italico perhno,
parlilo (sscr. prQni), 'macchiato', 'scuro', 'vario' {Vergi, loort., IP 157). Uo
anormalmente aperto dell' it. sporco (sic. e sardo sporcu, nap. spuorco ecc.)
potrebbe accennare ad un'arcaica forma sporcus, mantenutasi nel romano vol-
gare contro la legge che nel latino dinanzi a r + gutt. mutò o in m (cfr. p. e.
amurca da amorca, gr. daópy/ì), ovvero ad una confusione di spurcus con
porcus ; che per mera evoluzione fonetica spurcus avrebbe dovuto dare sporco
con 0 chiuso come p. e. furca forca, gurges gorgo, o, quando fosse stato
caso di u lungo di natura come nella supposta origine da spus {spìis, spous)^
anche spurco (cfr. it. purga, purgo:, e v. Ardi. I 34-7).
Postille etimologiche. 137
in toscano 'piccola fessura' o 'scoppiatura della pelle' e setola
e sedia, concordi in questo senso, non possono discordar d'ori-
gine. Ora siccome sarebbe impossibile il far venir setola da
scinclula, cosi setola e sedia devono essere, come sono, un nor-
male riflesso del setitla de' Latini. Se diedesi il nome di pelo alle
piccole crepature delle mura, e si disse 'far pelo', 'incrinare'
(da crine) per 'screpolarsi' 'fendersi', perchè non si sarà po-
tuto coll'it. setola, raod. sedia, che è pure una sorta di pelo
rigido e grosso, essenzialmente proprio de* porci, de' cavalli, de'
muli, ecc., procedente indubitatamente dall'equivalente seta, sc-
tula de' Latini, significare la crepatura della pelle? e ciò perchè
le piccole e sottili crenature rendono quasi sembianza di pelo,
setola, crine, sopra il corpo screpolato. Dunque l'etimologia di
scindo qui è fuor di luogo; e non dobbiamo vedere in setola e
sedia se non un senso traslato.
A p. 439 si deriva il mod. sgavetta, 'matassa', da un celtico
gav 0 gavl, 'circolo'. Non credo che qui occorra di far capo al
celtico, fonte, come già ho notato altrove, il più delle volte in-
certo e fallace per l'origine dei nostri vocaboli. Il mod. sgavetta
si connette probabilmente cogli equivalenti francesi echeveau,
echevette, alla quale ultima voce risponde anche di forma. Il Diez
{Et, wórt., ir 280) propone per questi vocaboli francesi l'eti-
mologia di scapus, parola adoperata dai Latini anche in senso di
'rotolo cilindrico', parlandosi di più carte unite e ravvolte; e al-
l'opinione del Diez si accostano lo Scheler e il Littró. Or dunque
come echeveau risponderebbe alla forma scapellus, così echevette
e sgavetta ad uno scapetta. Nel gavetta bologn. e tose, avrebbe
avuto luogo l'aferesi di s. Il nome guindolo e sgavindolo (se pur
questa forma s'incontra), che il G. confronta col mod. sgavetta ^
qui non hanno che farci; giacché guindolo viene notoriamente,
insieme con ghindare, bindolo, abbindolare, dall' ant. alto te-
desco vnndan, 'attorcere', 'girare', 'dipanare', 'gliindare' (Diez,
0. e, I 209).
A p. 444, a proposito del raod. sgurcér, 'rinettare', 'purgare',
citate alcune equivalenti glosse germaniche {skira,skura, schuu-
ren, scout, skauran), soggiungne: «La parola verrebbe quindi
«da fonte gotico od alto germanico, se non si volesse piuttosto
«dal latino excurarc, francese rcurcr. » Non è punto, parmi.
Anhivio ploltol. ita! , III. )''
138 Flechia,
da dubitare che questo verbo non venga da curare, excurare.
I Latini usavano già il verbo curare nel senso 'di tener netto',
'nettare', 'lavare', come in curare cutem, vitem, vineam, dolia,
cadaver. 'Curare i panni' in senso di 'purgarli dalla bozzima'
dicono i Toscani ; curar usa il veneziano per 'nettare', 'mon-
dare', 'rimondare', 'sbucciare', 'sgusciare', 'sventrare' e 'purgare'
(il pollame); giiré {= curare) hanno pure i Piemontesi per 'net-
tare', 'purgare,' 'sventrare', detto principalmente di fosse, pozzi,
fogne, pollame. Scurare poi, forma più o meno propria dei dialetti
dell'Italia sup. (rom. sgurcé, boi. sgurar, mil. sgiìrar, piac. sgurà,
piem. sguré, massime in senso di strofinare, lustrare strofinando),
dello sp. e cat. escurar, del frane, ècurer, non è punto estraneo
al toscano e, quantunque non registrato né dalla Crusca né dal
Fanfani, s'incontra in antichi, come p. e. negli Statuti pis., I
709: 'e tutti li panni si ara (sarà?) bene scurare e lavare'.
A p. 445: «Silta: fulmine o saetta-folgore. Salio era anche
«silio, come si vede in ex-silio, in de-silio e in silanus per: iu-
« bus unde aqua salii, quasi silianus; suo participio era sultus
« 0 sottilmente siltus. Di qui un aggettivo che poteva significare
« id quod salii, come salticus valeva id quod saltare solet. —
« Fulgetra silta poteva dunque chiamarsi la saetta-folgore, os-
« sia lampo che salta fuori dalle nubi e può colpire, insomma ful-
« men, non fulgor. Se invece si volesse dedurre da scido, antica
« pronuncia di scindo, e vedere in silta la fiamma che nubes sci-
«dit, bisognerebbe che sciita fosse un'alliterazione di scitla, po-
« sitivo di sciiilla o scintilla. Il vegeto e sibilante modo con che
« pronunciamo la voce in questione permetterebbe di scrivere
« tanto silta quanto sciita. »
Sta bene che salio passasse in -silio e saltus in -sultus, ma
ciò solo in quanto si tratti di composti, per quella notissima legge
d'indebolimento della vocale, essenzialmente propria del latino,
per cui, verbigrazia, facio diventa -ficio in confido, salsus -sulsus
in insulsus. Ma di qui non ne viene che possa dirsi in termini
generici che salio era anche silio, e saltus anche sultus, come
non si direbbe che facio era anche fido e salsus anche sulsus.
Il processo secondario di trasformazione ne' così fatti vocaboli
composti è affatto estraneo ai semplici, salvo qualche rarissima
eccezione come, p. e., in eludere per claudere; ed è quindi al
Postille etimologiche. 139
tutto contrario al principj della fonetica latina il far venire
dal semplice saltus un semplice sultus, per giugnere ad un sll-
tus del quale si avrebbe bisogno. Data poi anche per verisimile
una forma siltus da salio, essa non potrebbe valere id quod
salii, poiché, o la si piglia come participio, e in tal caso il senso
suo più ovvio e naturale sarebbe un participio perfetto passivo,
e quindi mal proprio a significare 'che salta' 'saltante', o si con-
sidera come un sostantivo della 4=" declinazione, e allora vi
sarebbe significata l'azione, cioè l'atto del saltare, come nel lat.
saltus, it. salto. Per la qual cosa noi abbiamo per sommamente
improbabile l'etimologia che condurrebbe il modenese siila ad
un lat. silta, sulla, salta, da saltus. Né più verisimile ci sembra
l'altra da scindo, per sostener la quale si ricorre a formazioni
e trasformazioni soverchiamente ribelli cosi alle leggi morfolo-
giche come alle fonetiche del latino e dell'italiano. Così per
es. un positivo siila, donde scintilla, sarebbe al tutto senz'ana-
logia nella derivazione de' nomi latini. Quindi anche questa eti-
mologia vuole essere abbandonata come al tutto improbabile.
Vediamo ora se, dovendo noi ad ogni modo cercar l'origine di
questa voce silta, non se ne trovi qualcun' altra che abbia per
sé molto maggior grado di verisimiglianza.
Il nome saetta (lat. sagitta) col significato di 'fulmine' è, si
può dir, generale ne' vari dialetti d'Italia; e in alcuni piglia forma
più 0 meno alterata, come p. e. nel sajeta boi. regg. ecc., nel scita
del bresciano, e nel sita dei dialetti veneti; la quale ultima forma
è da credere che fosse anche propria di dialetti emiliani, giacché
Anton da Ferrara in quella sua nota canzone per la supposta
morte del Petrarca ha: il qual non teme la sita di Giove. Ora
a cotesto sita, che non può non aversi per forma sincopata e con-
tratta di sagitta (cfr. p. e. ferr. mistar, mlstra - magistro, ma-
gistra), già s'accosta d'assai il modenese silta, che in quel suo
l può avere un suono ascitizio (cfr. san. albaco per abaco, socol-
trino per soccotrino) od anche più verisimilraente metatetico, in
quanto che silta può essere da *sitla "sitiila^ sagittula, forma
usata da Apulejo e attestata dal toscano saettolo, saeppolo, saet-
tolare, saeppolare\ Circa la metatesi di l in silta da sitla, cfr.
' Anche il Mussafia {Beitr, z. hunde der nordit. dial. im XV jahrh.^ 106 n.)
propende a cavare il mod. silta da sagittula.
140 Flechia,
nnl, nap. Polvica e Follica - Puhlica, sp. olvidar = ohlitare, ecc.
Sembra dunque potersi conchiudero che il raod. silia (che già
trovo nella Cron. mod. di Jacopino de' Bianchi, pag. 172 e 173)
venga con ogni verisimiglianza da sagitta e cosi questo dialetto
proceda, come ben è da aspettarsi, di conserva coi dialetti emi-
liani e cogli altri volgari d'Italia nel dare al fulmine il nome
di saetta.
Pag. 446: «Si va imperf, del pres. del verbo Essere cioè Era,
« In molte parti più remote dal dialetto urbano i nostri rustici
« non dicono io era stato; ma me a seva o sottilmente me a siva
« stè. E notevole ancora che i fanciulli del nostro popolo, lascian-
« dosi guidare da un inducimento logico interiore, conjugano il
« verbo essere cosi: me a son , me a siva, me a san sto, me a
« sarò. Risalendo quindi dall'osservazione dei volgari italici vivi
«alla possibile cognizione dei consimili spenti, si dovrebbe cre-
« dere che una forma plebea imperfetta del verbo arcaico èso od
« esu7ìt fosse esebam e di so o sum fosse seham. Eram sarebbe
«allora un'altra forma, il cui più che perfetto semplice, da esui
«primitivo di fui, avrebbe fatto esueram, rispondendo al com-
« posto esuto-era od era suto o stato».
Le supposte latine forme arcaiche eso e so per esiim e sum
non sono punto verisimili, perocché qui il m è avanzo di fles-
sione indo-europea (cfr. sanscr. asmi, gr. zvjI da st^J, ecc.), e il
latino per la prima persona singolare dell'indie, non lo con-
serva se non in sum e inquam, mentre p. e. il sanscrito e lo
zendico lo mantengono ancor generalmente nella desinenza mi
e il greco pure nei cosi detti verbi in [x-,. L'ipotetica forma eso
pertanto presenterebbe il deperimento generale della desinenza
della prima persona dell'indicativo lat., di cui il verbo sostan-
tivo non è punto probabile che abbia partecipato neppure nel
romano rustico, perocché la nasale labiale indo-europea si con-
servi ancora, passata in dentale, in buona parte delle forme
volgari d'oggidì, e in sono di pers. 1* sing. noi dobbiamo vedere
sum passato materialmente in son come cum in con, coli' ag-
giunta di queir 0 che, desinenza verbale già propria del latino,
restò nell'italiano simbolo della persona prima sing. dell'indie,
alla cui analogia fu poi tratta, così nella lingua parlata, come
nella scritta, eziandio la prima sing. dell'imperfetto: ero, avevo,
Postille etimologiche. 141
amavo, ecc. Adunque le forme eso e so, per esimi, sum non
sono ammissibili neppure in via d'ipotesi; ma bene ammette-
remo come indubitate le antiche forme eso, esit (onde ero, erit),
non solo sommamente congetturabili dalla grammatica storica
del latino, ma attestate come ancor proprie, la prima del carme
saliare e l'altra delle XII tavole (Varrone, Pesto, Macrobio, e
Neue, Form. d. lat. spr., II 466).
Egualmente inammissibili, pur come ipotetiche, le forme esc-
ham, sebam, per eraìn nato da esam. Il latino ha per l'imper-
fetto dell'indicativo in genere una formazione particolare, di-
partendosi in questo tempo dal sanscrito, dallo zendico e dal greco,
lingue rimaste fedeli al tipo dell'imperfetto protoariano, che pro-
priamente non è altro se non un presente di desinenze apocopate
colla prefissione del così detto aumento (scr. zend. a-, gr. £-); ma
per l'imperfetto del verbo sostantivo si è separato dalla regola
generale del finimento in ham, has ecc., come ha fatto anche pel
futuro; e noi non abbiamo alcun fondamento per supporre che
insieme con esam (eram), esas (eras) vi sia mai stata una forma
d'imperfetto rispondente al tipo comune, cioè eseham, seJjam, se-
condo che congettura il Galvani.
Inammissibili finalmente per la grammatica storica del latino
sono pure esui, esueram, che secondo il G. verrebbero ad es-
sere primitivi di fui, fueram. In tutte le lingue indo-europee il
verbo sostantivo ha tra le sue singolarità principalmente quella
di sostituire in certi modi, o tempi, o forme alla propria radice
as (lat. es, gr. za) quella di un altro verbo. Cosi p. e. nel sanscrito
si compie mediante la radice hhù = \dii. fu; nel greco per mezzo
di Yiyvoy.y.'.; e in lat. di fu-, ris pondente etimologicamente al scr.
hhù. Anche l'umbrico e l'osco presentano queste sostituzioni di
fu- ad es-.
Rigettata come improbabile l'esistenza di eseham, sebam per
eram nel romano volgare non solo dell'epoca arcaica, ma anche
per un periodo qualunque della propria latinità, donde derivare,
come vorrebbe il Galvani, il mod. seva, siva (e quindi le ana-
loghe derivazioni degli altri dialetti) per era, ecc., cerchiamo il
come queste forme si siano più verisimilmente introdotte nella
flessione del verbo sostantivo ne' nostri volgari.
È noto come nella formazione delle lingue uno de' più fecondi
M2 Flechia,
principj sia quello dell'analogia. Ora appunto in virtù di que-
sto principio noi vediamo il verbo sostantivo nelle lingue neo-
latine andar qua e là abbandonando le apparenti sue anomalie
di flessione ed accostarsi più o meno alle forme ordinarie degli
altri verbi. Esse non risponde alle forme generalmente proprie
dell'infinito latino {-are, -ère, -ere, -Ire), materialmente ripro-
dotte dal neo-latino; e quindi, come a velie subentra volere, a
Iposse potere, ad offerre {obfcrre) offerire, offrire, cosi ad esse
essere. L'infinito, per la sua indeclinabilità e impersonalità o,
se meglio vogliamo, onnipersonalità, è la forma grammaticale
più acconcia a dinotare l'astratto, la nozione fondamentale ; quindi
essendosi la radice es- dell'infinito latino {esse, es-t\, es-tis)
fatta ess- {ess-ere) , in tutti quei casi dove il verbo sostantivo,
per impulso analogico, abbandonava non solo la forma anomala,
ma anche il doppio riflesso della radice latina {es- , er-), in
luogo di questa ponevasi ess-\ onde ''essiamo, *essete, *esserò,
*esserai, ecc., essendo, essuto, e da queste forme, per l'aferesi
qua e là già toccata a questo verbo nelle lingue antiche, usci-
vano siamo, sete, sera, serai S ecc. (donde sarò, sarai, ecc.),
sendo, suto. L'imperfetto ind. che nel latino era già, come il
futuro, una forma unica e speciale nella flessione del verbo, dovea
naturalmente, fra le tendenze analogiche, lottare per la pro-
pria esistenza, come quello che non solo discordava dalla forma
comune, ma aveva anche un tema troppo discosto dalla nuova
radice ess-; quindi mentre le persone dal tema accentato pote-
rono attenersi al tipo latino era, eri, era, erano, quelle del
tema atono, o foggiavansi, pur conservando il tema latino, al
tipo più comune {eravamo, eravate), od erano soppiantate da
' Sete, tipo normale, essenzialmente proprio degli antichi, surrogato poi
neir uso comune da siete, forma causata probabilmente da fenomeno analogo
a quello di siei da sei (= s-ei, s-es; cfr. la mia Nota intorno ad una pecu-
liarità di fless. verb. in ale. dial. lomb., p. 4), proprio cosi di antichi come
odierni dialetti della Toscana (v. Nannucci, Saggio delprosp. gen. ecc., p. 205);
sera, serai, ecc., donde sarò, sarai in analogia di darò, starò, farò, dove il
fiorentino ha serbato ar in sillaba atona sì, ma iniziale, mentre da restarò,
circondarò, amaro, ecc. [restare -habeo, ecc.) fece resterò, circonderò, amerò,
per quella sua irresistibil legge che in sillaba atona e non iniziale, dinanzi a
vocale, vuole er, non ar, secoudochè, per legge diametralmente opposta, vor-
rebbero principalmente il sanese e l'aretino.
Postille etimologiche. 143
forme neo-latine, cosi di tema come di flessione, quindi 'lessa-
vamo, *essavate, donde, mercè Taferesi sopraccennata, savamo,
savate, frequentissimi negli antichi scrittori toscani '. Ora corno
questo savamo, savate per *essavamo, *essavate nel toscano, così
il seva 0 siva per *esseva, *essiva nel modenese (cfr. mod. dseva,
dsiva = diceva); forme che noi non dobbiamo, come dissi di so-
pra, ripetere da un antico esedam, seham, ma si da un esseva
al tutto neo-latino'".
A pag. 452 il Galvani trae soga dal -jugia del lat. suhjugia,
nome che davasi a coreggie con cui s'adattava il giogo al collo
de' buoi e anche dei cavalli (cfr. p, 132), e ciò perchè nel mode-
* È assai probabile che il primo a, non solo di eravamo, eravate, ma anche
di lessavamo, lessavate, donde savamo, savate, siano originarj e non nascano
da e; e ciò per la gran tendenza dell'antico toscano alle desinenze -avamo,
-avate, onde p. e. avavamo, avavate, leggiavamo, leggiavate, salavamo (per
salivamo) ecc., forme nate piuttosto per analogia della prima conjugazione
(cfr. amavamo, amavate) che non per ragioni meramente fonetiche (cfr. Riv.
di fil. it., IV 347). Il Nannucci, assai benemerito di questi studj per la quan-
tità dei fatti raccolti, ma poco veggente nella storia delle forme verbali, da
savamo, savate arguisce non solo quel suo immancabile infinito sare, ma
anche, pel sing. dell' imperf., sava, savi, sava, forme tutte le quali non possono
essere esistite se non nel suo cervello.
- La lingua francese ha tutto l'imperfetto dal tema A" étre, la nuova forma
dell'infinito {ét-re, ant. es-t-re da ess're, essere, con epentesi di / tra s e r
come p. e. in croitre, ant. crois-t-re, cres're, crescere ecc.). Nell'odierna sua
forma étais ecc. potrebbe, sotto l'aspetto così fonetico come morfologico,
tenersi, come fu veramente tenuto, per un normale riflesso di stabam ecc.;
ma l'antica forma normanna esteie, e non estoe, quale avrebbe dovuto esservi
un riflesso di stabam, attesta una flessione che non poteva essere se non la
propria del verbo estre {cir.LmRi:, Eist. de la langue fr., II 201). Il verbo
stare ha dato al francese il part. été (ant. esté, ested, estet), che se, quanto
al tema, potrebbe raddursi anch'esso ad étre, non lo potrebbe quanto alla
formazione, perocché da estre, étre, non sarebbe potuto venire se non estut,
étu^ quale ci si attesta dal lorenese, e quale è probabile che fosse anche un
tempo più largamente nella lingua d'oil, scomparso dipoi nel parlar comune
dinanzi ad estét, eté da status, come nell'italiano l'analogo essuto, suto di
contro a stato. Il futuro e il condizionale francesi formaronsi da essere prima
della sincope, che ha determinato étre, quindi le antiche forme esserai^ cs-
seroie ecc., ridotte poi, per aferesi comune all'italiano, a serai ecc.; che
altrimenti ne sarebbe stato estrai, étrai ecc. in analogia di crottrai, 2^arai-
trai ecc. da croitre, paraìtre. Il gerundio estanl, étant, è pure da estre, come
da essere viene l'it, essendo, essente.
M4 Flechia,
aese soga vale anche corda con che si legano al capo i buoi'.
Cosi da siibjugia come dall' ipotetico subjuga non si può dedur
soga, se non passando per mutazioni fonetiche più o meno in-
verisimili. Il basco ha soca; e questa sarà per avventura la
forma più originaria di tal vocabolo; come si potrebbe anche
arguire dal socas tortiles che s'incontra in un documento de'
tempi di Giustiniano. E queste forme poi si potrebbero ancor meno
derivare da suhjugia o subjuga. Adunque il soga della bassa
latinità e de' nostri volgari è probabilmente una modificazione
assai naturale di un più organico soca, parola d'origine incerta,
forse celtica, con cui si connette per avventura il Gcox-àp^ov della
media grecità, misura di lunghezza (cfr. Diez, Et. wòrt., P 386).
Alcuni dialetti posseggono questa voce anche sotto forma deri-
vata, come p. e. il regg. in soghcér (nome e verbo), 'cordajo' e
'legar con soga', soghett, il piac. in sogheit, il piem. in suàstr
{sogastt'o), che presenta un fenomeno normale nel dileguo della
gutturale (cfr. Asc, Arch., II 128). È da credere che questo
vocabolo, il quale è più o men vivo in dialetti dell'Italia sup.
e s'incontra pure nella Divina commedia (L, xxxi, 73), non
sia proprio della Toscana, poiché non è registrato nel Voc. it.
della lingua 'parlata di R. e F. Vedi ancora Ascoli, St. Cr.,
I 22 e seg.
Pag. 458: «Spiura. Prudore, prurito. Come da Ungo lin-
« gurio (sic), da scaleo scaiurio, cosi da peruro vuole il Vossio
«che si facesse perururio, donde uscisse l'ìrurio per sincope.
« Da prurire si comporrebbe exprurire o sprurire, dal quale
«noi, infrangendo la prima r, avremmo tratto spiurir che
« finalmente ci darebbe dalla terza persona del presente il sost.
« spiura. » Lasciando da parte il prurio nato da peruro che è
poco verisimile (cfr. Riv. di fil. class., I 392; Arch. gì., II 330),
noterò come nello spiura e spiurir del modenese non si deb-
bano vedere se non due forme che più organicamente avrebbero
sonato *prura, prurire; se non che nel modenese, essendosi la
prima r mutata per dissimilazione in l {*plura, *plurire), ne
vennero poi, colla solita vocalizzazione di l preceduto immedia-
tamente da p (cfr. più = plus, pioggia - *plovia ecc.) e col 5 in-
tensivo, regolarmente le forme spiura, spiurir. La mutazione
di r in ; (1-r = r-r), causata, come si disse, dalla dissimilazione
Postille etimologiche. 145
(cfr. cala'brone = carahrone, crahrone, albero = arbore, ecc.),
seguì pure in altri dialetti, onde per es. chiuriri (sic. e cai.)
= *phirire, e, colla prostesi di s, spiurir, spiuri (emil.-lomb.),
col relativo nome verbale spiura che nel mant. si fa, per con-
trazione, spira (cfr. Ao^ch. gì., II 57, n. 2). Il mil. ha inoltre
con fenomeni analoghi da pnirigine cavato spiurizna, spiii-
rizììà, e senza il s prostetico e con pù = plu (cfr. pf« =plus),
pùrizna, piiriznà. In altri dialetti la dissimilazione ha mutato
il secondo r in d, onde da prurire, con trapasso dalla 4^ alla
3* conj., il tose, prudere, prudore, prudura, nap. p7nidere,
prodito, sardo (gali.) prudi, piem. j^riie da prudere, ecc. (cfr.
rado = raro, proda = prora, porfido = porphyrus ecc.). Già s'in-
tende che la forma spiura non ha che fare con alcuna terza
persona, ma ci dà uno de' così detti nomi verbali analogo ai
nomi terna, voglia, beva, ecc., terminanti, quai feminili, in a,
ed è nuova formazione, come prudore e prudura toscani, ag-
giunti al latino prurito.
Pag. 460: «Squass. Concussione, quassamento, scossa. Pacu-
« vio ha quassus sostantivo per concussio, di qui coli' ag-
« giunta della s di efficacia il nostro squass e le sue mozioni
«squassot, squassament, ecc. non che il verbo squassèr da
« squassare. » Piuttosto che una non interrotta tradizione del-
l'antico quassus, noi dobbiamo vedere, parrai, cosi nello squass
modenese come nell' it. squasso, uno di quei non infrequenti
sostantivi di creazione neo-latina che vengono immediate da un
verbo, formati senza più dal tema di esso verbo e significanti
generalmente l'azione, come i nomi in -mento. E perciò squasso,
squass stanno verisimilmente a squassare, squasscér (da quas-
sare, col s intesinvo), cosi come verbigrazia conquasso e scon-
quasso a conquassare, sconquassare , assalto ad assaltare,
conforto a confortare ecc. Ora come sarebbe ardito il supporre
che in latino insieme con un concussus vi fosse un equivalente
conquassus, con assultus assaltus, donde vengono gl'italiani
conquasso, assalto, che secondo il criterio morfologico si vo-
gliono ripetere dai frequentativi conquassare (forma già latina)
e assaltare, così il negare a squasso un'analoga connessione
con squassare e ripeterlo dall' antico sost. quassus. Non si può
certamente disconoscere, come nello stabilire le attinenze gene-
140 Flechia,
tiche tra vocaboli e vocaboli non sorgano talvolta dubbj e dif-
ficoltà; e qui verbigrazia non si potrebbe certo ricisamente
negare che l'arcaico quassiis non abbia potuto mantenersi vivo
nel romano volgare e conservarsi ancora nell'it. squasso, mod.
sqiiass. Ma in casi siffatti appartiene alla critica di attenersi
alla più verisimile dichiarazione. E cosi non dubiteremmo di
affermare che quantunque i latini uti, usus (sost.), *usare stiano
fra loro come quatere, qiiassus (sost.), quassare, pure nell'it.
uso si dee vedere non già un nome nato da usare, ma sì la
tradizione del lat. usus, morfologicamente connesso col suff.
indo-eur. -tu {-su), mentre in squasso non sapremmo vedere se
non un nome nato da squassare, come urto da urtare, crollo
da crollare ecc. Riassumiamoci: come il lat. conquassare ha
dato all' italiano conquassare e sconquassare, onde conquasso,
sconquasso, cosi il lat. quassare ha dato l'it. squassare, mod.
squassai, donde it. squasso, mod. squass.
Pag. 461: <^Stagn agg. quando vale saldo, reggente, con-
« sistente. Come habito fu l'iterativo di liaheo, così di sum o
« so fu sito, che si contrasse in sto, per rendersi paragogo in
« stano, al modo stesso che do fu dano prima di essere dono.
« Da stano o stanno usci stagnum, perchè l'acqua vi sta e non
« trascorre, usci stannum, perchè serve a risaldare e rendere
«consistente ed usci il verbo stagnare Da questo viene il
« nostro aggettivo stagn, per resistente, e forse la voce stanga
« non è che una metatesi di stagna e vale sostantivamente
« quanto verga stagna. » Sto non può essere frequentativo od
iterativo che dir si voglia del verbo sostantivo, perchè i cosi detti
verbi frequentativi del latino costituiscono una categoria verbale
specialmente propria di questa lingua, mentre stare viene da
sta radice proto-ariana, comune a quasi tutte le lingue dello
stipite indo-europeo (cfr. Fick, Vergi, loòrt., P 454)'. Nissun
' Anche senza ricorrere alla storia comparata delle lingue e pur ristrin-
gendoci al campo della latina, abbiara copia d'argomenti per combattere la
qualità di frequentativo data dal Galvani al verbo stare. E così, tra l'altre
cose, potrebbesi osservare che i frequentativi latini si attengono costantemente
alla la conj., mentre stare^ tanto semplice quanto composto, La nel perfetto
la forma raddoppiata, onde steli, adstlti ecc. come 1' hanno dare in dedi, ca-
nere in cecini, e parecchi altri, tutti verbi primitivi.
Postille etimologiche. 147
fondamento abbiamo per supporre che come insieme con dare
vi fu un arcaico *danere (cfr. danunt-dant, danam = dahd),
così con stare dovesse esservi un analogo stanere. Donare non
ha punto che fare con quel verbo arcaico, ma è un denominativo
regolare, derivato da donum - indoeur. e sanscr. f?a?2«m. Qua-
lunque possa essere l'origine di stagnimi e stannum, procedenti
probabilmente da uno stesso tipo, essi non potrebbero di niuna
guisa derivarsi dall'ipotetico stailo, ma si appuntano con grande
verisimiglianza in un organico stac-no o stag-no (cfr. Fick, l. e,
p. 247; Curtius, Gr. et., I 180). Quanto a stanga, noi l'abbiamo
bell'e fatto nell'ant. alto ted. stanga, od. stange, 'stanga' 'per-
tica' (cfr. DiEz, Et. ivòrt., P 398). Venendo ora all' etimologia
del modenese stagn, che quale aggettivo con significato più o
men connesso colla nozione fondamentale di stare [consistente^
sodo, compatto, saldo, fìtto, duro ecc.), è proprio, oltreché del-
l'emiliano, anche del lombardo e del veneziano; non è inveri-
simile che questa voce si connetta col verbo stagnare attivo
(da stagno- stannjo, stannio, stanneo)^; e in tal caso sarebbe
da vedervisi, parmi, un'accordata forma del participio stagnato,
simile a quella, p. e., di cerco per cercato, compro per C07n-
prato ecc. e quale si avrebbe appunto col valore proprio di
stagnato nello stagno registrato dal Vocabolario it. con esempj
del Sannazaro e del Vinci. Il Pasqualino nel suo Voc. sic. de-
finisce l'agg. stagnu per 'contrario di lasciC che è quanto dire
'denso', 'fitto', 'serrato' e il Mortillaro lo dichiara per 'rista-
gnato'.
A pag. 4C3 il Galvani fa venire stallo, stallare da stabuhim,
stabularle. Questa derivazione, che a primo aspetto si direbbe
indubitata, presenta qualche difficoltà. Secondo le leggi di tra-
sformazione da stabuhim, stabulare, verrebbero normalmente,
per via delle forme sincopate stablum, stablare, come venner di
fatto, stabbio, stabbiare, quale verbigrazia pabbio da pablum,
pabulum (cfr. Ardi, glott., II 367 seg.). Da stabuhim, stablum
sarebbero anche potuti venire staulo e stolo come da fabula,
fabla sono venuti faida e fola, e da tabula, tabla tanta e
' Già negli antichi scrittori latini stagnum per stanymm e staaneus, sta-
gnatus per stanneus, stannatus.
Ì48 Flechia,
iola\ ma inverisimilmente stallo, stallare. Sembra quindi più
probabile l'opinione del Diez, che dall' ant. alto tedesco stai
{stallo, locus, stabulimi), fa venire stallo, stalla, quindi stal-
lare, stallone, insieme coll'ant. sp. estalo, prov. e ant. fr. estai,
n. fr. ctal (donde étaler; cfr. ted. siallen). Da stabulum, come
ne venne l' it. stabbio, cosi anche il prov. e ant. fr. estable,
n. fr. élable (cfr. Diez, Et. loòrL, V 397).
A pag. 464, fa venire il mod. stella, 'scheggia', 'stiappa' e
stloer {■= stellare), 'schiappare', 'fendere' dal latino rustico talea,
falcare {ex-talea, ex-taleare). Per quanto questa etimologia
possa sembrare non inverisimile dal lato logico, giacché dalle
dette voci latine vengono taglia, tagliare, taglio, non è però
ammissibile sotto l'aspetto fonetico. Dati due prototipi extalea,
extaleare, nel modenese, come pure inaltri dialetti emiliani, non
poteano venirne altre forme che staja, staja^r, come da talea,
ialeare sono venuti taja, iajcér. La mutazione dell'a tonico in ce,
propria cosi del modenese come di altri dialetti (cfr. Mussafia,
Romagn. mund., p. 3 e segg. ; Ascoli, Arch. gì., II 444 e segg.),
come p. e. nel mod. brcBsa -brada, choìvel = cavolo, chwrna
-carne ecc., qui nel modenese non sarebbe più stata regolare
per la posizione speciale che noi consente; quindi, come per
es. , macca non mcecca per macchia, quaja non qua^ja per
quaglia, taja non tc^ja per taglia, balla non baHla per balla,
palla, così da extalea sarebbe venuto in ordine sAVa stalla non
stella né stcella. Anche il fenomeno Ila = Ija che qui s'avrebbe
in stella = extalja, quantunque normale in qualche lingua (per
es. nel greco, in var. sarda ecc.) e non del tutto estraneo ai
dialetti della penisola, in questo caso non sarebbe gran fatto
probabile. Del resto qui si tratta di un nome e d'un verbo
largamente diffusi nell'Italia superiore e sempre coli' e tonica
anche in dialetti che non conoscono ce = a, e la, loro origine da
astella, sinonimo del lat. astula, 'scheggia', é già stata varia-
mente dimostrata, sicché io mi starò contento di citare a questo
proposito il Diez {Et. wòrt., P 35), lo Schneller [Die rom. volks-
mund. in Sudtirol, p. 194) e il Mussafia {Beitr. z. d. nordit.
mund. im XV jahrìi., p. 110 e seg.).
A pag. 468 il G., dopo d'aver riscontrato il mod. strasora
con extra horam, soggiugne: «Vediamo ancora la sibilante s
Postille etimologiche. 149
«supplire lo spirito romano h ed impedire la sineresi delle due
« vocali a 0, le quali senza ciò si sarebbero trovati ad imme-
« diato contatto.» Di un h latino rinforzato in 5, quale pare
che qui s'intenda dell' /i di hora, non credo si trovi alcun esem-
pio in tutta la famiglia neo-latina; né quindi si potrebbe am-
mettere in questo luogo. Strasora, anche considerato nel proprio
significato, potrebbe venire da trans horam, donde trasora
(cfr. trasandaì^e, irasordinare, trasordinario, ecc.), poi, coli' 5
prostetico, strasora, come da traforare (= transforaré) stra-
forare ecc. Il significato di trans, 'di là', 'oltre', piuttosto che
ò." extra 'fuori', si manifesterebbe principalmente nel costrutto
proprio de' dialetti nostrani : essere ora e strasora, per essere
al di là delVora debita, dell" ora convenuta. Del resto che
stra-- extra e tra-, tras- = trans, prefissi rasentantisi di signi-
ficato così nel latino come nell'italiano, abbiano potuto con-
fondersi cosi logicamente, come anche materialmente, è assai
naturale (cfr. str asor dinar io , trasordinario, straordinario
= extraordinario); ma ciò che qui vuoisi avvertire è l'inam-
missibilità di 11 mutato in s, fenomeno imaginario, tanto più
da combattere in quanto che farebbe riscontro coU'aberrazione
di più secoli, ora distrutta dalla grammatica comparata, del s
latino sostituito al cosi detto spirito aspro della lingua greca ;
mentre, come ora s'insegna dai primi elementi di essa gram-
matica, in latino generalmente serbasi intatto, o, specialmente
tra vocali, passa in r il s originariamente indo-europeo, che nel
greco, come anche nell'antico battriano, passa in una semplice
aspirazione; secondo che fa pure in alcune varietà del berga-
masco il s iniziale e mediano (cfr. Asc, Sludj crit., II 447 n.),
Pag. 469: « Stravacchérs. Sdraiarsi. S'avachir in francese
« vale accasciarsi, svigorirsi, non reggersi, e cosi, non solo degli
« uomini, m.a si dice anche delle pelli quando son molli, come
«la vacchetta, non reggenti come il cuojo di bue o di bufalo; e
« cosi si dice pure dei rami teneri delle piante quando si ripie-
« gano e s'incurvano verso terra. Se dunque avaccarsi anche
« per noi Galli cisalpini accennerebbe a questo difetto di ri-
« gidezza e di vigore, figurisi ognuno cosa dovrà significare
« csiravaccarsi ossia stravaccarsi'^ Significherà esso puntual-
« mente non più volgere verso terra incurvo e snervato, ma
Ì50 Flechia,
« sdrajarvìsi come corpo morto e dilaccato. Tutto poi viene, a
« quanto pare, dal latino vascus per floscio, debole, cascatojo,
« da vedersi alla voce svasco (floscio). »
Il francese s'avachir verrebbe, secondo il Diez [Et. io., IP 211),
dall'antico alto tedesco loeicìijan od arweichjan, 'ammollire',
'indebolire', 'inflacchire'. Dal latino vascus, nel modenese sarebbe
più verisimilmente venuto stravaschcérs , cioè il s si sarebbe
conservato come appunto nel mod. svàscol (floscio), che pare
si possa ammettere col Galvani {Gloss,^ 475) come procedente
da quella voce latina. Vediamo or dunque quale possa essere
la più probabile etimologia di questo verbo che risponderebbe
ad un tipo italiano *stravaccare.
E prima di tutto noteremo come esso s'incontri generalmente
nei dialetti dell'Italia superiore, vale a dire negli emiliani, nei
veneti, nei lombardi, nei liguri, nei pedemontani e in qualche
varietà ladina, ma non dappertutto con ugual significato.
Nei dialetti piem., gen., com., berg., pav., cremon., questo
verbo significa 'rovesciare', 'ribaltare', 'versare', 'capovolgere',
'mandar sossopra'; nei volgari ven., tirol., frinì., boi., ferr.,
romagn., bresc, mant., mod. e regg. adoperato riflessivamente
ha il significato di 'sdrajarsi'; in alcuni dialetti, come nel mil.
e nel parm., amendue i significati \ Ora egli pare indubitato
che, non ostante il doppio valore, l'etimologia non può essere
se non una sola; ed è perciò da vedere quale sia verisimilmente
il senso primitivo e quale il traslato. I dialetti lombardi ci pre-
sentano un appellativo connesso con questo verbo, che ridotto
a forme italiane sarebbe stravaccatojo (mil. siravaccador, com.
stravaccadò) e significa propriamente ciò che nel linguaggio
idraulico dicesi 'emissario', 'scaricatojo'. Questo nome s'incontra
sotto la forma di stravacatorium in antichi documenti lombardi
(cfr. P. Monti, Vog. com. s. stravacà, dove citasi dagli Slatuta
civitatis Novarice : « Aquce divertantur per stravacatorium
seti discargatorium riigice. »). Ora io non dubito di qui vedere
• Lo stravacato pei' 'torto', 'rovesciato', 'coricato' detto di foglio o pagina
nel linguaggio degli stampatori, e ammesso nel vocabolario della lingua co-
mune, non può essere se non un participio di questo verbo dato alla lingua
da dialetto non toscano, probabilmente dal veneziano.
Postille etimologicho. 151
un nome rispondente ad un latino-barbaro * exlravacuaiormm,
derivato da "cxtravacuare, donde lo stravaccare o slravacare
de' dialetti dell'Italia superiore. Questo verbo significò adunque
originariamente 'evacuare', 'versar fuori', 'votare', applicato
forse primamente a liquidi, poi esteso anche ad altre sostanze,
quindi venuto a valer 'rivoltare', 'rovesciare', 'ribaltare', 'buttar
giù', perocché nell' evacuare o versare si arrovesciano i conti-
nenti come a dire i vasi, i sacchi ecc. e si versano, si buttano
giù i contenuti. Ora siccome chi si sdraja, si butta giù, si getta
disteso per terra, cosi stravaccarsi che propriamente verrebbe
a dire 'rovesciarsi', 'buttarsi giù', venne anche a significare
'sdrajarsi', secondochè appunto il buttarsi giù significa cosi nel
toscano come in altri dialetti anche 'coricarsi'.
Quanto a -vacare, -vaccare = vacuare s'avrebbe il rinforzo
d'w in V (cfr. belva, ^oar ve, dolve = beUua, pariiit, doluit) che
qui s'assimila colla precedente gutturale (cfr. gr. r/.x.o;r= ì/.fo:),
onde da -vacuare, -vacvare, -vaccare. La semplice consonante
che abbiamo in -vacare (p. e. piem. stravacci) può ripetersi dalla
qualità del dialetto intollerante delle doppie, onde p. e. piem.
vaca = vacca; sebbene lo scempiarsi del gruppo consonantico,
nato per via di quest'assimilazione, sia fenomeno non comune
pure indipendentemente dall'idiosincrasia dialettica; onde an-
che in volgari, che non rifuggon la doppia consonante, trovasi
-vacare da -vacvare, -vacuare, come nel nap. devacare, sic.
divacari {= devacuare) , 'votare', sardo bogare (log.), bogai
(mer.), 'estrarre', 'cavar fuori' da vocuare per vacuare (cfr.
vocuus per vacuus, ecc. Corssen, Ausspr., IP QQ)^. In alcuni
casi la vocale u è rimasta, come nel genov. straccila 'esser
gettato', 'cadere', dove sarebbesi dileguato il v ài e ce travacuare,
colla naturale contrazione delle due simili (a = a + a) e con rad-
doppiamento di compenso della gutturale; mentre in altri si
svolse un suono equivalente al qu, onde, pur con dileguo di v
e contrazione d'<2 a, il sic. slracquari (cfr. tacqui- tacui, tacque-
ro = tacuerunt) , 'scacciare', 'far sgombrare'. Il napolitano ha
stracquare in senso di 'stancare', che se da un lato accenna
' Circa l'analogo assimilarsi di u (u) colla precedente esplosiva uè' dia-
letti pracritici, cfr. Ascoli, Studj crit., II 271 235 sgg.
152 Flechia,
materialmente al sic. stracquari, dall'altro, logicamente, mostra
pur connettersi coU'it. straccare. Sarebbe ora da vedere se que-
st'ultimo verbo non mettesse capo ancor esso ad exlravacuare,
piuttostochè, come congettura il Diez, all' antico alto tedesco
strecchan, 'gettare a terra', 'sdrajare'. La sincope e contrazione
che qui avrebbero luogo in a- ava, sarebbero perfettamente
analoghe a fenomeni, p. e. del lat. latrina = lavatrina. Il ber-
gamasco ha sincope, non contrazione: streacà da straacà, come
neassa da naassa, navassa (it. navaccia), 'tino'.
Pag. 470: «Strella, stella. Il Vossio. nell'Etimologico alla
«voce stella, cosi si esprime: « quis dubitet àcr-rr.p ab Orientali-
« bus esse acceptum cum Persis stella dicatur ster, unde Esther
« nomen habet, ut ad Eusebium Scaliger monet? — Da ster
«veniva dunque l'ànT-zip de' Greci e V astrum de' Latini, non
«che lo stern de' Tedeschi e V E strella degli Spagnuoli, per
« cui stella è aferesi e sincope di asterella od astemia. Il no-
« stro r mantenuto entro la voce tiene adunque ad alte e nobili
« radici e la metatesi che invece di sterla ci dà strella non si
«verifica nelle sue mozioni sterlòtt, sterléna, sterlér, sterlé.
« Strella è quindi quanto astrello od astrella, astro minore ed
« isolato ».
Lo strella o strela, cosi del modenese come di altri dialetti
emiliani e lombardi, non è altro che il lat. ed it. stella, con
epentesi di r cosi frequente dopo il gruppo st, come p. e, in ba-
lestra = ballista, ginestra = genista, incastrare - *incastare (da
incassettare), e dopo st iniziale, come per l'appunto in strella,
nel mil. strivàl (stivale), piem. strubia (stupula, stipula, stop-
pia), ecc. Nello sp. estrella il r è pur suono meramente epen-
tetico come nel modenese strella, inserto in estella = stella come
p. e. estar =: statue, estudio - studium, ecc. (cfr. Arch., II 383). Il
latino stella poi è nato da *ster'la, forma sincopata di *sierula,
come p. e. puella da puer'la, puerula (cfr. L, Meyer, Vergi.
gr., II 599). Se nel lat. stella sia da vedersi una forma afere-
tica per *astella (da *asterula), come potrebbero far credere
àcTTiO, aTTpov, astrum, o non piuttosto in queste ultime forme
un a prostetico, quale s'incontra non di rado in greco, nel qual
qual caso il lat. astrum sarebbe probabilmente voce tolta dal
greco, non è ben chiaro. Nel primo caso vi si vorrebbe scor-
Postille etimologiche. 153
gere la radice as, jàcere, jaculari e il sufF. tar, formativo di
nomi d'agente, onde la prototipa forma ariana sarebbe stata
astata propriamente jaculator 'dardeggiatore' 'scagliatore (di
raggi)'. Dal lato logico questa etimologia riceverebbe conferma
dai tedesco stralli y significante dardo e raggio, e col primo
senso passato all'italiano nella forma di strale, e dall' it. saetta,
popolarmente usato con valore di folgore, fulmine. E cosi, come
i raggi sono naturalmente assomigliati al dardo, si sarebbero
anche i corpi celesti potuti assomigliare ad un arciere, ad un
saettatore, quale propriamente sonerebbe il nome astar, come
procedente da as, jaculari. Nella seconda ipotesi, il nome sscr.
star 'stella', proprio dell'idioma vedico e usato soltanto al plu-
rale, e la più comune forma idra (da sidra, per aferesi non
insolita al sanscrito di un cosi detto s impuro), lo zendico giare,
il got. stairnon , 1' ant. alt. ted. sterro, l'odierno ted. stern>
Tingi, star, tornato fortuitamente a coincidere coU'antica forma
fondamentale, insieme col lat. stella {-ster'la, stenda), rende-
rebbero assai più verisimile che qui s'abbia a fare colla radice
indo-europea star (cfr. gr. aTopv'j;/i, lat. sterno), 'spargere', 'spar-
pagliare'; nel qual caso questo nome usato primitivamente nel
plurale, secondo che trovasi appunto essere sempre adoperato
il nome star nel sanscrito vedico, il più antico riflesso della
parola ariana, avrebbe propriamente significato, come maschile^
'gli sparsi', 'i diffusi', 'gli sparpagliati', 'i disseminati (pel
firmamento)' (cfr. Curtius, Griech. et., I 174; Fick, Vergi,
loórt. ecc., P 250). Ad ogni modo stella, nato da *ster'la, *ste-
rula, per assimilazione di r con l seguente, come in puella da
*puer'la, *imerula, non può più ripresentare esso r nel mode-
nese stretta, e quindi stipella non può essere forma metatetica
di sterla come presume il Galvani, mentre per coatro noi affer-
miamo la metatesi colà dove il Galvani la nega, giacché per
noi sterlott (stellotto), sterlena (stellina), sterlce'r (stellare),
sterlcG (stellato) sono forme metatetiche di voci derivate da
stretta e stanno per slrellott, strellen, strellcer, strelhu. In
strella la metatesi non ha luogo, ma si solamente ne' suoi de-
rivati, perchè nel primo caso la prima sillaba è accentata e
come tale ha in sé un elemento di conservazione che manca
alla sillaba disaccentata; quindi strélla, ma sterlena e non
Ar.liivio glottol. ital.. IH. il
154 Flechia,
strelléna, come p. e., pur nel modenese, hréll, ma berléda, non
hrelléda (cfr. Ardi., II 44),
Pag. 471, a proposito di sirifla37\ schiacciare, che il G. tiene
per metatesi di sfritlcer (sfrittellare), reca come analogo esempio
di trasposizione sciflcer da fisccer. Qui non si tratta punto di
metatesi, ma di due verbi esenzialmente distinti. Fisccer è pel
modenese un normale riflesso di fisclare (da fìsVlare, fìstularé),
donde l'it, fischiare, mentre sóiflcur è dal lat. siflare, sifi^lare^
donde, con mutazione della sibilante in palatina, il ven. cifolar,
ferr. cifiar, e, con inoltre la prostesi di s, il raod. e regg. sci-
flcèr. L'it. zufolare viene ancor esso da sifilare con passaggio
di s in 2 (cfr. lomb. zi/fola); e cigolare procede piìi verisimil-
mente con analoga mutazione di s in e, da sibilare (cfr. tut-
tavia DiEZ, Et. ivòrt., V 129, s. ciufolo; II 2, s. cigolare).
Pag. 471, «Strussièr. Sciupare. Trousse in francese è fa-
« scio, fardello. Trousse è assettato, e se trousser vale rac-
« cogliere, alzar su, egli è appunto per raccogliere ciò che spen-
« zoli ed assettare ciò che può sciuparsi. Trousseau poi è il
«corredo e l'occorrente per una novella maritata. A questo
«concetto d'unione, di legame, di assettamento e di opportu-
«nità si oppone la s iniziale avversativa, sicché il nostro striis-
« sier vale il contrario, cioè dissipare, togliere d'assetto, scia-
« mannaro e sprecare, e nel detrousser, pure fancese, trova un
« verbo che rasenta alquante sue significazioni. Sostantivandone
« la prima persona del presente abbiamo anche strussi per uomo
« 0 cosa sciupati o non più sufRcenti all'uopo cui erano desti-
«nati, sicché strussiérs vale sciuparsi la vita e non farne
« conto, affaticandosi eccessivamente e sprecare insomma il cu-
« mulo della propria sanità. Nominiamo finalmente strussion
« lo sprecone e lo sciupatore. »
Non credo ammissibile la connessione etimologica supposta
dal Galvani tra il verbo mod. strussièr e il fr. trousse, 'fa-
gotto', 'fardello', trousser, 'avvolgere in fagotto', 'infagottare'.
Il nome ed il verbo francesi insieme col corrispondente prov.
trossa, trossar, che hanno ancor riscontro nello sp., nel port. e
in alcuni dialetti dell'Italia superiore, come nel piera. trussa
e nel sic. truscia, 'ntrusciùr, strusciar (cfr. Ardi., II 33, n.),
mettono capo a tortus, tortare (da torquere: cfr. attortigliare.
Postille etimologiche, 155
'avvolgere'), derivato, per mezzo àH, in tortiare (cfr. Arch., II 30
0 seg.), passato per metatesi in trotiare, donde prov. trossar ecc.
(cfr. DiEZ, Et. IO., V 417). Lo strussicér mod. e regg. come
pure il ven. boi. ferr. parm. strussiar, piac. struscia, romagn.
struscia, tose, e nap. strusciare, ecc., significanti principal-
mente 'strascinare', 'sciupare', 'faticare,' vengono più verosimil-
mente da una forma di verbo extrustiare , dedotta pure con i,
da extrustare, sincope à." extrusitare (cfr. tose, rovistare = re-
visitare, acquistay^e = acquisitare , ecc.), frequentativo secon-
dario à'extriidjre (cfr. trudere, trusiis, trusare, trusitare) \
Da un frequentativo di forma primaria {extrusare, potuto an-
che passare in extriisiare) vengono probabilmente il parm. stru-
sàr, mi), strusa, piem. siriìsé, ecc., 'trascinare', 'strisciare',
'logorare', sebbene foneticamente potrebbero procedere anch'essi
da extrustiare in analogia di brusàr, brusà, briisé da *per-
ustiare. Il mod. nom. strussi non ha poi nulla che fare con la
persona prima, ma, in quanto ha valor personale, od è una forma
accorciata di participio passato, come dir *strussio per *sirus-
siato (cfr. compro per comprato)^ od un sostantivo verbale per-
sonificato.
Pag. 478: « Tafier. Mangiar molto, alzare il fianco, pacchiare.
« Tafel in tedesco non vuol dire soltanto mensa, ma facilmente
«trascorre alla significazione di mensa imbandita e di buon de-
« sinare. Di qui i Lanzi che troppo ci favorirono, e che vedemmo
«a prova amar troppo la buona tafel, ci avranno insegnato a
« comporre il verbo tafier, per significare il far corpacciate, os-
« sia il regalarsi di ciò che, deducendo dal verbo suddetto, noi
«diremmo del boni tafièd, ossiano delle buone ed abbondanti
«tavolate.» Il verbo tafflare, 'banchettare', e il nome taffio,
'banchetto' sono pur proprj de' dialetti dell' Italia media e me-
ridionale, e potrebbero quindi non avere l'origine che qui loro
si darebbe. Dall'ant. umbrico tafla (= tabula) possiamo arguir
taflare (= tabulare), donde normalmente taffiare. Il fenomeno
fia = fla accenna a nesso piuttosto antico, e si può dubitare
• Foneticamente e morfologicamente analogo sarà per avventura il piem.
tilssé, 'cozzare' e fors' anche, con epentesi di r, l'equivalente mil. triissà, come
procedenti da *tustiarc^ *tustare, *tusHare, *ti(sarc, tusus, tundcre.
156 Flechia,
se un laflare, taflar de' Lanzi si sarebbe ancora ridotto a taf-
fiare, iafflar.
Pag. 482: « Tela, nella frase: e me, tela, per dire: ed io me
«la svigno, sparisco, e mi tolgo all'improvviso di luogo. Nei
«giuochi d'armi e di destrezza si chiudeva l'arringo con una
« tela, sicché entrare alla tela valeva quanto entrare nello stec-
« cato, uscir dalla tela, uscire dal medesimo. Chi dopo esservi
«entrato toccava la tela, e più chi la sorpassava d'un salto,
« era come morto pel giuoco, non vi prendeva più parte, ne po-
« teva esser tocco o preso degli altri, era insomma fuori di giuoco.
« I Toscani hanno far tela per isvignarsela, noi ci contentiamo
« di dir solo tela, che era il grido di chi, saltandola, avvertiva
« l'avversario che non poteva più essere colto da lui. Ed in fatti
« noi nel dir tela accompagniamo la voce con un gesto che in-
« dica il salto che si faceva nel sorpassarla. » Dubito che la voce
modenese tela, di cui si tratta in questo luogo, non abbia punto
a che fare col nome tela. È assai frequente nel parlar vivo del
popolo, massime nella concitazione del racconto, il ricorrere alla
seconda persona singolare dell'imperativo, quasi ad avvivare e
personificare l'azione significata dal verbo e cosi esprimere con
maggior brevità ed efficacia quello che si vuol narrare. E cosi,
per es., parlandosi d'uno o di più, che dopo di aver camminato
lungamente, giugne o giungono a un dato luogo, nella forma
del parlar popolare, mediante cotest' uso della seconda persona
dell' imperativo, si dirà, verbigrazia, eYk e va, finalmente giunge
0 giungono, ecc. E anche se la proposizione fosse enunziata im-
personalmente, come per es. bevi un bicchiere, bevine un altro,
e in poco d'ora si vuota la hottiglia, per vuota, o vuotano, o
votiamo, ecc. Già si trovano esempj di questa maniera di sin-
tassi nei trecentisti', e così, per rao' d'esempio, nel Sacchetti
{Nov. 70): giunti in sala, caccia di qua, caccia di là, ecc., per
cacciano, ecc. Anche gli antichi Indiani conoscevano analoghe
formole di sintassi; p, e. taglia, taglia e finisce 'per tagliare;
MANGIA del riso, BEVI del latte, e così egli pranza (cfr. Benfey,
* Dio guardi però che di questa sorta d'iperbati della sintassi popolare i
nostri grammatici facciano pur mai il minimo cenno, quand'anche dai così
detti scrittori classici se ne porgan loro non tanto rari esempj.
Postille etimologiche. 157
Volisi, gramm. d. sanshr. spr., § 809, 3). Or bene, per tor-
nare al nostro proposito, io dubito che nel tela, di cui qui si
parla, siavi un'analoga forma d'imperativo ed equivalga alla
seconda persona del verbo tenere, colla giunta di la, specie di
pronome indeterminato, di cui si fa un uso tanto vario, cosi
coir uffizio di soggetto (per es. la va male)\ come d'oggetto
(per es. farla, farsela, intendersela, pretenderla, ecc.). Come
è noto, il toscano e la più parte degli altri volgari d'Italia,
hanno due forme per la seconda persona sing. dell'imperativo
di tenere, cioè tieni (var. dial. tiene, tene, leni, ten. Un, ecc.)
e tè, l'ultima usata generalmente in senso ài piglia, prendi, ecc.;
e anche per allettare i cani in quanto sogliono chiamarsi, offe-
rendo loro qualcosa e perciò originariamente anche qui in senso
di tieni, prendi. Nel mod. tela io vedrei pertanto questo té in
senso di piglia, prendi, seguito dall'enclitico pronome la, per
l'appunto come sarebbe tienila, Ilenia, tiella {=tieìi-la), o tóla
{= toglila), p^igliala, prendila In piemontese, p. e., per espri-
mere quello che dice il mod. e me, tela, si direbbe benissimo e
mi, pijla {ed io, pigliala), oppure e mi, ciapla [ed io, chiappala),
accompagnandosi per l'appunto questa maniera di dire con un
segno della mano o delle mani, volendosi probabilmente signi-
ficare 0 tu che rn insegui, acchiappami se p^uoi, oppure ed io
piglio questa via, ecc. E credo che nello stesso toscano si dica
p. e. ed io, fuggi ovvero ed io, dalla a gamie, ecc.; e cosi via,
via, ne' varj dialetti, con modi più o meno analogi, cioè con
una formola interjettiva, espressa mediante la seconda persona
singolare dell'imperativo.
Pag. 503: «Ucalér. Andar vociando. Feste, seguitando La-
« beone, spiega pròx per proba vox, il che torna a pro-ox o
« porro-vox, cioè più che voce. Questo mostra che vox, senza
« lo spirito latino appreso dagli Eolici, era ox od ocs e che da
<(.ocs poteva venire ocare semplice di procare per porro vo-
* Il Fanfani, Voc. it., ha: « La, pronom. f., sempre è quarto caso del mi-
nor numero. » Se ciò fosse, il Monti avrebbe errato rendendo nella sua tra-
duzione dell'Iliade (xxiv, 373) per la va come tu dici il greco: outo) r/j rxòs
y' ìttl fjìz ùyopi-JEig. Qui la è chiaramente al primo caso, né più né meno che
questa, p. e. in oh questa è bella! Del quale uso di questa il F. non fa pur
parola nel suo vocabolario.
158 Flechia,
«care intensivo di voco, chiedere molto e spesso, donde ifìro-
« cus per petitore principale e insistente. Ora dal piano ocare,
« equivalente di vacare, viene la forma nostra iterativa ocalare
« per andar vociando. » Data pur per verisimile (che non ci pare)
la riduzione di proba vox o porro vox a prox, non saremmo
per ammettere tanto di leggeri il semplice dileguo di v in va-
care che come di v iniziale segufta da vocale nel latino sarebbe
sènza esempio. Il ripetere poi il v di vox, vocare da influenza
eolica, fa contro le nozioni elementari della genesi del latino,
essendo troppo noto come qui s'abbia la rad. indo-europea vac
dire, parlare, che s'incontra in sanscrito sotto le forme vac-,
vac-, uc-, uc- (p. e. vàcii, dicit, vàcmi, dico, uctàs, dictus, ucjàiè,
dicitur ecc.), nel greco comune sotto quelle di z~- (da vz~-), o--
(da Fo--) (p. e. £-0:, rj'h oTra, el-ov - fsfs-qv ecc.) ; mentre procus,
procare non han punto che fare con vocare, ma si radducono
pure, insieme con prex, precari, ad una radice ariana prac
{pare), chiedere, domandare, interrogare (cfr. Fick, Vergi, wòrt.,
IP 160, 243, ma insieme Asc, Fonol. indo-it.-gr., 228 n.).
Quanto all'origine ò^ucalcér, comincerò dal notare come un
verbo radicalmente e logicamente connesso con quello del parlar
modenese si trovi in alcuni dialetti cosi dell'Italia superiore
come della Francia: per es. ferr. uclar (gridare per dolore o
per ira), quindi uclon, uclada; frinì, ucci, ucade^; triv. ucàr;
piera. ile, iiché; prov. huchar, uchar, ucar\ fr. hucher, e tra'
dialetti huker (Hainaut), huquer (piccardo), houki (v/all.), eco.
Il significato più comune di questo verbo è di 'chiamare gri-
dando'. Nel francese d'oggidì non si adopera più gran fatto,
salvochè come termine di caccia; ma ben vivo n'è l'uso ne' dia-
letti, dove questo verbo dinota un modo di chiamarsi di lon-
tano, principalmente proprio delle campagne e dei monti. Il
Jaubert, registrandolo come proprio dei dialetti della Francia
centrale {Glossaire du centre de la France, I 535, s. hucher),
lo dichiara così: appeler, crier quelquefois en approchant de
la houche une main ou la concavifé des deux mains pour
augmenter l'intensitè du son. Ad un tal modo di gridare chia-
mando, accenna anche un luogo di Rabelays: Si cependant.
La schietta forma friul. vorrebbe veramente: ucà ecc.
Postille etimologicbe. 159
vous survcnait quelque mal, je me tiendray près\ huchant
en paulme, je me rendray a vous (Gargantua, I, 6). Il Pi-
pino, nel suo vocabolario, definisce il valore del pieni, ùchó
con queste parole: «Dicesi di quelle alte voci sottili ed acute
« che fanno i contadini per farsi sentir da lontano, usando ri-
« petere cinque o sei volte la o chiusa, con pronunziare la prima
« più lunga di tutte le altre. » La bassa latinità conosce huccus
od uccus, significante appunto, come il prov. ed il piera. ùc,
quel grido o voce che si fa sentire iiccando; onde nelle Form,
sirm. n. 30 si legge: qui ad ispos uccos cucurrerunt. Il Diez
{Et. w., II 348) non dubita punto di far venire il fr. hucher,
prov. huchar, piem. ì'tché ecc. dall'avverbio locale huo (qua,
qui), e questa etimologia non è senza gran verisiraiglianza. Di
fatti questo gridar di lontano mira principalmente od a chiamare
altrui invitando a recarsi dov'è chi grida od anche semplice-
mente ad indicare dove trovasi il gridatore; quindi la formola
più naturale e laconica doveva essere quella di huc od hic:
quindi ben poterono formarsi il verbo hucare, huccare col senso
di 'gridare huc' e hucus, huccus con quello del 'grido huc\ Il
mod. ucaldr accenna a un derivato per via del suff. ul, huccu-
lare, forma sincopata huclare, rappresentata dal ferr. uclar.
Pag. 504: «Urgól e, per metatesi, rugól. Ramarro. Nelle
« nostre campagne è invalsa la credenza che il lucertolone verde
« 0 il ramarro sia amico dell' uomo, e che ove lo vegga dormire
« in prossimità d'una biscia, perchè questa non gli entri in corpo,
«lo morde a un orecchio od altrimenti lo eccita a risvegliarsi'
«di qui, sino a miglior dichiarazione, si direbbe che urgòl è
« quanto urgulus od urgeolus, e che il ramarro fu detto così
«quia urgei jacentem per servirmi d'una frase ciceroniana. Se
« invece la voce originaria fosse rugól, questa potrebbe accen-
« nare per avventura a ruiculus e perciò al corso precipitato
« di quel vispo animaletto, di cui Dante scrisse Inf. e. 25.
Come '1 ramarro sotto la gran fersa
Dei dì canicular, cangiando siepe,
Folgore par, se la via attraversa,
«E qui mi permetterò di aggiungere che il ramarro de' Toscani
« sembra un aggettivo sostantivato, tratto non da lacertus vi-
« ridis, ma da lacertus ramarius, cioè che ama la rama od il
IGO Flecliia,
« ramo, che predilige le piante o le siepi. Nunc inrides etiam
« occultant spineta laccrtos (Virg); il che volle appunto indicare
«l'AUighieri coli' inciso cangiando siepe. Cosi una maniera
« d'uccelli feditori o prenditori veniva detta ramace, ramiera o
«raminga, dall'essere uscita di nidio e già divenuta foresta.»
Le etimologie che qui si danno del mod. urgòl, rugai, 'ra-
marro', sono di per se stesse inammissibili, principalmente per
ragioni di grammatica storica. Nel modenese, urgulus dovrebbe
dare iirghel o, secondo la pronunzia di contado, vrgiiel, e, se
con forma sincopata, urg^urglus. Da urgeohis verrebbe per
legge meramente fonetica, non già urgòl, ma urzol, né più né
meno che da hordeolus (cfr. p. 164). Da ruiculus poi, contratto
in ruculus, non poteano venire se non rùchel, rùghel, rùquel,
riiguel, e, per via di sincope, ruc = riiclus. Tutte queste sareb-
bero evoluzioni affatto normali. Ma, come vedremo, sono an-
cora altri non men validi argomenti che atterrano le congetture
etimologiche del Galvani.
Com'è noto, i Latini chiamavano tacerla o lacertus tanto
la lucertola comune, quanto il ramarro; se non che questo sole-
vano distinguere coli' aggiunto di viridis; quindi, oltre il so-
vrallegato verso di Virgilio, troviamo in Orazio virides rubum
dimovere lacertae (Odi, I, 23 6); e in Plinio sam^itììi in ven-
tre viridis lacerti arundine dissecti tradunt inveniri [Hist.
nat. XXXVII 57); e i Leccesi, ancora oggidì, al ramarro danno
il nome di lucerla erde, lucerione erde. Il nome tacerla o
lacertus si è sotto più o men variata forma conservato assai
largamente nella famiglia degli idiomi neo-latini, sì per dinotare
la lucertola comune, sì per designare il ramarro. Alcuni dialetti
riflettono normalmente la forma latina ; a cagione d'esempio il
nap. tacerla, il pieni, lazerta (var. zalerta, lazerna), ecc.; ma la
più parte presentano, così in ordine alle vocali come alle conso-
nanti, alterazioni che fonologicamente parrebbero essere più o
meno anomale; quindi con mutazione d'«, per es., tose, lucerla,
lucertola, lomb. Inserta, luserton, ecc., sardo luscertola (mer.),
ti-licherta (sett.), li-ligherta (log.), zi-lichelfa (gallur.)'; e
• Cadrebbero anche qui per avventura, quanto al riflesso normale delle
vocali, i teramesi scertella (lacertella) e sciortorclla ( lacertolella) ; se non
Postille etimologiche. 161
con alterazione d'entrambe le vocali, p. e., berg. liguri, trent.
ligord, lugord, grig. lucard, vie. lisardola o risardola (cfr. fr.
lézard). Tutte queste forme mostrano aperto, mi pare, connet-
tersi etimologicamente col lat. lacerta, lacerhis. Ma insieme con
queste voci noi troviamo nei dialetti dell'Italia superiore certe
forme di nomi significanti 'ramarro' che presentano un forte di-
stacco dalla forma latina, dalla quale però sarebbe ardito lo sce-
verarle dal lato etimologico. Queste forme, oltre le già toccate
mutazioni della vocale, ne offrono altre non men singolari ri-
spetto alla consonante, cioè il digradamento in media della den-
tale tenue immediatamente preceduta da r (cfr. Arch., II 154 n.),
già osservabile nelle ultime delle citate forme, e più special-
mente l'intiero dileguo di essa dentale, come per es. nel ven.
vie. ligòro (cfr. Chiose sopra Dante, p. 196; Mussafia, Mon.
ani. di dial. it. p, 37, V, 93, 94), liguoro (v. Acarisio, Voc. s.
ramarro), ligùro (Spatafora, Fì^os. it. s. v.; Voc. il. s. v.), ven.
legùro, boi. ferr. e berg. lignr, trent. lugór, ecc. In tutte que-
ste forme si può credere che abbia per avventura avuto luogo
la perdita della dentale, secondo si dovrebbe arguire dalle va-
rietà berg. liguri e ligùr, trent. lugord e lugór, mentre la
serbata gutturale latina di lakertus farebbe credere molto an-
tica la mutazione dell' <? in o {u), come in a per lo sp. lagarto\
Con queste forme vanno pur raffrontate il gen. lago, piem.
ìajòl, e, coU'aferesi di l scambiato per l'articolo, come nella
forma vent. che si cita più innanzi, ajòl (da lagòl', cfr, aiig,
aguzzo, acut-io-) e, con epentesi di n, com. lingóri, parm. ran-
gòl, ventim. angó' (cfr. cat. llangardax, svizz. linzard). Le
forme liguri e pedemontane paiono accennare ad un lagóro di
fase anteriore.
Come ognun vede, con queste varie forme vuol pure essere
congiunto il mod. rugòl (cfr. trent. lugór), con cui la varietà
urgó)l sta in quella medesima relazione che col ferrarese Ugur,
ligiiór stanno le var. algùr, alguór, presentandovisi quella sin-
ché qui ebbe luogo l'aferesi di la, scambiato per l'articolo, e nell'ultima
forma l'è passò dipoi in o per assimilazione regressiva; come vi cade pure
Var sititela parm., che pare non sia se non l'alterazione di lacertella
' Già s'intende che la gutturale delle forme sardesche dinanzi ad e vuol
essere cimentata con altro criterio (cfr. Ascoli, Arch , II 143 seg., num. 23).
162 Flechia,
cope e quella prostesi di vocale (qui pel mod. forse metatesi), che
in sillaba iniziale ed atona, cominciante principalmente da liquida,
sono cosi frequenti, massime in dialetti emiliani e pedemontani
(per es. mod. alvam- letame, alvcér = levare, armor = rumore,
arvers = reversus , ecc. (cfr, Arch., I 221 e seg.; II 26 e seg.,
31 ecc. ; Mussafia, Darsi, d. romagn. ìnund., p. 38 e seg.). Urgòl
adunque non è altro che un'alterazione di rugòl, e, se non
sono infondate le connessioni di sopra congetturate, entrambe
queste forme finirebbero per metter capo all'equivalente latino
lacertus o, ad ogni modo, verrebbero di là donde le varie
forme, colle quali van confrontate le modenesi e per conseguente
da ben altra fonte che non da quella loro assegnata dal Galvani.
Lascio di citare una varietà di forme cosi italiane, come
francesi e provenzali, le quali, comunque più o men manifesta-
mente connesse colle precedenti, non aggiugnerebber gran peso
agli argomenti già messi innanzi per dimostrar probabile la loro
derivazione dai nome lacertus ', ma prima di por fine a questa
postilla non sarà fuor di proposito il dire di alcuni nomi ita-
liani del ramarro che troppo manifestamente non hanno che
fare col nome latino.
Il nome ramarro viene dal Mahn derivato da rame, quasi
'avente color di rame' [Et. unt., lxxxvii) e citasi a conferma
di questa etimologia il ted. kupfereidechse, 'lucertola color di
rame' (cfr. Diez, Et. wtb., IP 56). Non parmi però s'abbia da ri-
gettare come del tutto improbabile l'etimologia che, citata anche
dal Galvani, farebbe venir questo nome da ramo. Potè dirsi
in origine lacertus ramarius, sinonimo di lacertus viridis,
per distinguere questa specie come 'lucertola del ramo', '1. degli
alberi', dalla 'lucertola delle muraglie', '1. dei tetti'. Quest'ori-
ginazione non sarebbe punto inverisimile né dal lato fonologico
né dal morfologico. Dal lato fonologico s'avrebbero per es. il
nap- somarro = somario, e il sic. Fieaì^ra, ni. =/lcaria; che però
farebbero anche per l'altra etimologia. Dal lato morfologico e
anche logico avremmo ancora argomento nel fr. ramier, detto
del colombo selvaggio, per distinguerlo dal domestico, che non
va guari sugli alberi ; nel teramese ramarro, che vale 'ranoc-
chio', batraco, com'è noto, d'abitudini arboree; e nell'appellativo
ramarro, che nella Toscana dicesi anche (o almeno si diceva;
Postillo etimologiche. 163
che il Voc. it. della lingua parlata del Rigutini più noi regi-
stra) di coloro, che mantengono l'ordine nelle processioni, in
alcuni dialetti chiamati analogicamente bastonar (bresc. ecc.),
mazziér (ven.), bacchitteri (sic), e cosi tutti dal portare in
mano 'ramo' o 'bastone' o 'mazza' o 'bacchetta'. Non so poi se,
dal lato morfologico, da rame {ceramen) non sarebbe piuttosto
dovuto venire ramigno o ramino (cfr. ferìHgno, bronzino, ar-
gentino, ciner ino ecc.); non già che non v'abbian nomi di co-
lore in -ario; ma di regola essi vengono da altro nome, già
significante un colore, del qual nome il derivato non è per lo
più se non una specie di diminutivo, come per es. in bianchera
{= blancaria) , detto dal mil. d'una sorta d'uva, dal piera. di
meliga ossia gran turco; nel mil. rossera {= riissaria) , piem.
neirera {=nigraria), in ambo i dialetti aggiunto di una qua-
lità d'uva, nel mil. negrera anche d'una sorta d'erba; e gal-
barius da galbus, 'giallo', ha dato a più vernacoli dell'Italia
superiore il nome del rigogolo, onde per es. lomb. galbér, gal-
bé ecc., piem. garba, garabé, sgarbé, ecc., mod., regg., parm.
galbcéder (cfr. prov. flavart da flavus, 'giallognolo' e, quanto
alla metatesi , leggiadro per leggiardo = leviario ; e Riv. di fil.
class., II 193).
L'Acarisio, ferrarese, nel citato Voc., s. 'ramarro', dice : « li-
guoro (cfr. ferr. liguór, alguor) lo domandiamo, altri ha ma-
garasso.» Quest'ultimo nome {= magay^accio) presuppone un
primitivo magaro, che, parossitono, parrebbe accennare a [j.y.v.y.-
po?. Mal si potrebbe dire se da questo magaro venga per sincope
e contrazione il romagn. ìnar, che il Diez {l. e.) mostra tenere
per forma aferetica di ramarro (cfr. friul. rage = *anarace,
anatr acciai ', v. però Asc. St. crit., I 57, 57n.).
Il sajettone nap. e la terzina di Dante si commentano a
vicenda; ed è bella, parrai, questa fortuita ed inconsapevole
coincidenza dell'intuitiva popolare con quella del divino poeta.
Possono infine mentovarsi come nomi d'incerta origine lo
scefrofrio calabr. , il racano, ragano, racono nap. e rom., il
ghezz { = ghezzo = CGgyptiiisì) friul. e lomb., il vanuzzu sic,
il sarmenula lece. Il nap. lancelotto e il friul. martinac pajono
connettersi con nn. pp. come l'ant. fr. limberd, e il prov. lam-
bert, laimbert, limbert che diffìcilmente si potrebbero derivare
da lacertus.
164 ' Flechia,
A pag. 505, a proposito del inod. urzól {= hordeolus), 'ov-
zajuolo', il G. dice oscurata la o iniziale, come il più spesso
ne' minorativi ossia diminutivi. Questo digradamento od oscu-
ramento d'o in u non è causato da altro che da essere atono
l'o; quindi il mod. orz = Jioi^deus, ma urzól = hordeolus, come
a cagion d'esempio òrel = *orulus (che è pure diminutivo, dal
lat. ora)y 'orlo' ma urulàr = ondare , dórmen = dormono, ma
durmir = dormire. Si tratta qui di una notissima legge fone-
tica, essenzialmente propria della più parte de' volgari italiani,
per la quale le vocali forti e eà o, in quanto sono atone, si
digradano rispettivamente nelle deboli ed affini i ed u, onde
p. e. da nepote, nipote, da seniore, signore, da medulla, mi-
dolla ecc., da officio, uffizio, da hotello, budello, da focile,
fucile; mentre le dette vocali, quando sien toniche, di regola
si conservano, ovvero, se brevi, più comunemente si dittongano
rispettivamente in ie ed uo; quindi séra, spéro, cento, piede
{ma pedone), tiene (ma teneva); voce, nome, morte, niuojo
(ma morire), suole (ma soleva), giuoco (ma giocare o giucare).
A pag. 508 connette «valudegh, vano, vuoto, casso, e me-
taforicamente zucca vuota, uomo di poco senno » con vaglio,
vagliare, e ciò perchè, dice il Galvani « il vagliume cioè tutto
quello che rimane sul vaglio e che mediante il soffio viene sven-
tolato via, è da noi detto valudegh, colla vocale spregiativa
in vece di vagliatico, ecc.» Non dubito di dir falsa questa
etimologia. Il valudegh modenese non può essere altro che una
forma alteratasi per metatesi di vocali da vuladegh {=vola-
tico)', e ciò primieramente perche un derivato con un suffisso
uiico per atico sarebbe senz'analogia, poi perchè i dialetti più
o meno affini al modenese accennano tutti a volatico, volatica,
come, a cagion d'esempio, il regg. voladga, parm. e ferr. volaiga,
mil. voladega, oradega, oradaga, ven. voladega, oladega, berg.
oladega, oladga, olatica, crem. vuladega, uladega, friul. vola-
die (cfr. salvadie = silvatica, e Arch., I 521), romagn. vulcud-
ga ecc., significanti principalmente 'friscello', 'fior di farina che
vola nel macinare', e anche 'empetiggine', per quelle tenuissime
scagliette che staccansi dalla pelle e volano a somiglianza di
crusca sottile e leggera. Quanto al senso metaforico del mod.
valudeg, cfr, l'it. volatico, 'volubile', fr. volage {=volaticus,
Postille etimologiche. 165
ctV. sauvage = silvaticus), il volagio dell'antico volgarizzatore
di Seneca, il piem. vulagi, che sono probabilmente rlae fran-
cesismi; poiché la più schietta forma pel toscano sarebbe, in-
sieme con volatico, volaggio (cfr. selvaggio), e pel piemontese
volai, fem. volaja (cfr. salvai, salvaja). Quasi superfluo il
notare che il piém. volaja, 'pollame', 'selvaggina' procede col
fr. volatile, dal tipo volatilia, donde si trassero pure, ma più
tardi, come l'attesta l'intatta dentale, il piem. vulatija e il
fr. volatine.
Pag. 508: « Vajon (a). Ajone, ajoni, ajato, a zonzo. Il verbo
« latino vado ci lascia supporre l'esistenza di ado in luogo di
os^adeo, il quale ado diveniva andò per quel modo tante volte
«avvertito che da loaco, nico , taco e simili fé' uscire pango,
«ìiingo, tango. Ma questi verbi prima che l'urbanità e gli
«scrittori fissassero loro un'uscita determinata, ne avevano
«parecchie, rimaste in seguito più o meno volgari, come sa-
« rebbe andare per ànde7^e. Da vadere era l'iterativo vadicarc
« donde vagare. Da vagare erano non solo vagits e vagiiis,
« ma vajare e vajus. Vajare e vajus li vediamo nella nostra
« voce vajon e vagone; per cui andar a vajon è quanto andar
« vagone o a vagone od a zonzo, cioè vagabondando. Vagius lo
« vediamo nella voce mal-vagio, che significa mal vagante, che
« va male, ossia che ha tendenza verso il male. Siccome poi
<ivado non è altra cosa da ado, pronunciato scolpitamente
«collo spirito italico, cosi tanto è il nostro vajon, quanto è
«V ajone od ajoni od ajato de' Toscani. Da ajar'e per ultimo,
« nel significato di vagare, viene randagio cioè rant-agio, che
« va errando, e può venire, con pronuncia sibilante, asiare, cioè
« il nostro asièr quando vale appunto vagare intorno, » Può
ammettersi, mi pare, come non inverosimile la connessione eti-
mologica del mod., anzi emiliano vajon con vagiis , vagare,
sicché propriamente esso valga vagone, a cui starebbe nella
corrispondenza fonetica di j a g, come per es, sajo, sajone a
sagum; ma non son punto ammissibili varie ipotesi che qui si
fanno contrarie del tutto alla critica glottologica. Primiera-
mente inaccettabile la supposta esistenza di un ado per adeo,
donde fa poi venire andare. In adeo, come ognun sa, abbiamo
il verbo eo preceduto dal prefisso ad, come da ab in abeo, da
166 Flechia,
curn in coeo, da ex in exeo ecc. ; e qui parrebbe che, in quella
vece, adeo fosse nato da un ipotetico ado, tutt' uno con vado,
che sarebbe un assurdo. Vagare non può essere nato da un ipo-
tetico vadicare; ma, sotto la forma deponenziale di vagavi, lo
troviamo in latino derivato da nome insieme con tutta la nu-
merosa falange de' verbi denominativi, cosi della prima come
della seconda e quarta conjugazione, cioè da vagus, come v. gr.
Iwtar'e, Icetayn da Icetus, miravi da mirus ecc. (cfr. Meyer,
Vergi, gr., II 5 e segg.). Rigettato, come assurdo, l' ipotetico
adere, non potremmo quindi cavarne né *àndere né andare, il
quale ultimo verbo, d'etimo assai controverso, verrebbe, secondo
la maggior verisimiglianza, da aditare, frequentativo d'adire,
che con epentesi di n passò in anditare (cfr. andito ~ aditus,
rendere = reddere , santoreggia = satureja ecc.) e si ridusse
quindi per sincope d'z ed assimilazione progressiva dì t in d
{and' tare, and-dare) ad andare (cfr. Diez, Et. io., I 22 e segg.;
LiTTRÉ, Dici, de la langue fr. s. aller). Che le voci tose, ajone,
ajoni, ajato si originino pure da vagus non oserei ne affermare
né negare, per quanto nel toscano possa parer singolare il di-
leguo di V iniziale^; ma ben negherei la connessione di ran-
dagio con un verbo ajare, parendomi che in qyiQW-agio debbasi
vedere una semplice desinenza, analoga per avventura a quella
di 7ìialvagio^' e connessa col teutonico, come già farebbe anche
supporre la parte fondamentale del nome (cfr. prov. randa,
randonar, fr. randon, randonner, randonnée ecc.). Quanto ad
asicér ne crediara solo verisimile, per non dir certa, l'origine
già accennata dallo stesso Galvani a p. 159, cioè a quella che
fa venir questo verbo (asiàr, asicér, asta, asié), proprio di
dialetti dell'Italia superiore e segnatamente emiliani e piemon-
tese, da asilio (per asilo, cfr. Rivista di fil. ci. I, 194), forma
attestata da un antico glossario che ha: «asilio, ;rjw(|/, olcr-oo;
' Questo dileguo di w potrebbe ammettersi in quanto *vajone *vajato negli
ordinarj loro costrutti fossero stati preceduti da voce finita in vocale , nel
qual caso questa semivocale iniziale potrebbe tenersi per fognata come di
frequente tra due vocali, al modo che nell'odierno fiorentino si dirà, per
esempio, una isita (visita), la oce (voce), ecc.
- Circa la molta probabilità dell'origine pur tedesca di maloagio , vedasi
il Diez, Et. w., V 2Q2.
Postille etimologiche. 167
(cfr. Fabretti, Gloss. s. v.) »; sicché asicéì^ - asiliare significhi
propriamente assillare, cioè 'infuriare', 'correre' per puntura
d'assillo, ed anche semplicemente, per traslato, 'infuriare', 'cor-
rere, andare qua e là senza scopo'. Notevole come asilio per
asilo ne' normali riflessi del ven. asegio, friul. asej, significhi
non Vassillo, ma pungiglione delle vespe, delle pecchie, e nel
veneziano anche il pugnetto o pungolo de' buoi, venendo cosi
ad assumere il significato à'aculeiis che in essi dialetti avrebbe
potuto dare normalmente agugio, agiij od anche guj, ma solo
vi si presenta sotto le derivate forme d'agugid {aculeato), gu~
jade {acideata) 'pungolo de' buoi' (cfr. Riv. di fil. ci. I, 385 e
seg.) ^ Finalmente noterò ancora che le forme ipotetiche di taco,
nico, donde il G. fa venir tango e ningo, non sono punto am-
missibili, avendo ciascuno di questi due verbi per fondamento
una radice indo-europea, terminata da gutturale media: stag,
snigh.
Pag. 518: «Zapell. Inciampo o ficcatoja. Se da capere, ausi-
«liando la e colla sua quiescente, ferarao ciapér, mutammo poi
«insieme il eia in za, come in zanza e zavata per ciaìicia e
« ciabatta, e femmo zapér, donde paragogicamente uscirono za-
«plér, inzaplér, inzaplérs, non che il nostro zapell, quasi cia-
« pello, per inciampo, impigliamento, prenditoja, ecc. » Circa la
inammessibilità, anche solo dal lato fonetico, di ciapoér (chiap-
pare) da capere e la sua rispondenza ad un organico clapare,
clappare, vedasi Ardi. II, 5. Per le stesse ragioni fonetiche è
impossibile il raddurre zapell non solo a capere, ma anche a
ciapcer. Come la fonetica non potrebbe ammettere nell'ambiente
modenese una trasformazione del lat. ca in eia né perciò un
ciapér o ciapcér da capere, cosi non ammette neppure za nato
' Al bresciano goj, 'pungolo' che nel citato luogo della Rivista io allegavo
come rarissimo riflesso popolare d'aculeo, non dubito d'aggiugnere il gen.
sagugcju, piem. sauj^ 'pungiglione ad ago delle vespe' ecc. e nel piem. anche
fig. 'lingua mordace' 'lingua serpentina', nelle quali due forme di nomi mal
saprei dire, se il s vi sia per mera prostesi (che dinanzi a vocale verrebbe ad
essere assai singolare), od abbia altra origine. Il genovese ne trasse anche il
verbo sagi'ujgà, come da goj il bresciano ha gojà (= acuUarc\ pur proprio
del bergamasco, il quale é probabile che possegga anch'esso il nome goj, non
registrato però ne' vo'^abolarj di questo dialetto.
168 Flechia,
da eia, se questo sia già esso medesimo una risultanza di da,
quale appunto sarebbe in ciapér procedente da clapare {clap-
paré). Quindi impossibile che ciapo^r passi in zapcér, come im-
possibile che il mod. ciamcér {clamare) passasse mai in zamair,
ciwva {clave) in zceva. Qualunque pertanto possa essere l'origine
del mod. zapell, la critica fonologica ci vieta, già per cosi dire,
in via preliminare, di ripeterlo da parola latina che cominci da
ca. Poiché il G. confronta il mod. zanza, zavata col tose, cian-
cia, ciabatta, onde la formola: 'mod. ^a = tose. cia\ si potrebbe
inferire che il mod, zapell, quando avesse riscontro etimologico
con voci toscane, gli dovesse rispondere ciapello o ad ogni modo
qualche vocabolo fondato sul tema ciap-. Il toscano inciampo,
equivalente al mod. zapell, è manifestamente voce composta di
iwrciampjo, la quale ultima parte, passata a forma diminutiva
analoga al mod. zapell, sarebbe "ciampello. Ora a questa forma,
in quanto il tema è rinforzato da nasale, risponderebbe meglio
il regg. e boi, zampell, significante lo stesso che il mod. za-
pell, cioè inciampo. Come ognun vede, non potendo separarsi il
mod. zapell dal boi. e regg. zampell, nò questa dal toscano
-ciampo {in-ciampo), noi veniamo qui ad avere una radice o
tema comune, la cui forma più semplice, cioè non ancor rin-
forzata dalla nasale, è rappresentata dal mod. zap-éll (ciap-).
Le forme nasalizzate stanno alla modenese come per es. vampo
a vapo{r), Campidoglio a Capitolio, strambo a strabo, zem-
bo^ a gibbus, lambrusca a labrusca, tromba a *truba da tu-
ba, ecc., nei quali esempj tutti abbiamo, come in zamp- e ciamp-,
la nasale inserta dinanzi a labiale. Da ciampo il toscano ebbe
(oltre l'arcaico ciampare): ciampicare , ciampicone e inciam-
pare^ donde il nome verbale inciampo. L'origine poi di queste
voci pare sia da ripetersi dal teutonico, dove noi troviamo, presso
il basso tedesco, la parola tappe significante 'piede', 'zampa',
'piota' e il connessone verbo tedesco zappeln, 'sgambettare', 'me-
nare i piedi'. E quasi poi superfluo il notare che anche la parola
zampa ha la stessa origine (cfr. Diez, Et. io., II 435). Quanto
' Il Fanfani registra nel suo Voc. it. semhuto {- gibbuto), tolto dal Ciriffo
Calvaneo, ma noii il suo primitivo sembo, vivo così in alcune parti della To-
scana occidentale, come nella Liguria.
Postille etimologiche. 169
allo svolgersi de' nuovi significati si confrontino con impedire,
im'pedimentum , gr. rÀÌ-n, -zly.bi, tutti dal nome significante
piede. Ne' dialetti lombardi e nel piemontese zappai, zapél, sa-
pél vale 'chiudenda', 'valico nelle siepi', 'callaja'.
Pag. 520: «Zavata. Ciabatta. Si legge in Pesto: Clavata
« dicuntur aut vestiraenta clavis intexta aut calciamenta clavis
« confixa. Ora il clavus o clovus diviene chiovo o chiodo, o ciod
« 0 ciold, la clavis diviene chiave o deva, la calzatura clavata
«divenne dunque ciavata, e per quest'aspra profferenza che fa
« dire zira e zera alla cera e alla ciera, potè riuscire in zavata
« a significare lo zoccolo, non la scarpa, la calzatura rozza, non
«l'urbana, e quindi la disprezzata e fuor d'uso.» L'etimologia
di ciabatta da clavata, già messa innanzi da Ottavio Ferrari e
da altri, è inammissibile, come quella in cui troppo flagrantemente
sarebbero violate le leggi di trasformazione. Dato un latino da-
vata ed anche ammesso come non impossibile il raddoppiamento
del t (civ. pignatta ^pineata), noi avremmo ad ogni modo do-
vuto aspettarci, p. e., chiavatta pel toscano ciabatta', ciavata pel
mod. zavata, piera. savata, ecc. Né giovano a spiegare queste
alterazioni gli esempj che qui si citano; perocché, pure ammesse
come indubitate le alterazioni che in essi esempj si allegano,
noi soggiungiamo: ma clavus o clovus, se nel modenese die-
dero regolarmente ciod o ciold (cfr. Ardi., II 334 e seg.), non
avrebbero però mai potuto dare né zod né zold; se zira e zera
presentano risultanze normali dirimpetto a cera, ciera, non
sarebbero però mai potuti venire da un organico *clera. Bi-
sogna persuadersi che i fenomeni fonetici sono sempre gover-
nati da leggi fisse e determinate, e la violazione di dette leggi
è sempre grave obbiezione alle identificazioni etimologiche. Ora
di tutte le forme che noi troviamo largamente rappresentate di
questo vocabolo nella famiglia neo-latina (sp. zapata , zapato,
port. sapata, sapato, prov. sabata, fr. savate, it. ciabatta, ecc.)
non havvene alcuna che possa regolarmente dedursi da cla-
vata; quindi assai probabile la sua origine non latina, cioè o
dall'arabo sabat, nome verbale da sabata, calzare, secondo
Sousa (cfr. Diez, Et. w., I 125, s. ciabatta), ovvero, secondo
Mahn {Etijm. unters. XV), dal basco zapata, 'scarpa', zapatu,
camminare,' sapatcea, 'calpestare'.
Archivio (.''«"<>'■ ital, III. 12
170 Flechia,
A pag 521, a proposito del mod. zemna, 'giumella', che molto
appropriatamente egli confronta con gemina manu mentre il
toscano giumella viene dalla forma diminutiva di gemina, cioè
da gemella manu (circa Yu = e cfr. p. e. piem. fiìmela = femella),
dopo di avere osservato che i Latini chiamavano gemellar, o
gemellarla^ una maniera di vaso che conteneva doppia misura,
soggiunge: «Chi sa che forse l'antica camelia e la moderna
gamella non siano una corruzione di gemellar e che non traesse
il nome dal servire gemello usu, a contenere cioè la bevanda
ed il cibo. » La più verisimile etimologia di camelia (donde ga-
mella), è quella che fa questo nome diminutivo di camera, sic-
ché da camera, 'camerula, *camerla, camelia come p. e. da
*puera, *puerula, *puerla, puella. La foggia superiore del vaso
chiamato camelia potè benissimo avergli fatto dar questo nome.
Ad ogni modo la connessione accennata dal Galvani tra camelia
e gemellar sarebbe nel campo latino già fatta inverosimile da
mere cagioni fonetiche; perocché gemellar, insieme con gemel-
lus, geminus, ha nell'iniziale una consonante originariamente
media e molto anticamente palatina, che contra ogni analogia
storica si sarebbe fatta tenue e gutturale in camelia.
Pag. 522: «Zerchér. Cercare. Noi diciamo zirca o zerca
« per circa o intorno, perciò zerchér viene da drenare in luogo
« di circuire per circumire, di qui zerca per gita, intorno, ecc.»
Un ipotetico drenare non si potrebbe ammettere se non come
nato da un altro ipotetico circus della quarta declinazione, quali,
a cagion d'esempio, cestuare da cestus, tumultuare da tumula
tus, ecc., né si dà nel latino analogia di verbo composto con
ire come circuire, né d' altro verbo della quarta che passi alla
prima conjugazione, come farebbe circuire mutandosi in dr-
enare. Del resto che cercare, mod. zerchcér, ecc., venga, non
da drenare, ma sibbene da circare, piuttosto che, come per
alcuni s'è creduto, da qncericare, o, con anche minor verisi-
miglianza, da quceritare, viene messo fuor d'ogni dubbio cosi
dalla realtà di esso verbo lat. circare in senso di circuire, già
usato da scrittori della buona latinità, quali Properzio, Ti-
bullo, ecc. (v. Porcellini, Voc. s. circo), come pur dalle ragioni
fonologiche. Di cercare usato nel primitivo suo significato di
'circuire', 'andare attorno', 'girare', 'perlustrare', s' hanno ancor
Postille etimologiche. 171
molti eserapj negli antichi nostri scrittori, come pur nell'antico
francese e spagnuolo (cfr. Diez, Et. io , V s. v.) '.
Pag. 524: «Zeppa. Ceppo. La voce hiceps, iriceps, prceceps,
«non che ccepa, ci dichiarano che cep e ccepa in antico va-
« levano caput. Da tali uscite arcaiche provengono dunque il
« ceppo comune e la zeppa nostra pel capo delle radici. » La
trasformazione di caput in -ceps nelle parole composte hiceps,
iriceps, pra?ceps, come pure in anceps, è dovuta a indeboli-
mento e sincope di vocali che sono de' fenomeni più noti nella
grammatica storica del latino; e una siffatta trasformazione
non poteva aver luogo in tali nomi, se non nel nominativo sin-
golare, dove abbiamo -ceps = -caputa s, mentre, fuor del nomi-
nativo sing., negli altri casi caput è rappresentato dalla forma
-cipit- (p. e. hi-cipit-is). Adunque le forme che prende caput
in questi composti sono del tutto accidentali e determinate da
mere leggi fonetiche. È quinii del tutto assurdo il volere, fon-
dandosi su questo ceps rispondente a -cipit = -caputa s, con queste
accidentali forme di nomi connettere etimologicamente coepa,
che sarebbe come chi credesse poter dedurre fcex, fcucis , dal
verbo facere, perchè la sua radice fac diventa -fec- in car-
nifex {carni-fec-s). L'italiano ceppo, col femminile moò.. zeppa,
viene regolarmente dal lat. cippus. La parola ceppo ha, come
ognun sa, varj significati, alcuni dei quali assai strettamente
connessi col cippus cosi della buona, come della media ed in-
* II siciliano, presentando così pel verbo come pel nome, un' e nella sillaba
tonica e non, come sarebbe da aspettarsi in questo dialetto, un i, onde p. e.
cerca, cercanu, non circa, circanu, fa sospettare se esso non abbia veramente
il suo circari da qncericare; e questa e tonica del siciliano parrebbe essere
tanto più calzante per questa derivazione in quanto trova un' e chiusa nel-
l'italiano: cerca non cerca (cfr. Ascoli, Ardi., II 146, 398). Lo Spano
nel suo Voc. sarà, sotto chirca, chircari rimanda anche a quircu, quircare'
ma questo verbo poi a suo luogo non ò registrato; e nella parte italiano-
sarda del vocabolario cerca e cercare non son tradotti se non con chirca,
chircari. Si potrebbe quindi anche credere che le forme quirca, quircare, le
quali per la qualità della gutturale accennerebbero a qucericare, possano
essere mere fiuzioni letterarie affine di accostarle ad un ipotetico qucericare.
Superfluo il notare che qui da una parte l'i per e tonica in posizione non
farebbe contro qucericare (cfr. hiccu = becco, ispigru - spedo) e dall'altra la
gutturale di chirca, chircare non ajuterebbe punto l'etimologia di qucericare
(cfr. p. e. chircu, cerchio, e .'V.scoli, Ardi., II 143 e seg.).
172 Flechia,
fìma latinità; gli archeologi poi usano cippo con forma imme-
diatamente tolta al latino.
Pag. 524: «Zezla. Giuggiola. Da sugere usci fuori la forma
« epentetica (sic) sugicare, donde la contratta neo-latina suc-
« dare. Nella sdolcinata e carezzevole lingua delle nudrici, cosi
«nostre come d'oltrapennino, la mammella non si disse succia,
« ma ciccia e zizza, per cui zizzare valse suggerc o succhiare,
« ed il capezzolo fu detto cicciolo o zizzolo, e più infrantamente
« zezzolo e da noi zizlen, quasi succinolo o succhiolino. Dalla
« sua forma chiamammo noi dunque zezla la giuggiola per
«dirla zezzola o mela zezzola, cioè tale da render pronta
« figura di zezzolo o di capezzolo. — Nello stesso linguaggio
«baliesco anche ciccia, per carne, si dice zezza e zizzena.»
Il Galvani non ha avvertito come il mod. zezla 'giuggiola'
si pronunzi con z dolce {ds), mentre in tutte le altre voci
qui confrontate lo ^ è gagliardo {ts)\ il che già basterebbe
di per sé solo, per chi sappia il valore di questi differenzia-
menti fonetici, a far dubitare della loro identità etimologica.
Tra zezla {*gigla), 'giuggiola' e zizza [ciccia) abbiamo quella
stessa diversità che è tra 7nezzo {medio), e ìnezzo [mitio, mitis),
stramaturo. Adunque il mod. zezla non è altro che una delle
tante forme prese dal latino jujuba, variamente rappresentato
dal nap. Jo/^ma, joima,jojela, tose, giuggiola e anche zizzola,
roraagn. zezula, ven. bresc. zizola, ferr. zizula, boi. regg. zi-
zla, parm. zuzla, gen. zizzua, ecc., e, con epentesi di n, um-
brico e roman. genzola, tir. e ver. zinzola , sard. zinzula,
sic. 'nzinzula, eco., lasciando stare alcune forme derivate cosi
lombarde come pedemontane, le quali accennano comunque ad
un'origine verisimilmente identica. Le forme più regolari dei
nomi volgari procedenti dal latino jujuba sarebbero state jo~
jova, giuggiova, zuzzova, zizzova, ecc.; ma qui un l per v
non ha nulla di singolare, per chi sappia che nottola sta per
nottova [noctua), che il nap. ha vedola per vedova, 'mperpetolo
per ^mperpetovo {in perpetuum), l'ant. pisano cigolo per cigovo
{exiguus) (cfr. inoltre Ardi,, II 10, n. I). Quanto al m = v{b)
del nap. jojema cfr., p. e , Giacomo per Jacovo, Jacobo {Jacob).
Secondo Plinio il giuggiolo fu introdotto dalla Siria in Italia
da un certo Papiniano ai tempi d'Augusto, e quantunque il nomo
Postille etimologiche. lf3I
jujuha non ci sia attestato da scrittori della buona latinità,
noi dobbiamo tuttavia considerarlo come di forma più organica
e quindi più antica che non è il greco ^i^uipov (lat. zizyphum),
che sta secondo ogni verisimiglianza per jfj'J9ov (cfr. Benfey,
Griech. vmrz., I 686; Curtius, Gr. et., II 196), e questo alte-
ratosi probabilmente per dissimilazione da jjj'j'pov. Il neo-greco
ha, come vari dialetti italiani, sostituito all'antica forma Tepen-
tetico ^ivì^i9ov.
A pag. 527, a proposito del mod. zohhia [giovedì) confrontato
con jovia dies, reca ad esempio di v cambiato in ì), hoce, boto, ecc.,
per voce, voto. Sarebbero stati più conformi alla retta dimo-
strazione di questo fenomeno gli esempj, verbigrazia, di trebbio
da trivium, bebhio da bivium, allebbiare da alleviare, ecc.,
nelle quali voci tutte il v che passa in & è in una posizione
condizionata, al tutto analoga a quella di v in jovia.
A pag. 528 dice il G. che il modenese da jugum ha fatto
zov non zogh, per evitare l'equivocazione che ne sarebbe ve-
nuta con zogh nato da jociis. Credo che le ragioni di questo
differenziamento siano meramente fonetiche. In fatti molti altri
dialetti, nei quali qualora si fosse conservato il g di jugum
come gutturale, non sarebbe potuta nascere equivocazione, cam-
biarono ciò non di meno la detta gutturale in v o f oà anche
la gettarono, quindi p, e. mil. e piem. gov {= jugum), gOg (jocus),
bresc. zof, zuc, boi. zo, iug, parm. zov, zóg, ecc. Notisi inoltre
come il ferrarese dice zòv per giogo, ma anche zòg con o chiusa
tanto per giogo quanto per gioco, senza badare se ciò dia luogo
ad equivoco (cfr. p. 131). Dunque se il mod. à^ jugum ha fatto
zov, da jocus zog, ciò viene dal fatto che due prototipi latini,
materialmente diversi, venivano anche assai naturalmente nelle
loro trasformazioni a dar risultanze finali rispettivamente di-
verse; e ciò in conformità delle leggi d'evoluzione, specialmente
proprie di ciascun dialetto. La possibile equivocazione né impe-
disce né determina mai l'adempimento di una legge fonetica, e
potrebbe solo influire sull'uso d'una piuttostochè d'altra tra
più forme esistenti, come per es., tra giustizia, giustezza, spe-
ione, sprone, ecc.
Ingegnosa e verisimile la derivazione che il G. fa a p. 528
del modenese zidoér, allacciare, dal lat. acia, 'accia', donde
174 Flecbia,
un verbo aciare, che derivato in adulare, o piuttosto aciolare,
dà naturalmente e regolarmente per via d'aferesi il mod. zu~
Icer; sicché propriamente cotesto verbo significherebbe 'legare
con accia'. Questa derivazione verbale da accia verrebbe anche
a ricever conferma dal nap. rinacciare {rc-in-acìarc), 'riraen-
dare', rinacce, 'rimendatura', cioè 'ricucire con accia', 'ricucitura
fatta con accia' (cfr. Mussafia, Bcitr. 31, s. azolar)\ Non del
pari verisimile crederei la medesima origine A'acia che il Gal-
vani vorrebbe pure attribuire a lazcér, alazcér (allacciare),
slazcér, deslazcér (slacciare), connettendoli con un laza nato
da acia, mediante prefissione di l, quale avrebbe per es. luogo
in languria da anguria. Mi par troppo chiaro che le suddette
forme insieme col tose, tacciare, allacciare, slacciare, dislac-
ciare si connettano con laccio {= laqueus), mod. laz e se n'ha
quindi un verbo che risponde materialmente al lat. laqueare.
Questo verbo cominciò dal significare legar con laccio, poi le-
gare in genere, e ciò per quel trapasso dalle nozioni speciali
alle generali, così frequente nella fortuna delle parole.
A pag. 540 dalla forma sequel (secolo), propria de' contadini
modenesi, argomenta che seculum era quanto sequiculum e
perciò veniva da sequor e valeva sequela. Non intendo punto
d'oppugnare la connessione etimologica che possa avere seculum
con sequor, nonostantechè la pili genuina ed autentica orto-
grafia scBCulum distaccherebbe perentoriamente questo nome
cosi da sequi come da secare, con cui solevano connettere que-
sto verbo gli etimologisti (Corssen, Ausspr., V 377; Beitr. z.
it. spr., 24 seg.); ma voglio solo osservare che una tale etimo-
logia non può trarre nessun valore dalla pronunzia sequel piut-
tosto che sechel o secol; giacche è una specialità dei dialetti
emiliani l'impinguamento della gutturale quale si ha in sequel
da seculum, come si può veder, p. e., nel boi. bliquel = umbili-
culus , miraquel = miraculum , sfundraquel = exfundaculum,
spettaquel = spectaculum, tabernaquel = tabernaculum, ecc. Un
tale impinguamento ha pur luogo in ordine alla gutturale me-
dia, sia che questa proceda dalla tenue, come p. e., in priguel
' Vedi però il D'Ovidio (Arc/i., IV 157), che nel campobassano renacce,
'rimendatura', vede erinaceus, quasi parte 'ruvida', 'arricciata'.
Postille etimologiche. 175
= pericuhim, sia che essa si trovi già originariamente tale, come
p. e., in reiguel = reguhan, trianguel = triangulum, mod. in-
guanguel, che lo stesso Galvani fa venire da un organico
ingangolo (p. 307). Adunque la forma sequel sarebbesi prodotta,
nella pronunzia del contado modenese, quand'anche secuhim,
in cambio di venire da sequi, procedesse, per un supposto, da
secare, a quella stessa guisa che, per es., miraquel viene da
miraculum e non da miraquulum.
Convengo del tutto col Galvani (p. 541), che inghirola (be-
verino delle stia) non possa essere altro che aqiiariola 'acqua-
juola'; ma non credo che neppur per ipotesi si deva mai pensare
ad un lat. mgerula od inger ionia, donde al modenese non
sarebbero potuti venire se non inzerla od inzercia, passanti
per le forme sincopate d' ingerla od ingercla.
A pag. 547-49, dopo toccato di varie etimologie poco proba-
bili, già da altri messe innanzi, di magnano (presso i Toscani
'chiavajuolo', ma nei dialetti dell'Italia superiore 'calderajo'), ne
propone alcune sue non meno problematiche. Siccome non fa
cenno di quella del Diez che sarebbe pure al parer mio la più
verisimile, non sarà fuor di proposito ch'io ne citi le precise
parole: « Spagn. rnana (magna), port. manha, basco maina,
'arte', 'artifizio', 'astuzia'. Si dice venire da manus, ma come?
Assai più regolare sarebbe la sua derivazione da machina,
mach'na, 'stratagemma', 'astuzia'. Quindi anche l'inesplicabile it.
magnano (cat. manyà, dial. fr. magnan, magnier, vali, perfino
mignon), 'chiavajuolo', propriamente 'artefice' {Et. ìo., IF152).»
Magna (sp. ìiiana, port. manha) nato da mach'na, sincope di
machina, è regolare per lo spagnuolo; dovechè la forma popo-
lare del latino machina in Italia è macina, colle varie forme
dialettiche macena, masena, masna, ecc. Adunque magnano
(piem. e gen. magnino) sarebbe una voce introdottasi in Italia
dai dialetti dell'Europa occidentale, il che si renderebbe anche
più verisimile pel non trovarsi punto nell'Italia meridionale, cioè
né nel napolitano, né nel siciliano. La parola magnano avrebbe
pertanto significato in origine 'l'uomo dalle macchine', 'l'uomo
dagli ingegni, dagli stratagemmi, dai ferruzzi', 'artefice', 'fabbro',
quindi con significato più speciale 'chiavajuolo', 'fabbro ferrajo',
'calderajo', 'pajolajo', 'ramiere', ecc.; che tutti questi varj sensi
17G Flecliia, Postille etimologiche.
si trova avere magnano, cosi nell' uso de' nostri volgari come
in quelli d'oltreraonti. Noterò ancora, come il nome magnano
significhi eziandio presso alcuni dialetti, come per es. nel mila-
nese, 'furbo', e in Toscana corre un proverbio che dice: « avere
più segreti che un magnano », nel che è forse ancora un avanzo
del significato primitivo.
Agli amici dell'Archivio.
Profitto di questo po' di bianco, per dare agli amici doWArchivio qualche'
risposta e qualche annunzio.
Insieme con la presente puntata, si pubblica pur l'ultima del quarto vo-
lume; e sono pressoché pronti i pochi fogli che mancano a compire il terzo.
Mentre cosi si chiudono i primi quattro volumi deìV Archivio, se ne aprono
simultaneamente altri quattro. II quinto e il sesto son dedicati al Codice
Irlandese dell'Ambrosiana; e insieme coi presenti fogli, esce anche la prima
dispensa del quinto. Il settimo e l'ottavo avranno poi la bellissima fortuna
d'essere per gran parte occupati da lavori di Giovanni Flechia; tra i quali
ra'è lecito annunziare sin d'ora: le illustrazioni delle antiche rime geno-
vesi, pubblicatesi nel secondo volume (e non potute illustrarsi dal dott. La-
gomaggiore, com'egli avrebbe voluto e saputo, per gravi ragioni che ne lo
hanno distratto), e un largo studio sullo origini dei cognomi italiani.
G. I. A.
CnONtCA DBLl IMPJEBAnOBI.
ANTICO TESTO VENEZIANO,
©RA PRIMAMENTE PUBBLICATO
DA
A. CERUTI.
AVVERTIMENTO DELL' EDITORE.
Uo codice cartaceo del sec. XV, conservato nell'Ambrosiana (H. 31. Inf.),
il cui titolo leggesi nell'ultime tre linee che servono di chiusa, contiene una
storia sommaria d'imperatori d'Occidente da Ottaviano Augusto sino alla
morte di Luigi IX re di Francia, avvenuta nel 1270 in seguito all'esito in-
felicissimo della sua seconda Crociata. L'ignoto autore, ponendo fine alla
sua narrazione, volle anche ricordarci d'averla compiuta nel gennaio dell' a.
1301. Il codice, posteriore di forse un secolo e mezzo, ricorda questa data,
avendovela materialmente trascritta l'amanuense, pure anonimo, sul suo
esemplare, se per avventura non dall'originale medesimo, da altre copie forse
di poco ad esso posteriore; stile non raro nei copisti. Per questa apparente
menzogna dell'apografo non è però a negarsi, che l'autore primitivo di que-
sta Cronaca l'abbia veramente compilata sul finire del mille dugento, o ap-
punto nell'anno da lui segnato, se si pon mente all'epoca dei fatti e de' per-
sonaggi, che ultimi compaiono nella sua narrazione, oltre la quale il Cronista
non protrasse forse di molto i suoi giorni, essendosi egli prefisso un limite
al racconto, cui dichiara di lasciar completo e finito. Ei ne tace il suo nome,
ma il linguaggio da lui adoperato ci riporta a Venezia, quantunque in nes-
suna frase o parola della Cronaca siavi alcun cenno della patria o dell'es-
sere suo.
La compilazione originale del racconto è quindi anteriore di più d'una
decina d'anni al libro in volgare veneziano, dedicato a Clarino Badoero duca
di Creta, de Regimine Eectoris, ossia del governo della famiglia e della
cosa pubblica, scritto nel biennio fra il 1313 e il 1315 da frate Paolo mino-
rità, autore ben noto ai filologi.
Il Codice cartaceo in f." si compone di pag. 10 a doppia colonna di linee
34 ciascuna, di scrittura quadrata, comune sin quasi a tutto il sec, XV; e
178 Ceruti,
ad onta delle non poche mende che vi s'incontrano, non può senza ingiustizia
annoverarsi fra i meno corretti. V'hanno qua e là alcuni radi ritocchi di
mano quasi contemporanea, intesi or a correggere un'errore sfuggito dalla
penna del copista, ora ad ammodernare nella forma qualche parola. Una
grave corrosione di data antica guastò nella parte superiore del margine le
prime sei o sette linee della colonna esterna degli ultimi sette fogli ; è quindi
impossibile, in mancanza d'altri esemplari, riparare alle lacune derivate da
quel guasto, senza ricorrere a sostituzioni arbitrarie; né io mi attentai di
farlo, essendomi proposto di riprodurre il dettato colla maggior diligenza e
Essendo questa Cronaca, più che un brano di storia, un monumento filo-
logico, non credetti necessario seguirne l'autore nella descrizione delle vi-
cende da lui narrate, verificarle o correggerne le molte inesattezze.
A. C.
1" Di'ieJo la natività del nostro segnor Yhesu Cristo, Ottavian au-
gusto impera anni xiv. Questo de generacion roman nassudo de pare
che ave nome ottavian senador, e la generacion de la mare descendi
da Enea, e fo nievo de lulio Cesaro, e per adotioa el fo fyo. Tuto-1
mondo el redusse in una monarchia, zoe in uno volere, ne homo de
tanto prexio fo senza vicii, che-1 serviva ala libidine, zoe ala vo-
lontà carnai, e intra xii caraare e altre tante donzelle elio soleva
zasere; e vezando li povuli de roma questa esser de tanta belleza,
che nessun in li otchi soi elo podeva guardare, e de tanta prosperità
e paxe, che tuto-1 mondo el se fé tributario, zoe che tuti li rendeva
tributo, e-li romani li disse: nu te volgiemo adorare, imperzo che dio
p e|in ti, e si questo non fosse, non te andareve tute chosse prospere;
el qual questo refuando, lu domanda induxia e aspetto, e chiama si-
billa tyburtina savia che vegnisse a lui, a li quali el disse quello
che li senadori li avea dito, la qual daraanda spatio di tre di, in la
quali ella fé streto zezuno. E driedo lo terzo di la repuose al irape-
rador in questo muodo: segno de zudisio, la terra comenzera a ba-
gnarse da sudor; de cielo vegnera el re che vegnera per li siegoli, e
le altre cosse che segue. E incontinente averto fo el cielo, e tropo
gran splendor descese sovra da elio, et elio vete una bellitissima
verzene stagando sovra un altare, e tegnando un fantolin in le soe
'Cronica deli Imperadori'. 179
braze. Elio tropo se meravelgiava, e aldi una voxe digando: Questo
altare e del fylglol de dio; el qual incontinente zetandose a terra
lo adora; la qual vision con zo fosse che lu 1-avesse recitada e dita
ali senadori, elli se meravelgiava molto. Questa vision fo in la ca-
mera de Ottavian imperador, do-e mo la chiesia deli frar menor, la
qual ven dita la chiesia de santa maria celi.
Gonzo fosse chossa che Ottavion retornando venzedor de oriente
fosse intrado in roma con tre vitorie, in quella fiada inprimajau- 2»
gusto da li romani el fo salutado, imperzo che la chossa publica,
zoe li beni del comun lo aveva cressudi. Questo vense per batalgie
quelli de dacia e molto gran zente di Germani el sconfisse, in la
qual bathalgia xl milia Germani el mena con sie, e sovra la riva
del reno in franza li luoga. Nessun in batalgia fo più ingraciado de
lui XLiv anni, inli quali solo el resse 1-iraperio; civilissimamente
el vive li XII, e li altri anni el regna chon anthonio. Questo molto
se alegra quando lu avea trovada la cita lateriza, e quando lu avea
bandonada la citade marmoregna e ornada de molto grande belleza.
In li anni de quello del xxv" Virgilio mori a brandizo, elle osse
de quello fo portade a napoli. In I-anno de quello xxxv Oratio poeta
mori a roma. In lo tempo de Ottavian era una thaverna de gran
fama de za del thevro, la qual imperzo vegniva dita meritoria, che-
li chavalieri degni, quello che per li soi soldi li avea mei'itado, so-
lazando eli spendeva, dela qual in lo di de la natività del segnor
una fontana d-oio rompe a honor de la beata maria verzine; con-
struta fo li una ] chiesia del beato calixto primo. Morto e Ottavian 2*
augusto in I-anno dela vita soa lxxvii a[iresso arella cita de Cam-
pagna, e fo sepelido in campo marzo.
Inlo tempo de Ottavian computado fo el numero deli citadini de
roma lxxxx fia ccc milia et lxxx milia.
Inl-anno del segnor xiv Tyberio segnoreza anni xviii, in fine al
anno in lo qual passionado fo el nostro segnor yhesu cristo, e driedo
la passion de quello anni v. Questo fo fiastro de Ottavian e zenere
e etiam fjo per adocion, zoe fyo per amor, e fo asai venturado e
savio in arme; in lo qual era molta sciencia de lettere. In lo parlare
lu era molto chiaro, ma de inzigno pessimo e insidioso, infenzandose
de volere quello che non voleva. Questo in li xxiii anni del so im-
perio, de la etade de lxxxyiii anni, chon gran furor quelli che era
senza colpa e non nosevol insiembremente cheli stranii elio li puniva,
e chon allegreza de tuti el mori in Campagna. Questo, segondo che
diseva losefo, in tuti li suoi fati lu era moroso, onde quando elio
faxeva procuradori in le provincie, a pena che mai elio li mudasse.
180 Ceruti,
3" In lo te|rapo de questo, Ovidio poeta mori, in bando siando, e poncio
pylata da tyberio fo mandado procurador in iudea, el qual el may-
stro dele ystorie afferma esser nassudo in la cita de lyon. In questo
luogo mete losepho, che fo spianador dele ystorie deli zudei, di-
mando de cristo laldevol testimonianza: el fo a questi tempi savia
homo, che lu era fator dele maravelgiose ovre e dotore, e molti
che vegniva a elio e molti deli zudei elo amaistra. Cristo questo
era; e ploxor altre chosse de la soa passion e resurroccion el disse.
Driedo la passion del segnor, el dito iraperador Tyberio impara
anni v; poncio pylato per molte accusation contra quello fate da
Tyberio fo mandado in bando a vienna in bergogna, e per molte pene
le qual li lu sostene, si medesmo se alcise chola soa propria man.
Erodes, el qual aveva morto Zuanne batista, e soto qual fo passio-
nado cristo, con Erodiada soa molgier apresso vienna fo mandado
in bando, e li miseramente mori.
Inl-anno del segnor xxxvii Gayo, el qual galicula vegniva dito,
segnoreza anni tre, mesi x, di viii. Questo malissimo homo fo, con
doi suo sorori el zase carnalmente, e una fya de una de quelle el
37, coignosce del peccado, e fo nievo de tyberio cesaro. Jeronimo sovra
el matheo dissi che del gayo cesaro primo tuti li romani re Ciesari
ven diti. Questo Gayo conzo fosse chossa che contra tuti elio sma-
niasse, con gran avaricia e libidine e eciam dio crudelitade, a roma
in lo palazo el fo morto.
In li anni del segnor xlii Claudio impara anni xiv, mesi vii, di
XXVIII. Questo fo frar de pare (de) Galicola. Questo a quelli de Britagna
fé batalgia, e eciaradio algune ysole ultra Britagna messo in lo Oc-
ceano alo romano imperio el suiuga, le quale ven dita archades.
Questo molto era civile, e vive anni xliii, e driedo la morte fo con-
segrado e divo fo appellado. Questo de nessuna memoria fo, e morte
soa molgier, puocho driedo zugando in lo triclinio, el demanda per-
che la dona non vegniva. De cibo e de vino in ogni tempo e luogho
lu era disordinado, e impensa de fare statuti e leze, que guederdon
elio dovesse dare a quelli che daesse flado e strepido de ventre in
convivio, con zo fosse chossa che per continentia e per vergogna elio
avesse trovado che un fosse perigulado; e una, la qual ave nome
4« messalina, e si chomo] scrive zovenale, la fo de tanta luxuria, che in
li bordelli in prima secretamente andava, e poi publicamente a tuti
se exponeva, e cosi non saciada ma inlassada partandose, le nobele
femene a questa medesma chossa si traheva. Questo conzo fosse
chossa che-I manchasse, Britanico so fyo per conscio dela moier
fazando senza parte del roman imperio, Neron marido de soa fya lo-
'Cronica deli Imperadori'. 181
designa e fé imperador, e chossi el zenere in ordeno ande inanti al
fjo. In lo tempo de questo Claudio, piero apostolo vene a roma, e
li Kxv anni el resse la chiesia, e predicando la fede salutevole, et de
potentissime vertude quella lo aprova. In questi tempi uno oxello
che ave nome feuix, aparse in Egypto, la qual avanti vi anni era
aparso in Arabia; lo qual oxel vive infine cinque cento anni, si
chomo ven dito, e poi si raedesmo ardandose in lo nido, si renasci;
e questo oxello e a modo de agoya grande, abiando una cresta in
cavo e circha el collo cholor d-oro, exceto la coda, lo splendor del
quale si chomo rosa e ceruleo, segondo che ven scrito.
In li anni del segnor lvi Neron impara anni xiii, mesi vii, di xxx.
Questo lo romano im|perio deforma e smenema; el piscava chon rede 4^
d-oro, le quale con fune de seda vegniva deseese. Infinita parto del
senado elio alcise, ali boni horaini lu fo inimigho. Citaretico habito
o ver tragico lo usa; molti horaicidii el cernesse, li frar, la molgier,
la mare, el raaistro lo alcise, la cita de roma la arse, ali christiani
lu de la prima persecucion, e per queste chosse dali romani tuti
abandonado insembremente, e del senado el fo zudigado si chomo ini-
migo. In lo tempo de questo in I-anno vi lachomo frar del segnor,
el qual da tuti vegniva appellado insto, deli zudei in prima fo la-
pidado, e poi chon una pertegha li fo rotti li cervelli e mori; e Se-
neca de Cordubia pare de lucan poeta commandador de Neron, de
vita e de sciencia preclaro, per salassadura de vena per caxon de
vencno de commandamento de Neron si mori. In questo tempo ludea
alli romani se fé rebella, e da Neron vespaxian fo mandado contra
quel. Neron etiam dio a tute li suoi malitie azonse che-li santi de dio
piero e poli fosse morto; e conzo fosse cessa perche lu aveva fatto
ardere parto de roma, e per altri soi malifitii el fosse cerchado per
darighi pena, elio fuzi fuora del palazo,|e in lo borgho, el qual era 5*.
intro salaria e numentana el quarto melgiar de roma, si medesmo
alcise, e dali levi el fo manza, si chom ven dito. De quello disse
Svetonio, che conzo fosse chossa che fosse malissimo, nessun homo
per alguna parte del corpo casto o puro elio zudigava; nessuna veste
II fiadr el vesti, alli muli el fé suocle d-arzento, e in nessuna chossa
el fo più dannoso chom in edificare, che la largeza del so palazo
per structura e de adornamento de oro e de arzente e de gemme 0
de avolio con brieve parola non se pò comprendere. In questi tempi
el coliseo a roma fo redrizado, habiando de alteza pie e e vii.
Inl-anni del. segnor lxx Galba impera mesi vii, 0 in ybernia, la
qual e parte de spagna, vitello in germania, Otton lo roman imperio
per anno rczando, intro si se alcise.
182 Ceruti,
Inli anni del segnor lxx Vespasian impera anni ix, mesi x, di xxii.
Questo fo fato imperador apresso palestrina e obscuramente la nassi,
ma in alcune chose el fo da esser comparado. Soto questo ludea se
desparti del romano imperio. Questo con lo tyto so fyo de yerusa-
5* lem triumpha, |e per amor de questo al senado e al puovolo de roma
elio fo amabile e iocondo; per fluxo de ventre el mori, e conzo fosse
che-I fosse constreto da la morte, elio se driza im-pie e disse: el se
diexe alo imperador partirse e andar allo imperador eterno. Questo
de Claudio imperador in Germania e in Britagna trenta fiade man-
dado e doi fiade chon hoste, elio scomfìsse la fortissima zente e allo
imperio romano elio li sottometesse.
In I-anno del segnor lxxix Tyto impera anni tre. Questo con so
pare vespaxian Jerusalem destrusse, e da quelli tuti li ornamenti del
tempio fo portadi a roma, e apresso da questo, Jeronimo in la expo-
sicion de loele disse che in lo tempo de paxe li fo reponudi. Questo
fo raeravelgioso de tute vertude in tanto che delicie dela humana
generacion el fosse dito. Questo quelli che aveva conventi, siando
stadi in contra da lui, elio li lagava quel medesma familiaritade, la
quali inanti aveva abiudo, reraagnando; de tanta liberalitade el fo,
che a nessun elio non negava chossa alchuna, digando che nessun
dal imperador se doveva partir tristo, digando che elio avea perda
6« quel di, in lo qual niente aveva dado;|e fo sepelido apresso li sabini
in quella villa, in la qual fo so pare ; e siando morto, tanto pianto fo
in roma, che quasi tuti la soa morte planzeva, e quamvisdio che-I
pare fosse de gran vertu, ampo el fyo impara ch-ello passa el pare
de vertu, e-1 vene inanti messo al pare in le scriture e in lo parlare.
In I-anni del segnor lxxxii Doraitian impera anni xiii, mesi v. Que-
sto frar de tyto fo. In li primi anni el fo atemperado, e per lo im-
perio incontinente a grandissimi vicii elio se-de in tanto, e fé che li
meriti del pare e deli fradelii elio dispresia. Lu alcise de nobilissimi
homini del senado, segnor e segnor primo se fé appellare, e nessuna
statua se no d-arzento o d-oro elio soffri che fosse messo a elio in lo
capitolio: li cosini soi la si alzise; Zuanne evangelista fo per elio
mandado in patmo. Driedo Neron elio de la segonda persecution ali
christiani; quamvisdio che fosse stado fyo de vespaxian e frar de
Tyto, a nessuna cessa fo a elli simile, ma si fo simile a neron o ver
a Galicula; e per amor de zo, conzo fosse chossa che per queste ma-
licie a tute persone fosse in noia, elio fo morto dali soi in pallazo
Qb in li anni xxxvi dela etade soa, e con deshonor elio fo sepelido. j In
lo tempo de questo, dyonisio ariopagita fo passionado cheli suoi com-
pagni, e san lucian discipulo del beado piero apostolo, li quali san
•Cronica deli Imperadori'. 183
elemento aveva conzonti mandandoli in franza. In lo tempo de questo
edificado fo lo tempio pantheon, el qual mo ven dito santa maria
reonda, e fato fo in questo muodo: li senadori sapiando che quelli
de persia aveva revelado, conzo fosse chossa ch-eli volesse man-
dar la Marche agripa prefeto de roma, e quello non volesse andar,
demandando deliberacion de tre di, conzo fosse che una note sovra
questo pensando 1-avesse dormio, e-Ii aparse una feraena dimando, che
se imprometesse de far un tempio a honor de quella, e cosi com li
dirave, el venzerave per lo so alturio, digando si esser chiamada
cymbelle, mare de tuti li dii; e conzo fosse che Agrippa questo a-
vesse impromesso, levandose la doman, e questa vision ali senadori
lu avesse dito, el fo mandado eoa grande aprestamento de nave e
de cinque legion de chavalieri in persia, e siila scombati e vense.
In li anni del segnor lxxxxv Nerva impera anno i, mesi iv. Que-
sto danna tute quelle chosse, le qualle domician aveva fate; onde zuane
evangelista retornajdel bandizamento , in lo qual lu era iu effe so 7"
naandado.
Inli anni del segnor lxxxxvi Traian impera anni xix. Questo
abiando preso asia e Babilonia alle fin de Judea, poi lu aride in
alexandria. Questu, non per si, ma per li suoi conselgieri comanda
che-I fosse dada la terza persecucion alli cristiani. Questo siando de
la famelgia apresso agrippa, in spagna, in ytalia e in franza fato
fo imperador. Questo driedo augusto le fin del romano imperio lonzi
e ampiamente amplia, e infine ali fin de India lu ande; in lo mare
rubro el messe navilio, azo che per quello le fine de India el gua-
stasse; a Roma e per le provencie fazandose inguale a tuti, li amisi
suoi el visitava per caxon da saludarli, e visitava li infirmi, a tuti
lu era liberal. Questo driedo la gran gloria de bathalgia retornando
de persia, apresso silentica del fluxo de ventre el mori, elle osse de
quello fo messo in una urna d-oro e a Roma fo portade in lo mer-
cado, lo qual elio ediffica, e soto la coIona fo messi, 1-alteza dela
qual era cxl pie. Questo solo de tuti apresso roma fo sepelido, e
intro li divi fo reputado. De questo si e questo gran memoriale, che
in lo senado|nou altramente deli principi de esser chiamado, se no yt
più beado augusto, meior de traiano^ Soto elio fo passionado santo
Ignacio discipulo de san Zuanne evangelista, veschovo de antliiochia,
el qual ande a Traian che retornava dela viteria, e menazava de
dar morte ali cristiani; e confessandose esser cristiano, el fo vento
' 'non altrimenti dei principi deve es^er detto (chiamato), se non « più
beato di Augusto, migliore di Trajano »."
184 Ceruti,
con ferro e fo portado a Roma. El chuor de questo, conzo fosse
che-1 fosse diviso in molte parte , el nome de cristo in zascliadune
parte de letere d-oro fo trovado scrito.
In quel tempo Eustachio, el qual fo so nome plaido, maistro dela
eavalaria de traian imperador, al qual don fina a tanto che-I fosse
a chazare, intra le come da un cervo li aparse cristo in croxe, e
poi chela molgier e filgioli fo batiza, e si chomo cristo li aveva dito
davanti, molto aversitade chola molgier e cheli filgioli elio sostenne;
e pantheon a roma da sayta de fuogo fo arso, e alli perfin fo repa-
rado. Plinio orador e ystorico fiori, el qual mitiga traian imperador
dela persecucion dali cristiani, lo qual li perseguiva, scrivando al
imperador, che niente de mal se trovava in quelli, dastier che alle
ydole i-no sacrificava, e in anzi di li levava adorar Dio.
8« Inlo tempo de questo Symon eleo|fas chosin de Jachomo apostolo,
el qual avea succedu a elio in lo veschovado a Jerusalem, fo inco-
ronado de martirio.
Inl-anno del segnor cxxi Adrian impera anni xv. Questo la se-
gonda fìa suiuga li zudei che aveva revelado, e roma e Jerusalem
lu restaura e amplia, non zudei ma altra zente in quella legando.
Questo fo in tute chosse glorioso, leze molte el fé, e una coIona in
so nome el fé fare, el qual quamvisdio che-I fosse nievo de traian,
ampo alla gloria de traian abiando invidia, incontinente tre proven-
cie, zoe syria, Mesopothanea e armenia, le qual traian ali romani
aveva aquistade, elio le lassa. Anchora de dacia sforzandose de far
al simile, li araixi peizora quello, imperzo che traian abiando venta
dacia, de tuto lo mondo 1-avea manda a Roma infinita moltitudene
de homini a coltivar li campi e le citade; paxe ampo in omni tempo
I-ave del suo imperio. De latina parola el fo sommo parlador, e del
griego parlare el fo molto amaistrado, diligentissimo circa lo errarlo,
Zoe lo luogo ce che sta I-avere, e circa la disciplina deli cavalieri.
El mori in campagna in I-anno del imperio so xxi. Lo senado non
g6 volse dare a elio li divini honore, e|ampo el so soccessor chom molta
fatiga apresso li senadorì apena ave quello; e adrian abiando refato
Jerusalem, comanda che a nessun zudio fosse dada licencia da in-
trar, ma solamente ali cristiani. E in quel tempo fato fo che lo
luogho dela passion de cristo fosse dentro dali muri, el qual in prima
era de fuora; e imperzo che-I vegniva chiamado Elyo Adrian, volse
che Jerusalem fosse chiamado del so nome EIya.
Soto adrian fo passionada la beada verzene Seraphia de anthìochia
per generacion, stagando in la chasa de la nobilissima femina Sa-
bina, la qual per la soa dotrina 1-avca convertida; onde santa sabina
'Cronica deli luiperadori'. 185
imperzo che-1 fo accusada che 1-avea recolte le osse de serafia,
alle per fin de martirio la fo coronada. la questi tempi ecìamdio fiori
el segondo philosopho, el qual philosopha in ogni tempo, servando
scilencio; ella chaxon del silencio inlo so libro se demonstra. In
questo tempo aquila de generacion pontico, segondo interpredo dela
leze de raoyses, fiori. Questo adrian comanda per una lettera, che a
nessun fosse licita chossa li cristiani condannare senza obieto de pec-
cado o ver|pruova. Questo daspo che la chossa publica chon iustis- 9»
sime leze I-ave ordenado, e lo luogho oe che sta 11 libri athenes I-ave
construta de raeravelgiosa ovra, el mori in campagna. In lo tempo
de questo «in quella fiada imprima mente al rauodo griesischo in la^
chiesia orientai deli cristiani li rainisterii fo celebradi , li quali a-
vanti era stadi celel)radi al muodo zudaico.
Inli anni del segnor cxl Antoino piathoso impera choli filgioli
anni xxxii, mesi ni. Questo imperador per questo cothal nome re-
ceve, imperzo che in ogni regno siando retegnude plezarie, li debiti
deli creditori elio relaxa. Quello zenere de Adrian fo, circha li cri-
stiani el fo piathoso, e in tanto lu regna quieta mente, che degna
mente elio fo dito piathoso, e pare lo errarlo, oe che sta I-avere,
pieno e richo lo lagha, e li beni del comun lu acresce; e driedo la
morte soa si chomo romulo vegniva coltivado e honorado, e mori
apresso orta villa soa, la qual era xii melgia lonzi de roma, e intro
li divi fo portado e degna mente fo consegrado. In lo tempo de que-
sto, Gualtier medigho, che fo de nacion de Bergamo, a roma clari-
fica, zoe fo apresiado in vertude.llu quel tempo fiori, zoe fo apre- g^
xiado, pompeyo de nacion de spagna, el quale le ystorie de tut-el
mondo dal tempo de Nin re de quelli de Assyria infina alla monar-
chia de Cesaro lu redusse in latina parola, distinguandole per libri
XLiv; la abreviacion deli qual fé Instino so discipulo, el qual lustin
philosopho ad Anthonio piathoso [...] lo libro componudo dela cristiana
religion, e benigno fo quello alli cristiani. Questo antonio in tanto fo
piathoso, che a nessun fo axerbo, fazando ali boni honore, el qual
non [ven?] dito che avesse dito chetai parola: più volentiera volgio per
exempio de scipion un citadin servare, che mille iniraisi alcidere. La
fya de questo antonio, la quale avea nome faustina, conzo fosse
cossa ch-ell-avesse vezudi li gladiadori combatando in sierabre, la
se inaraora; per la qual chossa, conzo fosse chossa che la coraen-
zasse d-avere male, a so marido marcho antonio la chason del so
mal la manifesta; el qual per lo conscio deli medisi de Caldea uno
de quelli gladiatori fé alcidere, e del sangue de quello el corpo de
faustina fé onzere, maxima mente quella parte del corpo, doe libidine
Ar.liivio eloti.ol. ita!.. Ut. 13
180 Ceruti,
10" delii concupiscencia raazor mente se inflaraiu.i; ] la qual chossa siando
fata, la tentation cessa e eciamdio la inflrmitade.
Inlo tempo de questo antlionio fiori Tliolomio, homo meravelgioso
in sciencia mathematica, el qual più azonse in astronomia cha fosse
luto quello, el qual inanti scrito elio trova; e fo portado ad alexan-
dria, e con instruraenti de astronomia lu observa le stelle in lo tempo
del predito imperador in alesandria e in Ruodo: el fo etiamdio de
statura moderado, de color bianco, de forte ira, de puoco cibo, abian-
do el flador odorifero e le vestimente resplendente. E compose moki
libri, Zoe Almaiesti e la perspectiva, e inli iudicii quadrupartido, e
centilogio e ploxor altri, e vive anni lxxviii; e deli proverbii suoi
e maravelgiosa chossa che intra li horaiui 1-3 più alto, el qual non
cura in man de chi sia el mondo, e questo el qual per altra non
ven correlo, altro per elli cerreti sera, e queste ultime promission
se cavi.
In I-anno del segnor clxxii Marcho anthonio vetchio chon so frar
luzo aurelio in que modo lu impera anni xix. De questo Roma co-
menza ad aver ii iraperadori. Questo optimo fo, ampo dali suoi rao-
10^ vesta fo ali cristiani la | quarta persecucion. In Io tempo de questi
in prima la chossa publica per inguai raxon obedi a quelli che ami-
nistrava lo imperio. Morto ampo I-uno, solo Anthonio la chossa pu-
blica resse, e si in oriente in asia, chomo in occidente in franza molti
de martirio fo coronadi. In asia santo policarpo e altri con elio xii
de philadelfia, in franza sen insto veschovo de vienna e forcio ve-
schovo de lyon con innumerabile moltitudine de martirio fo coronadi;
el qual marcho antonio, che digna mente el possa laldare, del comen-
zamento dela vita soa el fo tranquillo. Questo a nessun aiugniraento
claro, le provencie chon gran beniguitade e moderamento trata, in-
tanto che dala infancia soa el volto ne per allegreza ne per gra-
meza elio non avesse muado, in scientia philosophistica de lettere si
griege chomo latine molto fo amaistrado, in dare doni allegro, driudo
la vitoria magnifico. Questo etiamdio in panonia mori, da tuti chia-
raado certe mente, intro li divi portado fo. Per quel medesmo tempo
fiori Zilio scritor ystoriograff'o e la beada prasceda, la quale conzo
11" fosse chossa I che la se sepelisse li corpi deli martere, ella, azo che
la possesse^ de questo mondo driedo quelli, ora allo segnor, incon-
tinente exaldida la soa oracion, morando in paxe a cristo.
Questo driedo la 1)atalgia, la qual aveva contra li germani, schiavi.
' 'acciocché ella potesse (passar) di questo mondo ecc., (e) tostamente (fu)
esaudita".
'Cronica deli Imperadori". 187
Glanachi e assamati, conzo fosse chossa che siando nudado lo erra-
rlo, nessuna chossa avesse da dare ali chavalieri, no volgiando de
algun esser molesto, inazor mente alle leze ^ li vasi d-arzento e d-oro
e lo ornamento dela molgier e molti altri ornamenti alienare, cha
lo senado o ver le provincie gravare; ma abiando elio abiu vitoria,
no sola mente quelle el recovra, ma eciamdio a tute le provincie li
trabuti elo relaxa.
Inl-anno del segnor clxxxvii Comodo driedo anthonio impera anni
XIII con luzo anthonio. Theod)SÌo interpredo terzo fo abiu, e yreiigo
veschovo de lyon in dotrina fo reputado meravelgioso. Questo co-
modo de anthonio fyo niente ave de proprietate del pare, senno che
contra li germani beada mente el combate; el se sforza de redur al
so nome el mese de settembre, azo che-1 fosse dito Comodo. El mori
de morte subitanea con tantaldisgracia deli homini, che inimigho 11''
dela humana {^eneracion elio era zudigado. Questo dito Comodo a
luti incomodo in la chasa vestale strangulado mori. Questo don fina
tanto che-I regnasse, el manda philippo nobile roman in Egyto, azo
che-I fosse prefeto de Alexandria; del qual soa fya Eugenia, con n
soi eunuchi, prothoe iacinto, segreta mente partandose del pare zentil,
in abito de homo, Eugenio chiaraandose, se fa bathezare; e siando
fati monesi in un monestiero, conzo fosse che, morto siando 1-abade,
Eugenio fosse fato prelato, per una femina, la qual era inamorada
in elio, imperzo cli-elo noli avea consentido, si chomo oppressor e
rio homo fo desfamado chon tuti li monesi. E questo don fina a tanto
che, siando preso, el vegnisse a tormentare dinanzi d.l prefecto,
siandogli s [uarzade le veste, la si mostra esser soa fja Eugenia, e
li eunuchi prolho e iacinto esser. Grande allegreza fo fata; el pare
chon tuti fo batezado, e Melancia, la qual era desfamadrixe, da
fuogo de cielo fo arsa.
Inl-anno del segnor ce Elyo pertinaxe e Severo impara anni xviii
Questo elyo siando pregado del senado, che la moier|augusta e-1 fyo ig»
lo feze cesare, e elio non volgiando fare, disse che-I bastava che-1
dovesse regnare; ale perfine per tradimento dali cavalieri pretoriani
fo talgiado a peze. Symaco iv interpredo fo abu , Narcisio ve-
schovo de yerusalem de vertude ploxor fo celebrado. Ternulliano ^
affer inla chiesia fo trovado meravelgioso, Origene in alexandria in
studii fo amaystrado. Questo elyo pertinaxe, homo de gran tempo et
•Forse doveva leggere: maSonnente aleh' (cfr. alesse 39'). cioè *niag-
giormente elesse', preferì.
' Tertulliano.
188 Ceruti,
in tute chosse drito, uncha mai no tolse doni, e unclia mai non fo se-
duto a vendegarse; el qual fo morto el sexto mese, inlo qual elio
comenza a regnare.
In I-anno del segnor ccxviii Severo de goneracion de affrica impara
anni xtii. Questo homo fo de batalgia, de griege e latine lettere el fo
molto araaistrado, a demandare diligente, a dar liberal. Severo eciam-
dio la quinta persecucion adovra in li cristiani, in la qual molti santi
jìer diverse provincie fo passionadi, intro li quali fo a-leoricio^ pare
de Origene talgiado el cavo, lassando Origene anchora de tenera etade
chon setti fradelli ella mare de quelli vedova; ma el predito origenes
Ig» abiando xvii anni, si amaistrado era in gramatica, che amaistranldo
in quella, la mare e li fradelli lu sustentava. In quella fiada fo pas-
sionado yrengho chon gran multitudene de puovolo, e severo mori
in Britania, la qual mo ven dita anglia de Eborazo. Questo severo,
de natura servo, molte batalgie beata mente el fé; el venzi quelli de
parcia e de arabia, e molte chosse a lo romano imperio in tuto-l
mondo el recovra; el qual etiandio trata fuora la gloria dela batal-
gia, alli civili studii e in sciencia de philosophia el fo chiaro. La
dredana batalgia in Britagna lo ave, e azo che le provencie aquistade
con ogni segurtade lo guarnisse, spacio de cxxxii melgiara del mare
in fina a lo mare el redusse. Questo in prima fo avocato; alle perfine
per diversi officii montando pervenne allo imperio. Questo e-1 primo e
I-ultimo imperador che fo de affrica.
In I-anno del segnor ccxxxv Anthonio carathalla impara anni vii, e
severin fjo so. Questo fo fjo de Severo imperador e fo pessimo. In
Jericho la quinta adicion de scriture e trovada, el fatop dela qual
non appare. Questo fo deli costumi del pare più aspero, de luxuria
13" irapacientissimo, in tanto che soa maregna iulia elio tolse per moier.
Questo conzo fosse ch-elo aprestasse batalgia a quelli de parcia, el
mori apresso Edissa citade in I-anno del so imperio vii.
In I-anno del segnor ccxlii Martin impara anno uno. Questo con
so fyo per invidia fo talgiado.
Inl-anno del segnor ccxLin Anthonio impara anni tre. La sesta
edicion e trovada a Nicopoli. Sabelio nassi. Questo anthonio luxu-
riosa mente vive, in tanto che nessuna generacion de luxuria fosse che
elo non adovrasse, e fo morto del rumor dali cavalieri de roma chon
soa mare.
Inl-anno del segnor ccxlvi Alexandre impera anni xiii. Questo de
I-oste cesaro e del senado dito augusto. Persia el venzi per batalgia.
DoTrebbe dire: 'a Leonida'
'Cronica deli Imperadori". 189
Questo resse la disciplina deli cavalieri crudelissima mente ; per as-
sessor I-ave ulpian condì tor de raxon, e a roma el fo favorevole, e
mori in franza; per remor deli cavalieri fo degolado in magoncia. In
quel tempo Origenes driedo li apostoli sovra tuti in la cliiesia de dio
in sciencia, in eloquentia e in vita fiori, e in quella fiada comenza de
diversi libri componere, abiando vii donzelle e vii zovejne, excepto 13*
li altri sentori, che de la bocha soa scriveva le raatierie de diversi
libri; e tante chosse scrissi, che-1 beato Jeronimo confessa se aver
letto vn railia voluraine de libri, excepto le epistole, le qual a di-
versi el scrisse. De quello era proverbio, che thal chomo era la soa vita,
cothal era la soa dotrina, che sovra lete mai non zasse, chalzari un-
ìcha mai non porta, carne uncha mai non manza, vino uncha mai el
non bevi, segondo che se leze inla ecclisiastica ystoria; e conzo sia
chossa che de santissima vita el sia stado e de dottrina meravelgiosa,
li gran dotori si lo scusa deli errori, li quali ven imponudi a elio,
si chomo Eusebio de Cesarla e Tuffino preve; del qual scrivando Je-
ronimo, e molti altri, e dise che driedo la morte soa li heretisi ad
oscurar el claro nome so ali libri soi si oppone chose de rixia. Mam-
mea mare del imperador cristiana auditrixe fo de erigane e deli altri
cristiani amaistrarixe, e per questo da so fyo la fo morta. Santo
ypolito veschovo de porto a quel tempo fé bone chosse molte e
chiare.
Inl-anno del segnor cclxix Maximian impera anni iii. Questo pri-
mo del corpo di cliavalieri senza^decreto del senado fo fato imperador, U"
e persegui li cristiani; el venzi li zermani e li parti; alle per fine, siando
abandonado dali chavalieri soi, da pipin de acquilia chon so fyo, lo
qual era anchora puto, fo morto.
Inl-anno del segnor cclxii Gordian impera anni vi: fabian fo re-
velado per testimonianza de spirito santo in specie de columba so-
vra el cavo de quello, digando: tu sera ordenado veschovo de roma.
Questo Gordian daspo che de persia lu ave viteria, vegnando a roma,
apresso la citade per inganno de philippo el fo morto. In questi tempi
fiori affrican, intra li scritori dela chiesia molto nomenado.
Inl-anno del segnor ccLxviii Philippo con so philippo* impera
anni vii. Questo fo el primo imperador Cristian, del qual etiaradio el
primo anno, mille anni da poi che roma fo fato, ven dito che fosso
complidi; per la qual chossa li romani fé meravelgiosa solennità; li
deniava per spacio de in note in molta allegreza. Questo fo batizado
del beado poncio martere in Nicena cita de provenza. Intrambi questi
'con £0 (fyo) philippo'
190 Ceruti,
del osto fo morti, ci pare a roma, el fyo a verona, el qual fyo in
tanto fo de crudele animo, che per quello che savesse fare algun, el
I4ft non se pos seva meter a rider. Questi do iraperadori li thesauri soi
al beado systo lassa e alla chiesia; li quali decio più zovene, el qual
non era imperador, ma cesaro fo, dal beado lorenzo recheri, si chomo
se leze in la legenda del beado lorenzo. Questo philippo più vetcliio
in tanto era confirraado in la fé de cristo, che prorata mente confes-
sando li suoi peccadi, in la festa de pasqua denanzi da tuto el puo-
volo el comunegasse.
Inl-anno del segnor cclxxv Decio impera anni ii, mesi iv. Questo
in tute chosse fo rio, ma ampo lu fo savio in arme; lu ave in odio
li poveri, e ali cristiani lu de la septima persecucion. Questo de la
pononia de soto nassudo, in batalgia fo morto dali barbari.
Inl-anno del segnor cclxxvii Gallo chon volusiano impera anni ii,
mesi IV ; per ingurdisia del ventre el mori. Cyprian veschovo in Car-
thagine fiori.
Inl-anno del segnor cclxxix Valerian con so fyo Garieno impara
anni xv. Questo, Gotta, grecia. Macedonia scombati e asya. Questo
in Jerusalem e Mesopothamia fazando batalgia, da Sapor re de persia
1^" vento fo e in le servitude e reduto; e tanto quanto ellvive, el re de
quella medesma provincia, metando el pe su la testa de quello, lu era
usado montar a chavallo. Questo in lo principio del so imperio per-
segui molto li cristiani, e molto sangue de santi fo sparto. In quella
fiada fo passionado Cyprian, marzo luzo papa. Garieno in priemera
mente la cossa publica rezando, poi retornando in lascivia e in vani-
tade, pezorando la chossa publica, per inganno de aurelio doxe so,
morto fo da valerian, e Garieno un decio in Cesaro fo creado, ma
ampo non fo lu imparador el dito decio menor; e da questo san syxto
e san lorenzo fo raarturizadi. El beado syxto in yspagna fé bone ope-
racion, doe zovene, zoe lorenzo e Vincenzo, componudi de belli costu-
mi elio li guarda e chon si lo mena a roma, e lorenzo remagnando,
Vincenzo in yspagna retorna, e soto dyoclitian marturizado fo.
In!-anno del segnor ccxciv Claudio impera anno vii, mesi viii. Que-
sto li Gotthi, Illirico e macedonia guastando recovra, e abiando venti
li alemani, de infirmitade el mori.
15* Inl-anno del segnor ccxcv Aurelio impera anni cinque. Questo fa-
zando persecucion ali cristiani, da folminerio da cielo el fo corretto,
ma non mori. Questo de dacia rivese siando nassudo, possente in ba-
thalgia, cinque Sade li Gotthi potentissima mente vense. Que>to in pri-
ma apresso li romani la corona messe in cavo so, adornada con
gemme. Questo chon muri più forti roma cense, el tempio del sole lu
^Cronica deli Imperadori'. 191
edifica, in lo qual infinito oro e gemme el messe, lo uso dela carne
de porcho al puovolo restituì. Questo aurelio imperador vignando in
franza, crudeli statuti ordena centra li cristiani, e vignando a senon,
santa Colomba e tuti li cristiani alcise. Ad antysiodoro* molti do
martirio incorona; la cita de franza, la qual Qenabo vegniva dita,
per lo nome so aureliana- la chiama. El fo morto per malicia da un
so servo, e intro li divi fo portado.
Inl-anno del segnor ccc Alhyco impera mesi vii. Questo savio e
largo fo, e ampo niente potè mostrare, per che elio mori de subita
morte.
Inl-anno del segnor ccc Pio impera anni vii, mesi in. Questo do
re ven>e; Manicheo heretigo se leva. Questo de generacion de persia,
aguzo de inzigno, de cuostumi barbaro, Manes in prima dito, ma per!
aietto, Zoe per sovra nome, Manichio se disse. Questo affermava ii 16'
principi, I-uno de ben e I-altro de mal, un de luxe e I-altro de tene-
bre, e molti lassa successori del so errore. Per certo prò imperador
apresso Guitrio del remor dali chavalieri el fo morto.
Inl-anno del segnor cccvii Florian impara anni ii. Questo ven dito
che morisse per talgiadura de vene. Questo niente fé che sia degno
de memoria.
Inl-anno del segnor cccix Laro con suo filgioli Carino e raunerian
impera anni ii. Questo, in tute chosse rio, de pizolo fulminerio el peri;
eciaradio li fylgioli de quello intrambi fo morti.
Inl-anno del segnor cccxi Dyocliciaa e Maximian impera anni xx.
Questo dyoclician obscura mente nassu, con divini libri adusti, li cri-
stiani in tuto-1 mondo persegui x anni. Questo inprima mente le gem-
me ale veste e ale calciaraente comanda che fosse messe, conzo fosse
che tuti li principi da li in driedo usasse de sola purpura; alle perfin
el mori per veneno. Questo, nassu de dalmacia, Maximian un ciesaro
fé, mandandolo in franza contra el puovolo deli villani, li quali con
grieve man al roman imperio se' aveva opponu, li quali elio castiga ig*
e constrense; ma in quella via la legion de thebe, dela quale el beato
mauricio era cavo, conzo fosse cossa che-1 renunciasse de sacrificare
alle ydole del prefato Maximian, in un luogo de franza per cristo
volentiera mori. In questo mezo dyoclitian in oriente e Maximian in
occidente fé guastare le chiesie e cilcidere li cristiani, la qual perse-
cucion quasi più dura era de tuti li antecessori, che per x anni chon
varii statuti li libri dela divina leze li fé ardere, e le chiesie in za-
schadun luogo fé minare, e li prelati dele chiesie fé talgiare; non
Auxerre. ' Orleans.
192 Ceruti,
etade, non sexo, non condicion scampava, che-1 non fosse tajadi quelli
che non sacrificava.
In quel tempo siando incoronado de martirio Gayo papa, Marcellin
fo eletto, in lo tempo del qual tanta forza de persecucion fo, che in
XXX die XXXII milia intra homini e femene per diverse provincie fo
coronadi de martirio, in tal muodo che quel Marcellin papa duto per
paura sacrifica ali ydoli ; ma poi retornando a penitencia e sentenza
centra si dagando, per che lu era andado contra el papado, de dyocli-
ciau fo incoronado de martirio. Per quella medesma persecucion pas-
17" sionadoifo in roma Anastaxia verzene, sebastian, Agnese, lucia, Aga-
tha verzene. Gorgon, Quintino e grisogono. In quel tempo apresso
egea fo passionadi Cosma e damian in un die nassudi, in carne e in
spirito zemelli: apresso frigia una cita tuta de cristiani circundada,
azo ch-eli no podesse fuzire, con tuti arsa fo. In Britagna e in En-
gelterra in quella fiada quasi tuta la cristianità fo destructa; in quella
fiada eciamdio fo passionado el beado Grigolo martere.
Inl-anno del segnor cccxxxi Valerio impera anni ii con Constantin
e lucin. Questo Constantin spagna suiuga a si, e la fya del re de Bri-
tania per nome elena tolse per concubina, dela qual el zenera Con-
stantin grande; el qual ale per fin in Eboracia^ in Britagna mori, e
Constantin fyo so, nassu de quella concubina, imperador lassa da
franza; el qual fato imperador, alli citadini e alli soldadi del oste e
altri el fo aceto e amado; e vignando a roma contra Maxenzo, el
qual li romani avea fato imperador, el qual in tanto fo plen de vicii,
che nessun vicio non era che elio non lo fazesse, inlo segno de la
17» croxe, el qual g-e monstrado, el vense. Soto questoj Maxcencio fo pas-
sionada la beata catherina.
Inl-anno del segnor cccxxxiii Constantin impera anni xxx, mesi x,
di XI. Questo, dito' grande, fato Cristian, de licencia ali cristiani li-
bera mente de congregarse, e le chiesie a honor de yesu cristo el fé
fare. In questi tempi la rexia arriana nasci e apparse, e lo concilio
fo congregado a Nicena de Constantin a condannare la rexia, e fo da
cccxviii veschovi; in lo qual concilio el beado Nicolo veschovo de
Mirea fi letto esser stado. Scisma deli donatisti nassi da un donado
affricano, el qual li gradi dela menoritade in le persone raeteva. Que-
sti, siando venti Maxenzo e lucine e severo imperador, da Silvestro
papa per caxon da mandarlo dela levra elio fo batezado, onde tute
le imperiai dignità elio li de al papa, e elio passa a Constantinopoli.
Algun a dito che Constantin in 1-ullimo tempo dela vita soa fo re-
Ebreville.
'Cronica deli Imperadori'. 193
batizado da Eusebio veschovo de Nicomedia, e per la dotrina soa Mar-
tiano se converti; ma questo da Constantin vea dito raendosa mente,
imperzo che-1 beado Grigolo in lo registro so, quando el parla a
Mauritio, elio lu appella de bona memoria.- In la ystoria tripartita
la sua morte e li soi fati ven trovadi boni, e sovra lo salmo xin IS»
el beado ambrosio disse quello esser de gran merito apresso de dio,
imperzo che lo primo dali imperadori la via dela fé e dela devo-
cion alli principi elio lassa, e ysidoro inle Cronice suoe repro-
vando queste chosse, al pestuto disse quello beada mente aver ter-
minado; onde li Griexi anumera Constantino in lo cathalogo dali
santi, e con solennità fa festa de quello a xxi di de mazo. Ma quelle
chosse, le quale mendosa mente del predito Constantino e dito, de
Constanzo so fyo tute verasie ven trovade ; e non v-e de vertu si-
raele principe de tanta devocion, in tanto aver merchado, che cossi
vii mente elio 1-avisse dispreziado el baptesmo, el qual lu avea rece-
vudo del beado Silvestro, per lo qual si e corporal mente dela levra
e spiritual mente del peccado elio avea cognoscudo esser mondado, e
eciamdio lu avea testimoniado si aver vezudo cristo in lo batesmo;
onde che per la gran religion, la qual elio avea a coltivar cristo, e
per tropo gran reverenda, la qual lu avea ala chieresia, el ven creto
questo dali aversarii dela fede esser dito fiticia mente, che in tanto
lu ama de coltivar cristo, che in continente chomo el fo batizado, lel 18*
comanda che chiesie dali cristiani in ogni luogo fosse redrizade; e in
lo palazo laterano, a honor de cristo, la chiesia, che mo ven dita la
chiesia del Salvador, elio la fé fare, azo che per questo la università
deli homini savesse che nessuna dubitacion circha la fé de cristo e del
error passado in lo cuor so non era romasa chossa alguna; la qual
chiesia Silvestro papa solenne mente la consegra, la qual consegracioii
in fina anchosi, chomo alla prima chiesia, non solamente a roma, ma
etiamdio inle circurastante region, solenne mente ven celebrada el nono
die de novembre. Inlo tempo de la qual consegraxon, la ymagine del
Salvador, non per ovra de liomo ma per ovra divina, in quella fiada in
prima a tut-el puovol de roma aparse impenta in un muro, la qual
apar in fina anchoi; e conzo fosse chossa che quello raedesmo papa
abia ordenado in zaschadun luogho inle chiesie esser altare de piera,
in la predita chiesia elio non adriza altare de pria, ma de legno;
inanzi I-abito stabili e ordena, e lo altare, in lo qual el beato piero
e li altri suo successori in fina ali tempi de Silvestro ven dito aver|
celebrado; e in quella fiada regnando la persecucion, certo statio de 19-
veschovo non era in roma, ma dove melgio li posseva, o ver in criti,
o ver in cimitierii solo terra, over in cliasa de homini fideli o do
194 Ceruti,
feraene, li celebrava mossa sovra 1-altar de legno, el qual era con-
cavo o de archa, abiando iv circuii in li canton, per li quali rv prie-
vedi al luogho che se celebrava si staxeva; e per reverenda de san
piero e deli altri santi .pontifici, el beado Silvestro ordena che nes-
sun celebrasse sovra questo, se-I non fosse veschovo, el qual infina
anchoi ven observado; ma intro quella deponuda la mensa, solo el
sommo pontifico celebra, la qual ven deponuda in cena domini, zoe
del segnor, la zuoba santa, e no ven reponuda se non al sabbato
santo driedo el batisrao. E constantin a Nicoraedia mori.
Inl-anno del segnor ccclxiv Constantin con constante e Constanzo
fradelli resse lo impierio anni xxxiv. Questi fyoli del gran Constantin
fo, e questi fradelli corabatando, le forze de roma se consumava;
poi solo Constantin triumphando, tene I-imperio e fo Cristian, el qual
19* li duxe del frar de| Constanzo 1-alcise, e ali perfine abiando tolto
I-imperio, Constanzo fato fo arian. Lì cristiani in tuto-1 mondo In
perseguiva; per lo favor del qual frieto Ario, don fina tanto che in
Constantinopoli alla chiesia lu andasse, corabatando dela fé contra
li cristiani, e andando per la casa de Constanzo alo necessario, li
lu perse la vita, mandando fuora 1-enteriori. Donado, dei-arte dela
gramatica scritor e precetor de Jeronimo, sommo fo abiu; Antonio
monego mori; le osse del beado andrea apostolo e del beado luca
evangelista fo portadi a Constantinopoli. Questo bandeza li defensori
dela fé, zoe Anastasio e alexandrin e eusebio de verceij, li quali
poi fo revocadi con ylario e dyonisio da millau; e polin de trevero
mori, siando in bando per paura de questo Constanzo. Zuiiano apo-
stata se fé monegho, azo che-I non fosse morto da quello: lu era
stado nievo de Constantin grande, de so frar nassudo. Onde conzo
fosse chossa che-I frar de zulian lu avesse za morto, themandose
zulian che-I non fesse quella raedesma chossa, imprima monego fato,
dende luogo fuzando per diverse provencie, magi e astrologi doman-
dava se-I podesse esser fato imperador: al qual conzo fosse che-1 1
20" demonio fosse aparso, siando li presente uno mago, abiando el dito
demonio recevuda la renovacion dela cristiana fé, elio li disse che-1
deveva esser imperadore.
Inl-anno del segnor cccxcvii Zulian impera anni ii, mesi viii. Que-
sto zulian apostata fo. In lo tempo de questo el beato martin, a-
biando lassa la chavalaria, fiori. Questo nievo de Constantin fo; el
qual in tanto I-imperio desirava, che etiaradio la cristiana religion
elio lassa. Questo siando amaistrado si deli libri seculari chomo de-
li divini, dela fede e dela monastica vita elio declina; el qual de
Con?tanzo fato Ciesaro, siando mandado contra franccschi e contra
'Cronica deli Imperadori'. 195
allemaui, elio li vense, e per queste chosse elio e insuperbido, contra
constanzo augusto se redriza; e per la morte de Constanzo fato Au-
gusto, el coraenza de perseguir li cristiani imprima per honori più
che per torraenii, tragando quelli alle yJole. Alle perfin fazando varij
statuti contra li cristiani, molti fo coronadi de martirio, intro li
quali polo e Zuanne de Constanza, fya del gran Constantin cubicu-
lario. Anchora Girilo dyachono e molti altri per terra e per mare
fo morti. Elo etiandio de licencia a li zudei de edificare el tempio 20''
in Jerusalem; li quali siando congregadi de tute parte, quello ch-eli
aveva edificado con gran fadiga, per terremoti fo destruto iufiiia in-
li fundamenti, e illi , lo luogo e lo lavoriero; e conzo fosse che lu
avesse procedu de combater contra quelli de persia, passando per Ce-
sarla de Capodocia, molti deshonori fé al beado Basilio veschovo de
quella citade e ali cristiani; e manazandoli da far male per lo tempo
che deveva vegnire, el beado Basilio orando e zezunando choli cri-
stiani, vete la beada verzene comandando a mercurio chavalier, longo
tempo inanzi in un monestiero sepelido, che si e-1 fyo so de zulian el
vendegasse; la qual chossa fata fo, e zulian blastemando mori e
clama: tu a vento, o gallileo.
lu I-anno del segnor ecce lobinian impera mese vii. Questo Cri-
stian fo, e con sopore re de persia el corpo de zulian sepeli.
Inl-anno del segnor ecce Valentinian con so frar valente impera
anni xi. Questo fo Cristian nassudo de panonia cibalese. Questo, soto
zulian augusto, con zo fosse che la fé de cristianitade inliegra elio
portasse, e fosse tribuno deli schutarii, de comman|dameuto del sacri- 21"
lego imperador siando a elio comandado o vero lu sacrificasse ali
ydole, o vero refutasse la chavalaria, e de spontanea volontà elio
lussa la milicia; e pocho driedo siando morto zulian e lobinian morto,
el qual per lo nome de cristo aveva perduto el tribunado, soccedando
al so persecudor, lu recevi I-imperio. Questo sujuga la zente terribile
de quelli de saxognia ali romani in lidi de Ocean; e in I-anno ul-
timo del so im[ierio, conzo fosse chossa che quelli de saxognia se
avesse sparti per le pannonie e quelle guastasse, don fina tanto che
lu prestasse batalgia contra da quelli, apresso lo castello strigonese
subita mente per fluxo de sangue el mori. El fo imperador egregio,
dexevole in volto, de sotil inzigno, de parola eloquentissimo, quam-
visdio che a parlare el fosse atemperado. Questo castiga so frar va-
lente, el qual poi chol filgiol so valentinian impera anni iv, volgiando
perseguir li cristiani, imperzo che-1 fosse de la fé che se appella ar-
riana, in lo tempo che-1 vive. In lo tempo de questo valentinian, e per
so confortaraento, santo ambroso fo fato arzi veschovo de milan.
196 Ceruti,
21* Inl-anno del segnor ccccxi Valente con gracian e valencian ira-
para anni iv. Queste tre imperiai dignità optima mente tegne a roma.
Inlo tempo de questo, ambroso clarifica a railan in 1-anno iii del im-
perio de valente, el qual impera a Constantinopoli; iv generacion,
Zoe Gotti, ypogothi, Qipidi e vandali, una lengua abiando, per nome
sola mente divisi , insierabre mente in compagnia el danubio passa.
Questo valente siando arrian, molte persecucion alli cristiani fazando,
dali Gothi in batalgia fo morto. Queste leze avea dado, che li mo-
nexi fosse homini d-arme, e non volgiandolo fare, elio si li fé alci-
dere choli bastoni.
Inl-anno del segnor cdxv Gracian con so frar valentinian impera
anni vi. Per quel medesmo tempo le chiesie deli cristiani, le quale
era destrute, de comandamento de theodosio fo refate. Questo gra-
cian, con zo fosse chossa che-I vedesse inextimabile multitudine de
inimisi centra si vegnando, apresso de arzentina cita de franza, frieto
per la potencia de cristo vense, e più de trenta milia franceschi elio
alcise. Questo a* quelli dela cultura dela verasia fede; e conzo
22" fosse che infine ali tempi de quello la rexia de Arrian] in ytalia re-
gnasse, alla verasia fé la fé retornare; e fo Gracian de lettere in-
struto, atemperado de cibo, de sonno e de luxuria venzidor, e de tuli
bene pieno e mori.
Inl-anno del segnor cdxxi Theodosio primo con valentinian im-
pera anni xi. Inlo tempo de questo, gran scisma fo intro li pagani
e zudci. Questo destrusse li templi deli ydole. Soto questo translata
leronimo el novo e-1 vetchio testamento; Ambroso driedo ylario com-
puose li ynni, Augustin a roma clarifica, de senador fato monego.
Agustin, conzo fosse che-I fosse manicheo, el se converti a la fé.
Questo, cristianissimo imperador fo; li suoi inimisi non solamente
con ferro, ma etiandio confiandose del zezunio e dele oracion, elio li
vense. Questo per la perfection dele vertu etiamdio dali barbari molti
veguiva amado; onde molta zente a so induto, lassando li errori de-
le ydole, a cristo se converti. Questo possedando pacificamente in le
parte de oriente e de occidente, apresso milan el mori, el corpo del
qual in quel medesmo anno portado fo a Constantinopoli; e fo Theo-
dosio dela cossa publica amplificador, de costumi e del corpo a tra-
gga ian simile, pietoso, |comun, pensando sola mente col habito si esser
differente e diviso da tuti li altri, in tute chosse honorifico, largo
spendedor de cose in ben.
Inl-anno del segnor cdxxxii Archadio e honorio impera anni tre-
'questo hanno', questo ottengono.
'Cronica deli Imperadori'. 197
dexi. In questi tera^ji donaclo veschovo de pyro fo abu meravelgioso
de vertude, al qual alcise uu gran draghon, spuando inla bocha da
quello, el qual a pena che viii para de bue el potè trar allo luogho
la che-1 fo arso, azo che se-1 fosse vegnu fredo, che lu non avesse
corrotho I-aere. Per quel medesmo tempo li corpi deli santi abakuk
e raichea propheti fon produti, e augustin fo chiaro in scientia e do-
trina. Inlo tempo de questo, priscilian e pellaglo heretisi fo. Questo
archadio fo fyo de theodosio, homo de gran vertude e de prudencia.
In lo tempo de questo, Alberigo re deli Gothi vignando in affrica,
intra in ytalia, prese roma, e a fuogo e ferro la guasta, dagando*
in prima quelli securi, li quali era in li luoghi santi, e specialmente
la le chiesie deli apostoli piero e polo fosse recevudi; e de la per
pulgia e Calavria in affrica andando, Alberigo apresso basentin de
subita morte mori; e li Gothi parlando el fiume Basentin, Alberigo
in mezo del flurae|con molte richeze sepeli, el fiume retornando al so 23"
proprio disGurrimento e andamento; e-1 re acolfo parente de alberigo
constituando re, li retorna a roma, e si alguna chossa de residuo li
fo, a muodo de locuste lo consuma. In quel tempo clarissimi luoghi
de roma per fulminerii fo roti et deruinadi, li quali no potè esser
arsi del inimisi; e chossi in tuta roma queste biasteme de quelli che
chiamava, imperzo si per Cristo sostegnir diseva, per che-l fo de-
spresiado li sacrifìcii dali dii ; ma li Gothi partandose de roma,
Galla fya de Theodosio principo, soror de archadio e de honorio, con
si la tolse, la qual oculfo la tolse per moier, la qual poi ala chossa
publica molto fo utele.
Inl-anno del segnor cdxlv Honorio con theodosio raenor, fyo del
frar, impera anni xv. In li tempi de questo, li Gotthi prese roma, li
vandali spagna e franza occupa e guasta, e rodagines re deli Gotthi
dal oste deli romani fo morto. In questo tempo Pellagio predicava
li amaistramenti del suo error, alla dannacion del qual el concilio a-
presso Cartagine de cccxiii veschovi fo congregadi. In questo tempo
Girilo veschovo de alexandria fo reputado meravelgioso. jQuesto ho- 23*
norio fyo de theodosio e frar de archadio fo; in lo tempo del qual
uno Erodian con tre railia e cinquecento nave de affrica andaado a
roma, la zente de Constanzo, el qual honorio aveva capitanio dele
soe batalgie, si lo sconfìsse in tal muodo, che solo intrando in nave
retorna a Cartagene e li fo morto. In questi di, al comraandamento
de honorio, e Constanzo favorizando, confondudi li eretixi apresso af-
Frobabilmente si doveva leggere lavando.
198 Ceruti,
frica, le paxe alle cbiesie fo renduda. In quella fya apresso ypon
fioriva el beado augustin veschovo. In questi tempi apresso betlileera
de Palestina, el beado leronimo in I-anno xci dela soa etade passa
a cristo. Per certo bonorio, de costume e dela religion al pare so
theodosio simile, la cbossa publica lassando pagada, a roma mori, e
apresso la cbiesia del beado piero apostolo in manseleo fo sepelido,
non lassando alchun berede; e doe fye de Stelicono, Maria e ber-
24» mancia, 1-una driedo I-altra al so matrimonio compagnada, 1-una el
I-altra vignando la morte subita mente per lo zudisio de dio, de que-
sta vita verzene mori; in lo tempo del qual quamvisdio che molte
batalgie se coraenzasse, arapo fo-le apaxade o ver studade con nes-
sun o ver com puocbo sangue. Questa clemencia de bonorio, zoe pie-
tade, per la qual fazando lu andava in anti a tuti; e quando algun a
olio avesse dito, per cbe elio non alcideva li soi inimisi o ver li re-
belli, el respondeva: volesse dio cbe-1 me fosse possibile li morti a
vita far retornare.
Inl-anno del segnor cdlx Theodosio segondo menor con valen-
tinian so zenero impera anni xxvii. Questo abiando tolto I-impe-
rio, incontinente elio feze Cesaro valentinian fjo de una soa amia.
La zente deli vandali, de quelli de spagna, in affrica passa, e si la
guasta, e in ogni luogo la fé catholica subvertiva de gran impietade.
Per quel medesrao tempo Nestorio veschovo de Constantinopoli se
sforzava in lo error dela soa malvasitade, centra la qual siando
congregado el capitolo ad epheso, el fo condanna la soa malvasia
dotrina. In questo tempo el dyavolo, in certa specie de moyses de-
monstrandose, don fina a tanto che-1 prometesse da redur li zudei
in terra de promission per lo mare con seco pe, ploxor de quelli elio
li anega e alcise; ma quelli che scampa, ala gracia de Cristo se con-
gni verti. In lo tempo de questo, el die de san piero [de vincula da soa
molgier fo ordenado che-I fosse vardado. Questo theodosio fyo de
archadio recevi lo imperio de oriente; el qual, morto bonorio, el
manda valentinian, fyo dela soa amigha, azo ch-elo recevesse lo im-
perio de occidente. In questi tempi, Genserigo re dali vandali, de
spagDA in affrica vignando, quasi tuta a ferro e fiamma e robandola
crudelissima mente la guasta. Soto questa tribulacion, el beado Au-
gustin in li Lxxvi anni dela etade soa e xxix coraplidi in lo vescho-
vado, mori in cristo, e theodosio a presso Constantinopoli agrevado
de infirmita mori e li fo sepelido. In quel tempo, lo re deli hynni,
atilla, don fina tanto cbe con so frar bella el regno de panonia e
dacia lo governasse, uno so chosin e consorte del so regno elio l-.il-
cise por liat.ilgia: e fornido del alturio dele fortissime z;nte, le quale
'Croaica deli Ituperadori'. 199
elio ave suiugade al so dominio, elio intendeva a destrur al roraaii
imperio, e fo con li romani, Bergognon, franscischi, quelli de saxo-
gna, e puocho raen tut-el puovolo de occidente, e assemblasse in al-
vernia; e in prima el scorafisse el re de Bergogna, lo qual venne in
contra, e alle perfin in tanto fo forte mente combatu|in bathalgia, 25"
che a pena se trova uncha mai in alghuna ystoria, che taigiadi e
morti fo de 1-una e de l-.iltra parte clxxx milia homini; e tanto san-
gue fo sparto, che uno pizulo riazulo, che li discorreva, de sangue
e fato fiume, e passa li corpi morti deli homini; e atilla, si chomo
homo vento, retorna a panonia; e fazando poi mazor oste, chon fu-
ror intra in ytalia, e in prima pjando agolia, lu occupa tute le cita;
e alle perfine^ de lio papa santissimo ensando de ytalia, in panonia
mori; e in Ja note dela morte de quello, Martian imperador, el
qual in quella fiada a Constantinopoli demorava, vete in sonno I-ar-
clio de Atilla roto, per questo intendando elio esser morto ; e Va-
lentin zener de theodosio, per quel theodosio siando mandado ciesaro
ale parte de occidente, de consentimento de tuta ytalia imperador
fo fato, e per decreto de Theodosio augusto fo appellado. vii dor-
miente fradelli, sotto decio tormentadi, don fina a tanto ch-eli decli-
nasse la crudelitade deli tormentadori , in una speloncha se messe,
e li driedo la oracion dormisse, decio sera la spelunca; e in lo tempo
de theodosio da dio desmesceadi del somno, in lo qual ccjanni li avea 25»
dormido, elli leva su e confessa la fé dela resurreccion dinanzi da
theodosio imperador. Alguni eretisi in quella fìada levadi la negava,
anchora presente lo imperador, e molti fideli de cristo li dormi in
cristo.
Inl-anno del segoor cdlxxxvii Martian e Valentin impera anni vn,
per lo coraenzamento del qual imperio el concilio de Calcidonia fo
fato, oe Eutiches con dyostero fo condannado. In I-anno etiamdio vi
del imperio de questo, Theodorigo re deli Gotti con grande oste
assalgi yspagna. Santa Genovefa clarificha a parixe. Soto questo fo
martiirizado le xi milia verzene apresso Cologna. Questo marcian im-
perador apresso Constantinopoli, fata conspiracion contra da elio per
li suoi, elo fo morto. In quella fiada etiamdio la cita Agripina e tute
le altre citade sovra lo reno, e a parixe, reme, Beluacese, Embiam,
e-1 tygro, e quasi tute le cita de franza, de questi vandali prese o
destrute fo.
Inl-anno del segnor cdxciv Lyo primo impera anni xvii. Allexan-
Qul devo mancar qualcli" parola.
200 Ceruti,
dro et egypto per lo error de dyoschoro heretigo deventando languido,
26" iraplida in lo mondo] la canina rabia, de spirito comenza abalgiare*.
Per quel medesnio tempo la parse la resia deli acefali, impugnando
el concilio de Calcedonia. In lo tempo de questo, helyseo propheta
fo translata in alexandria, e-1 corpo de san marche a venexia. Inlo
tempo de questo lyo, Augustulo apresso ytalia el regno del imperio
assalgi, ma edonater, de generacion de tutene, con li puteni vignando
in ytalia, siando preso cicerano et destruta a ferro et fuogo, hore-
ste preso in plaxenza fo degolado, e augustulo, el qual aveva im-
pensado de occupare I-imperio, e xv mese ampo la chossa publica
avesse governado, vezando che Edonater [che] tuta ytalia avesse oc-
cupada, spaventando da gran paura, per spontana volunta zetando
via la purpura, la maiesta imperiale depuose; e chosi edonater in-
trando in la cita de roma, elio ave luto lo regno de ytalia, la qual
chossa che conzo fosse per anni xiv elio 1-avesse governada, nes-
suno imbrigandolo, theodorico re deli gothi vignando deli parto
de oriente, lu intra per possidere ytalia. Per quel raedesrao tempo
san Mamerto veschovo de vienna clarifica, lo qual tre die dele ro-
26* gation inanzi 1-assension del segnor ordena da esser ze|zuna. Fiori
etiamdio in questi tempi prospero de nacion aquitanico, del beato
lyo papa notarlo; el qual, apresso lo regno de ytalia fato veschovo,
per dotrina mirabile clarifìcha, e li honorevol mente reposa. In que-
sto tempo Aymondo re deli lombardi, conzo fosse che anchora el
fosse in panonia, per accidente trova vii puti apresso una piscina,
li quali [da] una meretrice in uno parto avea parturido, e perche li
morisse, ella li avea cecadi^; e conzo fosse chosa che-1 volesse
savere che chossa el fosse, stagando sul cavallo, chola lanza che lu
portava in man elio revolse, e un deli puti I-asta del re tegni chola
man; la qual chossa vezando lo re, el se meravelgia, e pronuntiando
questo esser gran judicio che deveva vegnir, chon diligencia li fé
nudrigare; el qual poi per meravelgiosa prodeza in re eletto, chon
molta felicitade el governa li lombardi.
Inl-anno del segnor dxi Zeno impera anni xvii. Questo fé ploxor
leze, circhando de alcidere lyo fyo de Augusto, e per quello la mare
de elio presenta altra figura simele, e quello lyo cherigo occulta
27« mente fé, el qual in lo chierigado infine ali tempi de lustinivive.
Per quel medesmo tempo el corpo del beado Barnaba apostolo, e-1
' 'colmatasi nel mondo la rabbia canina (dell'eresia), incominciò ad abba-
jar© con lo spirito'.
' ?etadi (i^etadi).
'Crouica deli Imperadori'. 201
evangelio de Mathio, per lo stilo de quello scrito, quello raedesrao
revelando fo trovado. Questo zeno choli Gotti fa patto de paxe. Theo-
dorigho siando puto, da so pare, principo deli Gotti, a zen impera-
dor fo dado per ostagio; el qual theodorico, conzo fosse ch-ello a-
vesse xiii anni, lo imperador zen, guardando la utilitade dela chossa
publica, manda quelli choli gotti e chola zente soa in ytalia, la qual
Edonater tegniva occupada; e conzo fosse che thcodoricho per vol-
garia e panonia in ytalia fosse pervegnu, e poi driedo gran fadighe
non lonzi da acquilea in li ubertosi pascoli si e li suoi elo se recreasse,
Edonater con tute le sforze de ytalia li luogo assalgiando, quello
scornfito fo da Theodorico; si che Edonater chon pochi romani fu-
zando, conzo fosse che del puovolo el non fosse lassa intrar in roma,
e a ravenna se luogha; la qual theodoricho driedo lo assiedio de tri
anni la destrusse, e a roma vignando chon allegreze fo recevudo.
Poi theodoricho ogna chossa quieta mente tegnando, la fya del re de
franza si mena per molgier. In questi tempi henrigo rejde affrica, de- 27*
la rexia arriana maculado, più che trecento chiesie de veschovi sera,
o li veschovi in bando a Sardegna manda. In quel medesmo tempo
la zente dali sarraxini driedo molte e dure batalgie tuta la ysula
de Bertagna, la qual mo ven dita Engilterra, possedè. In quel tempo
san zerman de Antisiora e-1 lupo trecese a descazare la rexia pella-
giana in bertagna per lo papa fo raandado. In quel medesmo tempo
fulgencio clarifica in fede e in sciencia.
In I-anno del segnor dxxviii Anastasio impera anni xxvi. In lo
tempo de questo, Trantaraondo re deli vandali in affrica le catho-
lice chiesie sera, ccxx veschovi in bando li manda in Sardegna. Per
quel medesmo tempo, apresso Cartagine Olyrapio i veschovo arrian
la santa tiinita biastemando in li bagni, mandando I-angelo tre fa-
xelle de fuogo, visibil mente fo arso ; e barabas veschovo, el qual era
de la fé arriana, don fina tanto che centra la regula dela fé bati-
zando uno 1-avesse dito: Bateza te barrabas per lo fyo in nome del
pare e per lo spiritu santo, incontenente 1-aqua, la qual era prestada
a batizar, in nessun rauodo non aparse; lajqual chossa guardando 23*
quello che se doveva batizar, elio se parti, e seghondo la usanza de-
la fé elio recevi el batesmo. A questo hormisda papa, el qual aveva
succedudo a Symacho, zoe che lu era stado papa driedo elio, solenne
legati mandando in Constantinopoli, si lo amoni che de-la resia ar-
riana el se despartisse, el qual non solamente li legati volse' aldire,
ma etiamdio elio non li volse videre; e subitamente^ per zudisio di-
' [non] volse.
Archivio glottol. iUl., TU.
202 Ceruti,
vino, dela sagita de culo el mori; e regna chossi desventurosa mente,
si con cercondado de campagnie de diversi inimisi, zemendo spesse fiade
e plazando^; nessuna vendeta lu merita de aldire dali soi iniraisi,
imperzo che elio non serva la raxon dele chiesie, ma favorizando li
heretixi, elio persegui li càtholici.
lai-anno del segnor dliv lustin impera anni ix. Questo per ardor
dela fé oombateva, azo che lu podesse dissipare li heretixi; la qual
chossa aldando Theodorigo, re arrian de ytalia, el manda li suoi messi
a Constantinopoli a luslin iraperador, commando che si elio non resti-
tuisse le chiesie alli heretixi, elio guasterave tuta ytalia; poi Tran-
28* smondo|illirico receve lo regno dali vandali, el qual siando astreto,
per sagramento de Theodorigo, a zo che-I [elo] non conseiasse li cà-
tholici in lo so regno, in anzi che lu recevesse lo regno, li veschovi
elio li revoca de bando e revoca le chiesie. Questo lustin, imperador
cristianissimo, ordena che in zaschadun luogo [che] le chiesie deli
heretisi fosse per la catholica religìon, e che fosse consegrade; e conzo
fosse chossa che lo re theodorigo gottho, insozado dela resia arriana,
questo avesse aldu, zuan papa e li altri homini conselgieri in Con-
stantinopoli a lustin mandado, elio manaza, che si elio non restituiva
le chiesie alli arriani, elio alciderave tuti li cristiani per ytalia con
gladio; li quali honorevol mente recevudi da lustino, a li priegi del
papa e deli messi, abiando compassion dela morte de cristiani, le
chiesie deli arriani elio induxia e sovra sede; e don fina tanto che
questi messi demorasse inla via, Theodorico, stimulado de rabia e
dela iniquitade, elio alcise a gladio Boetio senador, el qual elio a-
veva mandado in prima in bando, elli altri homini càtholici. Zuan
29"" papa con quelli, cholli quali |lu era, abiando fato ben, da poi ch-eli
torna a ravenna, da quello in prexon lu li fé morir; ma driedo que-
sta crudelitade la divina justisia e seguida, che xc di driedo questa
malicia de subita morte elio fo morto , I-anima del qual un homo
santo remitta vete per zuan papa esser zetada in la bocha del vol-
chan. A questo lustino cristianissimo, manda hormisda, venerabile
papa, in Constantinopoli German veschovo de Capoa, chon molte al-
tre persone, per la revocacìon dali veschovi, li quali Anastasio per-
fido aveva descazadi; li quali messi chon gran allegreza el clemen-
tissimo imperador receve.
In quel medesmo tempo la beada Brigida verzene mori in Scotia.
Circa questo tempo, hyberigo re de franza, dali suo descazado dei
regno per caxon dela vana e luxuriosa vita, viii anni romase apresso
* pla[n]zando.
'Cronica deli Imperadori'. S03
Basin re deli toringi; el qual siando revocado in la soa segnoria,
Basina raojer del re Basia deli toringi abiando abandonada so ma-
rìdo, ella venne via chon olderigo; el qual tolgiandola per molgier,
el zenera de quella Clodoveo, el qual poi, batezado per santo remi-
gio, cristianissimo fato fo, e inlo numero deli santi fo | aggregado. 29*
In questo tempo ogni bellcza dcla cita de anthiocbia per terramoto
fo zetada in terra.
Inl-anno del segnor dlxiii lustinian primo impera anni xxxviii.
Questo imperador Agapito papa homo de dio revoca del error de
Artemio. Questo ordena leze e compii libri, zoe el codego e-1 dige-
sto. Belisario patricio meravelgiosa mento triumpha de persia, el qual
de lustinian mandado fo de zudea a affrica, e destrusse lo re deli
vandali. In questo tempo roma fo assediada dali Gotthi in circuito
de un anno, ma liberado fo da belisario patricio. Arador subdjachono
dela chiesia de roma, poeta raeravelioso, el qual compuose li acti
deli apostoli per versi, clarifica; priscian gramadego fiori. Questo
lustinian abrevia le leze deli romani. In lo tempo de questo fata fo
rnortalitade apresso Constantinopoli , per la qual caxon instituida
fo la solennità dela purifìcacion dela beada verzene maria, la qual
ven dita ypapanti domini, ypantese in lengua griega*; in la latina
lengua ven aita, incoìttr are. In li tempi de questo, [apresso monte cas- 30*
sin poi solitaria e streta vita in un convento de monesi san bene-
dito staseva. In li tempi de questo la chossa publica molto fo pro-
spera, si in oriente, chomo in occidente; e quamvisdio che-I fosse
circha li libri e le leze intento, ampoi per patricio, Belisario per nome,
el qual elio constitui alle bathalgie, prospera mente in zascadun luogo
el fé li fati; e daspo che lu ave vento persia con incredibili viteria,
el passa in affrica centra li vandali, e abiandoli venti, elo li sotopuoso
al romano imperio, e passa in ytalia centra li gotthi, li quali quella
e eciamdio roma aveva occupado; e passando per Sicilia vene a napoli;
raa imperzo che li citadini per caxon deli gotti, li quali era dentro,
elio non volse quello recevere, e puochi di combatando, quella si la
prese, el qual non sola mente smaniado in li gothi, raa eciamdio in li
citadini, crudel mente a nessun etade o sexo perdonar non volse: elio
destrusse li beni deli monestieri e deli chierisi e dele altro chiesie;
alle per fine conzo fosse che alla cita de roma approssimasse, li goti,
li quali era dentro, in lo tempo dela note siando di 'verso porte de 30*
roma averte, in ver ravena li fuzi, e li luogho siando congregadi in
batalgia de cam[io, tuli fo venti; e belisario patricio abiando abia vi-
204 Ceruti,
loria, elio retorna a lustinian a Constaniinopoli , condugando con si
preso lo re deli Gotti.
In questi tempi tanta fame fata fo per tuta ytalia, che le mare le
carne deli suoi puti manzava. In quel tempo fiori Cassiodoro a ra-
venna sanador, poi raonegUo fato, ornado in sciencia e in loquela.
Eciamdio in questo tempo, santo herculan vescliovo de perosa mori,
siando fato a elio talgiar la testa da lo re deli Gotti. Questo lusti-
nian daspo cli-3l feconstrur el meravelgioso tempio in Constantinopoli
a honor de santa sophia, zoe de cristo, li luogho in molta paxe mo-
rando fo sepelido. In lo tempo de questo, li zudei cho li sarraxini, a-
dunadi insierabre, alcise tuti li cristiani de Cesarla palestina; la qual
cossa aldando 1-imperador, manda uno, e gran vendeta de questa cbossa
feze. In questi tempi fo construtoel monestiero de san Aiauricio e da-
li suoi compagni, da Sigismondo re de bergogna, per la morte de
31» soa fyo, el qual de conselgio de soa maregna aveva morto. In|questo
tempo Clodoveo, re de franza cristianissimo, scomfisse Illarico re de-
li Gotti, arrian, apresso Tolosa. In questo tempo eciamdio in pago de
parixe santa Genovefa clarifica.
Inl-anno del segnor dcxiv lustin segondo impera anni xi. Narses
patricio, daspo ch-elo sotopuose el re deli Gotti in ytalia a lustin
augusto, inspaurido per le minace de Sophia augusta, molgier de lu-
stin, elio se muda alli lombardi e introdusse quelli in ytalia; e con-
zo fosse che la zente deli longobardi habitasse in panonia, Narses
con arbuto, che fo re de quelli, e con Rotarlo soccessor so, fati fo si
amisi, quasi com si fosse sta cosini zermani, e ordena conselgio, per
lo qual li podesse tuor lo regno de ytalia a Augustin imperador e a-
li suoi successori; la qual cosa fato fo, e asoluto fo lo regno de ytalia
dela servitudine de Constantinopoli; e da quel tempo li romani per
patricii comenza a segnorizare, e fato fo del regno de ytalia habita-
cion deli longobardi, li quali habiando scombatu e vento Millan, ti-
cino, Bressa e Bergamo, li comenza ad habitare; e driedo Rotarlo
316 regna Gisulfo e Elbe|reto, al qual herbereto succede lo re lombrando,
e a lombrando succede Grimualdo. El fyo de quel Grimuaklo impe-
rava a li sampniti. In quelli tempi quamvisJio che li longobardi fosse
batezadi, niente de meno elli coltivava le ydole, si chorao li arbori,
e eciamdio al muodo bestiai lo ydolo dela vipera; del qual error el
santo omo barbato per nome, vescliovo de bonevento, quello retrasse,
imperzo che 1-arbor, el qual elli adorava, elio lu sfesse, e lo ydolo
dela vipera de oro lu lo muda in un calixe. Poi succedi in lo regno
deli longobardi Arstolfo re, coatra lo qual vene lo re pippin de franza,
chiaraado per lo papa, si chomo fi monstrado dove che ven dito de
'Cronica deli Imperadori'. 205
pippino. In li tempi de questo Romualdo, el corpo del beado Bartho-
loraeo, apostolo de India, in prima pervenne inla ysola deli lippari,
poi in Bonivento translatado fo. In lo tempo de questo, li armenii
receve la fé cristiana. In quel medesrao tempo, li longobardi li cavelli
del cavo li tondeva, e questo dela cima del cavo infina al zuffo ra-
gnuda nudava*; li cavelli dela faza infina ala bocha li avea destexi;
le vestimento de quelli era largo e longc, e maxima mente quelli de 32"
lin, segoni do che li frixoni soleva avere; le calze de quelli era pen-
dente in fina alle cadechie, alli lazi dele correze, de qua e de la pen-
dando ligade. E lustin iraperador, el qual fo homo catholico, in ma-
zor paxe averave finidi li die suoi, se, conselgia de soa molgier, Nar-
senso patricio si elio non l-avcsse turbado; da ogni parte batalgie a
Instino imperador li vegniva fate, daspo che narses era partido da
Instino; el qual molto vegniva temudo, imperzo che Narses era homo
molto pietoso, in la religion catholico, in li puovri donador, studioso
in reparar le chiesie deli santi; alle vigilie e alle oration tanto era
intento, che più avea vitoria per prieghi che-1 faxeva a dio, che per
batalgia de arme.
Inl-anno del segnor dcxxv Tjberio impera anni vii. In lo tempo
de questo, i longobardi chon gran possanza prese ytalla, e quelli
vense li Gotthi; li quali era pagani e heretixi, fati fo cristiani. Que-
sto imperador eciamdio cristianissimo, ali povri era molto piatoso, li
thesauri del pallazo alli puovri el daxea; e conzo fosse che-I ve-
gnisse represo, che lu era dissipador deli ben del coraun, | lu respuo- 39»
se : E me confido in lo segnor, che al comun nostro non mancherà
peccunia; ma de quelle cosse che dìo ne a dade, aquistemo thesauri
in cielo. E conzo fosse chossa che-I passasse per un palazo impe-
riale, el vete in lo solare covertura^ una tavola de raarmore, in la
qual era la croxe scolpia; e conzo fosse che la tavola lu avesse fata
levare, digando indegna chossa esser che la croxe fosse calcada choli
pei, la qual in li peti e in li fronti deli homini de esser, li aparse
soto quella una altra croxe in quel muodo sculpida; e conzo fosse
che lu avesse fato levare quel altra tavola, li aparse la terza tavola
simele; e conzo fosse che l-imperador meravelgiandose quella avesse
fata levare, elio atrova infinito tlicsauro.
In I-anno del segnor dcxxxii Mauritio impera anni xx. In quel me-
desmo tempo, san Grigolo meravelgioso homo fo reputado. Elypsa-
des, zoe quella zente che chossì era chiamadi, corabatando contra li
* ragnudava, v. less.
' 'nel suolo, [quasi] ricopertura'
20G Ceruti,
romani, fo descazudi più per oro che poi' ferro, e ali ben del coraun
asai utelo; el qual veiise persia e arinenia per batalgie e per fuogo,
33" 0 menai homini in captività per lo so prefeto el primo anno del so im-
perio. In lo tempo de questo, san Grigolo Arzizagno in papa fo eletto;
e lo so consentimento lu afferma alli imperiali lettere. In quel tempo,
in Sephat, non lonzi de lerusalem, la gonella del segnor lavorada so-
til mente fo trovada, e del veschovo Grigolo de antliiochia, de Tho-
maxo veschovo da lerusalem 0 da altri in una arclia de marmore fo
logada in yerusalera. In I-anno xiii de Maurici©, el beado Grigolo man-
da in Engelterra augustin monego per far convertir quelli de saxo-
gnia, li quali de novello era iutradi in Britagna forte mente, e quelli
de Britagua, deli quali anchora li guallengi era remasi, da luyterio
papa don fina tanto ch-eli fosse fati cristiani*; alle per fin mauricio
imperador chol beado Grigolo discordava molto, in tanto che driedo
molte tractacion, le qual el faxeva al papa, e eciamdio a elio mana-
zasse dare morte, le aparse in quella fiada a roma un homo in habito
de monegho, abiando in man una spada trata, e andando per la cita
chiamando: In questo raedesmo anno Mauricio morirà chon gladio;
33* la qual cossa|I-imperador vezando, dali suoi mali se penti, e per si
e per altri lu ora a dio, azo che questa sentenza lu retraesse; e fato
queste chosse, lu aldi in sonno una voxe digando: A pena o qua o
in lo zudixio che de vegnir, a ti e perdona; e 1-imperador respuose:
Amador deli miseri, dio, qua a mi rendi mal, azo che in lo tempo,
che die vegnir, tu mi perdoni. Poi siando Mauricio moriente, con-
zo fosse chossa che lu costrenzesse li suoi chavallieri, ch-eli non
fesse rapine ne furti, ne a elli ampo elo daesse li soldi che lu era u-
sado, li cavalieri provocadi li crea, econstitui sovra de si, focha centra
raauritio ciesaro; la qual chossa abiando alduda Mauritio, a unaysula
el fuzi, e li chela molgier e doi filgioli per focha el fo morte. Que-
sto fo lo primo dela zente deli griesi, che soccedi al romano imperio.
Inlo tempo de queste, apresso damio una feraina parturi un puto
senza otchi, senza brazi, senza man ; dal umbigol in anzi lu era si chom
una coda de pesce; e in lo fiume del Nilo, apresso I-ysola de lera, se-
rene, con faza d-omo e de feraena, dal oste de rema si fo vezude,
da domane infìna a mezo di. In questo tempo clarifica zuanne ve-
34<« schovo|de alexandria, el qual, per la grandissima pietade di povri
de cristo, zuan elemosinarlo dito fo.
Inl-anno del segnor dclii Focha impera anni viii. Queste per tra-
* 'dei quali ancora erano rimasti (pagani) i Vallesi, raentr'essi (i Britoni)
erano stati fatti cristiani da papa Eleuterio (!).'
'Cronica deli Imperadori'. 207
dimenio dela cavallaria iraperador fato fo. Mauricio augusto nolìele
e molti altri ne fo morti da olio. Grevissime batalgie in centra el re
de persia el move; per li quali li romani forte mente scombatudi, plo-
xor provencie e instessa yerusalem li lassa. Questo concedi al Leado
bonifacio papa iv veschovi de roma e-1 tempio, el qual pantheon era
chiamado, a zo che-1 fosse consegrado a honor dela beada Maria
verzeno e de tuti li santi; e patricio, focha homicida non sustegnan-
do, a Eraclio in affrica lo manda, azo che so fyo Eraclio contra fo-
cha el mandasse, la qual chossa fato fo, che Eraclio con navilio ve-
gnando vense focha.
Inl-anno del segnor dclx Eraclio con Constantin so fjo impera
anni xxxi. In questi tempi, Sisebusto gloriosissimo principe deli
Gotti ploxor cita deli romani tolse, le quale era a elio rebelli, e li
zudei del regno, so soieti, ala fa de Cristo el-li converti. El terzo
anno del imperio de questo Eraclio, Cosdroe re de persia molta parte
deli ben del comun prese, e guasta yerusalem, | e arse le venerabili 34*
luoghi; el qual imprexonando gran copie de puovoli, inserabre mente
chol patriarcha zacharia, el precioso lengno dela santa croxe in
persia dusse; e in I-anno xii de Erciclio, Cosdroe re de persia fo
morto per Eraclio, e in quella fiada el puovolo dela captività fo
liberadi, chela santa croxe fo revocado. In quel tempo Macometo
propheta deli sarraxini se leva e fo grande; e azo che nessun per-
cevesse, el diseva che parlava chol I-angelo quante fìade el zazesse,
e del principado deli laroni el pervenne al regno; e eciamdio da
un raonegho, el qual avea nome Sergio apostata, el vegniva infor-
mado per inganar el puovol cristiano. Questo eraclio abiando venta
persia, con gloria retornando, elio redusse a lerusalem Zacharia pa-
triarcha e tuto-1 puovol cristiano, che era stado in prexon cativa-
do; e portando la santa croxe, la qual da Cosdroe lu avea recevuda,
ornado dela regal corona, don fina tanto che-1 volesse intra per la
porta, per la qual essi cristo portando la croxe ala passion, la
porta per divina vertu fo serada; e siando umiliado a intrare, la
porta se avri, e chossi siando portada la croxe, lu institui che la
festa! dela exaltacion de quella croxe fosse fata ogni anno. 35<»
In quel tempo fiori ysidoro veschovo de yspalo, soccessor del beado
leandro. Questo homo, molto araaistrado, [in] lo libro dele yti-
raologie elio compuose, la cronica etiamdio del tempo de leronimo
in fine ala morte soa el scrisse. In questi tempi fiori san gallo ab-
bado in allemagnia, discipulo de san colurabano. In I-anno del im-
perio de Eralio xv, li sarraxini, li quali da li in driedo soto lo
regno de persia era stadi, Eraclio quelli abiando venti, al romano
208 Ceruti,
imperio li rende. In quel tempo Machoraeto principe dali sarraxini
mori, poi Bobier principa. Epaclio, conzo fosse cossa che-1 fosse a-
stronomo, el vete in le stelle lo regno so da la zente circumcisa de-
ver esser vastado; per la qual chossa el comanda allo re de Franza
ch-el coma {sic) che tuli li zudei in lo so regno fosso batezadi, la
qual chossa fato fo. Vero e che poi dentro li romani el-li sarraxini
nassi batalgia da non perdonare, in tanto che Eraclio temandose do-
la croxe del segnor, quella de yerusalem in Constantinopoli trans-
porta-, dela qual gran parte poi, in I-anno del segnor mccxltiii, a
35* instancia|del cristianissimo lovixe re de franza a parixe fo portado.
In quel tempo santa aurea clarifica, la qual santo Eligio la messe
inlo monestiero, el qual a parixe elio avea construto apresso el pa-
lazo del re.
Inl-anno xxviii de Eraclio, li sarrasini, li quali avea revelado a
elio, abiando destruto lerusalem, elli prese anthiochia; e dendo luo-
gho Eraclio fato ydropico, mori maculado dela rexia deli mona-
cheliti^ li quali niega in cristo esser stado doe voluntade; e da pò
che la croxe del segnor el porta in yerusalem, el stete in quelle
porte, e chol patriarcha dali lacchiti disputando, da quello el fo in-
gannado: e li lacchiti e cristiani, li quali lo apostolo lachomo con-
verti alla fede, ma li sente mal dela fede, ch-eli afferma cristo nassu
dela verzene e in celo esser ascendudo, ma in nessun muodo dio
esser stado. Inlo tempo de Eraclio, lo regno de persia, el qual per
la vertu soa lu avea schosso cheli romani, in quella fiada dali sar-
raxini fo vento; e quelli de Arabia, siando descazado lo so re Ormisda,
in fin in lo presente tempo a quello possedu. Syssebusto eciamdio,
re deli Gotti in spagnia, molte citade lu occupa, le qual li roman
36" tegniva; e da quel tempo in qua, | in zaschadun luogho per lo mondo
comenza a manchare irrecuperabile mente la segnoria dali romani.
Inl-anno del segnor dcxci Constantin terzo in ytalia con yradon
so frar impara anni xxvii. Questo fyo de Eraclio fo e in Sicilia fo
morto. Soto questo, gran parte deli beni del comun fo desolada,
imperzo che fo pessimo in tute le chosse, e fé alcire Martin papa.
Anchora vignando Constantin a roma, elio depuose tuto quello, lo
quale era ad ornamento dela cita de roma, e porta chon si in Si-
cilia. In I-anno de Constantin sexto, li sarrasini occupa affrica. Que-
sto constantin vignando da polo de Constantinopoli, redusse typo^
centra la fé catholica, zoe ne una ne doe volunta over operacion in
Monoteliti.
tyto, come tosto si vede; ma il passo rimane alquanto oscuro e incerto.
'Cronica deli Imperadoii'. 209
Cristo da esser confessar; e per questo Martin papa fazando conci-
lio de ce vcschovi, si anathema e scomunega li heretisi, zoe tyto,
Sergio e polo del presente error intentor. Per questa caxon el papa
Martin de comandamento de Constantin iraperador fo preso, e alla
per fin a tersona, doe san demento era sta mandado in bandizaraento,
el mori.j
In quel tempo, santo ydocho, fyo del re de Bertagna, abiando a- 36^
bandonado el regno e-1 mondo, fato fo heremita; in pago pontino
reposa in lo segnor. Questo Constantin molti dela fede ortodoxa
a bote e bandizamenti condanna, imperzo che alla soa rexia li non
volesse obedire; per la qual cosa, don fina tanto che apresso Con-
stantinopoli quasi a tuti el fosse in oio, et in Italia navegha, vo-
landola tuor de man deli longobardi, e li reposare e demorare; e
conzo fosse che-I fosse vegnu alle per fine de Bonivento, Grimaldo,
de quella provencia dux, fortemente contrastando, I-oste de quello
el sconfisse; e imperzo vezando che li el non fesse alghun ben , lu
anda a roma, al qual venne incontra reverente mente el papa vita-
lian per vi melgiar lonzi de roma, e quello con moltitudine de puo-
volo el condusse alla beada chiesia de san piero; e conzo fosse
chossa che-I fosse stado in roma per xii di, per gran cupidità duto,
varii ornamenti da bronzo e de marmore, deli quali roma vegniva
ornada, elo li fé portare al theuro, azo che elio li transportasse a
Constantinopoli; intra le quale lu discovri le coverture de bronzo
delairaare de dio, el^ martiro, lo qual de qua indriedo vegniva dito 37"
pantheon. Adoncha siando despartido de roma, conzo fosse chossa
che-I navegasse in Sicilia, in un bagno fo morto da la soa zen te; e
driedo la soa morte, li cavalieri crea un iraperador armeno, maxen-
cio per nome; ma no molto driedo, Constantin fyo de Constantin vi-
gnando li chon navilio, elio receve la purpura imperiai; e Muxenzo,
con quel che avea morto el pare, de morte crudelissima li condanna.
Inlo tempo de questo, humaco, principe dali sarrasini, in lo luogo
doe imprima era stado el tempio deli zudei, el qual vespaxian aveva
destruto, el tempio ch-e mo in lerusalem la construsse, in lo qual
adora li sarrasini.
In questi tempi, lo exercito deli franceschi vignando de proenza,
intrando in lombardia, al qual, conzo fosse che Grimaldo choli lom-
bardi fosse andadi in contra, [e] infenzandose che se metcsse in fuga,
laxando li pavalgioni vuodi do homini , ma pieno de beni e raazor
mente de vin; e conzo fosse chossa die li franceschi, pensando che
V. Annotaz., § 39 e.
210 Ceruti,
quelli fosse fu7,idi per paura do lor, e fosse vcgnudi alli pavioni, e fosse
S'* iraplidi de ciboje iniuriadi de vin, de note, don fina tanto ch-eli dormis-
se, Griraaldo chola soa zente andando sovra quelli, quasi tuti alcise.
In I-anno del segnor dccxviii Constanlin quarto, fyo de Constantin,
impera anni xvii. In lo tempo de questo, li sarrasini asalgi Sicilia, e
con molta gran preda se parti. Inlo tempo etiandio de questo, lo
\i capitulo fo celebrado a Constantinopoli, contra Grigolo patriar-
cha, de covili vescliovi. Questo da fede fo catliolico e atemperado, e
usado de savio conseio, con quelli de arabia, li quali abitava in da-
masco, e con volgari^, elio feze firmissima paxe, e reconza le chiesie,
le qual per li heretixi era sta ruinade e rote dali tempi de Eraclio
so besavo; e ande contra li monathiliti, li quali el par e I-avo 1-avea
defesi, impinzando destruxer le soe opinion; per lo qual, lo sexto
capitolo universal el congrega a Constantinopoli, de cclxxxix vescho-
vi; el qual capitolo declara do nature e do voluntade in un segnor
yhesu cristo.
Inl-anno primo de questo, Grimaldo re deli longobardi e deli
Beneventani, conzo fosse che lu, nove die driedo la salaxadura,
38" abiando tolesto l-archo per voler ferire] una colomba, la vena del
brazo si li rompe, e sovra raetando li medisi raedigamenti venenadi,
el mori. In lo tempo de questo, la cita Tyricia per pestilenza ro-
mase senza puovolo in tal muodo, che fuzando li horaini per li colli
di monti, intra la predita citade le erbe nascesse; e morto apresso
Constantinopoli Ortodoxo augusto, so fjo lustiniano succede a esso
in lo imperio. In lo tempo etiamdio de questo Constantin, la molgier
del re de persia, la qual avea nome Cesarea, de per lia, chom po-
chi fideli, secreta mente eia venne a Constantinopoli; doe, conzo fosse
che per lo iraperador del santo fonte la fosse sta levada, e ale
perfin trovada non volere tornare al so marido, se ira prima elio non
fosse fatto cristiano, elo, chon xl milia homini vignando a Constan-
tinopoli pacifica mente, con tuti elio fo batezado. In quel tempo Bul-
degari, li quali abitava oltra li paludi de Meotida, doe che e la gran
Bolgaria, le fine deli romani guastava; li quali, imperzo che Con-
stantin imperador no li potè soperchiare, in confusion deli romani
feze pasi con quelli, pagando a quelli trabuto ogni anno. |
38* Inl-anno del segnor dccxxxv lustinian seghondo impera anni x.
Questo contradisse lapaxe contra li sarraxini x anni per mare e per
terra. Questo, savio, largo, bon, amplifica molto lo imperio roman,
li fati del qual se leze in pantheon 2, e feze molte leze, e molto ho-
Bulgari. " Nome d'una Cronaca.-
'Cronica deli Imperadori'. 211
nora li ecclesiastici beneficii; ma, circha la fin so, el sexto capitolo,
el qual so pare avea fato, el se sforza da rompere; e Sergio papa
in questo contrastando a elio, [e] la chiesia indarno elo se sforza de
turbare; e in I-anno x so, lyo patricio priva lustinian del regno, e
abiandolo privado quello del naso e dela lengua, elo lu manda in
bando a tersona^ In questo tempo fiori el venerabile Beda prievede.
Circha questo medesmo tempo san Colomban de ybernia venne in
Bergogna.
Ini anno del segnor dccxlv lyo segondo impera anni in. A questo
lyo, tyberio talgia el naso, abiandol descaza del imperio, e mandalo
a Tersona in bando e impera per quello. In quel medesmo tempo
gran scisma fo, che siando fato el capitolo de Agolia, elo non volse
recevere el quinto capitolo universal da lustin primo e da vigi|liopapa 39»
celebrado a Constantinopoli, li qual Sergio papa redusse a concordia.
Inl-anno del segnor dccxlviii Tyberio terzo impera anni vn. Inlo tem-
po de questo, Gisolfo dux de Bonivento guasta ytalia. Inlo tempo de
questo Tyberio, conzo fosse chossa che lustinian fosse messo in bando
a Tersona, digaudo al puovolo publica mente che anchora elo torave
lo imperio, el puovolo per cielo^ de augusto intendesse quello alci-
dere, el fuzi al principo deli turchi, el qual de a elio per molgier
una soa germana, e per alturio de quello e deli Bulgari elo recovra
I-imperio, e a lyon e a tyberio occupador del imperio elo li fé tal-
giare la testa. In tanto elio adovra vendeta in li soi adversarii, che
cotante fiade, quante elio forbiva una goza de reuma, descorrando
del so naso talgiado, quasi tante fiade elio alcidisse algun deli suoi
adversarii.
Inl-anno del segnor dcclv lustinian segondo impera anni vi. Que-
sto e quel medesmo, el qual de sovra era sta privado del imperio. In
chetai anno per questo dal tre cavo el veti recitado'^; e iraperzo lu-
stinian seghondo, da pò che lujave recevu I-imperio, abiando abra- 39»
zado la fede ortodoxa, elo invida Constantin papa a Constantinopoli;
e quello vignando e retornando, lu onora dela gloria apostolica di-
gnità. Per certo lustinian ordena che-1 fosse destruta Tersona, doe
lu era stado in bando; e abiando congregade tute le nave che-1 pota
avere, per lo patricio so lu alcise tuli, exceto li fantolini; e conzo
fosse che li fantolini el volesse alcidere, li homini dela proencia feze
so capitaino un bandezado, el qual aveva nome philippo, el qual vi-
gnando a Constantinopoli, elo alcise lustinian chol fyo.
Cherson. * zelo.
V. le annotaz. lessic, s.
212 Ceruti,
Inl-anno del segnor dcclxi Philippe segondo impera anno uno,
mesi VI. Questo fuzi in Sicilia per caxon del oste deli romani. Que-
sto conzo fosse che-I fosse heretico, el comanda che-1 fosse tolta via
tute le penture de le chiesie; per la qual chossa li romani non volse
recevere la ymagene del nome so.
Inl-anno del segnor dcclxii Anastaxio segondo impera anni in.
Questo abiando preso philippo, elo li fé trar li otchi. Questo in tute
chosse rio fo; I-oste de questo alesse Theodoxio per 1-imperador, el
qual abiando vento Anastaxio, ordcna quello in prievede.|
40" Inl-anno del segnor dcclxv Theodoxio ni impera anno uno. Que-
sto benigno fo; in humele cuor el tene I-imperio; el qual Ijo i)oten-
tissimo el depuose del imperio; el qual poi fato chierigo, el residio
de la vita el dusse in paxe.
Inl-anno del segnor dcclxvi Lyo ni chon Constantin so fyo ira-
pera anni xxv. In lo tempo de questo, li sarraxini vene a Constanti-
nopoli, e ni anni assedia la cita, e dende luogo tolse molti beni. In
I-anno iv de Ijo, Luprando, re deli longobardi, aldando che li sar-
raxini, li quali avea disfato Sardegna de puovolo, guastava quelli
luogi, in li quali le osse del beado Angustino era, le quale per la
guastacion deli sarraxini da ypona infìna li era ])ortade, elo si manda
legati, li quali abiando dado molto oro, quelle pretiose reliquie chon
si porta infina a zenoa, doe lo re prefato personal mente vignando in-
contra, chon grande allegreza e devocion quelle reliquie portando a
pavia, li in la chiesia del beato piero apostolo, la qual lu avea con-
struta, honorevol mente le sepeli. In lo tempo de questo lyo, Raboto,
40* dux deli frixon, dutto alla predicacion da ulfran arziveschovo| de
zenoa, azo ch-el fosse batezado, conzo fosse chossa che lu avesse
messo un pe in la fonte. I-altro elio retrasse, domandando doe più
fosse deli suoi mazore, in I-inferno o in paradiso; e oldando che in
I-inferno en fosse più, el pe, che lu avea dentro, elio lo retrasse
eciamdio e disse: Li doe li più lieve chosa* che io segua li più, cha
li men; e chossi beffado del dyavolo, conzo fosse che molti beni elo
1-imprometesse in ploxor anni, el terzo di subita mente el fo morto.
Questo lyo imperador, seduto da uno che aveva abandonada la fé,
contra le ymagine de dio e deli santi indusse batalgia, e commanda
in zaschadun luogo esser deponude e arse. Per lo errore, Grigolo
papa in li scriti molto quello represe, ma invano; e queli de Con-
stantinopoli, perche 1-avea deponudo le ymagine, contra quello fa re-
more algun: eciandio per queste chosse fo raarturizadi, e morto que-
sto lyo in questa malicia, succede so fyo Constantin.
'U dove (sono) i più; (più) lieve cosa ecc.'
'Crònica deli Imperadori'. 213
In lo tempo de questo a Constantinopoli eco milia homini per pe-
stilencia peri. Circha quel medesrao tempo, un de syria falso veschovo
aparse, e molti deli zudei sedasse. In quel tempo, la zente dali sar-
raxini per lo mare augusto passando, | tuta spagna prese e occupa: 41"
e conzo fosse che, driedo x anni, li avesse volgiudo occupare Aqui-
taiiia, diario martello con quelli fazando batalgia, più de ccc milia
de quelli elo alcise, perdando deli suoi solamente sin.
Inl-anno del segnor dccxci Constantin v, fjo de lyo, impera anni xxxv.
Questo, successor dele impietae malicie del pare, e persecutor dele lezo
dadedal pare in ogni tempo dela vita soa, ali malificii e operacion deli
magi servando alle luxurie, e molti chierisi e monesi e layci per quello
in la fede fo periguladi; e elio etiamdio aveva chi li consentiva in
tute chosse, Anastaxio, de falso nome patriarcha de Constantinopoli.
In I-anno ottavo de questo imperador, Rachis, re deli longobardi,
don fina tanto che, siando roto el pato, elio se sforzasse per assalgire
e irabrigar li romani, de Zacharia papa non solamente del male el
fo fato cessar, ma etiamdio, per lo instinto de quel papa, chela mol-
gier e li fvlgioli vignando a roma, fo fato monegho; al qual arstolfo
so frar succedi inlo regno. E in i-anno de quello xi, Arstolfo re deli
longobardi rescosse trabuto deli romani, e-1 papa stephano se sforza
de domandare l-al|turio de pipin. In I-anno de Constantin xii, siando 41*
vegnu pipin in lombardia, I-oste de arstolfo fo vento dali france-
schi. Anchora Constantin, siando convocado el capitolo a Constanti-
nopoli, comandando che-1 fosse deponude le ymagine, grevissima
mente scandaliza la chiesia de Dio; che tute le j^magine, si cristo
chomo I-altri santi representando, el comanda che le fosse deponu-
de. E insozado dele tentacion deli demonii e deli sacrificii sacrile-
gi!, e eciamdio deli malicie deli menisi, chossi la chiesia de Dio per-
segui, che eciamdio la malicia e la crudelitade de dyoclician, de qua
in driedo persecudor dela chiesia, el parea passare. Quel medesrao
Constantin quinto, chon so fyo lyon e con pipin re de franza e pa-
tricio deli romani e con so filgioli e Carlo magno, impera anni xvi ;
e imperzo che chi a luogo caze la ystoria de pipin, e sia sapiu chi
sia stado questo pipin, la generacion per ordene nu desgraeremo.
Siando morto el primo pipin, principe dali franceschi, fato fo prin-
cipe so fyo de una soa concubina, zoe soa feraina, Carlo dito mar-
tello. Questo fo homo de molte gran batlialgie: elio suiuga quelli de
saxogna per arme, el vense lamfredo dux de^li alleraani, e allema- 42-'
gnia lu feze a si respoudere. Elio eciamdio vense li svevi e li Bar-
bari e Eudon dux de Equitania, e chossi alle per fine Equitania e
Borgogna suiuga e sotoraesse a si; e conzo fosse chossa che a elio
214 Ceruti,
fosse conirastado per molte batalgie, elio spolgia e roba molte chie-
sie, dagando le decerne ali cavalieri. Per la qual chossa sant Anchiero
veschovo de aurelia poi 1-aneraa de quello vete in I-inferno.
In quel tempo ylderigo regna in franza tuto debile e remesso, e
niente lu avea inlo regno, se no el nome. Karlo martello vitoriosis-
simo poi mori, e in santo dyonisio fo sepelido; ma driedo algun tem-
po, in la sepultura soa niente al pestuto del so corpo fo trovado, se
no un gran serpente. De questo principado heredi fati fo Karlo ma-
gno, Pipino, el qual a Karlo magno si chomo a primogenito succedi,
et vene in Turingia e austria, e a Pipin menore Borgogna e proen-
za; ma Karlo magno, in I-anno v del principado so, per caxon de
devocion ande a roma a visitare la chiesia deli apostoli, li luogo
denanzi da Zacaria papa renontiando el mondo, da quel papa fo ton-
dudo in chierigo e fato fo monego ; lu ande in lo monte da Syrapti,
42* e fato li un luo|go a honor de san Silvestro e un altro monestiero de
sant andrea, non lonzi da quel medesmo monte, siando quelli ben
doladi, li religiosa mente conversado; e conzo fosse chossa che molti
deli franceschi et deli tedeschi, che vegniva a roma, quello inquie-
tasse, el passa a monte cassin, e li, driedo laldcvol vita, lu repossa
in cristo.
In quel tempo clarifico san Bonifacio magonthin arziveschovo in
la ysola Boethana, e-1 monestiero ultese fonda in le parte de Ger-
mania, el qual era più chiaro de tuti I-altri monestieri. L-abbado
de quel monestiero de gran honor vene reputado in la corte del im-
perador; e pipin, siando so frar Karlo monego, solo governa el prin-
cipado deli franceschi: e mazor segnor vegniva dito, e manda a za-
caria papa chi mazor mente dovesse esser re: o quello el qual e dado
al ocio, o quello el qual ogni peso del regno sustegniva. Al qual con-
zo fosse che-1 papa avesse respuoso che quello, che mazor mente, el
qual più utel mente governasse el regno, li franceschi incontenente,
siando incluso lo re ylderigo e soa molgier in un monestiero, consti-
43<» tui so re pipin, el qual san Bonifacio arziveschovo magontini per com-
mandamento del papa lo onse per re; dende luogo Zacharia papa
fo eleto e consegrado. In lo tempo de questo, Arstolfo re deli lon-
gobardi, per certi pessimi romani induto, occupa toschana e la valle
de spoliti, in fine a roma pervenne, le chiesie, doe li corpi santi re-
possava, el-li altri luoghi santi a fuogho e a ferro guastando, del cavo
de zaschadun demandando censo; el papa Stephano, vezando le affli-
ction deli homini e dele chiesie, personal mente ande in franza a pi-
pin, azo ch-el reprimesse e descazasse Arstolfo re; el qual con si in
ytalia e in fina a roma elio 1-avea conduto. In quella fiada pipin fo
'Cronica deli Imperadori'. 215
eleto in patricio deli romani, e abiando elio con forte mane corapre-
mudo Arstolfo re deli longobardi, e siando restituide le forze de san
piero, pipin retorna in franza; e morto Arstolfo, desiderio re deli
longobardi fo fato.
In quel tempo, el corpo de san Vide martere per 1-abbado de san
dyonisio, el qual avea nome folchardo, de Roma fo portado in fran-
za; e fiinda la batalgia* de Aquitania, in alverna e in guascogna;
e mori pipin e a san dyonisio fo sepelido, e Carlo Magno so fjo in
re fo substituido. In questi tempi l-iraperador de Constantiiiopoli,|per 43*
solo nome sola mente imperava, [e] imperzo che in oriente e in oc-
cidente, de mezo-di, quasi tuto lo principe dali sarrasini avea oc-
cupado; per la qual chossa la chiesia deli fìdeli molta persecucion
sostenne, ira per quello ch-eli biasteraava Machometo, e li sarraxini
alcise ploxor dali cristiani.
Inl-anno del segnor dcccxxvi Lyo quarto impera anni v per si.
Questo, conzo fosse che lu ardesse in cupiditade, el desiderava la co-
rona de una chiesia, la qual aveva carbonculi; e conzo fosse cossa
che lu la portasse in cavo, siando lu presa la fevra, el mori.
Inl-anno del segnor dcccxxxi Constantin vi, fyo de lyo, con
yrenza mare soa impera anni x; ma perche elo priva la mare del
imperio, eia, stimulada de rancor femenile, tragando li otchi al fyo,
impera anni iii, e Constantin innanzi che-I fosse cecado da soa mare,
impera anni v. In lo primo anno de questo Constantin, in una se-
pultura, zazando li un morto, trovado fo chon questa scritura: Cri-
sto nascerà da una verzene e crezoinello. Soto Constantin e yrenza
imperadori, o sol, anchora tu me vedera. In lo anno vni del im-
perio de questi, fato e lo capitolo [a Nicena de cccl padri veschovi, 44»
in lo qual affermado fo el spirito santo dal pare e del fyo procedere.
In li tempi de questa, el sol se obscura, per xvii di non aparse, si
che molti diseva che questo era per la ciegazon del pietoso iraperador
[questo e] adevegnu; e yrenza, a zo clie più segura mente la regnasse,
li otchi deli fj^oli de constantin so fyo la fé trar, a zo che nessuna
chosa de mal in ver da eia, per caxon dela azeguxon del pare, la
qual la morte aveva seguida, eli non ymaglnasse.
Inl-anno del segnor dcccxli Nicheforo impera in Constantinopoli
anni ix, in li qual tempi lo imperio orientai quasi a niente era ve-
gnudo.
Inl-anno del segnor pcccl Michel impera anni 11. Homo era or-
todoxo, 0 amabile a tuti fo; ci qual consola tuti quelli, li (filali 1-a-
' Deve dire: 'e furono (/t<n, v. Aiinot., § 47) dato le battaglie, ecc."
216 Ceruti,
varicia de Nicheforo aveva offesso, quelli fazando richi; e eciamdio
tati quelli, li quali contrariava ala fé orthodoxa, elo se sforzava de
farli morir.
Inl-anno del sognor dccclii Carlo primo magno impcrador tolse
lo imperio deli romani, e impara anni xiv, mese uno, di iv. Questo
siando re de franza in anti ch-el fosse iraperador, per li priegi de
44* Arian papa|el fo cliiamado, e assedia li longobardi in pavia, doe
che-1 prese desiderio re e soa raolgier, li quali calivi el condusse in
franza; el qual vignando a roma, conferma tute quelle chosse, le
quale so pare pipin avea dado al beado piero apostolo; azonzando a
elio el ducato de spoliti e de Bonivento, e per priegi dali romani
fato fo imperador. Inlo tempo de questo, lì conti paladini Rollando
e tuti li altri vense li sarrasini in spagna; ma per tradimento do
Gaino el conte, morti fo. Questo abiando venti quelli de saxogna e
altri zermani e quasi tute le region de occidente, a Colognia de qua
del reno doi ponti construsse. Questo portando la barba alla longeza
del pe, de cibo e de bevanda el fo molto atemperado; elo faxeva
suoi fìlgioli chavalcare chosi tosto chomo la età la sostegniva, e al
arme intendere, e le fje faxea usare ala lana o ver chola rocha e
chol fuso, azo ch-ele non fosse pigre per star ociose. El regno deli
franceschi, el qual driedo so pare pipin l-avea recevudo a rezere,
molto 1-amplia e acresce; cristo sempre lu adora e honora con somma
pietade. Vignando elio a roma, a un melo da lonzi el dismonta da
45'' cavallo, e andando a pe per roma humel, el baxava le porte dele
chiesie; e etiamdio in quella fìada in roma alli monestierii e alle
chiesie molti doni lu fé. Questo sentando la terra santa occupa dali
sarrasini, abiando recevudo li legati del patriarclia de lerusalera e
de Constantin iraperador de Constantinopoli, abiando compassion a
quella terra santa, con grande oste venne li luogo, e abiando reco-
vra la terra santa, conzo fosse cliossa che-I retornasse per constan-
tinopoli, abiando portado oro, arzente e gemme preciose Constantin
imperador per presentare a elio, el non le volse recever, e sole le re-
liquie de cristo e deli santi ci domanda; e fazando in prima zezunio
e oracion, el receve parte dela corona del segnor, la qual in quella
fìada vezando elio, la flori, e receve un agudo dela passion del se-
gnor, parte dela croxe del segnor, el sudario del seguor, la camisa
dela beada Maria, el brazo de san symeon, le qual chose tute acom-
pagnandole molti miraculi, el porta con sì, e in aquisgrani in la chie-
sia de santa maria, la qual elio avea construta, elo le repose e Ioga.
Al numero etiamdio deli alimenti, zoo dele letere in I-alfabeto, el
45* fonda mones tieri, e in cadun per ordcno una letera fabricada d-oro,
^Cronica deli Imperadori'. 817
vaiando più che e libre de tornisi, elo laglia, azo che per ordene
dele letere el tempo dela fondacion de zascadun monestiero se cogno-
scesse, le qual letere anchora in ploxor monestieri se trova. Questo
eciamdio iv arzivescovadi, zoe quello de trevere, quello de Cologna e
magontia e quello de Salsburgene, de richeze e de honore li amplia.
Karlo de bone operacion mori, siando so fyo lovix.e primogenito co-
ronado, e in aquis grani in la chiesia de santa maria, la qual lu avea
construta, honorevol mente fo sepelido; e in anzi che-I morisse, abiando
chiamado li prelati dele chiesie, li quali el puote aver, tuti li thesauri
a quelli lo dona, azo ch-eli fosse distribuidi per le chiesie,
Inl-anno del segnor dccclxyi Lovixe chon lothario so fyo impera
anni xxv. Questo fjo de Karlo magno ave do fradelli, I-uno che ave
terra todescha, e I-altro el qual receve spagna; e intrambi li soper-
chia, li quali in 1-ultirao mal fine ave. Questo lovixe tre fylgioli avea,
zoe lothario, pipia e lovixe; el primo, zoe lothario, elo el fé ciesaro,
el qual etiamdio el| cernesse ytalia a rezere; el segondo, zoe pipin, 46*
elo lo fé re de aquitania; el terzo, zoe lovixe, re e principe fé deli
bavari e deli zermani. In questo tempo, li legati de Micliel impe-
rador de Constantinopoli porta al iraperador lovixe, intra le altre
chosse, doni, zoe li libri de san dyonisio, li quali chon gran allegreza
fo recevudi. In quel tempo fiori Rabano monego, abbado de Valde,
gran poeta, preclaro in sciencia, zoe in theologia. In questi di evoldo
re deli danni a Magonza fo batezadi. In questo tempo etiamdio lo-
vixe re doli zermani fé batezare xiv duxi de Boemia chon li suoi
sequaci, e in la fé cristiana li fé amaistrare. Lovixe imperador chon
Pipin re de aquitania asali Britania, e quella guasta a ferro e a
fuogo; ma poi, centra lovixe imperador, da suoi filgioli e deli mazori
nassi grandissimo movimento; ma lo imperador bandcza ploxor deli
grandi, e per questo li grandi e li fylgioli de quelli più centra de si
io provocha.
Driede queste chosse, per raalicia d-alguni fato fo, che eciamdio
de consentimento del papa e eciamdio deli veschovi, e per zudisio
deli zeutili, el pietoso imperador depuose la dignità del imperio. El
puovolo zajera partido del pare, apozandose ali filgioli; e chossi el 45»
pietoso imperador, dali suoi inganado e redulo in possanza deli
filgioli, depose I-arme e fo reserado in prexon; ma disponando Dio,
in quel raedesmo anno el puovolo siando pentido del defetto del im-
perador, restituì quello al primiero honore, e li filgioli domanda per-
donanza per quello ch-eli aveva commesso. In quel medesmo tempo,
le osse del beado Vido martore da parixe fo translatado in Gorbia
de Saxognia, monestiero molto solenne; onde elli atestiraoniando que-
Archivio clottol. ital., IH. '
218 Ceruti,
ste chosse esser adevegnude in presagio, che da quel tempo in qua
la gloria deli francesclu quanto al impicrio fo translatada in quelli
de saxognia.
In quel tempo li norraani, li quali era una chossa medesraa che no-
verni, grieve mente infestava franza; e lovixe iraperador, da poi che lu
aveva confirmado tute (quelle chosse, le quale Constantin avea dada
alla chiesia de roma, vignando a elio lothario so filgio, a elio el fo
reconciliado, e lagando a elio la corona del imperio, e passa de que-
sta vita. In questo tempo, in lo territorio tolese una fantulina de xii
47" anni, da pò chel I-ave recevudo la sanjta comunion del prievede in
Io di de pasqua, per se mese pane e aqua dezunando, e dende luogo
in anzi da ogni cibo e bevanda per tri anni se retenne. Eciamdlo in
lo tempo de questo, in franza el* solsticio de istade siando nassuda
gran terapestade con tempesta, gran rompamento de glaza chazi; la
largeza fo de vi pie -e la longeza de xv, e 1-alteza fo de ii. E strabo
discipulo de rabano clarifìca, el qual scrisse lo libro del officio dela
chiesia a lovixe imperador.
Inl-anno del segnor dcccxci Lothario primo impera anni x. Inlo
tempo de questo, li sarrasini destrusse le chiesie deli apostoli piero
e polo, infine inle fondamenti, con tute le confine deli romani; li
quali poi in affrica retornando, onde li era vegnudi, in I-alto pellago
se anega. Questo siando el più vetgio fyo de lovixe, solo usurpa
I-imperio; e de questo siando grami I-altri dei fradelli suoi, contra
elio li apresta bathalgia; e assunandose inlo pago de altesiodora,
tanta mortalitade fata fo da intrambe parte in la zente deli france-
sclu, la qual per nessun tempo denanzi fata fo in la zente deli fran-
476 ceschi; e conzo fosse cessa che le forze de quelli tante fos,se asse-
tyade, che alli aversarii suoi li no poesse contrastare, elli fé paso
intro si, partando li regni dentro de si, e romagnando ampo 1-irape-
rio a lothario. In quella fia insi la fama in affrica e in spagna dela
pugna de questi tre frar per lo imperio, e imperzo li sarraxini e le
altre diverse zente contendeva in que muodo li assaysse lo regno. Inlo
tempo, Normani intrando in franza del mare per ligero, quasi tuta
la guasta a ferro e a fuogho; e eciamdio quelli de saxogna da I-altra
parte metandose contra 1-iraperio, franza guasta a ferro e fuogho.
Anchora lothario con lovixe so fyo impera anni v; e lothario el xv
anno del so imperio abiando partido el regno dentro suoi filgioli, elo
renuncia el mondo, e pò fé penitencia in un monestiero, abiando elio
recevudo I-abito de monego; e non molto driedo el passa de questa
'nel', V. Amiot. § 39 e.
^Cronica deli Imperadorì'. 210
vita, del anema del qual gran question fo dentro li angeli e li derao-
nii, si che vezando e siando tuti li presente, el corpo parea vegnir
trato; ma orando li monesi, li deraonii se parti.
Inl-anno ix de lothario, santa eiena, maro de Constantino, sepelida
a roma in la chiesia de santo] Marcellino e de san piero, fo portado in 48»
franza, e in la dyocesi de zerae, inlo raonestiero de altovillari, chon
gran veneracion ven coltivada.
Inl-anno del segnor cmi Lovixe segondo impera anni xxi. Questo
ave bathalgia clioli romani. Questo fo fyo de lothario; e da Sergio
papa coronado in re, sede anni xxi, e senza so pare regna. Inlo tempo
etiaradio de questo, li corpi santi, zoe de urban papa e Tyburcio, ven
dito che fosse translatadi ad altisiodoro, e in la cliiesia de san ger-
raan deponudi. Li Normani de Equitania, per quel raedesmo tempo
revignando, guasta Andegavis, Turon e pytania; ali quali arnolfo
duxe de Aquitania vignando in centra, fo morto, e tuti li altri deli
normani si chomo li piegore dali luvi li fo consumadi. Eciamdio inlo
tempo de questo la zente deli danni guasta Engelterra, elio re
molto piatoso e cristianissimo de quella provencia li condanna de ca-
pital sentenza. In quel tempo in bressa de ytalia, si chora ven dito,
tre di e tre notte sangue de cielo piove. Ktìrlo, fyo menore de questo
lovixe, in presencia del pare e deli barroni fo ingom; brado del de- 43*
monio; e in quella inorabracion el confessa, questo esser da elio de-
vegnudo, imperzo che lu avea tratado conspiraxon centra so paro
lovixi ; mori in Italia, e Karlo so barba in imperador fo lovado. In
lo tempo de lovixe, la desmestega cura afflisse Karlo re de franza in
li filgioli; che, don fina tanto ch-el fosse provesto* al ordene del dya-
chonado, el pare el prese e si lo aciegha, per quello che, ad aposta-
sia convertido, in ogna generacion de nosere, perturbando lo regno,
un altro zuUan lo era fato; e in verità I-altro deli filgioli, zoe
Karlo, don fina tanto che-I volesse provar la soa forteza con alguno,
incauta mente fo morto. Inlo tempo de questo, zan scotto molto amai-
strado in scriture venne in franza, e per prieghi de lovixi la yerar-
chia de dyonisio lu translata de griego in latin; el qual poi per li
discipuli soi, li quali elio amaistrava, con stilli forado el mori.
Inl-anno del segnor cmxxii Karlo segondo impera anni iii, mesi
rs. Inlo tempo de questo, li sarrasini perde Sicilia. Questo Carlo
dito Calvo ande a roma de Zuanne papa, e li romani, per presenti
tragando a si, imperador fo fato; ma incontinente batalgia|contra 49«
da elio fo aprestada da lovixe so frar, imperzo che senza el so con-
' Sarà da leggere proinovesto, v. Annot , § 50.
S20 Ceruti,
selgio 1-avea usurpado I-imperio. Questo Karlo si in franza chomo in
ytalia construsse e fé far monestieri de diverse religion e chiesie de
gran possession, e quelle ch-era destrute, si le repara. In lo so tempo
el contado de fiandra ave discordia, e fiandra non era do tanto no-
me ne de richeze, si chomo 1-a mo, ma dali frostieri, zoe del re de
franza la vegniva reta; e conzo fosse chossa chel-lo iraperador de
franza in ytalia andasse, per uno zudi[s]io^ el qual avea nome seda-
ehia, el fo abeverado, e inle alpe lu fini el dredan di. Questo in
compendio 2 fonda el monastiero de san Cornelio. Questa forteza 1-a-
vea impensa da fare a similitudene de ConstanLinopoli, e del nome
so za lu avea appellado Kariopolo.
Inl-anno del segnor cmxxv Karlo terzo, el qual ven dito grosso o
ver più zovene, impera anni xii. Inlo tempo de questo gran fame
fo quasi per tuta ytalia. Questo possedando pacifica mente franza e
Germania, inl-anno segondo del so imperio del papa zuan fo coro-
nado. In questi di più che v milia deli normani abiando alturio
49* da|...s franza e la thoringia guastando a fuogo e ferro, molte cita
consuma, si chomo fo Cologna, Leodio, el tygro, Ambiani e treveri
e ploxor altre citade-, e conzo fosse cessa che li germani e france-
schi vedesse chossi dali normani e dali pagani esser oppremudi,
elli domanda 1-alturio de Carlo imperador; e don fina tanto ch-eli
fosse vegnudi contra li normani con potente man, lo re deli nor-
mani, abiando fato paxe per matrimonio, batizado fo e per lo impe-
rador dela santa fonte fo recevudo; e alle perfine, conzo fosse ch-el
non podesse quelli descazare de franza, el concedi a quelli la region,
la qual era oltre secana'^, la qual parte in fina anchoi ven dita Nor-
mania dali Normani. El primo duxe deli normani fo Roberto, e
jnzenera Gigelin, e gigelin inzenera richardo, e richardo lo segondo
richardo e roberto de Guichardo. Questo vense pulgia, e roberto de
Guichardo Calavria e Sicilia, e soperchia veneciani, e Allessio impe-
rador deli griexi; el qual roberto zenera Gigelin noto; e cario im-
perador, manchando del corpo e del spirito, dali baron del regno
50" vegniva despresiado e refudado. Questo etiamdio pizol tempo abian|do
amado soa molgier per quello che più del justo familiarmente elo
1-avesse amada, e conzo fosse che al veachovo da Vercelli lu avesse
* V. Annotaz, § 3, -co.
* Oggi Corapiègne, che anche fu detta Carlopolis.
^ Manca in questo luogo parte d' una parola, non rimanendone che 1' ul-
tima sillaba -ni. Sicuramente diceva: Dani.
* Oltre la Senna.
'Cronica deli Imperadori'. 221-
protestado si unchatnai non averla cognoscuda, e quella siando lai-
dada* si esser verzcne, abiando tolto combiado elia^ licentia, intra
in monestiero.
In questi di la zente deli ungari siando insidi de assjria, venta
da li pincernati, in panonia in prima venne, e siando descazadi de
la li avari, li infina anchoi romase. Questa zente, in quel tempo fo
dito ch-ela fosse in tanto desordenada da viver, che carne cruda li
manzasse, e usasse da bevere el sangue de homo, si chorao e fal-
langi, li qual sta oltra e li reteni monti.
Inl-anno del segnor cmxxxvii Arnolfo impera anni xn. Questo com-
bati e scomfisse li normani, li quali abiando guastada franza, la tho-
riagia e dardania circha leodio e cìrcha magonza guastava con in-
credibile plaga; e in quella fiada comenza a cessare el zovo deli
normani e deli dani, li quali xl anni franza avea guastada; e den-
do luogo 1-imperador Arnolfo fato fo infermo de longa infirmita, per
nessuna arte de medesina se podea aidare, che-1 non fosse consu-
mado dali|pediculi; e Arnolfo soccede so fjlgio lovixe, ma ala co- 50»
rona del imperio el non pervenne, onde el fo fin del imperio, quanto
ala posteritade de Karlo; e questo fo per li suoa colpe e peccadi,
imperzo che le chiesie, le quale i suo pare aveva construte e fate,
elli no li mantegniva, ma se li dissipava.
Inl-anno del segnor cmxlix Lovixe terzo impera anni vi. Inlo
tempo de questo, li ytaliani comenza a imperare; tolto via I-imperio
deli franceschi, el fo transportado dali taliani, segondo la sentenza
dali romani, imperzo che la zente de franza non aidava roma cen-
tra li lombardi revelando, fazando a quelli molte inzurie^; per la
qual caxon, in lo tempo de quello lovixe el comenza a partirse I-im-
perio, imperzo che alguni, segondo che de soto sera manifesto, sola
mente in ytalia, e alghuni sola mente per allemagnia imperava, in
fina a Otton primo, el qual comenza intrambi luogi a imperare. Que-
sto lovixe infuga Berengero, el qual in quella fia regnava per yta-
lia; e conzo fosse che per elio el regnasse, a verona el fo preso e
acechado, e Berengiero al imperio fo restituido.
Inl-anno del segnor cmlv Berengiero primo impera anni|iv. Que- 51»
sto molto savio in arme, ave bataia choli romani. In questo tempo,
da Ulgelrao, primo principe de Bergogna, el monestiero de Colognia
fo fondado.
V. Annotaz., § 88.
V. Annotaz., § 39 e.
V. Annotaz,, § 85.
Sif2 Ceruti,
Inl-anno del segnor cmlxiv Corado Almuno iiopera anni tu; ampo
intra li imperadori elio non ven numerado, imperzo che lu non im-
pera in ytalia, e imperzo elio non I-avo la benedicion imperiale. Inlo
tempo de questo, li sarraxini guasta pulgya, Calavria e quasi tuta
ytalia. Inl-anno vii Corado re morando, denanzi dali principi del regno
desegna re henrigo, fyo de otto, duxe de saxognia.
Inl-anno del segnor cmlxvi Berengìero ii impera anni viii in ytalia.
Inl-anno del segnor cmlxxiv Henrigo re impera anni xvm, e que-
sto per allemagnia, ne questo intra li imperadori fo computado, im-
perzo che lu non regna in ytalia, e no fo per lo papa incoronado.
In lo tempo de questo, Syrenco dux deli Boemi se converti alla
fede: el qual, quamvisdio che-I fosse nuovo in la fede, sovra tuli li
altri ampo justa mente e religiosa mente el segnoreza; driedo el qual
5P venzeslao so fyo per justixia,|santitade e religione preclaro fosse ^,
so frar Bolerlao, abiando invidia , ali soi piatosi e santi ati inigha
mente aversa; e poi, el primo anno, Otton da quello el fo morto,
usurpando el principado; in vendeta del qual, otto imperador assay
Burlao Bolerlao per batalgia, e per xiv anni combatando con quello,
con grande mina deli suoi, [e] soperchia quello, guastando tuta Boe-
mia. El predito santo venzeslao, quamvisdio che-I fosse principo e
segnor, de tanta humilita e devocion el fo, che chomo un servo se-
gretamente de note ala soa selva lu andava, e portando le legno cheli
proprie humeri, in anzi le porte dele vedoe e deli povri secretamente
deponeva, e eciamdio lu recolgeva le spigo de note del campo so, e
segretamente dela verga baiando, e chela man propria le ostie fa-
zando, per le chiesie e distribuiva. Questo, driedo ccc anni dela passion
soa, alo re dali dadi henrico, dormando, per vision aparse; e revela
a lui, che doveva morire dela soa generacion de morte; comandando
a elio, che in honor de si, el qual venzislao vegniva dito, el con-
strusse^ un monesliero; el qual re, levando dal sonno, meravelgiandose
52" dela vision, |comenza de santo venzeslao, del qual elio non avea mai
aldu parlar, dali veschovi e dali altri inquirire chi lu fosse; e siando
certilìcado che-I fosse stado principo de Boemia e da so frar morto,
el coraenza, a honor del nome de quello, in ravalia del ordene de
Cestella un monesliero de gran possession construre; ma in anzi che
lu lo compisse, procurando so frar ahel de compirlo, e^ complido
quello, segondo che-I santo avea revelado, el mori.
* Manca la congiunzione dalla quale dipende questo imperf. cong.
' Doveva leggere: construisse,
' Giova forse eliminare quest'e.
'Cronica deli Imperadori'. 223
Ini anno del segnor cmxcii Berengaro in impera anni vm. Inlo
tempo de questo, gran scisma fo in ytalia.
Inl-anno del segnor m Lotliario ii impera anni ii. Inlo tempo de
questo, fato fo el sol chomo sangue, onde, driedo puochi di, raorta-
litade de homini grandissima seguida fo.
Inl-anno del segnor m Henrico re, e so fyo Otto primo, in re fo
coronado.
Inl-anno del segnor mii Berengaro iv, con Alberto so fjo, impera
in ytalia anni xi; el qual Berengaro con tropo gran crudelitade pre-
meva ytalia e tegniva incarcerada Dalinda*, che fo molgier de lo-
thario imperador; ma Otto re de allemagna, intrando in ytalia pò- 52*
tante mente, deschaza Berengario e libera la rayna, e quella tolgiando
per mojer, la festa dela natività del segnor a pavia el celebra; ma
poi revudo^ in gratia Berengaro de otto, lu li rendi lombardia, ex-
cepto la marcha trivisina e veronese e Agolia; ma puoi in pizol
tempo, da la apostolica sedia e da lombardia venne legati a otto,
lamentandosse da Berengaro tyranno; e Otto, chiamado per la corona
del imperio, andando a roma, conzo fosse che-I fosse vegnudo in
lombardia, lu imprexona Berengario, e in Bavaria mandado in ban-
dizaraento, vignando a roma del papa e dali romani solenne mente
fo recevudo a incoronarse. Circa questo tempo, fo in Guascogna una
femina dal ambigui in su divisa, abiando doi petti e doi cavi, uno
raanzando, e I-altro alcuna fia non manzava, e vive molto tempo, e
intrambi si mori.
Inl-anno del segnor mxiii Otto primo impera anni xii. Questo fo
el primo imperador deli tedeschi, e tolto l-impcrio dali taliani, soli
li tedeschi impera in fine al presente tempo. Questo, conzo fosse
chossa che-I fosse possente in Saxongjnia e molti anni avesse regnado ^3"
per allemagna, alchuni dali cardenali e deli romani, per lo rio stado
de Zuanne papa xii, messi manda occulta mente, azo che elio ve-
gnisse a roma per la necessita dela chiesia de roma, e chossi pos-
sedisse li governamenti del imperio; e elio, per longobardia e per
tuschana potente mente vignando a roma, del papa , dela chieresia
et del puovolo da roma honorevol mente el fo recevudo e coronado
in imperador; molte done feze ale chiesie. Questo abiando pacificado
ytalia, chon soa molgier longobarda retorna in Saxogna, de la qual
el zenera un fyo, successore si del so nome, chomo del regno; al
' Leggasi 'Adelaide'; e il fatto è avvenuto verso il 950.
^ Par certo che qualche lettera manchi a questa parola; ma rimaniamo
incerti fra 'riavuto', 'ricevuto', e 'rivenuto'.
S24 Cerati,
([ual eciaradio la fya del imperador do Constantinopoli, inzenerada
del roraan sangue, li de per molgier. Dendo luogho per lo bon stado
dela chiesia de roma ploxor Cade a roma vignando, e anchora in
lo parte soe retornando, li choii piathose ovre intendando, inla soa
habitacion apresso Maydemburch fabrica una chiesia de meravelgiosa
belleza a honor de san Mauricio, e quella de grandissime possession
amplifica. Questo, driedo la deposicion de zuan papa per caxon dela
53* infamia, siando creado papa lyo dela chieresia de Roma, daspoi
che a roma, siando elio assente, el terzo papa, zoe Benedeto, li a-
vesse creado, vignando a roma chon grande hoste, quella elio asse-
dia, don fina tanto ch-eli li presenta Benedeto papa in destreta; el
qual abiando raduto papa lyo alla sedia soa, e abiando pacificadi
tuti, elio retorna in Saxongnia, menando chon si Benedeto papa, el
qual fo li sepelido, siando stado in bando. Questo eciaradio conver-
tando a Cristo moltetudine de pagani, abitando circha quello medesmo
luogho, beada mente mori, e a Maidenburg inla chiesia de san Mau-
ricio fo sepelido.
Inl-anno del segnor mxxt Otto segondo impera anni xx con Otto
so fyo. Questo, conzo fosse chossa che lu perseguisse griesi in Ca-
lavria, no cauta mente abiando per se li sol cavalieri*, ensando deli
man de quelli, elio scapola; e alle perfine congregando hoste, lu as-
sedia Boni vento, e abiandol preso, le ossa de san bartholomio, se-
gondo che ven dito, dende luogo tolse e a roma in una ysola in una
concha le logha, e in la terra soa, per lo thevro e per mare, in la
predita concha lu aveva pensa de portar; ma elo in brieve morando,
54» el precioso the|sauro li romase infina al di d-anchoi. Questo abiando
laga so fyo Otto in saxogna, chola rayna e chon gran hoste pas-
sando per ytalia vene a roma, e li da Benedeto settimo con allegreza
fo coronado con la rayna.
Eciamdio era grandissima paxe intra el papa e 1-imperador. Ade-
vene che in quel medesmo tempo li Agareni e li barbari, abiando
passade le confine de Calavria, ogni chosa a ferro e a fuogo li gua-
sta; contra li quali Otto imperador choli tedeschi, longobardi e fran-
ceschi e romani procedando, dura mente combate; ma li romani e
Boniventani volzando le spalle. I-oste deli cristiani quasi al pestuto
fo abatudo, elio 1-imperador solo pervignando al mare, el pregha al-
guni che lo recevesse in nave, digando si esser un deli chavalieri
del imperador; li quali abiandol recevudo in nave, considerando la
disposicion e la belleza de quello, li parlava in lengua griegha, cre-
* Qui deve mancare una parte del periodo.
'Cronica deli Imperadori'. 225
zando quello non intendere, che lu fosse 1-imperador, e ch-eli volesse
quello condure a Constantinopoli al iraperador so; la qual chossa in-
tendando 1-iraperador e grieveraente dojandose, elio se aprossima la
da elli, digando che lu aveva gran peccunia ascosa in Sicilia, pre-
gandoli ch-eli andasse la,|e abiando recevudo la pecunia, insembre 54^
niente con allegreza li andasse; e quelli, per amor de questo, an-
dando allo lydo, l-imperador vete lo veschovo prodoino in arme, el
qual aveva nome censo; e abiandol chiamado el so alturio^, lo im-
perador chol veschovo tutl li notchieri, zoe xl, li taja, deli quali
un solo non scampa per vertu de san piero apostolo, el qual lo ira-
perador solici ta mente invocava; e chossi vignando dela imperarixe,
con allegreza de quella e dali soi baroni recevudo, retornando a
roma, driedo puochi di el mori, e apresso san piero honorevol mente
el fo sepelido.
In questo tempo Alberto de nacion de Boemia fiori. Questo, in pri-
ma praganese veschovo, poi per revelacion de dio vignando a pano-
nia, batiza el primo re deli Ungari, zoe santo Stephano, con molti
altri; dende luogo passando per pollonia, e quelli in la fede confer-
mando, e vignando in Brexa e predicando li la fede, el fo corojiado
de martirio in I-anno del segnor mxlv. Soto questo tempo, santo Edu-
jardo re d-engelterra da soa raaregnia, segondo che ven dito, per in-
ganno fo morto, fazando grandissimi miraculi.
Inl-anno del segnor MXLv|Otto ni impera anni xix. Questo Otto 55«
terzo, fyo del segondo otto, vignando a roma, del papa Grigolo quinto
in imperador fo coronado, e da roma passa in pulgia a sant anzelo
per caxon de pelegrinacion e de oracion; e fazando retornamento per
benevento, el corpo del beado veschovo polo con sì porta a roma.
Questo, abiando ordinada ytalia, fazando transito per franza, in Sa-
xongnia retorna; ma crescenso, consulo deli romani, abiando infugado
Grigolo papa, el feze papa un griego, el qual ave nome zuanne, ve-
schovo de plaxenza molto pecunioso; la qual chossa aldando 1-irape-
rador, retornando a roma, con gran furor assedia crescenso in lo
castello de sant anzelo si longa mente, don fina tanto che quello cholo
castello siando preso, a quel cressenzo fé talare la testa, e a quel
pontifico fé trar li otchi, e de tute le altre raembre lo debilita. E
dende luogo 1-imperador abiando ordenado le chosse del imperio, e
menando con si alghuni nobili romani, in Saxognia retorna, e visi-
tando lo luogo in pollonia, doe santo alberto martore repossava, a-
biando tolto el so brazo, a roma el retorna, legando quello in 1-y-
* V. Annot., § 39 e.
220 Ceruti,
55* sola] in la cliiesia, in la qual ven dito che mo repossa san Bartho-
loraio apostolo. In quella fiada l-imperador comenza construere el
pallazo de zulian iraperador; ina contrastando li romani, l-imperador
ubiando recevudo molte persecucion dali romani, driedo puochi di
la vita fini; e quamvisdio che questi tre otti per succession de ge-
neracion avesse regnado, ampo el fo instituido daspo, che per li of-
ficiali del imperio 1-iraperador fosse eletto; li quali e vii, zoe: tre
eancelieri, si chomo quel de magonza, el canceliero de Germania, el
treverese de franza, el colognese de ytalia, el marchese brandenbur-
gese, el camerlengo palatin, confaloniero dapifer, dux de saxognia,
porta la spada, el seschalco, el re de Boemia; unde versus:
Maguntinensis, treverensis, cologniensis
Quilibet imperii fit cancelarius horum,
Et palatinus dapifer, dux portitor ensis,
Marchio praepositus camerae, pincerna Boemus
Hii statuunt cunctis per saecula summum.
In questi tempi fiori folberto veschovo de Cracovia, el qual, intra
le altre chosse laldevole, el compose li resposi de schiata de yesse,
e lo sole de justisia, e-1 cuor de nuova lerusalera.
56» Inl-anno del segnor MLXivjHenrico primo impera anni xii, mesi v,
e romase el regno vuodo anni n. Inlo tempo de questo, la luna se
converti in sangue, zoe in color de sangue; e nota, più e henrigi re
che henrici imperadori, onde, quando el se leze henrico primo, per
raxon del imperio fi dito primo, e per raxon de nome fi dito segon-
do. El fo uno henrico re in anzi da quello, zoe intendo deli Coradi :
de questo henrico imperador fo so moier sancta Tymegondis, e in-
trambe romagni verzene, e in la chiesia bavergese, la qual li edifica,
li repossa, fazando miracoli. Questo henrigo, dux deli Boemi, da
tuti li principi eleto imperador, molte batalgie prospera mente feze in
Germania, Boemia e ytalia; alle perfin volgiando a solo dio servire,
conzo fosse che-I fosse cristianissimo, el vescbovado babergese el
fonda, e allo re dali ungari Stephano soa seror dagando per molgier,
si quello, chomo tuto lo regno de quello, chiama alla fede. Questo
eciamdio la citade babergese, la qual fo de san piero, per la Nargi-
nese apresso el papa commuda.
Inl-anno del segnor mlxxviii Conrado primo impera anni xx, e
romase el regno vacuo anni iii. Questo molte leze feze. Questo, de-
56* sirandoj servare paxe in terra, statui che qualuncha deli principi
rompesse paxe, fosse a elio talgia la testa; ma transgressor de que-
sto statuto el conte lupoldo fo accusado, el qual desirando servare la
vita, con puochi, chola molgier e cheli fylgioli o ver puti, occulta-
'Cronica deli Imperadori'. 227
niente fuzando, in una soletudene o ver selva andando, quella molti
tempi si cbomo heremita habitava, nessuna persona questo sapiando
lo che-I fosse vegnudo. Ma adevene, che-1 imperador ande a quelle
parte; e ccuizo fosse chossa che, per caxon de chazar, perseguando
bestie, c4 descorresse per la selva, elio si se deslonga da tuti, che
solo romagnando, al pestato, el no savesse la dove che-I fosse; e a-
proximando la note, lo imperador, molto anxio, per caxo venne al
reraitorio del predito conte; el qual benigna mente fo recevudo; con-
zo fosse che driedo la fadiga el dormisse in lo letto, e in quella note
medesma la moier del predito conte avesse parturido un fyo, 1-im-
perador aldi una voxe in sonno, che quel puto serave anchora so
zenere e successor del imperio. Questa voxe 1-imperador in prima di-
sprexiando, conzo fosse chossa che daltre cavo fosse anxio i, abian-
do vezudo el puto de do j mane, con zo fosse chossa che-I fosse perve- 57»
gnu dali soi, abiando chiamado doi secretarli suoi, occulta mente
comanda che-I predito fantolin elli tolesse e in la selva 1-alcidesse,
e a elio el chuor del fantolin li portasse; e quelli, segondo el coman-
damento predito, el fantolin tolse, e siando movesti a misericordia,
elli non 1-alcise, ma lassandolo in lo boscho, el chuor de una lievore
che era preso, in argumento de quella morte al imperador li porta.
E adevene, che in quella bora el dux henrigo, per caxon de cazare,
in quella medesma selva radegando solo, lu aldi ci fantolin vagando
e planzando; e vezandolo bello e portandolo occulta mente a soa mo-
ier, che non podeva aver fìlgioli, el comanda a quella ch-ela affer-
masse ch-eli 1-avesse inzenerado, e chossi fo fato, e chiamalo del so
nome henrico. E con zo fosse chossa che 1-imperador questo puto a-
vesse vezudo, pensando quello esser el volto, el qual de qua in driedo
avea vezudo, e etiamdio la etade, el imperador retene el zovene, che
lu li servisse denanzi, quamvisdio el non plaxesse a so pare, zoe el
duxe henricho, tratando a presso da si, chomo quello occulta mente
elldesperdesse; e driedo algun tempo, el manda quello con lettere 57*
ala imperarixe, scrivando che se ella voleva tegnir la soa gracia, in
quel di el qual quel zovene vignisse da eia, quello occulta mente fesse
soffogare. Ma lo zovene fazando la soa via, conzo fosse chossa che
in la chasa de un prieve el reposasse, el prieve, dormando quello, el
cerca le lettere de quello, e veto che era lettere del imperador; e a-
vrando quelle scaltrida mente, elo le muda dextra mente, che abiando
• V. le annotaz. lessic, s. 'recavo'. E si traduce: 'sprezzata imprima co-
'desta voce dall'imperatore, quando poi nuovamente egli s'impensierì per
'aver visto il figliolino la mattina appresso, e raggiunto che fu da' suoi, ecc.'
228 Ceruti ,
raso: in quello die rauora, el remesse suso: in quel die mia fya li sia
daf^la; la qual chossa fato fo, quaravisdio che-I fosse con grande am-
miracion dela imperarixe per lo suobito coramandamento, del qual la
se feze gran meravelgiaj la qual chossa vezando l-imperador, se rae-
ravelgia molto; ma poi trova el pare verasio de quello un nobele conte
esser stado, el qual credeva che-I fosse stado villan, e-1 so dolor fo
mitigado; el qual henrico poi soccedi a Conrado in I-Imperio, e in Io
lego dove che nasce, elio fé far un gran monestiero.
Inl-anno del segnor Mci Henrico segondo impera anni xvii. Questo
henrico ven dito fjo de Corado, o ver, segondo altri, zenere de quello.
5S« Questo vignando in|ytalia, el prese pandolfo principo de Capoa, e
quello siando preso, con si el porta via, e un altro pandolfo conte
theatin ordena principo. Inlo tempo de questo, li Normani intra in
roma, e Cadulo aveva bathalgia centra li Normani in li pradi de san
piero. In quel tempo, el duxe Gottifredo venne in ytalia, e li Normani
si persegui quello da roma infina ad aquin. Inlo tempo de questo
imperador, el corpo de un ziganto fo trovado a roma non corroto;
1-avertura dela plagha de quello, dove che fo implegado, era iv pe
e mezo; el corpo so de quello soperchiava 1-alteza del muro, e fo tro-
vado una lucerna, del cavo de quello, ardando, la qual chol fia non
se podea morzare, ne con liquor; ma, con stilo fato un forame sotto la
fiamma, amorzado fo per quel forame, siando li introduto I-aere. Questo
ven dito esser stado morto da turno; el titulo de questo era: Palas,
fyo de evandro, el qual la lanza de turno cavaliere alcise, al so costume
o ver usanza zase chi.
In questo tempo, una statoa de marmore era in pulgia, abiando,
circha el cavo so, un circulo de bronso, in lo qual era scrito: ka-
lendis maji oriente sole habebo capud aureum; la qual chossa un sar-
58* raxino, preso | da roberto de Guichardo, intendando quello che-I fosse
a dire, e quello che-1 significasse in le kalende de mazo, levando el
sole nassudo el termene dela ombra de quello^, el trova soto I-ombra
del cavo infinito thezoro, el qual elio per reschatarse . . .2 Inlo tem-
po de questo, la chiesia de franza per Berengier de Turon fo pertur-
bado, el qual affermava el corpo de Cristo, el qual nu receverao, non
esser verasio corpo de Cristo; centra el qual, Nicolo papa con cxin
veschovi celebra concilio; el qual Berengiero altra fiada fi dito esser
stado santo homo; e driedo, la retratacion digando avanti la fin dela
morte, beada mente mori; la retratacion del qual error ven metudo
* 'rilevando il sole oriente il limite dell'ombra'.
' Manca qualche parola.
'Cronica deli Imperadori'. 229
in lo decreto dola consecracion, destrucion segonda ^ : Ego Beren-
garius.
Inl-anno del segnor mcxviii Henrigo ni impera anni xlix. Questo
in prima venne a roma del mese de mazo dxxv (?). In quel tempo fa-
me e mortalitade fo quasi in ogni terra; e assedia la cita tyburtina
die III del mese de zugno. In lo tempo de questo, una stella clarissi-
ma in lo circuito dela prima luna andada e xm del kalende, in lo
commenzamento dela note-. Inlo tempo de questo, yldebrando carde-
nal, el qual|poi Grigolo papa fato e, conzo fosse chossa che-I fosse 59"
legato in franza, e in lo concilio lu avesse procedu contra molti ve-
schovi per symonia, e conzo fosse che contra un veschovo molto in-
famado el volesse prociedere, e quelli per peccunia avesse corruti li
testimonii che 1-aveva accusado, disse lo legato in lo concilio: Cesse
lo humano judixio; sia produto in raezo lo oraculo dela deitade, con-
zo fosse cosa clie-1 fosse certo, che la grada dela dignità del ve-
schovo sia don[de] de spiritu santo, e qualuncha che compra el ve-
schovado, fa contra el spiritu santo. Se tu adoncha [fa] contra el spi-
ritu santo tu non hai fato, debi dire gloria patri et fìlio et spiritili
santo. El qual, conzo fosse che lu 1-avesse coracnzado, in nessun
modo puote dire et spiritai santo, più volte retornando a dire; ma
siando schazado del veschovado, in quella fiada piena mente el disse.
Questo yldebrando poi Grigolo papa fato, tuto contra henrigo impera-
dor andava, imperzo che-I procurava discordia in la chiesia, e 1-im-
perador, quanto per quello che-I potè, el depuose Grigolo del papado,
constituando per quello Guiberto veschovo de ravenna.
In lo tempo de questo, un possente homo, don fi|na chel sedesse in 59*
lo convivio, chiara mente fo circomdato da s[fjorze; e conzo fosse
chossa che-1 fosse innuraerabile moltitudine de sorze, de nessun li
pilgiava, se no de quello; ma conzo fosse chossa che duli soi in lo
pellago del mare fosse conduto, niente a elio zoa; imperzo che le
sorze seguando la nave, quella, infina che 1-aqua intrava dentro, ro-
segava. Adoncha desraontando elio in terra, dali sorze tuto fo squar-
zado e manzado. Quella medesma chossa ven dita [a] esser devegnuda
a un principo de polonia; e questa ven zudighada menor meravelgia,
imperzo che-1 ven dito per certo, che in algune terre, se lyopardo al-
gun homo morderà^, incontinente par che vegna sorze in quantitade,
' Doveva leggere: 'distinzione seconda'.
^ A questo periodo par che manchi un verbo; e anche vi dev'essere qual-
che altro guasto.
' V. Annotaz., § 54.
230 Ceruti,
azo cho raitege * 1-emplegado; e eciaradio ven trovado da un princì-
po, che per nessuna arte de medixina podea esser aidado, che li pe-
dotchi non Io consumasse. E siando questo henrico imperador, mera-
velgiosa moltitudene deli ffanceschi abiando recevudo la croxe in
aitarlo dela terra santa, li quali era da no poder esser scombatudi,
passando per terra, e alle per fine per la cita do Constantinopoli, per-
venne ad Anthiochia; e fo capitanio de questo hoste Gotofredo de lo-
60'' thoringia, el conte bles|sese, el conte de fiandra de sen zilio, e molti
altri nobili e baroni. In anzi che anthiochia fosse presa, santo Andrea
aparse a un villan siraplize, de generacion provincial, digando: Ve-
gni, che io te mostraro la lanza, chela qual fo forado yesu cristo ;
el qual villan, siando presa la dita cita, de presente lo dito conto e-1
capellan so, in la chiesia de san piero cavando terra, in lo luogo in
lo qual lu avea avudo revelacion, lu trova la lanza inl-anno del se-
gnor MLXxxix; e ploxor dubitando ch-ela non fosse la lanza de cristo,
uno, el qual per nome era chiamado Bartlioloraeo, al qual cristo a-
parse e" dela lanza li avea significado, con quella lanza, per lo fuo-
gho de XIII pie, el qual lu avea commandado che fosse fato, el passa
senza pena algliuna; e chossi I-oste ave fidanza in cristo e inla lan-
za, e ande in anzi senza paura per Acri, la qual ven dito Tholoraai-
da; li 3 venne a Cesarla, doe, conzo fosse chossa che li fosse un spar-
viero, zeta una colomba volando de sovra I-oste, grieve mente irapla-
gada, circha la qual trovado fo letere, le quale la portava de tal
sentencia: Lo re acharon cavina(?) vene; zente contenciosa, centra
QQb li quali per ti e per altri la toa leze defendi. Anchora annuncia|le
altre cita, poi, vignando li, assedia lerusalem; si e cita metuda e
situada in montagne, non abiando ni fontane ne selve, excepto la
fontana sicilice, oe alla fiada aqua sufficiente mente se truova; e era
stada, driedo la destrucion de tyto e de vexpaxian, per helyo Adrian
meravelgiosa mente reparada; ma non [ne] in quel medesmo luogo,
oe la fo in prima. Ine luogo Gotifredo, el qual li era stado re lo se-
gondo anno, morto fo sepelido; e ven creto che in quella fiada fato
avesse passazo pia che ce milia cristiani in alturio dela terra santa.
Anchora inl-anno del segnor mcxlvii, a instancia do Eugenio papa
e del beado Bernardo e dela soa predicacion, el re de franza dito
lovixe, da quello abiando recevudo la croxe, e-1 imperador Corado
chon gran moltetudene de franceschi e de todeschì, altri per panonia,
' V. Annotaz., § 55.
^ Questa congiunzione non è nel cod.
■■' Thnlomaida; da li ecc.
'Cronica deli Imperadori'. 231
altri per mare in fina a Constantinopoli vignando, altro ad elli venne
che quelli ch-eli sperava, iraperzo che alguni de quelli, priesi da
turchi, altri per fadiga e ploxor per fame e per besogna fo consuma-
di, si che 1-imperador con puochi a pena retorna; e lo re lovixe, per
caxon de oracion si chomo pelegrin in lerusalem alghuna cliossa o
ver pocho romagnado, torna a casa;|e-l imperador Ilenrigo siando 61"
in italia, el principe de allemagnia vignando in prothen', un Redolfo
duxe de saxognia, in re a si eleze; el qual iraperzo che Grigolo papa,
a peticion del imporador, ne convento ne confesso scomunigare vol-
se, el imperador, chon gran batalgia abiando abu viteria centra re-
dolfo, e abiando chiamada la corte in Brixina^, Guiperto, arzivescho-
vo de ravenna, el procura ch-el fosse eletto in papa; per la qual
chossa da Grigolo papa el fosse stato scomunegha, al pestuto vi-
gnando a roma con I-antipapa, Grigolo papa elli cardenali, con molte
hoste lor, assedia in roma. Ma daspo che-I fosse destruti li campi elle
vigne, conzo fosse chossa che-I imperador avesse tratto a si el favor
del puovolo roman, latrando in roma e fazando consegnare Guiperto
in papa, da elio el fo incoronado imperador; e-1 papa Grigolo, cholli
cardenali, in lo castello de sant anzelo, in lo qual lu era andado, fo
serado; centra lo qual Roberto de Guìchardo re de pulgia chon gran
hoste vignando, e roma un die pilgiando, e-1 imperador chol so an-
tipapa infina a sena fuzando, el trasse fuora el papa Grigolo e li car-
denali del castellojde sant anzelo"^ 61*
li quali avea consentido al imperador in questo. Circha questi tempi,
la cita de seragoza^ in Sicilia gran terramoto sostenne, in tanto che
un di de domenegha, circha I-ora terza, don fina tanto che la messa
se cantasse, la cliiesia mazor tute lo povolo e la chierisia oppri-
messe, salvo sola mente el prievede e lo dyachono e-1 subdjacono che
celebrava la messa, non senza gran ammiracion de tuti li horaini.
Inl-anno del segnor mclxvii Henrigo iv fjo de henrico impera
anni xv. Questo abiando recevudo I-imperio pyando so pare, elo el
fé morir in prexon. Inlo tempo de questo, Roberto de Gaicardo vense
Alessio Cumano^. Questo roberto fo de la zente de franza, el qual
venne a roma chon grande hoste, volgiando, se lu avesse possudo.
* Dovrebbe dire: i principi d'Alleraagna riunendosi in Forchheim, ecc.
* Bressanone (Brixen).
' Qui, e nei rimanenti sei fogli, il ms. ò guasto da corrosione, cbe occu-
pa parte di sei e più linee di colonna.
* Siracusa.
'' Comneno.
232 Ceruti,
occupare roma; ma quello siando cazado de la, intro in lo regno
de Sicilia e de pulgia, el qual lu pilgia a puocho puocho. Questo ave
un fyo, el qual ave nome raglerò re de Sicilia, e una fya, la impe-
rarixe de Constantinopoli, mare de federico iraperador, el qual fo
62" promovesto centra otto. Questo j
più deli altri fioriva. Inlo tempo de questo, a Pasquale papa, da
questo iraparadore non bene tratado, e morto, soccede Zuanne dela
chiesia de roma cancelliero, appellado Gelasio; ma 1-emperador non
fo ala eleccion, e uno de spagna, el qual avea nome Bordino, a quello
sovra ordena; ma Gellasio siando morto in Collogran*, e Calixto li
in papa consegrado, lo imperador, con luti quelli che li consenti, fo
scoraunegado per quello, e papa Calixto a roma prosperando, abiando
preso in Sutrio Bordino, da tuto el senado e puovolo gloriosa mente
fo recevudo. In questi tempi, hugo de san vitore a parixe clariflca;
e eciamdio in questo tempo, 1-ordene deli templieri, congregado de
cavalieri, in yerusalem scemenza, e fo diti cavalieri del tempio, im-
perzo che inlo portegho del tempio li ordena la siedia del so or-
dene; e Henrico iraperador, retornando a consciencia, resigna a Ca-
lixto papa la investixon deli veschovi e deli altri prelati per lo anello
e per la bacheta, per la qual investixon con pasqual papa molto a-
62^ veva intendudo; e concede per tuto lo imperio e a tute! le chiesie
che-1 fosse fato canonicha eleccion, e restituì alla chiesia de roma le
possession elle regalie del beado san piero, le qual per la soa o per
altra discordia, abua chela chiesia, era stade alienade; e le posses-
sion dele altre chiesie e de altri si chierisi chomo layci, le quale per
caxon dela guerra soa, la qual lu aveva chela chiesia, era sta tolte,
fidel mente dispuose che fosse restituide.
In lo tempo de questo, el papa Calixto lo veschovo postellan^, per
reverenda del beado lachomo apostolo, el qual li reposa, lu 1-insti-
tui arziveschovo, soto penando a elio tuta la Emeritana provincia, e
la luchana chiesia lu la privilegia dela gracia del palio. Questo hen-
rico, imperzo che so pare lu aveva deshonestado, per iuxto iudixio
de Dio ven creto senza heriedo esser descazudo che elio mori, non
abiando ne fyo ne fya, al qual soccede lothario dux de saxongnia.
Inl-anno del segnor mclxxxii lothario iv impera anni xi. In lo
tempo de questo, grande fame fo, e quasi tuta ytalia assaij. Questo,
imperador fato, in ytalia feze hoste, e con arziveschovi e veschovi el
' Mori nel monastero di Cluny.
' Il vescovo di Compostella.
'Grouica deli Imperadori'. 233
papa Innoconcio Ioga in la cliiosia laterana; e da quel mede3mp|Ia- 63'
nocencio, lothario fo incoronado per imperador. Questo, inlo primo
anno del so imperio, contra li Boemi andando, per tradimento de al-
guni suoi cavalieri, o principi, gran batalgia deli suoi cavalieri a
sostegnudo. Questo eciamdio, driedo la soa incoronacion, aceso de
i-amor de dio e dela chiesia, si cliomo homo verasia mente catholico
e avocato dela chiesia, le forze del imperio in contenente excita, e
contra rogiero conte, el qual se era redrizado contra el papa, e lo
regno de Sicilia 1-avea occupado, insembre mente chol papa Innocentio
in pulgia potente mente intra, e abiando infugado Ruziero in Sicilia,
constitui dux de pulgia el conte Raymondo. A questa viteria, li pi-
sani con navilio molto fo obedieuti al sommo pontifico. Eciamdio in
quel tempo, contra volunta de Innocencio papa, li romani so resforza
de renovare el senado. Per quel medesmo tempo, tanta sicitade fo in
fraiiza, che li fiume, le fontane, li lachi e li pozi se sechava, e-1 fuo-
gho, el qual intrava in la terra, ne per le sfessure, ne per frodo, ne
per altra arte non se posseva amorzare.
Inl-anno del segnor mcxciii Corado segondo impera anni xv. ;Tnlo G3''
tempo de questo
la cita de roma, dispresiando le richeze e le superfluità; per li diti
del qual molti grande homini deli romani seguiva quello; el qual poi
siando preso, in odio deli chierisi fo apichado. Inlo tempo de questo,
ascalona fo presa dali cristiani. Inlo tempo de questo, in I-anno del
segnor mclxxxix, Zuanne deli tempi, el qual anni ccclxi era vivu al
tempo de Karlo magno, del qual lu era sta soldado, mori. Questo
Corado re, de freukenvorchS de san Bernardo, quasi con tuti li prin-
cipi recevi el segno dela santa croxe, e in quelli tempi, compagni
de pelegrinacion sovra numero multiplica, e de lothoringia, flandria,
franza e ingelterra con apresso de ce nave li prospera; e Corado
imperador, daspo che lu retorna de oltra mare, mori, el qual, quam-
visdio che-1 regnasse xv anni, arapo non ave la benedicion imperiai.
In quel tempo fiori Richardo de san vetore. In questo tempo, fo
translatado lo libro de Zuanne damasceno in latin; e maistro piero
lombardo fiori, el qual corapuose lo sentencie; e inl-anno del segnor
MCLii, Gracian monegho, de Glassa- cita de Toschana nassudo, com-
puose lo decreto, segondo che disc hugazon, ii, questione vi, quod
forgiai ùi"
V, Annotaz, § 78.
Vuol dire Chiusi (Clusium'
Archivio plot'ol ital.. III.
231 Ceruti,
e coroiuulo fo in la cliiesia de saa piero. In questo tempo, andado elio
apresso tyburtina, el comanda che la cita tyburtina fosse rehedifi-
cada; e retornando el primo anno, el destrusse spoliti. Questo fo lar-
go, strennuo, iocondo e nobile, e in tute cliosse el fo glorioso. In quel
tempo, el re de Allapia prese edissam cita, la qual in Genesi ven
dita Arach, e li franceschi che fo li prese, o elio li fé morir, o elio
li condanna a star in servitudene; eP arziveschovo dela cita, quasi
dux del puovolo, chon tuta la chierisia, imperzo ch-eli non volse ne-
gar cristo, in meza dela cita denanzi da si fé talgiare le teste; e
chossi^ la cita edissa, la qual de Abagaro, re de quella ortodoxo,
al qual cristo, in anzi la passion soa, si chom se leze in la ecclesia-
stica ystoria, scrisse la epistola, e dende luogo per lo apostolo to-
rnado era stada predicada e a cristo consegrada, in quella fiada in
primieramente dela zente fo scomunegada; la qual ven posseduda,
adornada del sangue deli novi martere.
In li tempi de questo, el sol se oscura, un puocho inanti nona, e
longa hora driedo 1-hora de nona in quel medesmo stado romase. In
64'' questo anno, | gran fame fo. In quel medesmo anno, preso fo el se-
pulchro del segnor e la soa croxe del soldan. Questo, conzo ""fosse
chossa che-I fosse vegnudo a roma per la incoronacion, e pacifica
mente chon grande allegreza da Adrian papa el fosse stado incoro-
nado, e fato tute chosse: conzo fosse chossa che, inanti nona, al
luogo so, el qual era inlo prado de Neron, el fosse insaido, li ro-
mani, con arme incalzando la famelgia dela porta de sant Anzolo,
crudelmente 1-assaij, infina al territorio del imperador crudel mente
perseguando; ma ingrossando el remore, li tedeschi, assunadi in siem-
bre, crudel mente descaza li romani, in tanto che abiandone molti a-
batuti e priesi, con gran priegi del papa a pena che-li prese fosse
restituidi. Questo, driedo la morte de adrian papa, pessima mente
chon alexandro papa stete, in preiudicio de quello a iv scismatici
successivamente adrizandose, dagandoli alturio el re de franza, niente
li zoa, cheli qual papa alexandro era fuzido; e abiando congregado
gran moltitudene, maxima mente de doi regni, zoe de Boemia e de da-
cia abiando abiu alturio, vignando in Bergogna se sforzava de extir-
• V. Annoi., § 39 d.
* ^e coiì la città di Edessa (la quale diede Abgaro, suo re ortodosso, cui
'Cristo, prima della passione, come leggesi nella storia ecclesiastica, scrisse
'l'epistola; e dipoi aveva avuto la predicazione dall'apostolo Tomaso, ed eia
'stata consacrata a Cristo), in quella volta fu primieramente di una gente
'scomunicata; la qual (città ne) è posseduta ecc."
'Ciouica deli Imperadori'. 235
pare; ma dagando alturio|el re de Engel terra al re de franza, niente 65"
fo de ben. Millan da federigo fo destruto, del mese de marzo in
I-anno del segnor mclxii, elli muri de quella cita altissimi dali fon-
damenti fo ruinadi, e tute le altre chosse fo arse o raetude in cenere;
Albano dali romani fo arso el sexto di de avril. Questo, driedo molte
perseeucion per molti tempi fate ad allexandro, temandose che dela
soa segnoria elio non descazisse, perche li lombardi li aveva reve-
lado, [e] per la prosperità del papa alexandro abiando mando di messi
solenne, che-I se reconciliasse al papa se fadigha*; e da poi che a
veniesa el fo reconciliado al dito papa, elo fo poi retornado in la soa
siedia de roma missier lo papa, e per missier lo dux e per lo comun
de veniesia; e abiando federigo tolto el segno dela croxe per caxon
de andare per terra e non per mare, chon gran moltitudene e deli-
beracion dela terra santa procedando^, conzo fosse chossa che-I fosse
in Armenia, in un pizol fiume el se anegha; e so fyo, el qual in
quella fyada con si avea menado, el corpo de quello el tolse e por-
tallo in fina al tyro, e li fo sepelido; e conzo fosse chossa che lu
assediasse tholoraaida zoe acri, el mori quasi ^tuti li g56
fato passazo.
In quel medesmo tempo fo 1-abade Ioachim in Calavria, el qual
scrisse ploxor libri sovra leremia e sovra lo apocalypsi e de tuti
libri deli propheti. Questo avea predito ali diti re, li quali a elio
avea demandado dela pelegrinacion, ch-eli voleva fare ala terra
santa, che puocho ben farave, imperzo che ancliora non era vegnudo
el tempo. In lo tempo de federico imperador, Rodolfo arziveschovo
de Colognia, li corpi deli tre magi de persia, portadi a Constanti-
nopoli del imperador, e dende luogho de san zorzi miraculosa mento
a Millan era portadi, siando Millan destruto de quel medesmo fede-
rico, li fo transportadi a Colognia. Sotto questo imperador, san Tho-
maso arziveschovo de Cantuaria in la chiesia soa del arziveschovado
fo morto, e alle perfino fazando gran miraculi, per Allexandro papa
fo canonizado. Inlo tempo eciamdio de questo predito imperador, fiori
jìiero, dito manzador, in franza, el qual compuose la ystoria, che ven
dita scolastica, d-entrambi dei li testamenti. In quel tempo Henrico
re de Engelterra per caxon gga
' Anziché mando di, si leggerà mandadi; e tradurremo: 'avendo mandati
messi solenni a felicitare il papa, s'afifaticò di riconciliarsi (che si conci-
liasse) con lui'.
' V. Annoi , § 78.
530 Ceruti,
dito lato, ma el papa Alexandre, in la pre-
dita cita tusculana recevudi li messi e aldudi, manda doi cardenali
alle parte de frauza, azo ch-eli investigasse la innocencia del re, dc-
nanzi deli quali lo re zura, che unchamai de conscio, ne de comraan-
daraento so, lu non era stado morto, ma per caxon dela turbacion,
la qual apresso quello lui aveva abiu, lu era stado morto; per quello
incontenente ci proferi ce cavalieri de andare oltra mare, e star li
per un anno; e abiaudo elio recevudo el segno dela croxe, promosse
infra tre anni passar oltra mare.
Inl-anno del segnor mcc^lv Ilenrigo quinto impera anni viii. Co-
ronado fo del mese d-avril, lo segondo di driedo la pasqua, e in quel
medesmo mese fo dado el regno tusculano alli romani dal iraperador,
e destruto fo da elli. In quel medesmo anno el sole se oscura a ix
del kalende de luio, quasi da terza in fine a nona. Questo, soto Ce-
lestino e Innocencio, impera anni vii e mesi iv. Questo, in I-anno pri-
mo de la soa corona, intra inlo regno de Sicilia, e preso le terre
CG'^ infine e napoli, e assedia napoli|per in mese, e li tanta infermitade
assaij I-oste soa, che quasi tutti mori, si che l-imperador con puochi,
siando infermo, retorna. Questo tolse Constanza fya del re de Sici-
lia; e in I-anno quarto del imperio so, tuto lo regno de pulgia assi'
lo suiuga, e li flazella ploxor rebelli de diverse pene; e tancreto, fjo
del re Tancredo deli Siciliani, chon soa mare margarita, e-1 re deli
impiratari (sic) condusse con si priesi in allemagna; el qual siando
morto a panormo, dessensio nassi introli principi de allemagna; una
parte elleze otto, el I-altra philippo, ma otto fo coronado de coman-
damento del papa; ma alle perlin ottegnando philippo [sotto] la paxe
formada intra li altri, dolosa mente da lanturgnio^ el fo morto, e
chosi ottene Otto; e Innocencio papa, el qual in quel anno aveva soc-
cedu a celestin in lo papado, era stado aversario de philippo per so
frar Henrico imperador, el qual era andado contra la cristiana reli-
gion in lo regno de Sicilia, e li arziveschovi e veschovi aveva tal-
giadi, e contra la romana chiesia sempre aveva adovrado tyrannia;
per la qual chossa lo scomunegha quello e tuti li suoi fautori, e a
otto duxe de saxognia viril mente se aderse et apoza, e quello in a-
67» quis]grani in re de Allemagnia fé coronare; e philippo duxe de Saxo-
nia gran parte de allemagnia per si avea abiu.
Inl-anno del segnor mccl preso fo Constantinopoli da franceschi e
' V. Annotaz., § 41 f.
- L'uccisore è stato Ottone di Wittelsbach. Laniurgio occorre più tardi
(08'', 60'') per 'hingravio'.
'Cronica doli Imperadori'. 237
da veneciani, e Balduin conte do lìandra li constitui iinpcrador; la
qual [dela] presa, eciamdio driedo ploxor di, [e] ploxor abitador dela
cita non credeva, o ver per la fortcza dela cita, o ver por amor dela
antigha profecia deli propheti , la qual lu avea prophetizado che la
dovesse esser presa per I-angelo, e chossi li non erodeva per ho po-
dere esser presa; ma intrando 1-inimisi per lo muro in la citade, oe
era irapcnto I-agnolo, li abitadori dela cita cognosci si esser inganadi
per equivocacion del angelo. In questo anno, seghondo che da ploxor
ven dito, la segnoria dali thartari avea coraraenzamento ; e questi,
soto li monti de india, in la region dita thartara, constituidi contra
lo segnor so, re de india, david per nome, fyo de zuane prevede de
occidente, a debellacion dele altre terre procede.
Inl-anno del segnor mccvii, da Innocentio papa xii abbadi del or-
dene de Castella in la terra deli Albigeni a predicare la fé alli heretixi
fo raandadi, ali quali didato veschovo dejoxo 57
scomenza I-ordine deli predicadori.
Inl-anno del segnor mccliii Otto iv dela zente de saxognia da
missier Innocencio papa in fo coronado inla basilica, zoe in la chie-
sia de san piero, ma non fo ad elio per caxon deli maleficii honor
attribuido. Questo, in contenente chomo I-ave tolta la corona, aveba-
talgia cholli romani, e, contra la volontà da missier lo papa, intra
inlo regno de pulgia, tolgiando quello a federico re de Sicilia; onde
el papa scomunegha quello. El quarto anno del imperio so li prin-
cipi elesse federico in imperador; el qual vignando chon navilio in
fina a roma, da missier lo papa e dal puovolo honorevol mento fo
recevudo; el qual vignando in Allemagnia contra Otto, li mcravel-
giosa mente triumpha.
Inl-anno del segnor mcclvii Federico 11 fo incoronado da honorio
terzo inla chiesia de san piero, e regna anni xxiii. Questo, dela infan-
cia per la chiesia si chomo per mare fo nudrigado, e siando prorao-
vesto al alteza del imperio, don fina tanto che otto fosse desposto,
elio non favorcza la chiesia] Cg«
papa, el qual aveva incoronado
fradello rebello e ala chiesia . . . abiandolo vezudo esser ad ver-
sarlo, quello anathema, e tuti li baroni asolve dela soa fidelità.
Inlo tempo eciamdio de questo, inl-anno del segnor mccxxxiii, in li
idi de fevrar, frar Zordan, maistro de tuto 1-ordene deli predica-
dori, de vita e de sciencia laldevol, oltra mare, oe che lu era an-
dado a predicare ali sarraxini, in lo porto del mare ci mori. E in
questo tempo, siando de qua in driedo nassua discordia intra 1-irapc-
238 Cenili,
rador e honorio papa, da Grcgolo con excomunegaxon fo rcnovado;
e do cardenali, lachorao penestrin e Otto, pel l-alturio de la chiesia
contra federico fo mandado legati oltra li monti; e conzo fosse chossa
a corte' con prelati ploxor per le nave deli pisani li fo presi. Que-
sto federico, so fyo proprio, el qual avea nome henrico, in quella
fìada re de Allemagnia, accusado a elio de rebellion, condugandolo
preso in pulgia, per scalore dele carcere lo sofogo. Questo impera-
dor, siando segnado dela croxe, longamente durando la sentenza de
la scomunegaxon, passa el mare, e lassa raazor desolacion che con-
68'' solacion ala terra santa; |e daspo che da Innocencio papa el fo de-
ponudo dal imperio, li principi eleze, contra quello, Lanturgio de
turingia; el qual poi in pizol tempo morto, Valentin conte de holan-
die ale perfin contra elo fd eletto dali principi. Ma, driedo pizol
tempo, el fo morto dali frixoni; e chossi 1-nno eletto e I-altro non
avea la benedicion imperiale.
Inlo tempo de questo, inl-anno del segnor mccxlviii, lovixe re de
franza passa oltra mare; lu ave alliegro principio, tristo insimento,
e intrando in la terra santa, el prese damiata; ma puocho driedo,
quasi abiando perduda la soa zente, el fo preso, quamvis, volgiando
dio, el fosse restituido. Questo federigo, da poi che-I fosse desposto
del imperio, conzo fosse chossa che lu assediasse parma con gran
possanza, intra le altre cita de lombardia più desiderata, del legato
da raissier lo papa e da li parmesani el fo vento; e abiando perso el
so thezoro elle soe chosse, retornando in pulgia, li infermado grieve
mente, el mori; e manfredo, so fyo naturai, partandose la segnoria
e li thesauri, [e] ale perfine el regno de Sicilia obtene e ave ; don fina
tanto che Karlo, frar del re de franza, in quella fia conte de pro-
69" enza, chiamado per ur[ban iv papa, soto Clemente papa iv vignando,
quello Manfredo priva dela vita e del regno.
Questo federico, da Augusto primo nonagesimo quinto fo impera-
dor. Inlo tempo da quelli medesmi ^ federico imperador, in I-anno del
segnor mccxxxix, la gente deli thartari, siando occupade le parte
orientale e crudel mente solette, partandose in do parte s, in ungaria
e pollonia; inlo qual luogho abiando abiu con quelli bathalgia de
campo, el frar del re de ungaria, dux de Cologna, de panonia e de
Polonia, e-1 nobile duxe de flessia fo morti; e I-altro puovolo, si inli
homini chomo in le femene, li quali potè trovare, chon gladio li fé
morir; e chossi quelle terre, maxima mente ungaria, elio la messe in
• V'ha qui lacuna d'alquante parole. ' V. § 36 n.
' Qui sembra mancare un verbo finito: 'sopravvenne', o simile.
'Cronica deli Imperadoii". 239
solltudene e in destrucion in tal muodo, che per gran fame lo mare
manzasse la carne deli so fantolini, e ploxor dala polver da un monte
per farina li usasse.
Inlo tempo de questo, in borgogna imperiai, per la terra, soluta
dali monti, circha v milia homini fo soffogadi ; e uno grandissimo
monte, partandose dali altri monti, passando per ploxor meia de una
valle, alli altri monti se conzonse, e inla valle tute le ville de terra
e de piere lo covri. Inlo tempo etiamdio del re ferando, in toletta de 69*
Spagna
o vero cavitade .
libro, quasi folii de legno abiando; el qual libro, scrito de tre len-
gue, Zoe lengua zudaica, griegha e latina, tanto de lettera aveva,
quanto un salterio, e parlava de tre mondi, da adam in fina ad anti-
cristo, le proprietade deli homini de zaschadun mondo exprimando.
El principio* del terzo mondo, el fyol de dio nascerà dela verzene
maria, e per salute deli homini lu sostiegnera passion; e lezando
Io zudi[s]io2, incontinente, con tuta chasa soa, fo bathezado. Era
eciamdio inlo libro scrito, che inlo tempo de ferrando, re de Castella,
deveva lo libro trovarse, e someiente chossa tu troveras soto Con-
stantin vi.
El romano imperio, o ver driedo la morte, o ver driedo la dispo-
sicion de federico imperador segondo, dal iraperador commenza a vac-
care; e driedo la desposicion de quello, el papa Innocencio quarto,
el qual aveva quello deponudo, feze elettore ploxore a elezere lo im-
pierio per li principi de Allemagnia, zoe lanturgio de turingha, el
conte de holandia, 1-un driedo I-altro per succession, li quali in anti
che alla imperiale benedicion del re de castella 70'
conte de cornualgia .... Engelterra allo im-
perio elesse, la qual scisma molti anni persevera; e imperzo che plo-
xor chosse notabele, in diverse parte del mondo, vene in lo tempo
de questa vaccacion, quelle per ordene, segondo che più brieve mente
e poro, io expichero.
E imperzo, inl-anno del segnor mccl inducia^ henrico, re de dacia
inclito, da Abel so frar fo anegado in mare, per caxon de regnare
driedo elio; el qual Abel puocho honore hebe e de prò per questo re-
ceve; imperzo che-I seguente anno del regno so, conzo fosse chossa
che lu avesse voiu suiugare li frixon, da elli el fo morto.
V. Annotaz., § 39 e.
Cfr. p. 220 (49a).
in 'Dacia' ?
2-10 Ceruti,
Inl-aiiiio del i^eguor mccli, Conrado re, fyo de federico, siando
morto so pare, vene in pulgia per mare, per caxon do tuor el regno
de Sicilia; e abiando preso napoli, li muri de quella citaci destrusse
inflna inli fondamenti; ma conzo fosse chossa che-1 seguente anno
del so intramento in pulgia elio avesse coraenzado a infermarse, el
70* criestero, el qual dali medisi vegniva zudigado esser a salude,lme-
sceado con veneno de ad elio la morte.
Inl-anno del segnor mcclix Constantinopoli, la qual do qua in
driedo per li francescbi e veneciani era stada presa, per palealuogho
imperador deli griesi in batbalgia fo rccovrada. In quel anno, in
Toschana de ytalia fiorentini e lucbesi miserabile aiugnimento ave;
iraperzo cbe, confidandose dela moltitudine e dela forteza dali suoi,
conzo fosse cbossa ch-eli fosse intrado inlo contado deli senesi, e li
senesi, con forte alturio de missier Manfriedo in quella fìada re de
Sicilia, fosse essudo [a] in centra a bataia cbon quelli, fiorentini e
lucbesi, per inganno dali suoi, fo scomfìti e inganadi; e iraperzo che,
inlo comenzamento dela scomfita, li primi intro li fiorentini era li
inimisi cbe andava denanzi, [e] inli suoi, cheli senesi andando a ferire,
molti fo scombatudi e morti ^; e fo dito, cbe deli fiorentini e deli lu-
cbesi in quella fiada fo, dentro morti e presi, più cha vi milia homini.
Inl-anno del segnor mcclx, el re de ungaria assaij de batalgia
el re de bobemia, per caxon dele suoe terre, abiando in I-oste soa de
diverse nacion de quelli de oriente e de pagani, cerca xl milia cba-
71« valieri; al qual el re de Boemia con e milia chava|lieri venne in cen-
tra. Anchora ven dito cbe lu avesse abiu vii milia cavalli coverti
da ferro ; e conzo fosse chossa cbe in le confine deli regni fosse co-
menzado, per movimento dali chavalieri e dele arme tanta polvere
de terra se leva, cbe da mezo die a pena che un cognossesse I-altro;
alle perfine li ungari, siando el re so grievemente inpiagato, vol-
zando le spalle, conzo fosse chossa cbe lor se aff'rezasse de fuzire, in
un fiume profondissimo, el qual li deveva passar, cercha xiv milia
homini fi dito de esser anegadi, excepto li altri che fo morti. Soto
lo re de Bohemi, el qual avea abiu viteria, e era intrado in ungaria,
el re de ungaria demanda paxe; e le terre, le quale era stade caxon
dela discordia, elio le restituì e confirma amistado per lo tempo che
devea vegnir, amezando el matrimonio.
Inl-anno del segnor mcclxii, urban iv el regno de Sicilia, el qual
manfredo violente mente tegniva, a Karlo conte de proenza, frar del
re de franza, lo dona, azo che lu lo tolesse dele man de quello.
' Alquanto incerto questo passo.
'Cronica deli Imperadori'. 241
Inl-anno del segnor mcclxiv, una stella appellada cometes si no-
bele aparse, che nessun, che vivesse a quel tempo, non veto una
chossi fata, che da oriente chon gran splenjdor levava ^P
una chossa, zoe conzo fosse chossa cba tre mese l-avesse durado;
quella in prima apparando, el papa urban coraenza a infermarse; e
in quella notte che-I papa mori, quel cometes, zoe quella stella, di-
sparse.
Inl-anno del segnor mcclxv, ci predito Karlo, el qual per rocu-
peracion del regno de Sicilia per urban papa era stado chiamado, con
navilio venne a roma, dove in quella fiada in senador hi era stado
eleto; e de la intrando in pulgia, per bathalgia de campo abuto, al
predito Mamfredo tolse el regno ella vita.
Inl-anno del segnor mcclxvi, molto gran moltitudene de sarra-
xini de Affrica passando per lo mare Augusto, in Spagna gran plaga
lor fé in li cristiani, intendando recovrare spagna, la qual de qua in-
driedo li aveva persa; ma li cristiani de quelle parte siando assu-
nadi e aidadi per 1-alturio deli segnadi dela croxe de diverse parte,
quamvisdio con molto sangue dali cristiani , triompha e ave viteria
dali sarraxini.
Inl-anno del segnor mcclxvii el so1| 72«
In I-anno del segnor mcclxviii, Coradin, de qua in driedo nievo de
federico imperador, desprexiando la scomunegaxon de missier lo pa-
pa, centra missir lo re Karlo presuraando de andar (el qual re Karlo
la chiesia avea fato re), deli tedeschi, li quali I-ave, siando li azonti
lombardi e toschani ploxor, pervene infìna a roma; doe, conzo fosse
chossa che, si chomo e usanza de imperador, el fosse recevudo so-
lenne mente, siando acompagnado chon lui el senador de roma, mis-
sier henrigo frar del re de Castella e ploxor deli romani, centra lo
re Carlo intra in pulgia; ma, driedo la dura batalgia de campo, Co-
radino cheli suoi volzando le spalle fo preso, e da Karlo a elio con
molti altri nobili fo talgiada la testa.
Inl-anno del segnor mcclxx, lovixe re de franza, non spaventado
dele fadige e dcle spensarie, le qual de qua indriedo lu aveva fate,
oltra mare daltre cavo*, con doi fyoli, siando conzonto con elio el re de
Navara e ploxor prelati e baroni, per recovrare la terra santa prese
de andare. Vero e,|azo che la terra santa più leziera mente se reco- 72'.
vrasse, ave so conscio che inprima ci regno de tonisto'-^, el quale 0 in
• V. le Annotaz. lessic. s, 'recavo'. * Tuuisi.
212 Ceruti,
luezo, el qual non daxeva pizolo imbrigamento a quelli che fuxca
passazo, fosse sotto messo ala possanza dall cristiani; e conzo fosse
cliossa che con potente man li avesse preso el porto e Cartagene, la
qual e apresso tonixto, la infermità, la qual in quel anno fo grande,
maxima mente circha le confine del mare, in I-oste de quelli tropo re-
gna. Inprima tolse la morte un deli filgioli del re de franza; poi el
legato da raissier lo papa, missier lo cardenale albanese; e poi in-
slesso lo re lovixe cristianissimo, con ploxor conti e baroni e altri
simplici homini. Chomo beata mente el predito re abia termena la vita
soa, el re de navara per soe lettere scrisse a missir toscholano, che
inla soa infìrmitade non cessando de laldare el nome de cristo, quella
oracion alguna fiada el diseva: Fa nui, missier, che demandemo con
desiderio, le prosperità de questo mondo despresiar, e nessune aver-
sita temere. Orava eciamdio per lo puovolo, el qual lu avea conduto
con si, digando: Missier, seras al puovolo to santificador e guarda-
73« dor et cetera; e conzo fosse che lu approximasse alla fine, el guarda] in
cielo digando: Io entraro in caxa toa, e adorerò el tenaplo santo, lo
nome to, e confesserò el nome to, missier. E questo dito, el dormi
in lo segnior, zoe passa de questa vita; e conzo fosse chossa che dala
morte del piatoso re I-oste deli cristiani se turbasse, e I-oste dali
sarraxini sen allegrasse, missier Carlo re de Sicilia, combatidor for-
tissimo, per lo qual, vivando anchora, so frar el re de franza aveva
mandado chon navilio, venne con gran cavallaria, del aiugnimento del
qual cresce allegreza alli cristiani e tristicia alli sarraxini; e conzo
fosse che molto più paresse esser sarraxini che cristiani, in nessun
muodo ampo se aldegava li sarrasini cheli cristiani vegnire a batalgia
generale, ma, per alguni scaltrimenti, molti senestri o ver danni a
quelli faxeva, deli quali uno fo chotal: imperzo che elio e quella region
molto sablonegna, e inlo tempo dela secheza molto polverosa; onde li
sarraxini ordena ploxor melerà de homini, suso un monte visino ali
cristiani, azo che, quando el vento ferisse, movando el sabion si sus-
sitasse polvere la dela parte deli cristiani, la qual polvere fé molta
73* molestia alli cristiani; ma alle perfine an|dada via
e varii instrumenti
a quali intendeva de
la qual chossa vezando li sarraxini feridi da paura, patti cholli cri-
stiani commenza, intra li quali questi ven dito a esser stadi princi-
pali, zoe: che luti li cristiani inpriexonadi in lo regno so devesse
esser liberadi; e che alli monestieri a honor de cristo, in tute le cita
de quel regno constituidi, la fé de cristo per li predicadori e per li
'Cronica deli Imperadori'. 243
raenori e per li altri qualuncha libera mente sia predicada; e quelli
che volesse esser batezadi, libera mente se batezasse; e pagade spese
deli re, li qualr li avea fate; lo re de tonisto allo re de Sicilia tri-
butario fo fato. Eciamdio ploxor altri patti fo, li quali a esser raetudi
che longa chossa serave; e conzo fosse chossa che per lo aiugnimento
del re Odoardo, fyo del re d-engelterra, e per la moltitudene deli
frisoni e deli altri peregrini , in tanto fosse stado cressuda I-oste
deli cristiani, che circha ce milia combatidori li fosse crezudi essere;
e imperzo che-I fosse creto, che non solamente la terra santa, ma
eciamdio tuto lo sarrasinesmo li dovesse aver suiughado, per li pec-
chadi rechirando zo, zenza alghuna utilità del oste fo| 74'»
etiamdio la terra santa . . .
deveva esser andadi, non aveva governador deli pelegrini, imperzo
che-I patriarcha, el qual era legato inla terra santa, in quella fia
era morto; e eciamdio la sedia apostolica, la qual deveva providere
in I-uno luogo e inl-altro, in quella fia vacava; e eciamdio el re de
navara, el qual infermo de affrica avea procedu, vignando in Sicilia
mori. El soldan de Babilonia, abiando molesto che missier Edoardo
predito in la so terra con soa cavallaria demoranza alguna longa
mente fesse, el chiama un so miro, e amaistra quello che lu se in-
fenzisse esser amigo del re Edoardo e inimigho de quel Soldan; el
qual amiraio, tanta amistade cholo predito re Edoardo fé per un messo,
el qual el manda a quello, che quasi fìdele quel messo fosse fato, e
chossi domestigo e familgiar del re, che cotante fiade e quando elio
plaxesse, elio intrasse in la camera del re. E imperzo 1-adevene che
una note quel messo intrando in la camera del re, conzo fosse chossa
che lu vedesse quel re esser solo, fazando assalto in quello, con un
curtello venenado lu implaga; el qual, | gravado dela ferida, siando 14!>
fuora del leto, chole man lo abate in terra el so inimigho, e cholo
dito cortello venenado incontinente lu 1-alcise quello; e driedo puo-
chi die, fazandose medigare, recevi sanitade centra ogni speranza
deli amisi, e fo curado e fato san, e retorna a casa soa chon alle-
greza.
L-e complida la cronica deli Imperadori romani, e questo fato e in
Mccci, inditione xiv, dio mensis januarii.
Correzioni: A p. 190, 1. 15 dal fondo (col. 15»), va interpunto così: morto
fo; da valerian e Garieno ecc.; e a p. 232, 1. 7 dal fondo (col. 62''): descazudo, che
elio mori non ecc.
ANNOTAZIONI «lALETTOLOfilClIE
ALLA 'CRONICA DELI IMPERADORI ROMANI'
ni
G. I. A.
I criteri dialettologici confermano prontamente la sentenza che i
criterj paleografici dettavano al Ceruti, quando egli si faceva a mi-
surare la distanza che intercede fra l'età in cui questa 'Cronica' è
stata composta e quella a cui spetta l'apografo che qui si riproduce
(p. 177). Tre note caratteristiche dell'antico veneziano si erano prin-
cipalmente dovute menomare durante quel periodo; e sono: la seconda
persona del singolare in -s (v. Arch. I 461-2), della quale due soli
esemplari hanno qui resistito all'opera innovatrice (v. § 48); la prima
singolare del verbo 'avere' nella forma di ai od e, che insieme importa
la prima singolare del futuro in ai od e (v. Arch. I 464 n, 472 n, e cfr.
ib. 432), del qual fenomeno qui piti non resta alcun vestigio*; e final-
mente la conservazione dei nessi cl pl ecc. (v. Arch. I 460), circa i
quali il vecchio qui si mescola col nuovo (v. § 15), Ancora può andar
notato in questo luogo, che manchi al nostro testo ogni esemplare
di -mentile = -mente nell'avverbio (cfr. Arch. I 459 541a), e in-
sieme accennarsi ai §§ 24, 41 a e 43.
Tuttavolta, gl'innovamenti che la mano del copiatore o de' copia-
tori ha fatto subire alla primitiva forma dialettale della 'Cronica',
non tolgono che il documento, come a noi viene, si possa annoverare
fra i più cospicui dell'antico dialetto veneziano. S'aggiungeva poi,
in me e in altri, il desiderio di annodare le osservazioni, alle quali
questo documento dà motivo, con quelle che già stanno raccolte nel
primo volume di questa collezione, e con altre, che altri testi vene-
ziani non tarderanno a suscitarvi. Perciò, senza voler dare tutto quello
che pur si poteva, sono nondimeno proceduto, in queste Annotazioni,
* Il nostro testo ha mostravo 60% poro potrò 70% entrarò ecc. 73*; cfr.
Muss. Cat. 13 15.
Anuotaz. a iiaa Cronica veiiez.: lisordio. 245
con una tal quale aliondanza, e ho spinto di continuo lo sguardo
anche al di là della 'Cronica'.
Il Mussafia è stato il primo, e per un pezzo il solo, che atten-
desse a illustrare con metodo rigoroso gli antichi testi veneti o ve-
neziani; e qui di frequente io mi riferisco, o alludo col pensiero, ai
seguenti suoi lavori: Monumenti antichi di dialetti italiani (Muss.
Mon., Mon.), Vienna 1864; Il Trattato De Regimine Rectoris
di Fra Paolino Minorità (Muss. Reg., Reg.), Vienna 1868; Beitrag
zur kunde der norditalienischen muìidarten (Muss. Beitr., Beitr.),
Vienna 1873; Zur Katharinenlegende (Cat.), Vienna 1874. I testi che si
producono nella prima e nell'ultima di queste scritture, son veronesi
o al veronese s'accostano; e circa la ragione territoriale dei glossarj
che sono spogliati nel Beitrag, mi riferirò per ora a quel che n'è
detto nell'Arch. II 404-5. Cito insieme anche la bella descrizione che
il Mussafia ha dato dell'antico milanese com'è nelle scritture di Bon-
vesin da Riva (Bonv.), cfr. Arch. I 299 n, 302 n. I numeri che ac-
compagnano le citazioni dei Mon., del Beitr. e della Cat., rimandano
alle pagine degli estratti (quando per Cat. non sia espressam. citato
il verso); quelli che seguono le citazioni del Bonv., richiamano al-
l'incontro i paragrafi dell'anzidetta descrizione. Per 'Trist,' cito poi
il saggio del Tristano in ant. dial. di Venezia, datoci anch'esso dal
Mussafia (v. Arch. I 448).
Allego inoltre esempj o riscontri dalle altre fonti che ora specifico:
Pas.-Cecch. = Antichi documenti veneziani raccolti da L. Pasini
e pubblicati da B. Cecchetti (v. Arch. I 448), Atti dell'Istituto Ve-
neto, t. XV. Rimando coi numeri alle pagine di cotesto volume.
Car. = La Cronaca di Raffain Caresini tradotta in volgare vene-
ziano nel secolo XIV, Venezia 1876, editore il Fulin, che ha fatto
egregiamente la sua parte. Citerò secondo la numerazione del codice,
assegnato alla fine del 1300.- È questo pure un testo di non poca
importanza per la storia del dialetto di Venezia, molto pregevole in
ispecie per la nitida e costante sicurezza della sua lezione; e la so-
lennità dello stile, che in parte dipende dalla solennità dell'originale
latino, in parte dall'abilità letteraria del traduttore (uomo certamente
ben più colto che non fosse l'autore della 'Cronica deli Imperadori '),
non nuoce più che tanto alla schiettezza del vernacolo. S'ha un buon
dato di seconde persone singolari nel curioso capitoletto: Inuectiua
conlra li padoani (IG*-17*, cfr. 40); ma il -s non vi si vedo se non
V40 Aucoli,
iieììd combiuazioric col i^ronomo enclitico {metes-tu tu metti, penMes'tu
[tdiiH] tu?; del resto: tu tof/i, tu rneti, tu uxaui ecc.), nella quale re-
hiato ot'(ji ancora; e manca perciò \i\it nel tipo monoaillabico (<m a
intidiad'j) e nel congiuntivo (iu possi] cfr. /^a c/ie fu inquiri la fjacre
e skfjui queUx hO'), che ò cosa un poco strana. Dura all'incontro l'-c
ant. vene/,, o padov. nella prima «ing. del futuro; jo par/artf 1, io
descriuerd 15, io naren! e ni rnostrerd 'io*, io re ferire 50, io passere
80, io uacerd ih., /"«r^f «o/a 101, allato a io poro potrò 15, io seró 41*.
Di qualclio vestigio propriamente pa'Iovano che «la in questa scrit-
tura, »i vegga la nota al § 1.
Cori. » Addttamenia duo ad Chronicon CorfAmioruìn, unum ah
anno MC'CCLLV. uaque ad annurn circiler MCCCLXV., alterum ah
anno MCCCÌjIV. (recto -LIX) UHqae ad MCCCXCI., patavina dio-
Unto scripta ah auctorihus anonyniin\ in MuuATOiii, Ker. Ital. Script.,
XII 9.50-88, Citerò il numero della colonna, omettendo il centinajo. —
Dello 6 avvertire, come il Muratori preHontÌH«e le nostro indagini :
•/lullo autom negotio patuvinilat<im, hoc ent patavinara dialectum, hinc
•fcmovere potuissem; Hed primigenium colorem erunt fortasse, qui
Miahere malint, quam emendatiorem linguam (057)'. Ma c'è da ridire
circa la 'patavinila)*'. La intonazione del racconto o la qualità delle
notizie ben ci prova olio questo scritturo [«rovengano da Padova; ma
il loro dialetto, quando addirittura non italianeggi, ò pretto vene-
ziano, o [)oco ci manca. ^Jii autori saranno Hlati padovani; ma hanno
con molta cnra nascosto tutto quanto distingueva il loro proj^rio
vernacolo da quel di Venezia (v. Ardi. I d20-'jri); e anzi aspirarono
Il BollovarHÌ ancora di pilj, come p. cs. nel sostituire l'-ó toscano,
di .'J. sing. perf. della 1. conjegaz. , alla desinenza propria allora a
Venezia od a Padova'. Solo pochissime forme tradiscono il vero 'pa-
vano', o megli') il tipo veronese-padovano; e anzi una sola ve n' ò
d'insigne: clk ;jc, fo serre <7r/o, esso le furon chiuso dietro, 8.'i.
S'aggiungono i due plurali: famii 02, Girardo de' Nigri 72; o pa-
dovaneggia anche cavaijli 85 fcfr. 81)^. Ma del resto son continuo e
' cerrM, tratt'i, lji, ar/itd 72, «on partic. fam. pi. PiuttoHto hì [lotrobbor
cro'loro sfuggiti alla riduzion'i letteraria: doniand'i., nicf/'i, 7.3. Ma naranno
Uivzn (Jl proHcnto (<lorii.''iH(la ni'',',';i), corno appunto Io rnOHtra la Htam[,a mu-
raloriana.
' Ancho y; por Mi' aco. pi., OJ (bia), na di 'pavano' { //': r yi, v. Arch. I
i'32n).
Aimolìvz. il UHM ('i.)iii>-.i \.<n.>/, : I-Iimm'.Iu). 217
costanti lo coiitravvonzioiii allo nonno 'pavuno'; o oo.si : (»//»*, ìjhcIU,
caste UiT2,'7i, questi^ todcscUHM, /uva-» ih., Li lato (W; uuimovia il».; ooo.
Aco. » Atto (li aiKMisa, iti dial. (luasi prottamoiito voiio/.iauo, oho
i cittadini (li Tol.i prosontano ii.l l;{[>;{ all.i Signoria di Vtìlltì/.la, Con-
tro Ni(M»l(^ /iHio; (hIìIo da '!". IìUoiani ind t. vVl doW Archivio V<*mto,
(■omm.'^ Michael is Sfoiis ilncis Vcmtiafum matidala. Hlommis-
siono' olio risalo al prin(;ipio dol hoc. XV, o ora (> pnhMioata, mocoikIo
un oHohiplaro iiin. di (luid hoooIo, da Aiit. Ivio, ii.d V v.d. iloir*Ar-
choografo Triostino'. Cito Nooondo la nnmora/iono A,^^<;\\ Articoli ohtì
ò iiolla (."onuiii.H.siono stessa. Man. a il v di .icoiida porsona: ./o.'/zoivi
tu )i(ui pilli. Ili (!r/ii '.VA.
Por MVol.t.' (< To/./.o' .il .ilaiio I t'onipniiiiiK'iili .ho ;Mà oraiu»
cosi nlloKati n.d primo v.dnino; v. ili. I I.S.
l'.v. •- 11 Cnitare di Ihiva d'AtifoìiK, pulddicato dal K,a.ina ii.''.iiioi
Mvoali di l''i-ancia', iloh'it^tia 1872. 1 numeri elio apponK'(t, nono i|ii<dli
(loi V(M'HÌ. — QiioHto (Cantare hi fa, ir» corti pa^r^i , ni(<7,7,o lVani'(>ri(\ o
piti olio ni(V/,/.()-, ma <> un 'iliri.lÌHiiio* elio oriii.ii div(Mita lion r.iro; <\
HO a MK) aVV(Uiiio di iicrivoro «ho il 'Uovo' mi N.ii.ddio Ioitk» dovilln
mandane col 'IJainanlo o ! ..<ri,.;:nii..' (,\r.-h. 1 IMii), oo.loil,;, m,.,! ■
tony.a, troppo Mlavorov.do al .lial.-tl.. .I.d 'i'.ov..'. .u romiav.i .-niH.i |.arto
elio n'ò [lill inl'raiioioHata, la a. da «h.' i.i .liiora iiv(>:im1 p(tl,uto vodcn».
Voro ò olio il molto Hagaco c.lil.oro n.tn Ir. Illa pili liiNÌn|-;lii(M'aiiionto
il lingua|^KÌo (Idi rtuo t.>«to, «di'(*HH c'Hio.sc.na p.<r intiero, e rieUiiO U
dirlo un //ov/o pinttoito elio un (liid(d,to (pp. Mii « ì'-'l). Ma lio ra-
giono di crodi'ro clu il mio j^-.iu.li/.io Oì".hì aar.ddio inoli.) pid unte; o
il l'atto (^, r\\n il 'I'.ov..' ò vorainont.i nn t.vito ' voii.'/.ian..', .hia/zat.»
(|na o là ili roli.i li aiii<.o:io, i\ dio la critica iu\ no pu.> alioiid.'inl<>iii<<nto
valere per la ntoria (hd dialetto di Vene/.ia, I (H'iterj «lial.-ll ili m'in
durnddioro poi a rahliaMrtiiro l'etfl di (|uer«to 'Movo', .Ini il li ijua
aMHCgna alla iind-ù (hd «oc. XIV. lo Io farei (hdla prima m«d,a del \ V.
Un.'-' liiiiiutvdii e, Lrirtu/t-iìio, od. Tioza ; vediiK» Ar«di, I llil Un.
vr. - // dnilrltn ,1, \','rn}ni. iii'l !ii'<;>l„ il, l),ni(r, por iiioiim. .■;iii.
prof. Luìkì <UirKi(, llolo;-;iia lH7:i, e.-itratto .lai VI v.d .hi 'l'i..pii
griutoro'.
gtiv. " liirni: penoveni della fine del aer, sin e dfl iinunpin di'l
xiVy edito da N. IjA(iumao«iioiik, An li. II IM-l-.'Jiy. HI citano lo pagine.
218 Ascoli
I. Vocali toniche.
1. Effetto elio Vi atono finale eserciti sulla determinazione delia
tonica (v. Arch. I 45on, 540-41): illi 20'' (cfr. § 41), che non m' ò
esempio affatto certo; libre de tornisi 45 (ma: senesi, luchesi, 70'');
orili (sing. creto, v. less. ) 19». È costante ortografia: Spoliii Spo-
létum 43% 44'', GÌ"; dove è da notare, circa l'uscita, che si risale u
'Spoleti', da mandarsi con 'Ascoli' Asculum, e altrettali. L'm che ò
nel plur. duxi duci, duchi, 46% ò di solito anche nel siug. : duxe 58* ecc.
(doxi una sola volta, se ho veduto bene; v. less.), diix § 8. Di 'lupo-'
occorre solo il plurale: luvi 48'' (allato a lovi 5% in cui la scrittura
ò ritoccata); e giova che sia qui notato, insieme con infirmi T. Ma
franscischi 'Franceschi' 24'', non vale gran che, siccome s'accompagna
con franceschi 20% 21'', 70'', ecc., e col sing. griesisco, § 27, Scarse,
insomma, le vestigia del fenomeno; ma ancora si vegga il § 3.*
2. L'è del caratteristico riflesso di 'sancto-' ("sàjnto; v. Arch. I
456-57) è qui sopraffatto dalla forma letteraria. Rimane sen, quasi
proclitico, in seti insto 10'', e sen zilio (v. less.); ma vengono insieme:
san piero 24"', san Silvestro 42'', sani andrea ib., santo Andrea 60%
santo Policarpo 10''. ^
3. Abonda il dittongo voluto dall'E breve e dall'^ {ié): I. una lie'vo-
re lepre 57% pidr/ore 48^ ;- brìeve 5% 5.3% brievemente 70*, lieve 40'' (e
così V analogico grieve 16*, grievemente 46'', 54*, 60% 68''); niega 35'',
siegua 40% li priegi 28% 44*, 44", 64", prieghi 32*, 48''; diexe de-
cet 5*;- intiegra 20'' (e anche alliegro 68''), piera IS"* (e gli starebbe
allato: pria ib.), piere 69*. Il dittongo passato nell' atona, è in sos-
tiegnerd 69''. All'uscita: un pe 40'*, ci pe 15% del pe 44'', iy pe SS'»
im-pid 5'' {choli pei 32% xm pie 60*). — II. griego grasce- 8% 4S'',
55*, griega 29", 54*, griegha 69", griexi 18*, 49", griesi 33", 53", 70",
griege 10", 12*; siegoli 1"; ciesaro 10* ecc. (v. § 38), ciesari 3".
* La 'fi'ott.' ha villi vidi, allato a vette vide, ma è un testo veneziano che
sa di terra ferma. A ogni modo, la dilTerenza si riproduce in Bv.: vete pass.,
e vitti I87I.- Rn. parisi potresti 254. E occorrono sporadicamente ili, quili,
in varj testi venez.
" Car. : sen Marcho 16*, sen Blaxio 25*, 73, sen Z'anc 48, sen Vidal 91,
allato a san Marcho 20% 23"^, san Polo 4«; ecc.
Annotaz. a una Cronica veuez.: Suoni. 249
Dall' e di antica posizione: pvievede prete (présbytcr) 38'', Ql'',
prieve 57'' bis, prievcdi 19\*
II dittongo è assai facilmente promosso dall'i clie apre l'iato nella
sillaba seguente; e s' hanno, non solo matierie IS"*, impierio 19\ A&\
69'' [imperio pass.), Veniesia 65% siedia 62% 65^ (in altri passi : sedia),
assiedio 27% nei quali si risale o si potrebbe risalire a un' e breve,
raa ancora: monestiero tnonestierii monestieri, IP ecc., 45^, 30% 45%
cimiiierii 19% nei quali si risale ad e (cfr. Arch. I 423-24, 488,
541 a). 2 Si direbbe che possa bastare anche il solo -i a produr co-
desto effetto, confrontato priesi 60'', 61'', GG'' [presi 68% 70'') con preso
G3'', dove si risale ad -cv- = ENS (cfr. §1). S'aggiungono coli' «e,
oltre impriexonddi 73'' (altrove imprejc., prexón), anche heriedo 62''
[herede 23'') e prociedere 59%^ malgrado Ve ài 'hered-' e 'cedere'; e la
cosa può parere, a prima vista, alquanto singolare. Senonohè, pure
il toscano devia, col darci Ve aperta, anziché la chiusa, in erède e
cèdere procèdere; laonde pur qui si ritorna a quelle concordanze no-
tevoli, per le quali le apparenti anomalie neolatine si risolvono in
legittime continuazioni di pronunzie volgari romane, diverse dalle
classiche'*. Anche zielo [gielo) C^Xo-, 39% ritrova 1'^ aperta nel to-
scano zèlo; e rimane frieto (v. less.), pel quale non abbiamo la rispo-
sta toscana, oltre Maìifriedo IQi^ allato a Manfredo IV.
ÉO: zudio 8% cfr. 49* e 69"; lyo § 35.
Il dittongo dall' e secondaria è nel noto esempio: missier 65' bis,
70% 72% missir T2\ 72% ^
4. Abonda anche il dittongo voluto dall' o breve: puovolo 5'', 12%
14% 15% 16% 64% puovulo 24'' [povuli 1%;- pruova 9% [truova 60"],
muova 57", cuor 40% fuora 4", 8", 61% 74"; compuose 22% 29", 35%
63", (?e/jwose 26% 36% ecc., sotopuose SO"", 31"- (e l'analogico respuose 32^ ,
col ditt. passato nel partic. : respuoso 42"); fuogo 7", 11", 22", 27%
luogo 8% 16" bis, lungho 3" [logo 57"; e il dittongo passato nell'atona:
* Ma: ruffino ^^reffi 13'', e aitane precede Preto Gianni 67'.
* Anche Vi à' insigne ingenio- 2', 15% 21*, dovrà, ripetersi dall'i clic
susseguiva nell'iato, Cfr. emigna e art Ro. 32G.
» concieder Pas.-Cecch. 161.5, 1616, Car. G% 36*, Conim. S, procieda 58,
sicccicde Car. 23*, heriedi 8'J*.
' V. per ora: Arch. II 398-9, IV I48n. L' e aporta toscana di spèra spia-
vano andava ricordata anche ib, li 441 e I 169.
'' mcdiesimo Trist , lor mcdicximi Car. 30, mcdicxivio 4^1, SI".
Ar.-liivio cl-'ttol. ilal.. III. ''
lunga 2\ ma legando S' ; cfr. puoté § ICn); muodo V', 6'*, 16'', 23',
23^ 27^ 3r, 35\ 38% 73» {modo 4"); iJitodo Rodi 10% v. § 38. Coi
quali manderemo anche vuodo 56*, vuodì 37%
Dall' 0 di antica posizione: puoi post 52% allato a /)oi §§ 63, 64; di
posizione neolatina: zuoba *jovja giovedì 19"; di posizione antica in-
sieme e neolatina: suocle zoccoli 5% tuor torre togliere 31°, 36'', 70\''
Finalmente, l'wo dall' o che viene da au (cfr. § 7), nei soliti due
esempj: puoco 10% puocho 3% 21% 24'% 04% 65'', 68'' (6P: a puocho
puocho), puochi 30", 52% 54'' ecc.; puovri (povri) § 9.
5. Per r 1 in e, nella posizione, son da notare (cfr. Arch. II 447-8) :
veììse vinse 2% 6% 15% vento 7% 14% 20% 25" ecc., venti 15% venta 8%
convento 6P; provencia 36'', 48% provencie 12'', 19'', 34»; cense 15'';
costrense 16''; impento (ira-pi[n]cto-) 67% impenta 18''; lengua 21%
lengue 69''; che son tutti esempj per uno stesso gruppo di formole (INC
ING). S'aggiunge, ancora nella posizione latina: senestri 73»; ^ e in
posizione tramontata: meio miglio (lega) 44^, per ploxor meia 69».
Col quale esempio (cfr. melgia ecc. § 25), veniamo a rasentare questi
altri, di posizione neolatina (cfr. Arch. I 177): famelgia 64% conselgio
e conseio, 49% 4°, QQ*, maravelgia 59''. Ancora di posizione neolatina:
maregna ecc., v. § 26. Ma è diverso il caso di vete, cioè di 'vid[d]e*
nell'analogia di 'stette', 20'' ecc. (v. § 52).
Per Tu in o, nella posizione, son da notare (cfr. Arch. II 448) :
azónse 10», a'zonti 72», conzónse 69% con'zonto 12'', conzonti 6'' ; ónsc
43*, onzere 9''. Qui va anche Perosa 30''.^
* Ma V uo di cuostumi, 15'', è certamente uu errore. In Car. è fuorsi 51*^
esempio di ant. posiz. sempre sentita, e v'è Y uà nella formola -drio: attuo-
rio ajutorio 61, territuorij 15, notuoria 14*, aggiungendosi pure Antuonio 78,
Ambruoxo 73, memuoria 34*, e anche custuode 20. Da ciò, considerato in-
sieme il corrispondente lusso degli ié, viene a quel testo come una nota di
'padovanesimo'. — Iscriz. : helemuosena -muosene. Gamba 16.
^ Anche è, più d'una volta, cerca 'circa': cerca XL milia 70'', cercha xiv
milia 71* {cercondddo 28*); ma: circha li libri 30', circha questi tempi 61'',
circha et collo 4% e anche circhdndo2 6'', come piscóva 4^.- Car.:j mexe o
cercha 49*, ccc de lor ouer cercha 55, cercha nona 58, ouer cercha 60, cer-
cha LX 65, cercha el meio di 81*, cercha la hora 88*, 95, 96; ma circha
85, 96*. Comm. : zercha 36, 38, air/un castelan over zercavexinj over altri
de quele parte (circonvicini) 55.
' Superfluo accumular citazioni, per questo paragrafo,, da altri testi vene-
ziani 0 veneti. Restringiamoci a questo poco: malegno Car. 4, benegno vr.
34, no te i'cn^is-tu la sim Rv. 010, so c^ì'^a hi spa r>\3, vcrm<:io 1655, 2307; -
Annotaz. a una Cronica venez. : Suoni 251
6. Per l'i intatto nella posizione, son da notare: miro (intcì'; cfr.
Arch. I 4G4n) 5^ 12% 15% 47% intra 14% 16% 46" (e fuor d'accento:
intramhi intrambe v. § 46, oltre le forme verbali: intrare 34'', in-
trar 27% intra infin. 34% intrado 1% intradi 33% intrando 23% 26%
47% Ì7itrd perf. 22% 25% 26% 50")*; e dito detto 1% 3% dita 3".
Per l'o intatto nella posizione: lonzi lungi 7% 27% 33% 36% 42% 4 1"".
Per l'u intatto nella posizione : dutto 'ducto-' 40% dato per paura
16% conduto 59% reduto 15% 53% induto 43% seduto sedotto 12% 40%
introduto 58% produto 59"; corruti 59"; sepulchro 64''.
7. È intatto I'au in ihesaiiro 32% 54", thesauri 32", 32\ 45% 68%
cfr. Arch. I 500. Ma insieme: tJieèoro 58% 6S^.
AUD, AUT, AUC, danno rispettivamente ald, al t, ale' (cfr. Ardi. I
157-8 500-1 ecc.). Gli eseaipj, che nel nostro testo occorrono, son
tutti di formola disaccentata; ma è tuttavolta ragionevole e oppor-
tuno, ch'essi compajano in questo luogo: aldire udire 28", aldando
udendo 28", 30% 40% 55" {oldando 40"), aldu udito 28% 52", aldudi uditi
m\ alàuda 33% exaldida esaudita 11", aldi udì 1% 33% 56% 57-'^;
laldare lodare 10% 72% laldada 50", laldevol 3", 42% 68*, chosse lal-
devole 55" ;2 se aldegava osavano ('aud-ic-ahant, cfr. Muss. Beitr.
25) 73"; allurio ajuto (*autório, v. Arch. I 456, Muss. 1. e. 26) 6'',
24", 39", 41", 49", 59", 60", 64", 70", 71" ;5 alcidere uccidere (aucci-
dore) 9", 16", 26", alcire, 36", aleideva 24", alcisc pass.
V. ancora il § 4 in f.
II. VOCALI ATONE.
8. Dileguo di E 1 o all'uscita (cfr. Arch. I 427-8 457 467-8, Muss.
Cat. 6-7, Beitr. 15):
in quelo ponto Comm. 59, vni non de entrare ponto Pozzo 58, v. 59, ecc. Si
cfr. Bonv. 15,16, 99n; 31; egnv.: verna 108, enpente 266, se destcnse 171, in-
spense destrenze 290, malegno 181 e altr. — Del rinaauente, anche il napolet.
dice depegnere cegncre astregnere, ogncre pognerc; e Celso Cittadini già
notava: ^.... ponto, e onta, o gionto per o chiuso, come dicono i Sanesi con
'tutto l'altro d'Italia da' Fiorentini in fuore, i quali, punto, e unto, o giunto
'dicono: e così altri vocaboli simili'. Op , p. 1G7,
' Ma: dentro 30^ bis, dcntrambi 05'', e sarebbe uno stento il voler di-
videre de-'ntro ecc.
- 50 laido suo laudo, Pas.-Cecch. 1599.
' Anche si consideri Altcsiodorn Autissiodorum (Auxerre) 17'. Ma Anii/-
siodoro ITi'.
202 Ascoli,
dux 36\ 39", 40% 42% 51% 55% 57% Gi% 03% 01% 05' (ma: duxe
58% 01% 07*)^;
cos( com li dirave 0'', quasi coni si fosse sta 31% si chom se leze
64*, si chom ven dito 5*, 48", si chom una 33^, si con cercondado
28"; per hom {ho) 67";-
de lor 37% con molte hoste lor 01% theodosio menor 23% 24"; ecc.
(cfr. § 36);
umhigol (v. less.) 33% laldevol 08% de avril 05' (cfr. § 36);
Milan 21% 2P, 22% Millan 19\ 31% 65% 05% de Ocean 21%
Gracian 22% Jastin pass, (ma Justino 28'', 29''), Constantin pass., e
così di più altri nomi proprj in -no; io imperio roman 38% nobile
roman 11"", roman imperio 16% 24'' (ma: romano imperio 30'), re
arrian 28', /aio /<) arzVm 19'', siando arrian 21'', volchan 29', 5o>z
38'', /m 31% um 37', m prgron 46% m 5e>2 22% fato ben 29', ii Fri-
xon 40', Ze rcgion 44'', /g diverse religion 49', Je Zi Z^en iZgZ comwn
32% 34' (ma: de li beni del comun 36', pleyio de beni 37'); ecc. (cfr.
§ 36).
9- Dileguo dell' E di penultima (cfr. Ardi. I 424-5 455): ovra 9%
IS"", ovre 3", 53", povri puovri 34', 51% 32', e forse alcire^^alcidere
(§7)5, Qui ancora il caso congenere del dileguo dell'e di protonica
interna: reenvrare, v. less.
Dileguo dell'i di penultima: inedesmo IS*", 21'' ecc., medesma 4%
5*, 16'', 19''; e qui anche batesmo 28% comunque Vi non ispetti alla
base originale.
Ddll'o [u) di penultima: suocle zoccoli 5''. ''
ÌO. L'i di penultima passa in e: humele 40', 45', simele 18', 26%
32'' (6" bis e 23*: simile; 42': debile), utele 23', 32% nobele 4% 34%
• [Acc: si fes caregar], dux Bv. 20, 63 ecc., plax 427, 457 {plaxe 536,
849), 15!0, 1515, meltris meretrice 145, 1529, pong 221, 568; cfr. Marchese
di Est Cort. 70, 71, 74, 80 {Este 84, 8G, 87),
- Cfr. Reg. 149, Mon. 9; si de gente con de arme Pas.-Cecch. 1604, cfr.
Bv. 1802, 1960, con sa Rti. 191, con po-tu 199, cfr. 252, 263; hon nado Bv.
630, algun hon se genga ecc. 643, cfr. 825, 1310, 1357, vu non ave hon in
tuta ecc. 961, cfr. 1160. L-om pò far, ant. iscriz., Gamba 11.
' Più facilraenta si concede il dileguo dell'e nella base degli ant. mil. olclr,
rive ridere, Bonv. 127, cfr. ib. 12, 23. Rq.: anclr 254, cfr. 711, perf. onci 313,
317; gnv. onciró 235.
* Cfr. il 1). 1. jUIo Aiolo, Car. 5*, 7.
Annotaz. a una Cronica venez.: Suoni. 253
57'', 7P, noiaheU TO'" (pi.), martere (y) IT, 43% 46"', 55% li novi mar-
tere C4\ decerne 42\ anema 42\ femene 16'', SS**, domenegha 61''>
portegho 62^; mitege § 55; reriene 8'", 17^ {verzine 2^), ordene 4%
41% 45% 62% 68% 70% ymagene 39'' {ymagine 40% 4P), moUetudene
60% moUitadene 59'', 04% 65% 71" (ma: moUetudine 53", moltitudine
59% 70"), similitudene 49% soletudenc 5G% soliludene 69% E cosi di
protonica interna: femenile 43^, smenemd4^', alia termendl'Z^, mera-
velgioso ecc. 23% 59'', 29'', 26'' (base peraltro clie ha Te anche .sotto
l'accento, § 5). E di protonica iniziale: menor 23", 21^, 59'', segnai'
pass., segnarla 36\ serene sirene 33", senestri 73% besavo 37", saiz
remore 63", verta 34"'.- Cfr. Reg. 142, Mon. 9, Bonv. 17; Car.: si-
mieiiele sinoiglievole 70*, ecc., Comm. : inviolevelmente 55, 56. *
11. È un a per Te primaria, o secondaria, di protonica, in pia-
toso 32% 48% 73*^ (32*^ e 46=^: pietoso), piatosi 51", piathoso 9% 9",
piathose 53% rayna [rojina] regina 52", 54* bis, alimenti elementi
45% alesse 39"; trabuto 38", 41*, manazdndoli 20", manazà 28", ma-
nazasse 33* (allato a mindce 31*); impara imperò, pass, (allato a
impera). Cfr. Reg. 141, Beitr. 15, 92, Bonv. 5.2
' Questa dell'/ atono di penultinaa in e, rimase perennemente una proprietà
distintiva del dialetto veneziano ; e si adattano a codesta riduzione anche le
parole nuove, come obedendo a una norma analogica delle piti stringenti. Cosi,
introdottasi Velice nella navigazione a vapore, si senti subito dire a Venezia:
l'éleze, ed è come dire che la nuova parola vi subì immediatamente l'alte-
razione che le voci tradizionali hanno subito secondo il presente paragrafo
e secondo 1118'' (cfr. p. e. Monséle'ze ~ Monselice, ecc.). Molti si maravigliano
della regolare costanza che s'avverte nelle evoluzioni fisiche della parola, o,
in altri termini, dell'esistenza delle leggi fonetiche. Ma le cause delle prin-
cipali riduzioni son veramente etniche, cioè dipendono da predisposizioni orali,
le quali inducono a divariazioni costanti di quell'entità fonetica che uno strato
etnico assume dall'altro; e alla difScoltà orale o alla dissuetudine, che s'op-
pone a una data forma fonetica, vien poi ad aggiungersi anche un'operazione,
quasi istintiva, di coerente riduzione fonetica, di uormal distinzione fra il
proprio e l'altrui. La trasformazione tradizionale o connaturale si afforza e si
continua mercè l'energia del principio analogico, la cui potenza, cosi mani-
festa nella morfologia vera o propria, va attentamente esplorata anche nel
giro delle mere evoluzioni del suono.
* Più ancora dell'a di piatoso, è fermo quello di raina. Cosi in Trist. e Cat. ;
e Car. raine 34, Bv. rayna Gi6, 1742. Circa alesse, cfr. p. 187n (li"), Mon.
104 e Cat. 4 (v. 506: allesse). Pozzo 56, Bonv. Ili, 112, 121, 133. Nel Voc.
it. : aleggere e alleggere.
$54 Ascoli,
12. Resiste anche fuor dell' accento la prima e di 'debere': clever
35% deveva 20% 20% 01% 09% 71% 74'' {doveva 51'^, devesse 73\ e
così Car. : dener 27% deuesse 30% ecc.
13. Favorito il conservarsi o il prodursi dell'a finale negli inde-
clinabili: cantra 30% 37% ecc., in-contra 34% 71=* (v. 70''), cha uncha
altra §§ 84, 09, 79; -fina § 77; fuora § 4; adonca 37% adoncha 59\*
Non ispetta propriamente a questa categoria morfologica, ma può
qui ricordarsi anche ogna chossa 27'^, agna generacian 48'' [da ogni
parte 32''), malgrado la spinta analogica del genere 09. ^
III. CONSONANTI.
14. LJ. -L'esito di questa formola oscilla continuamente fra Ig e
j. Così molgiér 3% 38% moier 4"; batalgia 14'', hataia 51"; conselgio
49% conselgieri 7% conseio 4'; fylgiol 1", fyastro 2'', fyo fio 2'', 4%
fya 3% 11''; pavaZ_$^toni e paviani 37'; volgianda 11% voidndo-la 30'';
famelgia 7°, meravelgiaso 23'' ecc. (meraueiioso 29''); cZ-oio 2% Zt«o
00'', metór 7'', pyando 25". Qui riviene, per /Ji a LI, anche assalgi
assali 25'' ecc., allato ad assa?/, cioè 'assaji% 51% assaJj 02'', l-assaij
04% assaysse 47'' (Bonv. : assalie assale 109; Reg.: so/e arsair 147
151); e a formola atona: Fercci; 19'', allato a FerceZ/t 50\- Cfr.
Reg. 145, Mon. 10, Bonv. 35, 40.
15. CL PL ecc. -La formola intatta si avvicenda con la riduzione
italianeggiante, e per cl questa affatto prevale (cfr. Arch. I 303-4n,
452).
cl: darà 10'', 13'', clarissimi 23% chiaro 12'', chiare 13''; chia-
ma 1% 15'', chiamada 31% chiamada 0'' ; chiesia 1% 12% ecc., chiesie
10"; e a formola interna (clo tlo): otchi 1% 33% 39% 43% 55% no-
ichieri 54'', pedotchi 59'', vetchio 10% 14'', vetgio 47'. ^
gl: glaza 47% gladio 28" bis, 33% 69\
^l: più 10" ecc. {più e pili, 4.0^), pio xor v. § 36; pianto 0% 2)Za>z-
ieya ib.; ;)iew 17% implidi Bl^, implida 25'', complido 52% complidi
' Cfr. Reg. 142, Cat. 4, Beitr. 15, Bonv. 6, e guv. pass.- Rn.r unda unde
408, 409.
» Cfr. Mon. 113, Reg. 145, vr. 36, Car. pref. Fui.
' tch tgj esprimono e. La scrittura lascia dubbio talvolta fra te e ce. —
L'esito j = Ij - CL s' ha nella continuazione di 'ad-pariclare' pur col signif. di
'apparecchiare': appaviada Cort. 82, Pozzo 83, aparid Bv. 2040, ecc.
Anuotaz. a una Crouica vene/.: Suoui. 255
11'' (ma: compirlo compisse ò2% o pieno 22'); plac/a 50% 71'', plagha
implegado 58% implagada 69% ecc. ; plezarie 'pieggierle' 9" ; tempio
5'% 6^ 15% templi 22\
fl: fiori pass., fioriva 23''; flado 3% //ac^ór 10% fiume 22'', 23%
25" ; infiamma . . . , fiamma 24'' ; fiandra 60% flandria 63'', fiandra 49%
bl: ^'itXMCO 10'; hlastemando 20'', biastemando 27'', blasfeme 23%
òiastemava 43^ ; - sablonegna § 26, allato a. sabión 73°.
16. Circa la digradazione di sorda interna in sonora (fra vocali, di
solito), ò da avvertire, sulle generali, che il fenomeno investe, come
per spinta analogica, anche molta parte di quelle parole che mal si
potrebbero attribuire al dialetto, e perciò non lasciano presumere che
l'alterazione vi provenga dalla evoluzione storica vera e propria^.
17. Per la digradazione della sorda gutturale, citeremo: piégore
48''; zugando giocando S*»; algun 11", l?"*, alguni 25'', alguna 18%
alglmna2o'^\ inighamente iniquamente 5P;2 vendegarse\2^^ vendegasse
20'', scomunigare scomunagado 6P, 62"; degolado decollato 13% 26";^
gramadego 29*', cherigo 26'' ; ecc. Strani e non credibili esempj di con-
servazione: lachi laghi 63^, e sequaci (spagn. sccuaz) 46". Cfr. § 18.
18. Se al e delle formolo ce ci, precedute che sien da consonante, o
a quello della formola cj, si risponde per z (sordo; venzedor venzidor
l'', 22% braze braccia 1'', glaza 41")', precedute all'incontro che sieno
da vocale, s* ha pure in queste, di solito (come per varj morii si ri-
prova), il digradamento di sorda in sonora, e così s'ottiene z, ^ che
la scrittura esprime, quasi indiflferentemente, per z {g) o x o s. Ci-
tiamo: paxe e pasi, 1% 8% 38* ; faxelle 27''; axerbo 9" ; zazesse gia-
' Appena occorre notare il caso inverso, di qualche sorda sporadicamente
rimessa dove pur correva la sonora del vernacolo; come in rcfutasse 21";
puoté 45'', 59% 2J0té 59% desiderala 68''. Il p ò costante nel letterario so-
perchiare 38*, cfr. 45'', 49'', 58*, allato a de sovra 39'; e cosi: soperclerd
Pas.-Cecch. 1602, sopercli Reg. 145, soperclaoa Cat. v. 13, per soperchia so-
licitudene Car. 23*; sopergiar soperr/io Bonv. 37; e pur gnv. : soperjhar 185,
saper jo 248, soperzhar 239, soperzha 297. Notevole il e etimologico in colfo
Comm. 61.
^ enegamente Cat. 6, inigo Bonv. 04, gnv. 105 ecc.- Cfi-. less. s. scalore.
' degold Bv. 305, gnv. 105 ecc.
* La distinzione tra sorda e sonora (-, i), estranea naturalmente al codice
(che sempre ha j;), s'introduce nel presente spoglio, quando cautamente si
possa, per conseguirvi una maggiore evidenza.
?50 Ascoli,
cesse 34'', zazando giacendo •13\ zascre V; nosere •IS''. Ma il -ci ili
plurale farà come una categoria di per so: mónexi mónesi mónisi, mo-
naci, 21'', IP, 41^ , griexi f/riesi greci § 3, immisi 9'', SP, 67% chierisi
30% heretìxi (allato a catholici) 28% ÒT.- Cfr. Reg. 144, Mon. 10,
Beitr. 18, Bonv. 65, 74, 75, 76, 77, 82, 108.
19. Lo i {z -X — S-) poi, appena occorre avvertirlo, ha insieme
tutte le normali funzioni del r/ italiano^: zeììte 2% Zennani 44'', 46'
{Germani 49'', Germania 49''), fuèire 17% vérzene 8'', 17% manza S';-
zezuno ecc. v. less., zugno 58'', zudei 3% aioni:a»Trfo aggiungendo
44'', mazo maggio 58"*, mazor 25'', GP, pezorando ..',- chozin cu-
gino 8% raxon 56% caa;on 55% ^'J'cicon 46'*, apresiado aprcxiado -pre-
giato 9% 9''. — L' antico dileguo del ^ è in maystro 3% maistro 4'',
7'', amaistrd 3\
20. La dentale sorda e digrada e si dilegua: senado 12% marido
4*, imperador ecc.; refudado 49'', refuando P; 2)0(ieya S?'*", poesse 47'»
(cfr. § 56); commudd 56^, wwà 57*-; /?ada 1% 8% 12% 25% /^a 47%
50% 74*, fpd 23''; spuando 22''; reonda, mesceado e amia, v. less.
Il qual doppio fenomeno va in ispecie osservato nell'esponente del
partic. perfetto. Così avremo: portado 22% 45% portadi 5'', perigli-
lado 3'', pregado 12% JatZo 6% s^acZi 35% cZacZa 7% dade 32'', ornada
2'; vegnudo 44'', recc^wcZo 45% cressudi 2% confondudi 23'', nassudo
P ecc., nassudi 17% nassucZa 47% renduda 23''; sculpida 32'';- dormio
&", scolpiti 32''; aèi<a avuta 62'', nasswa nata 68';- manda 8", reco-
?;m ricuperato (-a) 45% /osse s^a fossero stati 31% em sia foi^g 62%
condanna condannata 24% occupa occupata 45''; vegni'i 36'', 41'', j^er-
vegnu 27% adevegnù 44% nassii 16" bis, 17% 35% percoli S**. - Cfr. Arch.
I 458, Reg. 148 n, Mon. 11, Beitr. 15, Bonv. 116.
21. TR. Il t di questa formola sempre è perduto nelle voci schiet-
tamente vernacole: pareV, 3% 5% mare 61% so frar 36% ecc., fgo
del frar 23% tre frar 47" {fradetli 6^)% li frar menor P; piero 4";
* Ond'è che senza certo equivoco si adopera il solo g anche per la pro-
nunzia gutturale innanzi ad e ed i: le spige SP, griege § 3, large e longe 3P,
largeza 5% 47% longeza 47''; wife^re § 55; luogi 40=^, 25ne<7i 44% 44% 64'*.
Cfr. Reg. 144.
^ Cfr. § 36. - Porre che frar sia il nomin. 'frater' (v. Beitr. 59), torna come a
dire che l'antico -r si conservi, ed è cosa molto arrischiata (cfr. priévede ecc.
§ 3). Vero é che anche ponendo frar = «fratre' s'incappa nella difficoltà della
Aunotaz. a una Cronica venez. : Forme. 557
piera piere § 3; laroni (?) 34''-, imperarixj 5i^, 57'' bis, GÌ''; poro
potrò 70\ Cfr. Arch. I 458, 469 a, 528 n. Resta all'incontro la
esplosiva dentale, allo stato di sonora, in nudrirjare 20'', nudrigado
67'' (se nodrigaua Car, 61, nudrigarlo 91*), a tacer di desfamadrixs
11" e altrettali ^.
22. Dileguo di d primario, è in confìandose 22^ Circa desgraeremo,
si vegga il less.
23. La sorda labiale in v: cavo 4% 12% \t)^, 16% carelli 31"; re-
covrd V. less.; ovra 18", adovrd 12% 39% adovrado Q^'^',^ percevesse
34"; rivese 'ripense-' 15"; liévore lepre 57% Icvra lebbra 17", 18'. —
B in y: fevra 43", fcvrar 68".
24. Dileguo di v primario, è in zod giovò 59", 61"; cfr. vc'doe 51";
e pel fenomeno in generale: Arch. I 458-9, Beitr. 17. Doppio il
riflesso di w, e sarà come dire che il nuovo qui ancora si mescoli
col vecchio (cfr. Reg. 144): guarda (serbò, tenne con sé) 15*, guar-
dando (considerando) 27"'', 28% guardador (custode) 72", allato a var-
dado (osservato) 24". Insieme si può mandare: guasta 24", guastava
guastacion 40% allato a vastado 35\ Guallengi 33=* dirà Vallesi, cfr.
less., s. vagando. Finalmente: Ulgelmo 51% cfr. Vielmo Car. 73.
B. Note morfologiche.
I. SUFFISSI E PREFISSI.
25. -ARIO. Doppio, come suole, l'esito di codesta base (-aro;
-iero, -ero, cfr. Arch. I 484-5): tu para de buo 22^^; solaro v. less. ;'
melgiar, pi. melgìar melgiara, 5% 12", 36", 'milliario-' nel senso di
mancanza dell' -e che resta normalmente in pare e mare. Ma c'era il doppio
tronco sor e sor ór (v. less.), che potea facilmente promuoverò la perdita dell'-e
di *frare.
' Cfr. Reg. 144, Mon. 11, Beitr. 17; nelle quali fonti ò anche norigar, no-
rir, noriga, cfr. Arch. I 458; norigado Bv. C29, cfr. 1405, 2009, pugno quarà
395, quarado 619; e 'nperarixe Cat. v. 271. Gav.: norio 172, norigda 178, ecc.,
inperarixe guiarixe 164, desiparixc guastarixc 300, porroo 172 ecc.
* recovrado Pas.-Cecch. 1G18, adovrar, ovre, 1G25; uoura Car. I, 3*', uoure
93*, aduoura 46; recovrd Pozzo 77. Gnv. : ovre 287, avere 306.
^ Questo esempio s'accoglie qui per l'identità della base fonetica, ma ognun
sa che non vi si contiene un suff. -a rio od -aria (par-ia). E insieme giova
che sia addotto ara aja Rn. 582 sgg., che è sempre del venez.
258 Ascoli,
'miglio miglia'';- lavorkro 20'', templicri 02'; mcìeni 'luilliaria*
73% nel senso di 'migliaja'^. Entrambi gli esiti in uno stesso nomo
proprio: Berengaroh2\ Derengkro -gero 50'', 51°, -gier 58''. ^ — Un
terzo esito: -a'rio -e rio, del quale ritocco altrove (cfr. per ora il
fem. -cria Arch. I 485 e IV 359), è qui rappresentato da fulmine-
rio fulmine (cfr. mil. fulminc'ri, fulmine di gente o sim.) 15'' ecc.,
V, Icss. '»
26.- -INEO (-injo). Oltre maregna maregnia matrigna 13^, 30'' ecc.,
ancora i due aggettivi marmoregna{la cita marmoregna città di marmo,
di pietra, contrapposta a la cita lateriza) 2% e sablonegna 73% quasi
'sabulon-inea', sabbionosa^.
27. -ISCO: griesischo grechesco d^, franscischi 'franccschi' Fran-
cesi 24'' (v. § 1), cfr. hungaresco Cort. CO. -ISMO: sorrasinesmo
73". «
In luogo della base verbale 'affrictare' (affrettare), è pur qui la ])ase
'affrict-iare', v, less. s. affrezasse.
28. DIS-: se dislongd 56''; se despaìHi 5^, se despartisse 28% des-
partido 37^; descazisse § 56 (cfr. descazudo, che elio mori non ecc.
62''); desgraeremo v. less.; desmontando 59''; desfamado diffamato,
desfamadrixe , 11''; desposto deposto 68'', desposicion disposicion de-
posizione 69'' (allato a deponudo, p. e. 68''); desventurosamente 28^;
deshonestado (vituperato) 62'\ Cfr. Reg. 150 153, Bonv. 133; desme-
* E insieme il semplice meio § 5, melgia : xil melgia 9% ploxor mela 69*.
" E insieme il semplice milia, v. § 46. Cort. 73: miara miglia e migliaja;
Pozzo: miera de mie migliaja di miglia 82.
' Curioso è torniero torneo Cort. 83. ^ elemosinarlo, 34% è voce letterata.
' Per -ANEO non trascurerò capilaino 39% comunque gli stia allato ca-
pitanio 59''.- Il solito radegare *err-atic-are ( v. less.) mi porta poi, per
-ATICO, a paxenadego Comra. 42 ter, 51, che deve significare un compar-
timento territoriale o amministrativo, e ha una base per me incerta. Ritorna
questo suff. in parentadcgo Bonv. 132; e la forma femin. ci appare in live-
raiga fine, incomemaiga incominciamento, gnv. 232 (vegarao che liveraiga
segue questa incomenzaiga; cfr. liuerai finiti, 274), cui nelle stesse Rime
stanno accanto i mascol. viazaigo 210, marchesaigo 253. Finalmente sia ci-
tato, per [-ETJ-ICO, l'aggett. venodhega Acc. (megena venedegha, una mi-
sura di grano), che ritorna nel /Sevérf/.ov zecchino, cioò 'moneta veneziana%
sempre vivo fra i Greci e gli Albanesi.
' residio resto (residuo) 40% sembra un errore.
Annolaz. a una Cronica venez.: Forme. 259
ritd Car. 8*, desposenti impotenti 57, 61*; descreserave Cort. 01, des-
tegnudo 63, desmontando 82; gnv. : deslavorai, ridotti senza lavoro,
279; e il fri.
29. DE-: deruinadi 23% demonstrandosc mostrandosi 24^. — AD-
DE-: adevene avvenne 54*, 56'', 57*, l-adevene 74*, adevegnù 44%
adevegnude 46'', allato a devegnudo 48'', devegnuda 59^.
30. AD-: atrovd 32''; atestimoniando (?) 46''; atemperado v. less. ;
amezando 71*, che deve dire 'tramezzando', 'intervenendo% civ. per
amezamento di alguni Cort. 79, azó che le galie de li inimixi non
mezasse le rj galie Car. 81, mezando iustixia (l'orig. lat. : mediante
iustitia) 4% 10, mezando el diuin alturio 22*, mezando le conforta-
cion 88. Ancora sien citati: zuogo auento ludum victum Car. 62% lo
la aiieme egli la vinse 72% semo atradidi òQ., che pure vengono da
tal testo in cui è improbabile la mera prostesi dell'a. E v. il § 29.
31. IN-: impento dipinto 67-"^ ecc.; impensd pensò 3'', impensado 26*,
impensd 49% im-pensando 31^ \'^ inzenerd 49^ his^ inzeneradoòl% inze-
nerada 53% allato a zenerd 53*; in fuga 50% infugado 55*, 63»; in-
saldo salito 64''; incluso in un monesliero 42''; in-s-paurido 31*. Cfr.
inlassada nelle note lessic; e Reg. 150, Beitr. 22, Bonv. 133, Bv. 779.
Pozzo 85: questa legenda fo insemplada. Gnv.: enpente 266.
32. RE-: se resforzd de renovare, 63*. 33. SUPER-: sovra-
-ordend 62*. 34. EX-: scombatù 31*, scombatudi 34" ecc. 2
II. FLESSIONE DEL NOME.
35. Figure nominativali sono statio'^ stazione, stanza, 19*, e des-
sensio 66'' (cfr. Arch. II 436), oltre il solito nievo, di cui v. il less.
Pur qui sono poi gli obliqui sorór sorella (v. less.) e mdrmore 32'',
33*, 36*, 58* (v. Arch. II 427). E insieme occorrono il rotto e l'obli-
quo di 'leo' nella funzion di n. pr. : lyo 39% 43*" ecc., lyon 39*, 41''.
* die in-pensar deve pensare, ant. iscriz., Gamba II.
* Car. 34*: scaminando da li suo progenitori (declinans).
' È tuttora del dial. venez. (vedine il Boerio) e sempre masc, come l'it.
stasso. Car. 71: lo lion monta suxo del so stasio. Altro esempio congenere
può parere grande offeso Cort, 9G3, secondo T'Archiv fùr òsterreich. ge-
schichte', voi. nv, p. 420. Ma non dov'essere se non uà errore curioso, poiché
la stampa muratoriana, a cui ivi senz'altro si ricorre, porta a/fesion, e in
quel passo e altrove. Piuttosto giova ricordare en lo possessio, Gamba 31.
260 Ascoli ,
La qual doppia forma ci conduco a OtAo Ottono 51, 52 ecc., col cu-
rioso plurale Otti 55% allato a Otton 50*^ e Eudon Elide 42'\ *
S'ha die (dies) così al sing. comò al plur. : in un die 17-'', 01=^, ci
nono die 18% de mezo die 71% el die de san picro 21-'', ituochi die 74'',
li die suoi 32% in xxx die IG** (accanto a in lo di 17*, per xii di 30'",
per xrii di 44", in questi dt 49"); ma non vorremo vedervi una par-
ticolar figura tematica, malgrado che nel nostro testo si stenti a
trovare altro esempio d'epitcsi {con sie § 41)-.
36. In -e fa puro il nostro testo il plurale dei sostantivi ferainili
di terza latina: potentissime vertude 4*, de tute vertude 5'', altre ci-
tade 49% iustissime leze 9", rede reti 4'', le veste 11'', de tute parte
20% in le parte 22% a le parte 25% le confine 47% 54% 71% 72'' {le fine
de India 7% cfr. 38*)% le ymagine 4P. E per l'aggettivo si potreb-
bero citare: le nobele femene 4", chosse notabele 70"*, le vestimente
resplendente 10", le calze era pendente 32*, e pur con forte mane 43",
o le quale 4% 4P. ^* Ma qui s'entra nell'incerto; s'arriva cioè a quella
generale oscillazione fra l'-s e V-i nel plurale dei nomi di terza lat.,
la quale ben ritorna, in qualche misura, anche altrove, ma in questa
regione può anche avere, in ispecie per l'aggettivo, una sua ragion
particolare. Poichò un antico strato idiomatico qui andava spoglio an-
che dell'-e (dava, p. e., fort ambigenere, allato a car cara) e il 'rive-
stimento' delle antiche forme poteva perciò portar seco e incertezze ed
intrecci d'ogni maniera. Di che ritocco altrove, e noto qui intanto :
dormiente fradelli 25% solenne legati 28*, molti grande homini 63^] li
fiume 63% tre mese 7P, doe zovene masc. 15", cfr. 13'', de li suoi ma-
dore 40'', li divini honore 8^ ; le quale [cita] era a elio repelli 34% ^
' Dinanzi al friul. nigisse (*necéstas, Arch. II 437), ora assumerebbe nuovo
aspetto anche un venez. necesso: e qiielo che fosse de necesso Coram. 18, s-el
sera, necesso ib. 48. Ma il necesse di Dante ne andrebbe sempre disgiunto.
Ancora nella Comm. : biava a sócedo, biava a sózedo, e là che sono li suoi
sósedj, 29.
" lo die Pas.-Cecch. 1609, /// die 1607, ecc.; lo di 1619 (ter).
' sulle confine Cort. 59 {de' confini 68), le fine vr. 37.
* Cfr. Reg. 145, Beitr. 19, Bonv. 85. E qui riviene anche delle carcere 68\
in le charcere iscriz. Gamba 16, comunque sia di masc. lat.
* Con Vi nel singolare: pasi pace 78^ [paxe 8» ecc.), la quali 5''; e anche
quelli medesmi 69^. Cfr. i §§ 52 e 55. E di plur. femin. in sost. di terza
lat.: sor òri § 46.
Aunotaz. a uua Cronica venez.: Furine. 261
È ancora privo di desinenza il plurale dell' un genere o dell'iiUro, o
nel sostantivo o nell'aggettivo, o in entrambi insieme, negli esempj che
seguono: li frar menorV' (cfr. § 21), in li canyon 19', le circumstante
ìrf/ionlS^, le [li] fin T, [de li wan 53''], li qualSQ'', in li qual tempi 44°,
le qual IS*", U qual chose tute 45", le qual lettere 45*", quelli che era
non nosevol nocevoli (va però notato che la parola susseguente inco-
mincia per i) 2^; ai quali s'aggiungono quelli che adduce il § 8, e
anche buo boves 22''. Cfr. Cat. 19-20. S'aggiunge, come suole, che
sia costantemente senza desinenza Vaggeit.ploxor, serva esso al plur.
mascolino o al ferainile, preceda esso al sostantivo o gli sussegua:
ploxnr anni 40'', ploxor monestieri 45'', ploxor leze 26'', ploxor pro-
tende 34*, lombardi e toschani ploxor 72", de vertude ploxor 12*;
ploxor da quelli 24^, ploxor dubitando 60*; ecc. (unico esempio, che io
mi sia notato, per l'appiccicarsi della desinenza: elettore ploxore 69^)*.
Che se usciamo dal tipo di terza latina, la oscillazione si riduce
a pressoché nulla. Molte done molti doni, 53^ {do-7Ì IO''), rappresen-
terà il neutro Mona' (cfr. Cat. v. 996, 1335), e andrà perciò coi nor-
mali le come 7'', le soe braze 1'', le osse 2% 7^, 8'',^ e pur con ale
caldamente 1Q\^ Le ydole SP, alle ydole 7'', 16'', 20^ dele ydole 22%
deli ydole 22% ali ydole 21% alli ydoli IG**, è anch'esso un esempio
che rientra in quella categoria (sTòoAx, e cosi va dichiarato anche le
ydole in Fra Paolino). E non mi restano, oltre l'esempio 'sui generis*
clwli proprie humeri ÒP, se non le oscillazioni nel plurale dell' ar-
ticolo, che anch'esse potrebbero avere un lor motivo 'ante-veneziano':
li piegare 48% in le fondamenti 47*, alli imperiali lettere 33% li suoi
malitie 4'', le venerabili luoghi 34''.
37. Circa ii fìada 5% allato a doi fìade 5% trenta fìade ib., v. Muss.
Beitr. 54. — 'Scisma' ferainile, in grazia dell'-a: la qual scisma 70*,
ed è ambigenere pur nel Vocab. it. '''
38. Qui pure la tendenza a fare in -o i maslfelini che andrebbero
' pluxore fiae Cat. v. 314, pluxori ib. v. 1141.
' Cfr. Reg. 145-6, Beitr. 19, Bonv. 86; in le intimo del cuor (l'orig. lai.: ab
intimis) Car. 29; donne doni gnv. 165, osse 181, mcnbrc ib., pome 267.
' Ma con V -a: melgia meia melgiara e meiera, di cui v. il § 25.
^ Così è pur di 'diadema'; e ia Car.: de la soa diadema 20, Nel qual testo
«anche notevole: ci rede la rete 84, pi. li redi 50*; ma pur questo ma-
schile, che ò latino, ha esempj nel Voc. it.
262 Ascoli ,
in -e (cfr. Beitr. 18; ecc.); ma gli cserapj sono tuli, per la massima
lor parte, che mal si possano considerare come di schietta lingua del
popolo: herieclo 02'' { herede 23"^), ahbado abate 35% 46% l-ahhado
42^ 43% [l-abade IP, 65^), ciesaro 16% 20% 25% 33% 45", cesavo
3", 9% 12% 13% 15% principo 27% 34% 35% 39% 4P, 46% 51% 52%
58% 59", osto esercito 14* (ma: oste 5", questo hoste 59'', I-oste 13»
ecc., dal oste 23% e: I-oste soa 66^, 70"), éiganto 58% pontifico 55%
63% interpredo 8", IP, 12% san demento 6"; e insieme può man-
darsi thevro Tevere (Tebro) 2% 36", 53", e pur Ruodo Rodi 10%'» —
Una schietta voce popolare, che dovrebbe andare in -o, va all'incon-
tro, pressoché sempre, in -e (cfr. § 36): zéner genero 25% kenere 4%
9% 56", 57" (24^: zenero). — Assai notevole 1' -i da -o, alla friulana,
in poli Paolo: piero e poli 4" {piero e polo 22"); e insieme può es-
sere considerato, per l'-i da -io: san Zorzi 65", Car. id. 56*, 87*, 90*
(friul. Zorz-, cfr. Arch. 1 507). Sono esemplari onomatologici, che
s'aggiungono bellamente a quelli di cui era toccato a p. 465 del I voi.
(cfr. Tornado nel less.).
L'-o dell'avverbio cJiomo lOt, si chomo 9% IP, tal corno 13", ecc.,
potrebb* essere il diretto continuatore del secondo o di 'quó-modo'.
39. L'articolo. — a. lo libro 47% in lo tempo 33", 35", in lo so
tempo 49% in I-anno 34" ecc., in I-inferno 40", in I-alto 47', li tempi
29", in li pradi 58% in le alpe 49%
b. el = e'l: e-l fyo 12% el novo e-l vetchio 22% e-l capellan 60% e-l
imperador 60", ecc.
C. el^en'l: el chuor nel cuore 7", el martiro 37% el solsticio 47", el
so alturiOy nel suo ajuto (in suo ajuto), 54", el qual 56", 57", el prin-
cipio 69*', el primo anno 14% cfr. Mon. 12 (Reg. 148), Cat. 11 (agg.
V. 732, 1027), Bonv. 79, 79 n.
d. Dove dice el arziveschovo 64', si vorrebbe a-l; cfr. altra e li
reteni monti bO^, rettfuncid el mondo 47", e Mon. 18, Pozzo 52, 59. ^
• Car.: principo ], pontifico 28, san CUmento 47,71*, Tergestolò^, Ruodo
Rodo, 10% 77*. Iscriz. : ahado, principo. Gamba 17, 18.
' Altro è se nel friulano troviamo riolotto ad e il dat. sg. fem. dell' artic,
e ad es il dat. pi., come avviene ne' seguenti esempj, che tutti sono nei *Te-
sti' pubblicati dal Joppi (Arch. IV 185 sgg.): e fc di Crtst alla fé 229 (bis),
e lez alla legge 230, e volte alla volta 252, e fie alla figlia 259, e soa tor-
nade alla sua (oinata 259, rs mans alle mani 237, es donnis 256; cfr. Pir.
XI.VI.
Annotaz. a una Crouica venez,: Foruie. 233
e. elio ecc. •= et lo ecc.: elio re 48", ella licéntia 50", ella vita TI*",
eia sarraxini 85', elli altri 43% elle osse 2", elle vigne 6V; cfr. chello
imperador 49", siila scombati C" (v. § 95); e all'incontro: clioli 6^ 51'.
40. È caratteristica la frequenza di da con l'articolo per la fun-
zione genitiva, specie nel plurale; e sa di friulano. Così: lo primo
da li imperadori 1T\ in lo cathalogo da li santi 18*, dela forteza
dati suoi 70'', sangue da li cristiani 7P, a la possanza da li cristiani
72'', patriarcha da li Jacohiti SS**, per priegi da li romani 44^ la
sentenza da li romani 50'', segnoria da li romani 36", segnoria da li
ihartari 67", re dali vandali 24^, de san Mauricio e da li suoi com-
pagni 30''. Per la combinazione con l'articolo al singolare, non ho
pronti se non questi due esempj, uno dei quali ò doppio: le come da
un cervo 1^, da la polver da un monte 69-^ (cfr. dal imperador com-
menzà a vaccare 69''); ma col pronome, o immediale col nome o l'in-
finito: centra da elio 25^ 49% in contra da lui 5'' [centra de si 46'),
come contra da quelli 21" (cfr. denanzi da si 61", denanzi da li prin-
cipi 51'); esser da elio devegnudo, essere avvenuto di lui, 48'', coverti
da ferro 71' , folminerio da cielo 15'', da fede fo catholico S?*" , da
(di) Constantin ven dito 17'', per caxon da saludarli 7', el se sforza
da rompere SS*". In questa condizione di cose, non farà meraviglia
che s'abbia anche all'inverso: del e de, per 'dal' e 'da' (p. e. del im-
perador, de san Zorzi, 65'').
41. Pronomi personali. — a. e me confido io mi confido 32'',
segondo che... e poro, io expicheró 70', io te mostrare 60'; pur qui,
il vecchio in lotta col nuovo (v. l'esord. e Arch. I 471-2n);- fa
nui 72'', nu te volgiemo 1'.
b. tu SS"*, in ti V\ a ti 33''; te volgiemo V, non te andareve 1''.
C. el nomin. masc: elio (nomin.)... el preghd54^, questo (nomin,)...
el fé... el recovrd 12'', el qual... el fo chiaro 12'', el cernesse 4'', el
move 34'; accus. masc: el depuose 40% el possa laldare 10''.— Solo
e': e' mori 22% e in qualche altro passo, più o meno incerto; cfr.
plur.
el imperson.: che-I non fosse tojadi 16'', daspò che-I fosse destruti
li campi 61% che-I fosse fato canonicha election 62'', che-I fosse dada
la terza persecucion 7', quando el se lese 56*, el non plax3sse 57' ;
èra-I 58'; cfr. elio, e Mon. B. v. 137, Car. : el se podeua andar 72,
Pozzo: se non é-l per purgar 56. — Como ridondante, riferito a fe-
mina: che-I fo accusada 8''.
264 Ascoli,
elio: elio l-ìmperador 54% elio li de IT, elio la appella IT, elio
tu manda 38\ elo et fé 45\ la mare de elio 26\ a elio 6% 8% 13''»
34", 41% dricdo elio 28", da elio 34*; imperson. : elio e quella re-
ginn mollo sahloncgna 73*.
lu norain.: 3% 4% 9% ecc.
lo norain.: lo aveva 2*, lo alcise 4'', lo ave 12'', lo dona 45''.*
l-é più alto el qual, quegli ò piìi alto, il quale... 10* (ma forse
manca un 'quello' o altro consimile pronome).
elli nom. pi. : 34% 35% UH 20'' (cfr. § 1);- a elli 6% 33'",- e' dise ei
dicono 13'', cfr. sing.
li nom. pi.: li quali... li parlava 54", li Goti,., li fuzi 30'', li ca-
valieri... li crea 33% li no poesse 47'', li sente mal 35''; cfr. 67% e
li uete, li fo, videro, furono, Car. 82, li lo menci Pozzo 68. Solo
i: i no sacrificava T; Cort.: i savea 60, ecc. , accus. i fé chiamar 62,
i pose 64. Lor in funzione dì nomin. pi.: 71*, 71'\
ella: da ella 57".
Ha-, de per Ha (lei, cfr. Arch. I 529 n. Il 444 n) 38\
le nom. pi. enei. : fo-le furono esse 23'' ; cfr. -lo in n.
gè -giù in funzione di dat. : ddri-ghì 4"; el qual gè [gè foì] mon-
strado IT; cfr. Mon. 12, e altre citazioni son superflue 2,
d. con sie 2*, con si 30'', 45", a si 42% 48% assi 66'',^ per si (da
solo) 43'',^ cantra s' 16'', intro si AT, a presso da si (fra se) 57*, so-
vra de si 33'', si medesimo se alcise 3°, si esser chiamado 6'', si aver
vezudo 18*, SI... elio avea cognoscudo 18"; elio se de 6*.
' che lo scampa che egli scappò, Pas.-Cecch. 1603, cha-lo scampa 1 cha-
deera daladhi {cha de era da ladhi, che ne era dallato a) la nostra prison,
ib., che lo de cognose che egli deve conoscere, ib., cfr. 1613; lo la auense
Car. 72*. Enclitico; tanto iera-lo longo Pozzo 64, se féoa-lo scherni 6o,'^qiii
iére-lo 80; an servirà-lo Bv. 400, d-lo 1356; cfr. il pi. fem., e Reg. 146,
Mon. 12, 13 n, Bouv. 90.
* Biuttosto addurremo per il solo i in codesta funzione: digàndo-i dicen-
dogli Pas.-Cecch. 1614, i-fosse gli fosse ib. e 1615; i-podesse 1615; i avesse
permesso Car. 3*, manchdndo-i 6, che non i pertien 35, elo i comanda 71* ;
i abiando avendo-ci 76*; disse-i frott., se i fese davanti ib. In Cort., con
le sembianze di una figura intermedia, Je:J(3 apparechiava 60, je fo comanda
62, el se je no piaserà 64, ecc , allato a i andò incontra 66, i era rimase 11 ^
l fosse tolta 78, i desse la fé 80, ghe de ordene 67, fdtto-ghe ib., ecc.; cfr.
p. 246 n.
=> assi Car. 12; con si Bv. 896, 1097.
* per si e per li suoi frari, Pas.-Cecch. IGOO, ctV. 1619.
Aimotaz. a una Crouica venez, : Forme. 265
42. instesso lo re 72'', iustessa Jerusalem 34". *
guestù 1', peraltril 10', cfr. Reg. 146 ; zascadun, qualuncha,%% 46, 69.'^
43. ne, en (inde): ne fa morti da elio 34", en fosse più 40''; sen al-
legrasse 73°; cfr, § 59 a, b, Mon. 12, Reg. 146, eli sendanda (se-nd-
-andu) se ne andarono, Pas.-Cecch. 1604. Fra gl'indizj dell'esser la
'Cronica' un testo ammodernato, non è 1' ultimo il mancarvi ogni
esempio di de proclitico per 'inde' (ne).
44. Pronomi possessivi. — lo nome to 1^^, el nome to ih., in
caxa toa 73*.
da un so servo IS'';- doxe so 15", in cavo so 15'', fyo so 17", del
nome so 39°, del priìicipado so 42', e in Iranno x so 38'', ci corpo
so de quello 58°. So, suo, sua (e anche: suoi, sue), rimane all'odierno
veneziano nella proclisi, ma non vi rimane, com'è qui e nel friulano,
pur col proprio suo accento. La stessa avvertenza vale anche per il
pronome di seconda.
da li soi 6% 57'; li soi soldi 2';- so soieti 34';- li discipidi soi 48\
da li suoi compagni 30'', suoi filgioli 44'';- li die suoi 32°.
da li suo 29°, i suo pare 50''.
la soa vita 13'', la soa passion 3', soa fya IP, de soa morte 6', da
soa mare 43'', e soa molgier 44"*; la sua morte e li soi fati 18';- de
la vita soa 2^ de la passion soa 51'', a la morte soa 35';- circlia la
fin so 38".
soe brace P, de le soe batalgie 23''; a tute li suoi malitie 4'', dele
suoe terre 70'', li suoa colpe e peccadi SO*";- in le Cronice suoe 18°.^
45. Comparazione. — Circa, bellitiss ima P, v. per ora Diez less.
s. bellezour, Mussaf., Legg. d. legno della or., 214-15. Ploxor è
addotto nel less. 'Piti.... che' si rende qui pure par pia... dia
(= quam, cfr. § 13 e Zeitschr. f vgl. sprackf, XVI 12 1), 10°, 40'', 70''. *
* Cfr. Reg. 145, Mon. 108; in stessa (instessa) la humana fragilitade Pas.-
Cecch. 1605, l'anema che pecherd instessa morirci (ipsa raorietur) Car. 4*,
intanando si instessi 9*, alguni de lor instessi 10*, ed eli savesse instessi
scriver Pozzo 78.
* colù Bv. 722, 839, 2174, del allrii 1146.
' le tuo importune incurie Car. 17*, li compagni tuo Comm. 31 ; del nome
so Car. 1, di suo predecessori ib., de li successori suo ib., ii micriti suo 89*
la soa ititention 27*, de la excellenlia soa 1, le suo uisende vicende 24, le
suo insidie 84, le suo uertude 89*, loldeuele uoure suo 4, de le suo 82.
' Car.: più charo cha la vita 2*, più desiderosi de scampar cha de ber
Areliivio gloUol. itili.. Ili IS
$66 Ascoli,
46. Numeri. — un die GÌ", cadun 45'', zascadun pass,, iti casca-
dune parte 1^, tiessune aversita 72''; doi ponti 44*", de doi regni 64'',
doi secretarli 57", doi fradelli suoi 4'7'', con doi suo sorori (sorelle) 3",
doe fye 23^ doe voluntade SS*", doe iovene (raasch.) 15*, do fradelli
45'', do cardenali 68", con duo soi eunuchi IP, dentramhi doi 65'',
intrambi 16", 45'', intrambe 47", v, § 6; de tri anni 27", per tri anni
47" (Car, 71*: trixento), tre frar 47'', tre di e tre notte 48" ; per se
mese 4'7"; setti fradelli 12", seife zovene (raasc.) 13''; nove die 37''; tre-
decci 22''; con tre milia 23'', ;5Ìit de r mi7ia 49", «rew^a miVfa 21'' {cin-
que millia Car, 71, cento millia Cort. 73, doa milia Bv. 1097, 1127);
Lxxxx fia ccc milia et lxxx milia (90x300,000 + 80,000, vorrebbe
dire ventisette milioni e ottantanaila); ploxor meiera 73",
III. FLESSIONE DEL VERBO.
47. La terza del singolare ha anche la funzione caratteristica di
terza plurale: a hanno 21'', ven trovade 18^^; elli se meravelgiava
P, le forze se consumava 19"; heretisi fo 22'', vn... se messe 25% li
romani li disse 1% iv generacion . . . passa 2P; li manzasse 50*; ecc.*
— Tuttavolta occorrono: fon produti 22'', fun-dd furon date 43% il
secondo dei quali esempj non è però affatto certo.
48. Il -s dì sec. pers. non è se non in tu troveras 69'' e seras 72''
(v. l'esord.). Rimane tuttavolta con 1' -d caratteristico (cfr. Arch. I
463): tu a [tu a vento 20''), e analogamente: tu sera 14'^, tu me tederà
43''. Ai quali si aggiungerebbe tu fa SO''; ma il passo è confuso, e
anche vi si contiene ai fato.
Altre sec. pers. sing. : perdoni (congiunt.) 33'', debi 59^; e non con-
tiamo rendi 33'', che è d'imperativo.
49. I gerundj di tutte le conjugazioni si fanno per -andò, e an-
che vi si riporta, quasi sostanza radicale, quella forma tematica che
(bere) 82, cfr. per altra uia cha per le bastie 21'^. Pozzo: pia fredo ca glaga
70, cfr. altra penilentia ca quella 56, un'altra vita ca quela 81, piiì tosto
per veder cosse nuove ca ecc. 84, avanti ca dio 11. Gnv.r anti cha mi 179,
pu ca tute 193; ecc.
* La 3. sg. è costante pure in fuiiz, di 3. pi. anche nel Reg, (147) e uè'
Mon. (13); ma altrove si oscilla: Cat. 13, 14, 15, Beitr. 19, Circa il Rn., v-
Arch. I 452, Esem[j di 3, pi, son nel Bv.: en vegnudi 374, eno alosegd 1003,
eli no é se-no vi chi eno a guardar 1079; coméngano o piuttosto comengòno
1142, se prexeno 1436, se ferino 2357, oltre fono 1900 (rozzo 73, 83).
Auuolaz. a una Crouica veiitz.: Fuiiae. 267
ha la sua vera ragion d'essere nella flessione del presente. Cosi: cre-
zando credendo 54* {:rezo 43''), vezciyido vedendo 1'', 26" (vezdndo-lo
bl"), volgiando volendo 12% 21", 6P, 68" (voidndo-la 36''), dojdndo-se
54'% vaiando valendo 45''; aliando 4% 12^, ecc., [$apiando 6^], stando 3',
16", ecc.; condugando 30", (rugando 43", 48", digando 1", 3% 6", 32%
stagando stando 1", 8", dagando dando 16", 42^ {dagàndo-li 64"), v.
Arch. ISln. Tanto piti facilmente: vignando (infin. vegnir2Q^ ecc.)
15% 17% 44", revignatìdo 48'',^ legnando (infin. tegnir 57") 1", 27%
sustegnando 34'; o anche: remagnando romagnando 5", 15'"^, 47", 56",
assalgiando 27% a tacer di tolgiando 52", 67" [tolgìdndo-la 29''). Per
altri verbi in -ere -ire, s'abbian finalmente: fatando 4^^, H'*, 15", 36",
volzando 54% 71% 72% ozonzando 44", infen'zdndo-se 2", 37^, rezando
15% fuzando 19", 38% 56", themdndo-se 19", aldando udendo v. § 7,
arddndo-se 4% metando 15% 7)ari!a>2cZo-se partendosi, dipartendosi, 4%
11", parlando partendo, spartendo, 22", avrando aprendo 57", ino-
rando 11*, 30% apparando 71". 2
50. Anche nel participio perfetto (v. § 20) si vede assunta, come
testé notavamo nel gerundio, la forma tematica che vien dalla flessione
del presente: vezudo veduto 18% 57% 68% vezudi 9", vezude 33", voiù
voluto 70% sapiù 41% ^ abiudo 5% fo abiù 19" [fo abic 12% 22", abiando
abù 60"; abùa 62"), abiando abiù 11% 30", 64". Cfr. Bonv. 77 f., 119.
L'-é-sto, caratteristica veneta, della cui genesi è discorso nel se-
gueate volume, qui appare oltre che in movesta 10", ìnovesli 57% pro-
moveslo 62% 67", cfr. 48", anche in loleslo tolto 37".''
Notevoli questi esemplari del tipo forte: avesse respiioso (respon-
sum) 42'', romasa (remansum) 18", ramasi 33° (ma: romagnado 60");
* Più va badato al n-j di venjo ecc., che non al n-j della base vcìiiens ecc.
(cfr. morando ecc.), malgrado l'ant. tose, supplendo. Valga l'avvertiraento an-
che per qualche altre esempio analogo.
* Cfr Mon. 14-15, Reg. 148, vr. 34, Bonv. 122-23; e similmente nelle Rime
genov. : vegnando 193, legnando 182, 192, toiando 183, vegando 193, digando
195, descorrando 194, restiluando 189, scrivando 193, odando 193, ecc. Di
questa livellazione de' gerandj può anche risentirsi il part. pres. Cosi nella
Comm., allato a fazando 38, é contrafazanli 35, 48; digantc vr. 39. Quanto
all'apparalo che dal presente finito passi al gerundio, cfr. eziandio il tipo
ital. reggendo (veggente).
' Qui si può annotare: senga saipuda all'insaputa Acc, allato ad a sapuda
e sapiando nel dee. stesso.
* Acc: plascsto allato a plas'i.
268 Ascoli,
(luto, (li cui V. il § G; crcto (creditum) 18% GO'S 02^', 73''; e il neo-
latino sparlo 15", 25°, sparti 21°. — E tra quelli di tipo debole:
aldii udito, ecc. v. § 7, possudo 61^, viva 63''; nassudo § 20, metudo
58^ o;)on(t 16\ imponudi 13^, deponuda 19'. — Cfr. Bonv. 120, 121,
Reg. 148; respoa-o li a Bv. 998, 1187, romaso gnv. 270.
51. La terza del perfetto indicativo di 1." conjugaz. esce sem-
j)re nel caratteristico «*: manza 13'', guarda 15", domanddV^ scusa
13"', impara impera pass., orci 11", adora 1'*, danna G'', suiugd 17%
assemblasse 24^; ecc.^
52. Per le altre conjugazìoni, sono da notare i seguenti esemplari
di terza del perfetto indicativo.
pi tipo forte: dve ebbe {heòe 70^) 1% 45% 63% ave vento ebbe vinto
30% ec;. (cfr. § 53), fo fu 1% fo hatezado 11% averto fo 1% ecc.; se
de si diede 6% li de 53% de licencia 17% 20% fé fece 6^ 8% /li far[e]
17% 57"; romase 29% 38% 50% 56% 64% cfitsse 34% 40% retrasse 3P;
e i neolatini: respuose ecc. §4, sfesse 31% messe IS*», 35% comesse
46^^ (cfr. sottometesse 5''), uefe vide (cfr. §5)1% 25% 29% 42% 54%
7P; d!"s/)arse 71''; aderse {se aderse et apozd) 60''; coi quali mande-
remo anche andé 4% 7% 37% 42% 48% 60% come a dire 'andiede%
cioè 'andare' attratto pur qui dall'analogia di 'dare'. ^ — Escono per
"i: scrissi scripsit 13'' {scrisse ib.), e dissi dixit 3'', cfr. §§ 36 e 55.
E del tipo debole'*: kassé giacque 13'', zasé 3^\ nasce 57'', nasci
17'', nassi 13'', 17% 35'', 46'''; cognoscé 3^ e cog>wsci 67% cresce 73%
acrescé 44*"; bevi 13''; piove 4S''; rompe 2"", SS'; tegn{ 26^ e iegné 21^
(ma véne 30% venne 1\^)\ romani 21^^ e romagni 56^^ (cfr. romase qui
sopra); se oppone 13'' (cfr. partic); recheri v. less.; ven^J 15'', 44'',
venzi 12*- bis, W (cfr. yjnse § 5); ?;2r^ 2% 3% 10% 13% 15% 21% 26";
mové^i'^; descendi l'' {descese l'-"; e così il partic. descese calate, 4'');
' Cfr. Reg. 148, Mon. 14, Beitr. 20; all' incontro è in -d nel milan. di Bonv.,
03. L'-« verameute si rintraccia anche sul territorio lombardo e si )'itrova
fermo ancora più a occidente (cfr. gnv. 300 ecc.); ma nell'ani. Venezia ap-
par come una prosecuzione del tipo friulano.
' S'eccettuano, di certo per alterazione d'amanuense: clarificò 42 ', intró GÌ'».
' dee, fo, vele Reg. 148, cfr. Mon. 14, Beitr. 20; haue, fo Bonv. 130; vele
Trist., Bv. 162, 163 ecc., velie frott , vite ecc. Cat. 15; haxie Car. 2, 101, uele
82 ecc., el sope 39*, 95, non sape responder frott., crete Bv. 1107, 1392, si
créte Pozzo 67.
' Cfr. Reg. 148, Mon. Il, Bonv. 112; ciò ca^cle Pozzo SO bi.-.
Annota/., a una Cronica venez.: Forme. 269
retìdé SS"^ e rencl/i^2^\ concedi SV^, 49'', soccedi succedi 33'', ST"», 31'',
e succede 40*, recevé 28\ 29% 31\ 37% 45-^ e recedi 28% 63'', 74'%
combatt 50'^, scombati 6"', IV'. Di c/iai/ cadde, 47-'', v. la nota al § 56.
53. U ave (=ebbe), che già incontrammo nel perfetto, riappare,
come suole, qual fattore del condizionale: averdve avrebbe 32%
serdve sarebbe 56'', 73'', far ave 65'', dirdve 6'', tordve 39^, venzerdve
&', guasterdve 28% alciderdve ucciderebbe 28''; andareve V' (1. an-
derdveì). Cfr. Reg. 148, Mon. 15, Bonv. 128.
54. Pur qui par che occorra un esemplare di piuccheperfetto
(cfr. Muss. Reg. 147): se lyopardo algun homo morderà, inconti-
nente par che vegna. Bisognerebbe tradurre 'abbia raorso% e potreb- '
b' essere un cimelio ben prezioso, anche nell'ordine della funzione.
Ma, per ora, non me ne fiderò pienamente.
55. Presente. — Il presente è poco usato nella ^Cronica', e poco
è da dirne. Circa le sec. pers. sing. , può rivedersi il § 48; e qui
segue la scarsa messe che l'indicativo ancora ci offra. Una terza
sing. in -i ò renasci 4% allato a vive ib. (cfr. § 52 e Beitr. 19). La prima
del plur. va in -emo : volgiemo vogliamo 1^, recevemo 58'', demati-
demo 72'', acquistemo 32''. Singoli verbi: crezo credo (cfr. § 49, e
Arch. I 311 429) 43% caze cade (cfr. Arch. I 429) 41"; de 7% 32% che
de vegnir e che die vegnir, deve, 33''. Ora gli esempj del congiun-
tivo: che io siegua 40''; mitege 59'', che dev'essere una 3. di pres.
cong. di 1. conjug. (parrebbe da tradursi 'mitighi*; ma forse doveva
dire medige medichi); e ancora di 3. pers. : vegna ib., muora, sia dada,
57'', abia órdenado IS**, abia termend 72''.*
56. Imperfetto indicativo: le solite forme analogiche sta-
xeva 19*, staseva 30'', stava, daxea 32% daxeva 72'', dava, sul tipo
di faxea 72"; e ancora possera (cfr. l'irapf. cong. e il partic.) 14'',
63% allato a poc?ea 50*. Imperf. congiuntivo. L'abuso del tipo
di quarta, che già vedemmo nel perfetto [rendi ecc., § 52), s'avverte,
per altri verbi, anche in questa formazione: l-avisse 18% alcidisse uc-
cidesse 39"^ [t-alcidesse 57''), posscdisse 53'', infenzisse 74% ^ accanto
a zazesse (che nel ms. è stato malamente ridotto a chazesse) 34'', per-
• Cfr. Reg. 147, Beitr. 20, Arch. I pass., Car.: ebia menado 20.
^ Ma descaiisse decadesse 65% dipenderà da un infinito 'des-caiir^ (cfr.
Mfss. Mon. 106); e chazi (§52) andrà analogamente considerato come il
perf. di ^cazir\ — Pozzo 72 : sol fere che ardisse.
270 Ascoli,
cevesse {^pergéver') 34^ tolessQ 71% oltre possesse (v. qui sopra, e il
§ 20) 11% daesse desse 3% 33% fesse facesse 19% 33% 57^ 74'' {feze
12="); tutti eserapj di terza persona.
57. Modi di esprimere il passivo: fi dito, si dice, 56'"' bis, 58'',
71'^ {ve7i dito 31% 71'^ pr.); fi letto, si legge, 17" (se leze 14"); fi mon-
strado, si mostra, 31% cfr. Mon. 16, Reg. 147, Bonv. 131; ^-e^ fo da
esser comparado, fu imitabile 5'^, li quali era da no poder esser scom-
batudi, erano invincibili, 59".-
IV. AVVEREJ, PREPOSIZIONI, CONGIUNZIONI.
58. Sempre -mente nell'avverbio, non -mentre (v. l'esord.): altra-
mente 7", ampliamente amplia 1", dextramente 57"; ecc.
59. a. li luorjo, li luogho, ivi: 27% 30" bis, 45^ A prima vista, par
modo singolare; ma va sicuramente congiunto con l'ant. milan. illor/a,
sicil. ddocic (alloco), ecc.; cfr. Diez IP 467, Arch. II 434 446, Mon.
116. È tuttavolta una combinazione particolare (Rn. 374: Zi aloga),
e par che le stia accanto, con significato non diverso: ine luogo 60".'
Si aggiunge poi:
b. dende luogo (de-inde-illoc), di là; in relazione allo spazio: dende
luogo fuzaìido 19", dende luogo tolse 40^, 53"; cfr. 51", 55% 65"; e in
relazione al tempo, quasi *di là poi': dendo luogho 35", 53^ (di làimpoi),
dendo luogobO^, dende luogo 43% 64^, dende luogo inanzi di là impoi, 47*.
60. za (pa, ecce-hac): de za del thevro di qua dal Tevere 2^
61. chi, qui, SS''.
62. driedo (de-retro). — a. In quanto è preposizione, dice Mietro%
ovveramente 'dopo', in ispecie nell'ordine del tempo: l-una driedo
I-altra 23% driedo so pare 44", driedo Neron 6% driedo elio 70% driedo
el qual 51^, driedo lo terzo di 1", driedo la natività 1*, driedo la vit-
toria 10", driedo lo assiedio 21'^, driedo la passion 2", 3% driedo la
* È 'fieri' che vien limitandosi a questa funzione. Aggiungiamo : fi ponto
è punto, fi alligado, fi involto, Pas.-Cecch. 1605; é da fir prolungado Car. 1,
molto da fir recomandade 15, firae tegnudo sarai tenuto Cat. v. 708, firai
clamao v, 711, fird averta v. 1002, fi fate Rn. 66 (ma fi, ib. 285, é 'feci', cfr.
Bonv. 114);- fideva dito Gamba 32. — Gnv.: de fir sugao dee esser giudicato
189, fi venzuo è vinto 192, fir tentao 220, da fir taxue 221, ecc.
* el seraue de esser scuxado Car. 35.
' Nella stessa colonna, siìbito prima, si legge; non ne in quel medesma
luogo. Qui ìxtogo è 'Incus', come ognun vede; ma non intendo il ne.
Aunotaz. a una Cronica venez : Forme. 271
morte 3'', 9", driede (sic) queste chosse 4Q^, Di tempo o grado insie-
me: driedo li apostoli 13".
b. la quanto è avverbio, dice ancora 'dietro' nel senso di 'dopo', a
così accenna al futuro : puoco driedo 3^ pocho driedo 21% no inolio
driedo 37", e driedo 58''. Ma in-driedo, che non occorre se non accom-
pagnato ad altro avverbio significante il punto di partenza, diventa
un 'addietro' che accenna al passato: da U indriedo 16", 35", de qua
indriedo 37", 41% 57", 68", 70% 71% 72" f.* Strano modo appare: Co-
radin de qua indriedo niévo de federico (quasi si dicesse: Corradino
per lo innanzi nipote di Federigo) 72" pr., raa pur trova il suo riscon-
tro in Biasio da Grigno fiolo in qua in drio di Antonio da Castel-
novo, Cort. 79.
63. daspó (de-ex-post). — Dice 'dipoi', ed è allo stato assoluto in fo
instituido daspó 55''. Di solito si combina: daspó che 9", 14% 31% 32%
61", 63% 68*'; daspoi che 02,'^. Ma insieme: da pò che 47% da poi che
14% 46''. Cfr. Beitr. 48; daspuó che Pozzo 55 ecc., e prepos. : daspoi
la morte 55, daspuó de so retorno 84-5.
64. ampò. — Il significato di 'tuttavolta' 'nondimeno' (cfr. Muss.
Reg. 149) è manifesto in presso che tutti gli esempj : 6", 8% 10", 14%
15% 15'', 23'' [ampó fo-le apaxade nondimeno furon quelle acquietate),
47*», 51" bis, 33% 55% 63% 73"; ampoi 30". 2 Ma qualche po' di dif-
ficoltà s'incontrerebbe in questi due: 8'', 10'', nei quali pare che an-
cora si senta il proprio valore del '-poi'.
65. al pestuto 18% 42% 54% 56% 61% cfr. Muss. Mon. 114. ^^
66. alla fìada tal fiata 60%
67. in lo tempo, in quel tempo (?), 47*'.
68. mo ora: 6% 12% 18% 37% 49", 55% do-é mo, dove ora è, 1%-»
69. uncha mai no... 12% uncha mai non... 12", 13" ter, 50", 66";
cfr. qualuncha 56% 59", 73% s
• de qua indriedo Pas.-Cecch. 1618, en qua dredo (per l'addietro) 1601-2
pass. Circa Yen del secondo modo, v. per ora Arch. II 409-10.
' si ampuo Comm. 66, tuta fiada ampuo Gamba 44. Circa il primo ele-
mento della combinazione, cfr. né amperquesto, né an per questo, Car. 63*.
' al-pestuto Car. 6, 13, 13*, 25*, 56, 64, 67*, 77* 82, 85*, 91*. Cfr. gnv.
a bestuto 184, ma a bostuto 172, 273, a lo bostuto 242.
* damo (da mo) avanti Pas.-Cecch. 1618.
' en qualuncana modo Pas.-Cecch. 1601, ognxmcana dolgor Mon. 31. Cosi:
272 Ascoli ,
che a pena se trova uncha mai 25'; a pena che mai^ a stento av-
veniva mai che, 2'».
70. niente... se no el nome 42% aliente al pestuto.. se no 42-''.
71. chomo come, v. § 38.
72. insiemhre Q^^ 30^ 64'', insiembremente 2'', 21*^, insemhremente
A\ 34^ 54^ 63-\ Cfr. Reg. 153, Mon. 108.
72". dentro, intro, § 96.
73. oe ove: Q" bis, 25", 60" bis, Gl'^; doe 9^ 55% 60% 72% doe ch-el
prese 44" {dove che ven dito 31")'.
74. in ver da eia 44"; cfr. § 40.
75. inanti al fyo 4'', inanti nona 64'»; innanzi ch-el fosse 43'', de~
nomi da si 64'\ Cfr. ananti Reg. 149, an[n]anti Pas.-Cecch. 1602,
1620, ananzi ib. 1598, 1624.2
76. suso: el remesse suso 57'', suso un monte 73''.
77. in fine ecc. (cfr. §§ 13 e 36): in fine al anno 2", in fina a lo
mare 12", infina al territorio 64", in fina alla monarchia 9''; a le per-
fine, alle per fine, ali perfine, 12", 19", 36", ecc.^
77". don fina a tanto che 7", don fina tanto che pass., 'dum', v.
§ 92; in tanto che § 94.
78. de: de la terra santa procedando, dovrà intendersi 'nella terra'
(inte-lla?) 65"; cfr. de le carcere 68% de freukenvorch, in Francoforte,
63", e fors'anche: de la santa fonte 49% dela moltitudine ecc. 70".
79. oltra mare 66% 68% 68% de olirà mare 63% oltra li monti 68%
olirà e li... monti 50% oltra Secana 49''.
80. dastier, v. less.
81. per, 'mediante' 'da' : per lo so prefeto 33% per la chiesia si
ognucTiana noximento gnv. 167, ognuchana omo 187, ognuchana inequitae
191, e più correttamente: ognunchana tormento 218, ecc., ogmmchana aver-
sitae 248, ecc., cfr. certanna (agg.) 239, certannamenti 246, -te 256.
' o: là ome (a me) parerà Pas.-Cecch. 1620, altr-ó ib., là ho che xe 1624,
là ho che-I sera 1625; o che sconfìsse Car. 38.
* Per 'anzi', col valore di avverbio avversativo: ììia ananci tu he tegnudo
Comm. 27; se non che, Yan- ha qui per avventura una ragion diversa. Cfr.
an iera anzi era, Pozzo 60, an se féva-lo anzi egli facevasi 65, e Bv. 400.
' a le perfin Car. 43*, 60, 64% a le fin 66*; a la per fin gnv. 286, 294,
in la per fin 168, 172, 307, cfr. 268.
Anuotaz a una Cronica venez. : Frase. 273
chomo per mai^e fo nodrigado Ql^\ 'in luogo di': impera per quello
38'', constituando per quello 59\
82. im per quello ch-elH, imperocché essi, 43''.
83. imperzó perciò 86^ 39=», 47^ 70' (dunque), cfr. 2% 43", 48\ 49^
84. cha •= 'quam', § 45.
C. Note fraseologiche.
85. Affatto caratteristico è l'abuso del gerundio nella costruzione
del periodo, ed è superfluo che se ne adducano esem[ij. Citerò tutta-
volta questi due passi: In questi tempi ecc., 37''^-37''; In I-anno iv
de lyo ecc., 40^
Anche si nota il gerundio in tali funzioni che si confondono con
l'aggettivale del participio presente o almeno la rasentano, e sa di
francese^. Così: una letera fabricada d-oro, vaiando più... 45'', siluada
in montagne, non aliando ni fontane ne selve QQi^, de immisi cantra
st vegnando 21'', alo re, dormando, per vision aparse 5P; aldi una
vocce digando 1''.
86. confessa sé aver letto 13'', pensando... si esser differente 22'',
commandd in zaschadun luogo esser deponude e arse 40''.
eciandio ploxor altri patti fo, li quali a esser metudi che longa
chossa serave 73''.
né ima né doe da esser confessar (confessaeì) 36'\
87. tanta fame fata fo (s'ebbe) 30\ fata fo mortalitade 29^
88. siando lu presa la fevra 43\ par da doversi tradurre: essen-
do-si egli ecc.; e similmente: siando laldada si esser vérzene 50%
essendo-si ella lodata ecc. E fosse morto 4'' dice 'avesse morto'?
per lo tempo che deveva vegnire 20% gran judicio che deveva ve-
gnir 26'', che de vegnir 33'', che die vegnir ib, ^
89. fahian fo revciado Fabiano fu fatto segno d'una rivelazione 14*;
magi e astrologi domandava (interrogava) 19'' ;5 el fiume retornando
(restituendo?) 23».
• Cfr. Bonv. 122n.
* Pas.-Cecch, e che sera per lo tempo he devignir (de vignir) 1598; ad
exemplo de quelì che de vignir Car. 3*; alla meza quaresema, che dovea
vegnire Cort. 78; cfr. avosto prossimo che venne ib. 88.
^ andé domandar culli Pas.-Cecch, 1603; la mare lo demanda Reg. 76.
274 Ascoli,
adora usato intransitivamente 37"; cfr. il Vocab. it.
pervegnù raggiunto 57\ Implica l'uso transitivo di 'pervenire'; ve-
dine il Vocab. it.
che era stado in prexon cativado 34''; v. 'cattivare' nel Voc. it.
princijpd ebbe il principato 35'; v. 'principare' nel Voc. it.
fo perigiiladi 41^, era stada predicada 64', implicano l'uso tran-
sitivo di 'pericolare', 'predicare'; vedine il Voc. it.
90. levare => alzarsi, cfr. Diez gr. IIP 193, e l'uso 'pavano', friu-
lano, ecc. : elli leva su 25'', li levava essi alzavansi 1^, una stella...
chon gran splendor levava 71", levando dal sonno SP. * Ma insieme:
Macometo se leva 34''.
91.- a. fo de zudea a affrica passò di Giudea in Africa 29''; elio
se muda alli lombardi passò ai Lombardi 31\
lu afferma alli imperiali lettere 33*.
la comenzasse d-avere male 9^, comenzd de diversi libri compo-
nere 13% comenzd de perseguir 20'^',^ prese de andare 72'\
temandose de la croxe temendo per la croce 35^
avea disfato Sardegna de puovolo 40^
coronado in re 48% cfr. 52", in imperador fo levado 48'', in sena-
dor lu era stado eleto 71'', ordend quello in prievede 39'', fo tondudo
in chierigo 42=^.
recevesse in nave, recevudo in nave, 54*.
con excomunegaccon fo renovado ebbe una seconda scomunica 68".
b. abiando invidia a li soi ati SP.
in li puovri donador 32*.
92. don fina tanto che {don fina a tanto che) dice 'dum' nel senso
di 'mentre*, quando s'accompagni col congiunt. imperf. : don fina tanto
ch-el regnasse, mentre egli regnava, IP, don fina a tanto che la messa
se cantasse 6P; cfr. 7% 19% 21% 24* {don fina tanto ch-el prome-
tesse promettendo), 27% 28% 33*, 34% 36% 37% 41% 48" bis, 49% 59%
67% Dice all'incontro 'dum' nel senso di 'in sino a che% quando s'ac-
compagni all' indicativo : don fina tanto ch-eli li presenta 53'' , don
fina tanto che... fé 55% don fina tanto che... priva 68%
93. con zo fosse ch-elo aprestassel3\ ecc.-, e azo che... guarnissel2^.
* verso oriente, dove Uva lo sol. Pozzo 63.
'■' Gnv.: comenzd de tremar 195, e g-emconmenzai de dir 214.
Annotaz. a una Ciouica venez. : Frase. 275
94. in tanto che tanto chel2\ 33% 61% 64'' ; in tanto che nessuna.,.,
fosse 13"; in tanto desordenada... che BO'^; in tanto la regna quieta-
mente, che... 9^, in tanto I-imperio desirava, che... 20% in tanto fosse
stato cressuda... che 73'', in tanto fo fortemente comhatù... che 24-25,
in tanto fo plen... che 17^; in tanto aver merchado... che IS'^. *
95. Abonda pur in questo testo il si pleonastico: si renasci 4% la
si alzise 6% siila scombati &° (v. § 39 e), elio si li fé alcidere 2\\, si
mena 21^, si anathemd 36^; ecc. 2 Può talvolta a prima vista parere
che si tratti piuttosto della ridondanza del riflessivo proclitico; ma
questo proclitico qui è se e non si. Cfr. elio se de 6% se aveva op-
ponù 16'', ecc.
96. dentro, intro, nella funzione di /"m (cfr. il frane, entre):
dentro li romani elli sarraxini 35^, dentro li angeli e li demoni 47'',
dentro morti e presi 70''; dentro suoi filgioli 47'', dentro de si 47'';-
fe pacce intro si 47'', intro si se alcìse 5^ ; intro li divi 7^, 9", 10'',
intro li principi 66'', intro li quali 12% 20^;- intra: intra li scritori
14% intra homini e femene 16''.- Cfr. Reg. 149; el naxie paxe den-
tro lor Car. 54, concoresse dentro da si cum gram forze 56; dentro
Vun oglo e Valtro Bv. 552, dentro el pomo e l'elgo la spada pia 1016.
97. componudi de belli costumi IS'^, dexevole in volto 21^.
de natura servo di nascita servo 12''. ^
con grieve man a mano armata \&-, cfr. con -potente man 49'',
72'' (Car. 23: cum possente man); con seco pe a piede asciutto 24*;
Tìomo de gran tempo \2^.
el sole nassudo il sole oriente SS**.
batalgia de campo SO"*, 69^, ecc., batalgia da non perdonare 35* ;
assaji de batalgia 70''.
* Car.: in tanto teribelmente smania, che ecc. 1*, in tanto durissima
che ecc. 2, in tanto fo fata uiril defension, che ecc. 14, in tanto che nesum
seraue romaxo 56*, cfr. 63*.
* Superfluo accumulare esempj da altre scritture; e ci limitiamo a questi
pochi: cum nui silo (si lo) fard Pas.-Cecch. 1613; et quelo corpo si cologà
Car. 3, SI '/ manda ib., cfr. 15*, si che 'l dicto misser Zan Miani si lo
tolse 101 ; Cristo si li dona un libro Pozzo 52, ecc. - Codesto 5^ ridondante,
è pur nelle antiche scritture toscane; e agli esempj del Vocabol., se ne pos-
sono aggiungere anche dalle novelle del Bocaccio.
' Altra significazione il contesto non sembra ammettere; ma la verità sto-
rica ne ò offesa.
270 Ascoli,
a fuogo e a ferro 43", 49'' e altrove; ma : a ferro e a fuogo 4G\
47" bis, 51\
alghuna chossa o ver podio romagnado rimasto alcun poco GO"*.
Di 'alcuna cosa', adoperato a mo' d'avverbio per 'alcun poco', è citato
un es. del Boc.
headamente 'felicemente', dotto di operazione di guerra 11=^, l?"";
ma nel proprio signif. di 'beatamente': 18=*, 52'', cfr. T2^ .^
intrando per ligeró (facilmente) 47'', cfr. era entradi in Britagna
fortemente 33"; de novello 33^.
etiandio irata fuora la gloria pur prescindendo dalla gloria IS*";
excepto li altri oltre gli altri 13'', excepto le epistole ib.
del cavo de zaschadun demandando censo (imponendo un testa-
tico) 43».
siando grami 47'; ahiando molesto 74'.
demorasse in la via stesse[ro] in viaggio 28''.
el cognoscé del peccado 36''. compii libri 29''.
ordend conselgio fermò un partito 31'^, cfr. ave so conseio 12^.
una fontana roìnpé (erupi t) 2'\
JD. Note lessicali.
aheverado avvelenato 49^; cfr. il mod. ven. bevarin liquore avvele-
nato, l'it. 'beverone' e il frc. poison potione-.
afrezasse affrettasse 7P, da una base -frict-iare; cfr. Mon. 109,
Reg. 154, Beitr. 60; Car. se afrezaua 2, ecc., e gnv. 175, 200.
Agolia Aquileja 25", 38'', 52" (in un altro luogo, è la forma non ver-
nacola: Acquilea), cfr. Arch. IV 334.
agoya aquila 4% cfr. Ardi. I 544, Beitr. 24.
agudo aguto, chiodo, 45% cfr. Beitr. 66 (guo).
aidare aitare 50^, aidava 50'', aidado SQ"', aidadi 71''; cfr. Mon. 103,
Arch. II 406, Cort. 81. E proverrà dai Veneziani l'àiòàpoj, io
ajuto, che è nel dial. romaico di Creta (Philist. IV 508).
* Car. : el doga headamente 3*, procurar el ben de la republica e biada'
mente accreserlo 7*, queli arsaltà el champo nostro più audazcmente cha
biadamente 10, el biado exercito 14, cfr. 22* ^ 25, de la biada armada 88*
{el felice exercito 18, ?a felize armada 78*, el felicissimo extolio 50), del
biado zonzer 51*, che dee dire 'del felice arrivo' (zónser giugnere); insi
fuora biadamente 80*; ma insieme: del biado Zoane euangelista 22*. Cfr.
bià compagnia gnv. 178, 225.
Annotaz. a una Crouica veuez.: Lessico. 277
aieilo 16% ò tradotto dal lesto medesimo per 'sovranome'.
aiugnimento 70'' dice forse 'congiungimento* nel senso d' 'alleanza' ;
altrove dice T'aggiungersi' senz'altro: 73% 73''.
aldegava, v. § 7. Altesiodora ib. alturio ib.
amezando, v. § 30.
amia amita 24", e la medesima voce riproducevasi nella colonna suc-
cessiva (24''), dove un amanuense o un lettore, che non la inten-
deva, l'ha malamente ritoccata per trasformarla in amiglia. Cfr.
Arch. I 544, Beitr. 26. È voce ancor viva.
amiraio 74", sinonimo di miro 'amlr' emiro, ib. ; cfr. Diez less. s.
almirante.
anathemd anatematizzò 68". Cfr. anathemare anathetnatus ecc. in Du-
cange; e gnv. 214: marcilo e inathemdo, maledetto e 'anatemato'.
ancJiosi 18'', sembra un mero sbaglio per ancJwi, ancoi, oggidì, che
è nella stessa colonna, e 19^.
annuncia 60"; è forse un 'notificare' nel sìgnif. d' 'intimare', quasi il
sommer dei Francesi ?
apresiado 'appregiato' 9", cfr. despresiado dispregiato 49'', ecc.
assefyade {-tijade) assottigliate 47'', cfr. Reg. 143, Mon. 119, Bonv. 33.
assunodi radunati 64'', 71'', assundndO'se 47"; v. Arch. II 406-7.
atemperado 'attemperato', moderato, parco, 6% 21% 22% 37'', 44''.
augusto: mare augusto 40'', 71-'*; è detto, entrambe le volte, del mare
che passano i Saraceni per condursi dall'Africa in Ispagna. So
deve intendersi il Mediterraneo, è denominazione per me nuova.
0 è lo Stretto, Yangustoì Una Glossa mi dà: 'fretum, mare an-
gustum'.
bandezd sbandeggiò 19''. 46-'^, un òandezado 39'', bandizamento 7%
36% 52". Cfr. Reg. 152, Beitr. 32, Comm. 53, 59; gnv. 190, 275.
besogna: per farne e per ba^ogna 60''.
Bonivento 3P, 36", 39S 44'', 53'', Benevento 31", Boniventani 51%
Benevento 55% Beneventani 37".
cadechie caviglie 32'': ca-échia Arch. I 459; e con la stessa epentesi
che rimedia all'iato, il friul. 'cadile ecc., ib. 532, 383 f., 404.
cavi: se cavi 10% dice forse 'vennero a capo' (cfr. frc. chcvir), 'si
compirono'.
caie chazi, §§ 55 52.
ceeado acciecato 43" {cecadi acciecati 26"?), acechado 50", acieghd
acciccò 48"; ciegazon 41% azegaxón 4 i\
§78 Ascoli ,
cielo {gielo), v. zielo.
clarifìcd risplendette, venne in rinomanza» in santa rinomanza, 9%
2P, 22% 25\ 62% clarifichd 26\
códego codice 29''.
coltivada venerata 48% cfr. il Voc. it.
coraa 35"^, sembra voce manchevole o erronea; e commando, 28*, die
può parere il gerundio del medesimo verbo, altro non sarà che
il sost. 'comando', adoperato ellitticamente.
comhiado commiato 50*; v. Arch. I 308 n, 409, Beitr. 45.
cometes cometa 71% 7P, l'integra forma greco-latina.
comun affabile 22^\ un esempio di 'comune' in cotesto signif. si cita
dal Volg. delle vite dei SS. Pad.
conditor de raxon conditor iuris 13*.
congelasse 28''; conciliasse?
co7itendeva considerava[no] 47''.
conversado: religiosamente [é] conversado 42''.
criti 19^, il sing. sarebbe creto (v. § 1), rupe nuda e scoscesa, friul.
crett-, cfr. Beitr. 47.
daltrecavo v. recavo.
dastier che eccetto che 7''. Riviene a 'de + exterius', cfr. prov. e ant.
frc. estiers, Diez gr. IP 484, less. IP 294-5. È la prima volta,
se non erro, che s'incontri codesta combinazione preposizionale;
ma Vestiers, che testé si citava, ha poi il suo esatto riflesso cis-
alpino neWaster delle ant. Rime genov. : aster se tu lociesi tran-
neché se tu l'uccidessi 186, aster le dee tranne le due 187, aster
mi 193, aster un 215.
deniava 14% dirà: 'divertivansi', cfr. il friul. duned, donneare, spas-
sarsi, divertirsi, Pir. xcix, Beitr. s. duniar.
desfamadOf desfamadrixe, v. § 28.
desgraeremo, può parere che sia 'digraderemo', per 'narreremo', 41''
(cfr. §§ 22 e 28), e ricordare l'uso ital. di 'declinare' per 'narrare'.
Ma ci vorrebbe qualche diretto argomento che suffragasse codesta
significazione traslata del 'digradare'. 0 non riabbiamo qui piutto-
sto quella stessa base lessicale che è nel friul. disgreded, strigare?
desirava desiderava 20*, desirando 56*, 56*". Ancora sien citati : de-
sira Cat. v. 968, Car. 14*, deccirado 70*, allato a dexideraua 62,
ecc., dexirosi desiderosi 81-2; gnv. : tu dexlri 175, ecc.
desmesceadi risvegliati 25*; 'dis-misc-it-ati', v. Beitr. 40.
Auuotaz. a una Cronica venez. : Lessico. 279
desmédega domestica 48'' {domestigo 74"); cfr. Ardi. I 530, Beitr. 50.
destreta: in deslreta prigione 53^:, cfr. i due es. d' 'in distretto' che
il Vocab. it. ha dall'Ariosto.
destrur2i^, cfr. Mon. 108; ma destruxerST. Qui ancora raccogliamo:
construr 30^ cotistrure 52*, construere 55''.
diexe decet 5^ cfr. Reg. 153, Mon. 103, 107. Car. : seraue dexado
decuisset 20*. Gnv. : te dexz decet 194, a noi se dex3 220j corno
se dexe 227, se dexe 292, 297, no se dexe 286, dexeiva decebat 175.
domane: la doman la mattina &, de domane 56-57, da domane dalla
mattina 33" ; cfr. Reg. 153.
doxe generale (duce) 15% pi. li duxe 19*; cfr. § 1.
dredan: el dredan di il giorno estremo 49"^, la dredana batalgia l'ul-
lima battaglia 12''; cfr. drean Mon. 108, driano Beitr. 52; e
driedo § 02. — Gnv. lo me dereal torno 260.
dusse condusse, portò, 34''; ecc., v. § 6, e Reg. 150, Beitr. 53, Car.:
fo dato 78, darla ad effecto 88*, Coram.: s-el dito vin sera duto
36, dw le contraletere 45.
Edissa 13% 64% Edissam 64% Edessa "Eoeaffx,
Edonater trascrizione costante, ma erronea, del nome di Odoacre, 26*
bis, 27^ ter. Sarà prima stato scritto Odouacer Edouacer. Il e
e il f si confondon facilmente in codesta scrittura; cfr. § 15 n.
ensando esse ecc., v. insi.
flador odorifero \0^. Non pare che fludor qui possa altro dire che
'alito', 'flato'. E flador, che starà a flato- come lucore e tene-
brore a luce e tenebra^, si combinerà sicuramente col /latore del
Vocab. ital. Contro la derivazione di fìalore da faetóre-, già
stava il dittongo nell' atona e anche la stessa forma del dittongo;
ma ora il venez. flador finisce di togliere ogni probabilità a co-
desta ipotesi. Vero è che (latore direbbe 'lezzo'; ma anche il sem-
plice fla viene a dire ai Roraagnuoli 'fiato cattivo', puzzo, fetore;
e lezzo e olezzo fanno capo entrambi a 'olerà'.
frieto 19'', 21'', e anche dev'essermi occorso in qualche altro testo
congenere. Non si saprebbe staccare dal lat. fretus', ma, a tacer
dell' le = e (vedine il § 3), osta anche il t incolume. Voce forse
non schiettamente vernacola.
' Di codeste derivazioni per -or abondano le Rime genov.: }eIor 208, 279,
ìeror 237, 'gelorc', relugor 237, 264, crior 'gridore' 175, 262, e da agget-
tivi: amaroì- 186, 193, 268, asperor 203, grcvor 279. Sa di provenzale.
280 Ascoli,
fulminerio (v. § 25): fohninerio da cielo 15^, per fulminerà 23\ de
pisolo fulminerio el peri 16'.
gladio v. § 15; ò pure in Car. 19, 55, 71, e nella frott.; cfr. r/iadio
Bonv. 37, jao gnv. 168, 195, 300.
fflaza 'ghiaccia' 47^ cfr. giaza Bonv. 37, vr, 37, e il friul. la glaze.
Cosi gnv. iaza, le iaze, 208.
grevissime hataìgie 34% grevissimamente scandalizd 41''.
Grigolo Gregorio 17% IT, 32% 40% 55% 59% 01% Gregolo 68% Cfr.
Grigol Bonv. 11, Grigor Reg. 159, Griguol Car. 28, e il friul.
Grivór (=Greguóp Ardi. I 525). Anche sia citato san Grigor,
Grigo (-(5), gnv. 280, 306, 278.
imbrigar 'irabrigare', impacciare, impedire, 41", imbrigdndo-lo 26%
imlrigamento 72*'.
impensd ecc., v. § 31 e il Voc, it.
impento ecc., v. § 31.
induto inducimento, 'indotto', 22^; cfr. § 6.
indtixia 'la indugia' P, voce registrata anche dal Boerio; ò all'in-
contro la terza del perfetto: induxid 28''.
inguale 7% inguai 10% eguale; cfr. Arch. I 222 398, Beitr. 69.
iniuriadi: inivriadi de vin inebbriati, ebbri, 37''.
inlassada lassa 4-'', dove si rende il noto passo: 'lassata viris, nec
dum satiata'. Cfr. § 31.
in oio, V. aio.
insi uscì 47'', insidi usciti 50% insimento (uscita, esito, fine) 68'', en-
sando uscendo 25% 53''; ma: essi 34'', essudo 70''. Cfr. Mon. s.
ensir, Cat. 10; gnv. insi 177, enssi! 181, exe 209.
instesso, v. § 42,
instinto istigazione 4V ; sa di latino.
intendudo 62=" f., e si tratta di 'contesa'.
intentor 36% deve dire 'promotore', 'autore'.
istade estate 47% cfr. Arch. I 222, Beitr. 71.
lagd 54% laghd 9^, 45'', lagava 5'', lagando 46''; lasciato, lasciò, ecc.;
cfr. Mon. 110, Arch. I 546 6. Verbo registrato pur dal Boerio.
lanturgio, v. la n. 2 a p. 236 (66'').
manda mandò a chiedere 42''.
mesceado mescolato, cfr. Mon. 113, Beitr. 79, Arch. I 44 521; Car.
81*: icolerse mexedar in hataia.
miro v. amiraio.
Annotaz. a una Crouica venez, : Lessico. 281
nievo nepos 1% 3^ S\ 19^ 20% T2\ ^
Noverili : li Normani, li quali era una chossa medesma che Noterni 46''.
oio: el fosse in aio, in odio, a noja, 36^. Ne viene nuova e bella
conferma a quell'etimologia di 'noja' ecc. che il Diez ha adot-
tato. È anzi, se non erro, la piti nitida conferma che se ne sia
avuta in sino ad ora. Cfr. Diez less. s. *noja' e Mon. 108.
pagada 'appagata' 23% cfr. il Vocab. it.; e quasi si renderebbe per
'tranquillata'.
pago pagus: in lo pago de Altesiodora 4"^% in pago de Parixo 31\
passionado: fo passionado fu martirizzato 6^, T, S^, 12% ecc. {fo mar-
turizadi li)^)', cfr. Cat. vv. 586, 828, e v. 'passionato' nel Tramat.
pediculi pidocchi 50''; un latinismo.
peizord 8"?
penlure 30'', cfr. impento ecc., § 31.
percevesse scorgesse (percepisse) 34'^; cfr. friul. im~pargévi-si Arch.
I 523.
pizido picciolo 25% pizol tempo 49'', 52'', Q^^, pizolo fuhninerio 16%
cfr. in ispecie il friul. pizzul, e il Bocrio s. pizzolo.
Plaido 1^; se dice, come pare, 'Placido', è riduzione dialettale che
anch'essa favorisce quel che è detto neWArchivio {l 83 n) circa
l'esatta ragione di piato ecc. = placito.
ple'zarie 'pieggierie' 9"; cfr. Beitr. 89.
pluxor plures, pass., v. § 36 e cfr. il friul. plusor-s Arch. I 514.
prieve ecc. § 3; cfr. Mon. 115.
prospera 63'', prosperando 62% non mi sono chiari. 11 signif. di 'ar-
rivare' può parer conveniente in entrambi i luoghi; ma come si
legittima per codesto verbo? Se in 'approdare' si combinano
r 'aver profitto' e 1' 'arrivare', non per questo ne viene al caso
nostro alcuna luce sicura.
radegando: in quella selva radegando errando 57% cfr. Reg. 156 (er-
r-atic-are), Beitr. 02.
ragnuda-nudava 31'', sarà da leggere: ragnudava (r-a-njod-ava, cfr.
Arch. I 454 n) rannodava?
recavo. Questa voce veramente non occorre, o almeno non occorre
' V. § 35, e il Boerio. Il fem. ne:a, che vive sempre, ò in Cort. 84; e la
sua base lat.: neptia, che i romanologi avevano ricostrutto, ora ci sta di-
nanzi in due epigrafi latine; v. Momms , Corp. inscript, latin., t. V, p. 1203.
Archivio felottol. ital., III. 19
282 Ascoli
schietta, nella 'Cronica'; ma noi moviamo da essa per sciogliere
l'enigma d'una curiosa combinazione, che il nostro testo ci offre ben
tre volte: dal tre cavo el veti recitado 39% conzo fosse chossa
che daltre cavo fosse anxio 56'', oltra mare d altre cavo
prese de andare T2\ Ora, il 'di ricapo' (frc. derechef), per 'di
nuovo', è sempre ben vivo fra i Ladini e i Veneti ladincggianti
(Arch. I 404: derecdu, 521: darecd, 205: darchau ecc. ^); e il
daltrecavo del nostro testo altro di certo non significa egli
pure se non 'di nuovo'. Nel terzo dei tre passi, questo valore è
affatto manifesto; la traduzione del secondo, è data a suo luogo
(p. 227 n.); e se il primo è alquanto oscuro o guasto, non per-
ciò v'è men sicuro cotesto significato della nostra combinazione
avverbiale^. Ma daltrecavo può egli poi essere, tra per di-
pravazione dialettale (p. es. d'recavo dedrecdvo) e tra per igno-
ranza dei copisti, non altro che una trasformazione dell'antico
'de recavo'? Io noi vorrei di certo affermare; e crederò piuttosto a
un 'd-altro-capo', come a un parallelo ideologico del 'di-ri-capo' ^.
rechert richiese, ridomandò, H"", rechirando 73''; cfr. 'recherere' nel
Voc. it. - Car. 66: e desarmadi, perché el tempo non recheriua\
gnv. requero 260, requer 183, 233, 300.
recovrare ricuperare 71'', 72% recovrd 15% 39% recovrada 70''; v. § 23.
remitta eremita, romito, 29'; remitorio 56''; cfr. Beitr. 29.
)-emor 'romore' (cfr. Arch. II 453 n) nel signif. di 'tumulto', 13' {ru-
mor ib.), 16% remore 64'', fé remore algun 40''. Acc. : allo rimor
deli soldadi.
reonda rotonda 0"', cfr. Mon. 117, Bonv. 28, Beitr. 93, Arch. 1 430 (458).
resposi 55''. Vorremmo piuttosto rcspusi.
reuma: goza de reuma goccia di scolo (§£U[Aa) 39'.
revelado: aveva revelado, s'era[no] ribellati, 6% 8% 35'', 65'; revelando
50''; cfr. Gamba 30. Ma insieme: revelado rivelato 14' (§89), ecc.
rexia IT, 21'', 35'', rixia 13% resia 26', eresia, resia.
ridzulo 25', deve dire 'rigagnolo'. S'incontra collo spagn. riachuelo;
ma la voce venez. risale veramente a riv-àci-ulo, laddove la
spagn. a riv-aci-ólo. Un altro diminutivo ò riello Car. 53.
' Anche nell'od. ven.: da recà[o]^ dcrecdo; Boerio.
' Intenderei: 'nuovamente per l'imperio [si] vide invitato (ricitato o ri-
cettato)'.
• Car. da diano elo retornd 41, cfr. 61*, da chano schampar 84.
Annotaz. a una Cronica venez : Lessico. 283
rivese: Dacia rivese Ripensis Dacia 15^.
romasa ecc. § 50, cfr. Boerio s. romagnir, Mon. 117, romagnise Pas.-
Cecch. 1600; ecc. Anche gnv. : roman 188 ecc.
salassadura de vena A^.
sayta de fungo saetta (fulmine) 1^, sagita de celo 28% cfr. Mon. 110,
Reg. 156-7, Arch. I 472 n, Beitr. 106.
scaloreQ^^. 'Squallore' non s'adatterebbe molto bene col contesto; ma
quanto al fenomeno fonetico, son prortte le analogie di Secana
Sequana 49*", e inighamente § 17.
serór v. sorór.
serva 28% dirà piuttosto 'osservò' che non 'serbò', cfr. Reg. 150.
sforze forze 27'.
smaniado in..., infuriato, esasperato contro..., 30°. Car. : ima pe-
stelentia in tardo teriòelmente smanici che ecc. 1*; cfr. 36, dove
smaniasse dee rendere un lat. 'desaeviret' (non 'deserviret'); tanta
tempesta smania 57.
smenemd s-menomò, 's-menimò', 4'', cfr. § 10.
solaro 32'' (v. § 25) ha il semplice signif. di 'pavimento', 'suolo'.
someiente simigliante 69% cfr. Mon. 120, Arch. I 308 ecc. (544: -ènte),
sorór 23% serór 56% sorella, pi. sorori 3'; cfr. Arch. II 410 435-6. ^
spensarie 'spenserie', spese, 72\ Cfr. Reg. 157, 'Test, fri.' Arch. IV
340, Bonv. 132; gnv. spesario (in rima con aversario) 175, cfr.
208, 278, 279.
spianadór explanatore-, dichiaratore, espositore, 3\
studade spente (detto di guerre) 24' ; cfr. Arch. I 36, Beitr. 52.
titulo epigrafe 58% alla latina, e ha esempj anche nel Voc. it.
Tornado 61' {Thomaso 65''), cfr. § 38. È pure in Car. 55, Comra. 58;
e a questa forma riviene anche Tliomao gnv. 206.
Tonisto Tonixto Tunisi 72'', 73''; curiosa forma, che mal si vorrà
credere composta di moderno e d'antico (Tunis-, Tunet-). Ma
effettivamente latineggia: Toleta Toledo 69.
Toschana de Ytalia 70'', curioso modo, e massimo in quel passo.
Aveva forse presente il nostro autore la Toscheria albanese
(v. St. Crit. I 87-8)?
' fradelo né seror, ^SIlss. Anal. aus d. Markusbibl. (Johib. Vili £09), sc-
rore Cat. v. G49, seror Moa. 119, due so sorore Cort. 70, una mia seror
Bv. 790 {da fo sor 956); Bonv. 28,- Gnv.: eram mee soror 193 {ni frai ni
sor 30G).
23-1 Ascoli, Annotaz. a una Cronica venez : Lessico.
(re cavo, v. recavo.
irivisina trevigiana 52''.
(rapo molto ì^ bis, 12^] cfr. ancora più tropo Pozzo 60, ancora tropo
mogor dolor 65, tropo più che non fa lo sol 77; e gnv. 216, ol-
tre il fri.
umligul 52**, umbigol 33>', ombellico, 'urab'lic-ulo'; è forma abba-
stanza importante, alla quale si connette l'aforetico Lìgol di tanti
dial. dell'Alta Italia.
vagando 57% ripugna al contesto. Sarà prima stato scritto vagando
{vazando), cioò 'vagendo', cfr. il § 49 e il friul. vaji. Lo stesso
errore di trascrizione si riproduce in Yrengo (v. Yrenza)', e an-
che cfr. Gualhngi § 21.
vardado guardato, per 'osservato' (del giorno di un santo) 24'", v. § 24.
veneno 70'', venenado 74^ venenadi 38\ Cfr. venenoso Cat. v. 1154,
gnv. vcnim 227, 306, inveninai 190, 229.
verasio vero (verace) 57'', verasia 21'', 22% verasie 18% verasiamente
63"; cfr. Mon. 121.
Volgaria 27% Volgari 37''; Bulgaria 38% Bulgari 39'; Buldegari 38\
Vicenza Irene 43'' bis, 44% Yrengo Yrengho Ireneo 11% 12^.- Yrenza
ci conduce alla base Irénia Irénja (cfr. p. e. spienza = splenja
Arch. I 547 e). Yrengo, alla sua volta, dev'essere erronea tra-
scrizione d' Yrengo {Yrenzo; cfr. vagando), che dà la base Ire-
neo Irénjo. Il mascolino comunicò al feminile il proprio suf-
fisso (-60 -ea); e il feminile al mascolino il proprio accento.
zcziinio jejunium 22% 45% zezund 26, zezuna7ido 20'' (ma: dezunando
47% Car.: dezunij 67); cfr. Beitr. 121, Bonv. 77, Arch. I 6iQb.
zielo (§ielo) zelo, v. § 3.
Zilio: sen zilio, 60% sarà Sant'Egidio. Questo nome entra fra gli
esempj di l per d innanzi all'i nell'iato fuor d'accento; cfr. re-
mielio ecc. Arch. I 528. Il Tramater ha le seguenti forme: Egi-
dio, Giglio, Gillo, Egidiuolo, Ziliolo.
zovo giogo 50'; v. Arch. I 91, Beitr. 122; od. ven. zoo.
GLI ALLOTROPI ITALIANI.
U. A. CANELIO,
Introduzione.
I. Definizione e nomi.- II. Origini varie degli allòtropi.- III. Tentativi di cias-
sazione.- IV. Metodo di questo lavoro.- V. Bibliografia degli allòtropi.
I. Anche l'italiano, come tutte le lingue derivate, presenta
con frequenza, e a serie intere, il fenomeno di due o più voci,
che risalgono ad un'unica voce originale'. Cosi, fragile e frale
risalgono a fr agili s; selvatico, salvatico e selvaggio a sil-
vaticus; siìlculo, spìgolo, spicchio, spillo e squillo a spi-
culum^
Queste voci possono essere sinonime; ma più spesso differi-
scono più 0 meno di valore, acquistando in tal caso uno spe-
ciale interesse per chi studia le evoluzioni ideologiche della
parola.
A seconda del modo, in cui il fenomeno è stato prima rile-
vato e si è poi tentato di spiegarlo, è venuto anche variando
il suo nome^ Il presente lavoro, già da tempo in preparazione,
era stato prima annunciato col titolo: Il polimorfismo nella
^ Chiamiamo originali, rispetto all'italiano, le voci del latino, del greco,
del tedesco, del celtico, ecc. Risalendo più in su, si uscirebbe dal campo della
filologia romanza. - Cfr. i nn. 58 59 99.
' Doppioni^ doppie forme, dittologie, in francese douhlets, doubles for-
mes, in tedesco doppelformen sono stati i termini più comuni. Ma poichò da
un'unica forma originale possono muovere fin dieci e più voci, è stato pro-
posto dal BuTET (seguito poi dal Coelho e da altri) di chiamarle forme di-
vergenti, forme s divergentcs. Adolfo Tobler, Liter. Centralblatt, 1876, p. 1086,
le disse polimorfie, ricordando che i cristallografi chiamano polimorfia l'at-
titudine di certe sostanze a cristallizzare sotto più forme. Il Diez parla di
doppelformen e di schcideformen: il qual ultimo termine, ambiguo per" dir
vero, è stato prescelto da Caroline Miciiaelis.
Archivio glottol. ital., III. 20
286 Canello,
lingua italiana; e più tardi con l'altro: / divariati italiani.
Ci siamo alfine risolti di adottare i termini di allòtropo e al-
lotropia, seguendo l'esempio dei chimici e dei fisici, i quali mo-
strano 0 pensano che certe sostanze, più o men diverse fra di
loro, altro pur non sieno se non altrettanti stati allotropici di
un'unica sostanza iniziale. Analogamente per noi, fragile sarà
un 'allòtropo' rispetto a frale', e d'entrambi si dirà che sieno
'allòtropi' italiani, rispetto al latino fragilis onde provengono.
II. Stabilito il nome, veniamo a studiare più da vicino la na-
tura del fenomeno, entro l'ambito della lingua italiana. Nel-
r istituire questa ricerca, noi saremo condotti a tracciare per
sommi capi tutta la storia della nostra lingua.
La lingua italiana si è venuta svolgendo e foggiando sul dia-
letto fiorentino del secolo XIII, che era una particolare evo-
luzione della parlata volgare romana. Questo dialetto fiorentino
aveva già degli allòtropi. I diversi esiti, o le diverse evoluzioni
della sostanza di una medesima parola, sono, infatti, il prodotto
delle diverse abitudini e attitudini dell'orecchio e della glottide
di chi se ne serve e la insegna agli altri. Questa diversità di
evoluzioni può verificarsi non solo da provincia a provincia o
da paese a paese, come l'esperienza frequente ci mostra; ma,
per ragioni di coltura o di razza, può trovarsi anche nella
stessa contrada, in una stessa famiglia, tra nobili ed ignobili,
tra servi e signori. Anche dentro lo stretto àmbito di Firenze,
la stessa parola romana avea dunque potuto diversamente tras-
formarsi: e macula (che diceva ai Latini e 'macchia' e 'ma-
glia'), ridotto a macia maclja, si era potuto risolvere da un
lato in macchia, dall'altro in maglia; e similmente speculum
speclum, in specchio e speglio; vetulus vetlus veclus,
in vecchio e veglio'.
* In codesta classe d'esempj, e in altre classi congeneri, s' hanno veramente
due esiti diversi, o meglio due riduzioni diverse *di un antico volume fonetico,
che tutt'e due ricorrono, per effetto di elaborazioni ugualmente indigene, an-
che altrove. Fra lo schietto kl (ci) latino, p. es., e le risoluzioni neolatine,
s'interpone, com'è ormai riconosciuto, un antico klj (kljamare, okljo, ecc.),
il quale si semplifica in due modi, secondo che perda o assimili la prima o
la seconda delle tre consonanti che vi sono complicate (kjamare Ijamare,
Gli allòtropi ital.: Introduzione. 287
Più difficile è determinar la ragione per la quale questi al-
lòtropi volgari di Firenze vi sieno venuti assumendo, nel mag-
gior numero de' casi, valore diverso. La naturale tendenza, di
chi parla, a schivare gli equivoci, deve già avere spinto ad as-
segnare, per inconscio accordo, di due sensi che avesse la pa-
rola originale, l'uno ad una e l'altro all'altra delle sue tras-
formazioni volgari. Ma è anche possibile che maglia e mac-
chia. sieno sorti in ambiente diverso; e che, mentre macchia
era la parola di tutti, la forma più comune, a cui spettava
quindi il senso più volgato del macula latino, ìnaglia invece
okkjo oljo). Così, nel francese, kl ecc., che si mantengono intatti a formola
iniziale [de f, plus), si risolvono, a formola interna, in Ij (=[k]Ij, [p]lj):
oreille ecc.*;- e nello spagnuolo, la riduzione in Ij, com'è costante a for-
mosa iniziale {llamar ecc.), cosi è anche stata pressoché normale a formola
interna, onde poi vi passò 'm j ( = %; oreja ecc.), al modo che avveniva di un
Ij etimologico {ajo allium, ecc.; cfr. Stiidj Crii., I 34 = 312n). Non manca
però allo spagnuolo anche la risoluzione -e- (= -k[l]j, -p[ljj)**, la quale è con-
genere alla risoluzione solita o costante che s'ha di kl nell'italiano e nel
rumeno, così a formola iniziale, come a interna.
Perchè, dunque, l'italiano risolve sol di rado in Ij un klj ecc. di fase an-
teriore a formola interna, e lo spagnuolo all'incontro ha fatto ciò ben di
frequente e il francese Io fa di continuo? E perchè lo spagnuolo vien di con-
tinuo a questa stessa risoluzione anche a formola iniziale, laddove l'italiano
non mai? 0 perchè da codesta riduzione il castigliano non passa poi &. j se
non a formola interna?
Questi perchè si potrebbero moltiplicare all' infinito, e non sono punto oziosi.
* Questa risoluzione non è però, come il Diez diceva (I' 212), il solo modo
in cui nel francese si continuino -ol- ecc.; poiché l'antica formola rimane
intatta se le precede consonante: onde avunculus, coucerde cooperculum,
cerde circulus, sarder sarculare, sangle (prv. singla) cingula, sanglier singu-
laris iio-Jió;, ongle ungula, tutte voci sicuramente popolari (cfr. Arch. II 123 n);
uè basta di certo il so.spetto di qualche intrusione letteraria per negare ogni
fede alla conservazione tradizionale di m+pl: simple, tempie, exemple, ampie.
Anche abbiamo, dietro a vocale: seigle secala, aigle aquila, ed altri, che però
sono, per ragioni diverse, esempj d'indole particolare; cfr. p. 294-5 n.
** Fra i dieci eseraiij che il Diez adduce per e spagn. = kl pl (I- 211-12),
in cinque era o s'è avuta una consonante dinanzi al volume fonetico di cui
parliamo: sadio sarculum, mandia macula, andio amplus, henchir implere,
indiar inflare (cfr. ib. 213, portogh ). E qui credo che trovi la sua dichiara-
zione, sébben per via indiretta, anche lo .«pagn sendllo semplice; di che ri-
tocco altrove.
288 Canello,
fosse una peculiare evoluzione di macula in bocca alle donne
0 in bocca agli arraajuoli, le une e gli altri lavoratori di maglie.
Ma una causa ben più efficace di allòtropi è da cercare nel-
l'azione dei letterati e in genere delle classi colte sullo svol-
gimento della lingua italiana comune, che sorgeva sul dialetto
di Firenze, e già prima sullo stesso fondo dialettale fioren-
tino. — Quest'azione de' letterati sulla formazione della lingua
né ormai pare indiscreta o priva di speranza una curiosità qualsivoglia che l'in-
dagine sempre più rigorosa venga in noi suscitando. Ma è chiaro, che l'acume
e il rigore che or sono adoperati nell' interrogare la storia, devono poi eser-
citarsi con vie maggiore energia intorno a quei responsi, piii o meno dubbj,
coi quali la storia ci suol tormentare prima che s'arrenda a svelarci i suoi
segreti.
Ora, l'ammettere, a cagion d'esempio, che i due diversi esitivfiorentini del
lat. macula (maglia, macchia) vadan ripetuti da una diversità di disposizioni
0 abitudini glottiche che fosse tra servi e padroni, o nobili e plebei, o in-
somma fra ceti diversi di una cittadinanza medesima, non sarà egli un in-
terpretare in modo troppo largo, od anche erroneo, le mezze confidenze che
la storia ci viene facendo? Gli esiti congeneri, e con la medesima ripartizione
de' due significati latini, s'ha, per limitarci a un solo riscontro, negli spa-
gnuoli malia {malja) e mancha {màca)\ cfr. Arch. II 123 n. Se veglio e spe-
glio si volessero imaginar più 'nobili' che non vecchio e specchio, quanto va-
lido resulterebbe poi codesto criterio della 'nobiltà' maggiore di lj, spe-
rimentandolo sopra maglia allato a macchia, o sopra origliare accanto a
orecchio ?
Una ragione che meglio s'incominci ad afferrare, è, in certi casi, la ra-
gione cronologica. Così, se il lat. rotulus ci dà rocchio e rullo, noi abbiamo due
elaborazioni diverse, entrambe popolari, d'una medesima base latina; la prima
delle quali presume una molto antica riduzione dello sdrucciolo (rot'lo) e con
ciò quell'evoluzione di ti, che deve addirittura dirsi romana (come in vello
veklo vehljo ecc.), e la seconda, per contro, accenna a una riduzione molto
più tarda dello sdrucciolo stesso, e con ciò a un rót[u]lo o ruót[u]lo neo-
latino, che poi, per la mera assimilazione neolatina di il in II (v. qui, al
num. 59), passi in rullo; cfr. frullo frug'lo al num. 87. Locchà in altri ter-
mini viene a dire, che sin da antichissima età romana uno di codesti sdruc-
cioli poteva insieme offrire, anche per la distinzione di significati diversi, la
forma piena e la ridotta (rotule rotlo).
Se, del resto, questa nota può parere non affatto supeiflua, è chiaro insieme
che al discorso del Canello non ne possa venire alcun sensibile disturbo.
G. I. .\.
Gli allòtropi ital.: Introduzione. 289
italiana è un fatto così notorio, che riesce quasi superfluo qual-
siasi commento. Quando i dotti fiorentini, seguiti poi da quelli
del resto d'Italia, vollero esprimere nel dialetto di Firenze pen-
sieri e cose superiori alla comune portata, e che quindi tra il
popolo fiorentino non avevano nome, essi ricorsero natural-
mente alla lingua della coltura, a quel latino, che a ragione
riguardavano come fonte e prototipo del volgare. Per tal modo
è potuto avvenire che immettessero nella nuova lingua lette-
raria tali voci latine, che già vi si trovavano, ma con suono
e con significato fiorentinamente modificati. Così taluno scrisse
e disse macula macola, mentre il fiorentino avea già dato mac-
chia e maglia; altri scrisse copula, mentre i Fiorentini dice-
vano coppia; 0 disse fragile e flebile, mentre la parlata vol-
gare offriva già frale fraile e fievole fìevile. E potè anche
accadere, che in tempi diversi, o con diversi criterj, i dotti o
le persone colte introducessero con forma diversa uno stesso
vocabolo del latino. Per tal guisa l'italiano venne ad avere,
uno daccanto all'altro, specie 'qualità' e spezie '^àvo^hé', pallio
'mantello pontificale' e palio 'panno' che si dava ai vincitori
nelle gare di corsa. Cosi daccanto a ministerio s'ebbe mini-
stero; daccanto ad ufficio s'ebbe offlzio ecc.
Meno chiara e poco studiata fin' ora è l'azione dei letterati e
delle classi colte di Firenze su quel dialetto volgare che vi è esi-
stito ben prima che alcuno sentisse il bisogno di scriverlo e
l'avviasse così a diventare lingua letteraria. E poiché l'argo-
mento, oltre che presentare qualche novità, ha, come vedremo,
una speciale importanza per il nostro lavoro, ci si concederà
d'insistervi alcun poco.
Tra le classi superiori e le classi inferiori d'una società, c'è
ricambio continuo sia d'idee che di parole e frasi. Ma mentre
nelle età di coltura decadente la quantità di parole e di modi
che le classi superiori comunicano alle inferiori si va facendo
sempre più piccola, e sempre più grande si fa invece quella che
le inferiori comunicano alle superiori; l'opposto avviene nelle
età di coltura crescente. Ai due estremi di massima coltura e
di massima barbarie può parere che una stessa e identica lin-
gua serva per tutti, e cessi quindi lo scambio; lo che avver-
rebbe veramente se si desse il caso d'un assoluto conguaglia-
290 Canello,
mento intellettuale fra le diverse classi d'una società. — Ai bei
tempi della civiltà romana, le classi dirigenti hanno comuni-
cato alla gran massa del popolo molte voci da loro create per
analogia o desunte dal greco; e quando le antiche classi diri-
genti della vita romana cominciarono ad assottigliarsi e a sva-
nire, vi sottentrarono con analoga aziojie gli ecclesiastici; i
quali, per le loro idee nuove, nuovi nomi crearono anch'essi
di proprio o desunsero dal greco e dall' ebi^aico. Un po' per volta
anche gli ecclesiastici perdettero della loro cultura; ma, al
tempo stesso, sempre più grave si faceva la barbarie della massa
popolare, cosi che la distanza rimaneva sempre press' a poco
la stessa: tutta la differenza consisteva nel fatto ch'erano di-
scesi e gli uni e gli altri, e che la proporzione tra dotti ed
ignoranti era notevolmente mutata in danno dei primi. L'an-
tica cultura non s'ecclissò però mai del tutto; e la vecchia let-
teratura latina non ha mai cessato, nel medio evo, di produr
nuovi frutti: la notizia del latino vi si è sempre mantenuta
vivace. V'è anzi di più: quel latino, che vi si scriveva e an-
cora assai tardi si parlava, almeno nelle circostanze solenni,
rivela per più modi una sua vitalità propria, certe sue speciali
movenze, certe parole e frasi, e significati di parole, che non
gli venivano dall'antico parlare di Roma, e non erano nean-
che ricalchi di voci e frasi delle parlate volgari tra le quali esso
viveva. Questo latino, p. es. , diceva belliim, voce che manca a
tutti volgari neolatini, per praelium'; né il fatto parrà insigni-
ficante a chi ripensi che in que' tempi ogni jpraelium si prolun-
gava in bellum, e il hellum diventava una werra, una barba-
rica mischia, una confusione. Diceva miles V eques dei la-
tini, ora che il soldato a cavallo, il cavaliere, era quello che
più importava in battaglia; creava, sull'analogia di adripare
'giungere a riva', rimasto alle lingue neolatine, un adlittare
'giungere al lido', ora che, stanti le accresciute difficoltà de'
viaggi per terra, per il deperimento delle antiche stratae , si
giungeva più comunemente per acqua, per quella dei fiumi e
per quella del mare, il vecchio ^on^os =via. Per la stessa ra-
^ bellum per praelium ha già un esempio in Virgilio (lìn. II v. 439), e
comincia a «.liventar frequente in Giustino.
Gli allòtropi ital. : Introduzione. 291
gione, il classico applicare 'giungere a riva' era venuto a dire
'giungere' in generale. La frequenza dei passaggi delle Alpi e
del Po, specie da parte degli eserciti imperiali, faceva nascere in
quel latino un transalpinare e un iranspadare ' ; e i viaggi
di Terra Santa davano origine a un transmarinare.
Le parlate neolatine, adunque, fin da quando cominciarono
a svolgere e delineare la loro propria personalità, si trovarono
da lato, anzi sul capo, una lingua letteraria bassolatina, che
ne era come la naturale maestra e tutrice; e conservava tutto
il prestigio dell'antico latino. Il dialetto di Firenze non potè
in questo aver sorte differente dagli altri. Anche a Firenze la
gran massa popolare, mentre di certo comunicava ai non molti
clerici una gran folla di parole e flessioni, non può non aver
accettato alla sua volta di tempo in tempo talune di quelle voci
e di que' modi che dai clerici sentiva ripetere nelle chiese, nei
tribunali, nelle scuole, o che leggeva nelle carte e nei libri del
tempo. Noi ci possiamo rappresentare ciò che sia avvenuto in
quell'età, ricordando i mutui prestiti e la reciproca influenza
attuale tra la lingua, presunta italiana, che un buon parroco
0 maestro rurale adopra nelle circostanze solenni, e il dialetto
rozzo de' campagnuoli che stanno a sentirli. L' influenza di co-
testo bassolatino letterario si venne facendo- sempre più note-
vole, allorquando, col rinascere della cultura, esso si venne a
mano a mano purgando dalle voci e dai modi che avea comuni
colla parlata volgare e procurò di ritornare a quelle voci e a
quei modi che vi corrispondevano nel buon latino antico. L'amor
della coltura eccitava anche i volgari a seguitare i migliori in
questo ritorno verso il meglio: e le idee, che le persone colte
disseppellivano di tra i libri, richiedevano l'uso di parole nuove
0 dimenticate, che il volgo si veniva un po' per volta appro-
priando insieme con le relative idee. Le dighe furono aperte
all'immissione di latinismi nel volgare fiorentino allorquando,
come dicemmo, si cominciò a scriverlo, quand'esso fece i primi
' Manca al Ducange. Io l'ho incontrato più d'una velia negli Scriptores
del Muratori, ma, non supponendolo ignoto, non me ne segnai i luoghi. Del
resto, mancano al Ducange anche esempj espliciti di applicare per 'giungere'
in generale; e questa dei nuovi significati di antiche parole, è la parte meno
buona del grande lavoro.
292 Canello,
passi per diventare lingua letteraria. I latinismi vi furono im-
messi spesso per bisogno, non poche volte per capriccio: i let-
terati, già avvezzi al latino, volevano dare alla nuova lingua
tutti gli ornamenti e gli andamenti solenni della vecchia ma-
dre. Questa immissione accompagnò tutto lo svolgimento della
nostra lingua; e non è ancora cessata. Ma mentre, prima del
compiuto nostro' rinascimento nel quattro e cinquecento gli scrit-
tori s'illudevano d'attingere al latino, anche quando attinge-
vano a quel bassolatino letterario di cui abbiamo discorso, d'al-
lora in poi la fonte dei latinismi fu soltanto il latino classico.
Ognun vede pertanto quanto inesatta sia l'opinione comune,
secondo la quale i latinismi avrebbero cominciato ad entrar
nell'italiano e nelle altre lingue neolatine solo dopo che esse
cominciarono ad essere scritte. Alcuni latinismi possono risa-
lire ai primordj stessi della costituzione delle parlate neolatine:
alcune voci possono essere uscite dall' uso popolare per pochis-
simo tempo, ed esservi poi state ravvivate dalle persone colte;
altre possono non essere uscite mai del tutto dall' uso parlato,
ma esser rimaste in corso tra ristrettissime classi sociali, le
quali stesse ne usavano assai di rado; e di qui esser poi tor-
nate nella corrente del parlare comune: così che si deva restar
incerti se dirle di tradizione interamente popolare o di tradi-
zione in parte letteraria. — E come antichissimi o recentissimi
possono essere i latinismi, antichissimi o di jeri possono essere,
per conseguenza, gli allòtropi che la lingua italiana possiede per
influenza letteraria.
Nuove specie di allòtropi entrarono nella nostra lingua nel suo
successivo svolgimento. Già il dialetto fiorentino, prima di di-
ventare il fondamento della lingua italiana, poteva aver attinto
da dialetti contermini o da lingue e dialetti stranieri tali voci
che altro non fossero se non peculiari trasformazioni di parole
latine già da esso possedute. Ma il caso dovette farsi molto
più frequente dal momento che il fiorentino diventò la lingua
comune degli Italiani. Questi, scrivendo o parlando, aveano con-
tinue occasioni di aggiungere al fondo fiorentino voci desunte
0 dal loro proprio dialetto, ben diverso dal fiorentino, o da
qualcuna delle lingue neolatine che aveano preceduta la nostra
nel diventare strumento d'una letteratura, o dalle altre lingue
Gli allòtropi ital.: Introduzione. 293
dei popoli più culti d'Europa, coi quali ci fosse scambio di idee
e di cose, e quindi anche di parole. Cosi, per esempio, è po-
tuto avvenire che il chiaito de' Napoletani venisse a incontrarsi
nella lingua comune col inato de' Fiorentini, e col jplacito de'
letterati; che \\ pregadi(jiQnd.iov\) de' Veneziani si mettesse dac-
canto al pregati (partic.) del fiorentino; e che Vabào, nome
d'una specie di 'console' presso gli antichi Genovesi, venisse
scritto daccanto ad abbate. In simil guisa il francese ostello
{hotel hostel) è venuto a far coppia con ospedale; lo spagnuolo
borsìglio {bolsillo) con borsello ; il tedesco funto {pfunt) con
pondo (=lat. pondus)\ e l'inglese cabina [cabin) con capanna.
E potè anche darsi il caso che una stessa voce straniera
entrasse nell'italiano, o già prima nel dialetto fiorentino, sotto
due 0 più forme diverse. Cosi da un germanico fondamentale
tapy che resta tap nei dialetti basso-tedeschi, e diventa zapf
negli alto-tedeschi, noi abbiamo tratto tappo e zaffo. E dal fran-
cese soie hanno tolto i nostri antichi soia per 'seta'; mentre
da saie, 'setolino', allòtropo di soie (=:lat. seta), tolsero i nostri
orefici il loro saja. In questi casi l'allotropia s'era già prodotta
nell'ambito della lingua o dei dialetti d'una stessa lingua, a
cui l'italiano attingeva. In giuria, invece, daccanto a giurì,
tutti e due dall' inglese Jwr?/, o piuttosto dall'anglicismo fran-
cese Jwry, come mostra l'accento, vediamo un'unica base stra-
niera promuovere due forme nostrane, una un po' meglio ita-
lianizzata dell'altra.
III. Quest'esposizione delle occasioni che hanno promosso nel-
l'italiano il fenomeno dell'allotropia, contiene già in sé una specie
di classificazione razionale di tutti gli allòtropi. Ma poiché essa
avrebbe il grave difetto di disperderli in troppe categorie, gio-
verà vedere se non fosse possibile escogitarne qualche altra più
comprensiva, e che meglio serva a rivelare a un tratto le va-
rietà fondamentali del fenomeno.
Una netta e larga classazione sarebbe quella che, pigliando
a criterio fondamentale il modo e la via per la quale l'allò-
tropo si produce, mettesse da un lato gli allòtropi di forma-
zione integralmente orale o popolare, e dall'altro gli allòtropi
di formazione letteraria totale o parziale. In questo caso noi
metteremmo nella seconda categoria non solo tutte quelle forme
294 Cangilo,
di origine latina, che per qualche segno mostrassero d'essere
state obbliate per tempo anche non lungo dal popolo parlante,
ma anche quelle di origine non immediatamente latina, che si
potessero arguire introdotte nella lingua per opera dei letterati.
Tale, crediamo, sarebbe il caso di giuri giuria, o di ostello e
di non poche altre che dobbiamo all'influenza delle letterature
d'oc e di oU nel secolo XIII.
Adottando, invece, il criterio della fonte onde sono derivati i
nostri allòtropi, si potrebbe ancora dividerli in due grandi ca-
tegorie, mettendo nell'una gli allòtropi indigeni fiorentini, e nella
seconda tutti gli altri considerati come d'origine straniera. Stra-
niere, infatti, rispetto al nucleo fiorentino primitivo, sono da dire
non solo tutte le voci che esso prima e poi la lingua italiana
hanno adottato da altri dialetti italiani, o da lingue straniere,
ma ben anco quelle molte voci che di mano in mano esso ha ac-
cettate prima dal bassolatino letterario, poi dal latino de' classici.
Augusto Brachet, il primo che scientificamente investigasse
i fenomeni dell'allotropia, divise, invece, tutti i douhlets fran-
cesi in tre grandi categorie: mise da un lato i douhlets d'ori-
gine straniera; e fece poi due classi speciali dei douhlets d'ori-
gine latina, distinguendoli in 'doppioni' d'origine popolare, e
'doppioni' d'origine letteraria. E questa sua tripartizione è stata
poi in generale accettata da tutti, quantunque essa pecchi fon-
damentalmente in ciò, che è determinata da due criterj diversi:
quello della fonte, e l'altro del modo di formazione.
Ma e le nostre due bipartizioni e questa tripartizione brache-
tiana, sono per ora praticamente inattuabili; e però noi siamo
costretti a rinunciarvi. Ciascuna di esse suppone, a torto, che
si possa ormai con sicurezza e costantemente distinguere le voci
di formazione letteraria dalle voci di formazione popolare. In
pratica si vede che noi siamo ancora discretamente lontani da
questo bell'ideale; e se il Brachet ed altri hanno creduto di
poter attuare questa distinzione, i loro errori devono togliere
a noi ogni simile illusione'. — Noi siamo ben persuasi, che
^ Citiamo ed esaminiamo pochi casi nei quali il Brachet s'è ingannato.
Sono stampati 'en italique', e però dichiarati di formazione popolare, nel suo
'Dictionnaire étymologique": siede, diable, liorc. — Siede, infatti, ha popolar-
mente ié - ]?,, e ha perduta la postonica (saednm'), secondo le norme già
Gli allòtropi ital.: Introduzione. 295
uno studio attentissimo della struttura fonetica del tesoro les-
sicale italiano o francese o d'altra lingua romanza, ci dovrà
condurre, quando che sia, a scernere in ciascuna lingua uno
strato di parole perfettamente omogeneo, diremmo quasi per-
fettamente logico nelle sue evoluzioni, e quasi tutto riferentesi
a cose ed idee della vita comune; strato di parole che ci rap-
presenterà abbastanza da presso quel tanto di elementi volgari
romani, che anche nelle età di massima barbarie sono rimasti
vivi e vitali presso ciascuna nazione neolatina. Dopo questa
prima cerna di voci interamente popolari, istituendosi una mi-
nuta analisi di tutte le rimanenti, che, senza uno speciale mo-
del volgare romano. Ma esso conserva intatto il -CL-, mentre è pur costante
che nel francese un -cl- preceduto da vocale si l'isolva in Ij {oreille ecc.).
D'altra parte, l'antico seule (in Eulalia) è anch'esso anormale, mostrandoci
tanto salda la postonica, che n'è dovuto cadere il e fra vocali. E i riscontri
coir italiano secolo (e non secchio o 5^17^10 e nemmeno segolo), e collo spa-
gnuolo siglo, anticamente sieglo (e non già siejo 0 siello, come viejo viello
da veclo= vetulus), ci persuadono ancor più trattarsi qui di voce che il
popolo una volta scordò, e poi di nuovo apprese dagli ecclesiastici, i quali
in Francia hanno dovuto insegnare seculo-, e probabilissimamente seci'ih (e
non già sedo), come mostra seule, che ha il suo perfetto risconto in teule,
ora tuile, da tegula, e non tegla. Anche gli argomenti ideologici starebbero
in favore dell'origine ecclesiastica di siede. — Diable ha giusto l'accento;
ha perduto la postonica; ma esso conserva impopolarmente intatto il di- dj-,
e rivela così la sua provenienza da quegli ecclesiastici, che con di- intatto
lo leggevano nei loro libri. Vero è bene che il bassolatino ci offre per tempo
uno zahulus; ma questo zabulus sarà probabilmente una proferenza greciz-
zante (E. Du MÉRiL, Poésies pop. lat. ant. au douzième siede, p. 149 n. 2), 0
ci proverà tutto al piti che il popolo già cominciava in qualche provincia ad
assimilarsi quella voce, senza poi riuscire a far prevalere la forma sua con-
tro quella insegnata dagli ecclesiastici. Il diavi e di Eulalia, e il diable dù'able
comune nell'antico francese non possono essere popolari; come impopolare é
la forma del nostro diavolo, e non giovalo 0 giolo, e lo spagnolo diablo. —
Livre da ti-bro- è anch'esso anormale; mentre dovrebbe essere popolarmente
leiore 0 loivre: lo scadimento di br a ir prova solo che la voce già da tempo
corre per le bocche del popolo. L'impopolarità originaria di livre è confor-
tata dal nostro libro, e non già lebbra e levo, come vorrebbe Vi, e l'ana-
logia di libbra e lira. Il nostro arcaico livro, se non è un francesismo, rap-
presenterà un tentativo primo di popolarizzare la parola dei derid, tenta-
tivo che si vede anche nel liberi per libri d'un testo veneto-toscano del
sec, XV {Romania, 1878, p. 73), e nel livero d'un testo umbro del 1339 {Rio.
di filol. rom , I 258). — E si voglia vedere ciò che su libro, e poi su Bieu
ed esprit, ho scritto nel Giornale di fil. rom., I 8 e segg.
296 Canello,
tivo di eufonia o di analogia, si trovino discordanti nella loro
evoluzione dalle voci dello strato popolare, potrà riuscire col
tempo al filologo di ripartirle in tante serie, sempre più grosse,
di struttura sempre più latineggiante, così che, se nella prima
staranno le voci quasi popolari, nell'ultima entreranno i più
crudi latinismi; e ci presenteranno nella loro successione una
specie di storia delle singole colture nazionali, che dalle classi
superiori si trasmettono alle masse popolari. Ma anche quando
tutto questo sarà fatto, e per ora è tutt' altro che fatto, noi
non saremo ancora giunti a poter distinguere costantemente le
voci popolari dalle letterarie. Quando, infatti, si passa dalle
voci fondamentali a quelle derivate con suffisso ben sentito, noi
ne incontriamo non poche, che risultano d'elementi parte popo-
lari e parte letterarj. Nessuno, p. es., crederà popolare intre-
pido od efferato; eppure intrepidezza ed efferatezza hanno
un' uscita popolare. Massajo e masseria hanno certo l' impronta
popolare; eppure la lingua ne ha tratto masserizia con suffisso
sicuramente letterario. Lo stesso si dica di lugliatico,- compa-
natico e simili, voci che tutto farebbe presumere di creazione
popolare: eppure esse hanno un suffisso -atico, che per il po-
polo diventa normalmente -aggio, come si vede in selvaggio,
viaggio ecc. Come si spiegano questi fatti? Gli è che i lette-
rati considerano come cosa propria le forme popolari, e con
suffissi del popolo traggono nuove derivazioni da voci più o meno
latineggianti immesse nella lingua da loro; e il popolo alla sua
volta si viene appropriando e le voci e i suffissi dei letterati,
e con questi deriva nuove voci da basi di formazione orale. Que-
sta lingua italiana s'è svolta e si svolge sotto la doppia azione
del colti e degli incolti; e l'attività degli uni s'incrocia spesso
colla attività degli altri, e la elide, o la trasforma. Cosi, men-
tre da un lato il popolo cerca assimilarsi le voci che impara
dai dotti, i dotti alla lor volta tentano, e spesso con fortuna,
di riaccostare al latino le voci che sentono in bocca del popolo.
Il popolo di Firenze avea ridotto, p. es., il lat. patronus a pa-
drone; ma questa pareva agli scrittori dell'Italia superiore nel
cinquecento una forma corrotta; e però il Castiglione, il Bembo
e l'Ariosto scrissero assai spesso pa^ro?2(?\ a ciò forse confortati
^ Vedi il Coriegiano del Castiglione, lib I.
Gli allótiopi ital.: Introduzione, 297
anche dal imtron! saluto rispettoso nei dialetti veneti. Padrone
ha vinto; ma loatrone convive con lui nel dizionario storico
italiano. Un caso più curioso dell' incrociarsi di queste attività
e del loro cospirare od elidersi, è in convoglio ^ che prima è
stato convojo, dal francese convoi. Convojo non parve ai To-
scani, 0 ai letterati dell'Italia superiore, abbastanza italiano; e
poiché al fojo e 2')aja di quassù corrispondeva a Firenze foglio
e paglia, ecco trasformato convojo in convoglio. Analogamente
il Bojardo scrisse noglia e gioglia.
In conclusione questa distinzione tra voci popolari e voci let-
terarie, che altri imaginava di una straordinaria agevolezza, a
noi pare per ora difficilissima in molti casi, in altri impos-
sibile.
Ma quand'anco essa fosse attuabile, metterebbe poi conto di
farla come base d'una classificazione degli allotropi? Certo im-
porterebbe assai alla storia della cultura italiana il poter de-
terminare quante e quali voci della nostra lingua siano sempre
esistite nel fondo dialettale fiorentino, e quante e quali, di
mano in mano, ve ne abbia fatto entrare la crescente cultura,
prima dei Fiorentini stessi, e poi di tutti gli Italiani; distin-
guendo anche, tra le voci tolte da dialetti o da lingue stra-
niere, quelle che son venute per via letteraria dalle altre adot-
tate direttamente dal popolo. Ma questo lavoro di cernita, per
avere una reale importanza, dovrebbe estendersi a tutto il te-
soro lessicale; o per lo meno abbracciare tutte le voci riferen-
tisi a qualche speciale soggetto. Se non che i nostri allotropi,
né sono tutta la lingua, né si riferiscono ad alcun determinato
ordine di cose e d'idee. Essi non rappresenterebbero se non una
porzione meschina di codesti spogli; né permetterebbero alcuna
conclusione sicura in ordine alla storia generale delle idee.
IV. Resta adunque che noi abbandoniamo l'idea d'ogni cas-
sazione generale; e che troviamo un ordine perspicuo secondo
il quale distribuire, aggruppati quando sia possibile in serie
omogenee, tutti quanti i nostri casi d'allotropia. E quest'or-
dine ci viene suggerito alle prime dalla fonologia italiana. Noi
seguiteremo, quasi in tutto, lo schema che per lo studio de' no-
stri dialetti fu proposto dal Direttore àeVC Archivio e seguito
poi da tutti i collaboratori diretti e indiretti : e intorno a ognuno
298 Canello ,
dei principali fatti fonetici schiereremo i casi d'allotropia che
ne dipendono. Già i nostri predecessori, pur mantenendo la
divisione in tre classi, avevano poi suddiviso gli allòtropi di
origine latina in altrettanti gruppi, quanti erano i fenomeni
fonetici a cui si riferivano. Noi invertiremo l'ordine: e per
ogni caso d'allotropia, e più ancora per ogni serie di allòtropi,
tenteremo di determinare quali siano entrati nella nostra lingua
per via orale e quali per via in tutto o in parte letteraria: la
ricerca etimologica ci dirà poi senz'altro la fonte ond'essi ci
sono derivati.
Accennato in generale il disegno del lavoro, passiamo ad al-
cune avvertenze speciali, che si riassumono tutte in questa: ab-
biamo escluso dai nostri elenchi tutte quelle forme che rigorosa-
mente non rispondono alla definizione degli allòtropi veri e pro-
prj ; e veri allòtropi diciamo noi solo « quelle parole che, diffe-
rendo nel significato, derivano da una stessa base lessicale ». Non
abbiamo quindi registrati qui gli allòtropi di pura forma, quali
giudicio e giudizio e simili, che pur avevamo in buona copia rac-
colti nei nostri spogli del Vocabolario italiano, del Vocabolario
dell'uso toscano di P. Fanfani, e del Rimario di G. Rosasco (Pa-
dova 1719). Un po' di lassezza abbiamo usato per i casi in cui
l'un termine e l'altro risalgono alla stessa base, ma l'uno n'è
venuto per evoluzione fonetica, l'altro per evoluzione morfologica.
Strillo sost. è sostanzialmente identico con stridulo agg. ; ma
stridulo riviene a stridui us; e strillo è all'incontro un nome
estratto da strillare, che riviene ad uno *stridulare. Crotalo
è identico a crocchio 'risuono de' vasi fessi'; ma l'uno muove
da crotalus, l'altro da crocchiare. Lo stesso abbiamo fatto
per i casi in cui da un unico verbo si estraggono due nomi,
diversi solo per l'uscita che ne determina il genere, come grido
e grida àa. gridaì'-e = quirìisLV e; e negli altri in cui l'una forma
deriva dal singolare d'una base nominale e l'altra dal plurale,
come in foglio e foglia da folium e folla; oppur quando
un maschile e un ferainile italiani si ricavano da un solo ma-
schile 0 da un solo feminile (caso assai raro) della lingua ori-
ginale: come modo e moda da modus ecc. Ma poiché in questi
e simili casi si vede cospirare l'attività morfologica colla fone-
tica, noi non li abbiamo voluti mescolare cogli allòtropi veri
Gli allòtropi ital.: Introduzione. 299
e proprj, dovuti solo a diversità di sviluppo fonetico; e ci siamo
contentati di darne un saggio in appendice. — Sull'esempio dei
nostri predecessori abbiamo poi esclusi i nomi di luoghi e di
persone.
Abbiamo infine creduto opportuno di soggiungere qua e là
alcuni schiarimenti sul valore specifico dei singoli allòtropi, par-
ticolarmente quando la differenza avrebbe potuto parere meno
evidente. E qui confessiamo il timore d'aver usato troppo ri-
gore nel rigettare come allotropi indifferenti molti che pur sva-
riano tanto quanto nel senso. Cosi p. es. parrebbe a prima giunta
che specchio e speglio non differissero punto; pur sta il fatto
che i dizionarj assegnano a specchio significati traslati che
mancano a speglio. In queste distinzioni di significati abbiamo
seguito quasi sempre il Nuovo Dizionario dei sinonimi della
lingua italiana di N. Tommaseo, 4' ed., Napoli 1859, che ci-
tiamo per ToMM.
V. Ricorderemo infine coloro che ci hanno preceduto nel trat-
tare particolarmente dell'allotropia. Vien primo Nic. Catherinot,
Lcs douhlets de la langiie frangoise, Bourges 1683: il quale
opinava che 'cette recherche servirà pour entendre les origines,
les différences et les énergies des mots, et à quelques autres
usages: enfin e' est une curiosité." Augusto Brachet, da un
diligente studio sulla sorte delle vocali atone nel francese, fu
portato a riesaminare tutto l'argomento dei doublefs francesi,
che hanno appunto il loro motivo principale nelle sorti dell' a-
tona; e pubblicò un Dictionnaire des doublets ou doubles for-
mes de la langue frangaise, Paris 1868; al quale fece tener
dietro nel 1871 un importante Supplément, con giunte e cor-
rezioni. Ad onta delle non poche mende particolari, già rile-
vate dai critici del Ceniralhlait (1868 p. 1426, e di nuovo
1871 p. 1086; Ad. Tobler) e della Revue Critique (II, 274
segg.), e più minutamente poi dalla signora C. Mìchaklis nel
libro che tosto citiamo; e ad onta di quel difetto generalo di
chissazione, del quale già abbiamo toccato, il libro del Bra-
chet ebbe, come meritava, bonissime accoglienze dagli studiosi,
e giovò moltissimo a promuovere altri simili studj. Ad. Coeluo
' Cfr. Brachet, Doriblets, p. 49.
300 Canello,
dava, nella Romania (II, 281-94), un elenco ragionato di For-^
mes divergentes dcs mots portiigais; e Mich. Bréal esami-
nava gli allòtropi latini nei Mémoires de linguistique (I, 162-
170). Nel tempo stesso che noi stavamo raccogliendo il mate-
riale per questo lavoro, un nostro ottimo amico, Alessandro
De Colle, giovane di maravigliose speranze, morto a diciott'anni,
preparava uno studio sulle Dittologie italiane, che fu in parte
pubblicato postumo nei Nuovi Goliardi (Firenze 1877, fase.
III e V-VI). Ma il lavoro più compiuto, più esatto e più per-
spicace che sia stato scritto sugli allòtropi è quello della si-
gnora Carolina Michaelis, Studien zur romanischen loortschò^
pfung (Lipsia 1876); dove si rivedono, si correggono e si au-
mentano le liste del Brachet e del Coelho, e si offre una lar-
ghissima messe di allòtropi spagnuoli. Anche le considerazioni
generali vi sono bonissime; e sarebbero ancor più utili, se la
distribuzione delle singole parti del lavoro fosse più chiaramente
divisata. Noi non possiamo entrar qui in un esame particola-
reggiato di questi studien; solo vogliamo notare che la signora
Michaelis avea già notato l'incongruenza della tripartizione del
Brachet (p. 164); ma non ha poi saputo risolversi ad abbando-
narla. Or vada adunque anche il nostro studio, e tenti riempiere
quel vuoto, che per l'italiano era sentito dalla Michaelis, e che
la raccolta del De Colle, frutto d'uno spoglio diligente delle
opere del Diez, non poteva togliere del tutto.
I. Allòtropi
dipendenti dagli esiti delle vocali toniche.
1. -ARIA -ARIO. Queste formule latine hanno esiti molto variati, sia perchè
r d ora vi si possa conservare, ora passi in ie e i, e sia perchè il nesso -ri-
{ì-j) 0 vi rimanga intatto, o si risolva in più modi distinti. Noi facciamo
la rassegna dì quelli fra gli esiti di -aria -ario che importino al nostro sog-
getto, e accompagniamo i men comuni o inesplorati con qualche dichiara-
zione.
Di -ÀRIA abbiamo ben sette esiti certi, che danno occasione ad allòtropi,
ed uno dubbio. Sono: -aria -ara -aja -iera -era -ea -io -eria {-aria). Sui
Allòtropi: Vocali toaiciie, A. 301
primi tre nou importa fermarsi; -iera ed -era sono già stati spiegati (Asc.
I 48-1-5 n) da un -^ra per -aria con i repaginato e fuso coll'ó; e basterà
qui aggiungere che il tipo -era è sempi'e vivo in altera per altiera, in bu-
fèra (cfr. DiEZ less. I' lo), e in galera. Degni di maggiore attenzione sono
-ea ed -ia. - Abbiamo -ea nell'are, primea primiera (Bocc, Tes., e. ii, st. 5,
in rima), in civéa Arch. I 486 n, in scalda (cfr. scalerà e fr. escalier), e in
altre simili forme, che nell'ambito toscano parrebbero sorte da un 'eja^-ce~
ria = -aria, con i che al tempo stesso si repagina, fondendosi con Va, e si
mantien vivo al suo posto, cfr. Asc. Ili 258. Il fatto è quasi messo fuori d' ogni
dubbio dagli esiti toscani dell' -creo -trio originale: capisterium dà capi^
stero capistejo capistéo; papyrio- (da papyrus) è nel sen. papejo papéo ,
a Montepulc. papio (lucignolo); e un vomeri a- (o vomaria-) é nell'aret.
gomcja goméa Asc. II 448n.- Abbiamo -ia, per ulteriore evoluzione di -ea
(cfr. rio da reus o avia per avea) in galia daccanto a galea, e in saettia;
esemplari che meritano particolare commento. Su galera galea sono incer-
tissimi gli etimologi (cfr. DiEZ less. P 196 e Littré dict. s. galèe), ai quali
è sfuggito il calarla 'navis quae ligna portat' registrato dal Ducange con
un unico esempio tolto dal Catholicon di Johannes de Janua. Non c'è dub-
bio che calaria sia un etimo sufficiente per tutte le forme neolatine, e a
noi par anche probabile che calaria sia derivato da xà)>ov 'legno' Megno da
costruzione' e 'nave' nel lacedemone, secondo la bella congettura del Bergk
al lib. I, I, 23 degli Ellenici senofontei. Che anche saettia risalga ad una
base in -aria, è reso quasi certo dal sagittea assai frequente negli Annali del
Caffaro (v. Murat., Ss. VI 261 è 2S2b ecc.) e dal sagittaria che con lo
stesso valore è in Saba Malaspina (Murat., Ss. VIII 815 &). E il fatto che
sagittea sia la forma propria dell'annalista genovese, mentre il romano scrive
sagittaria, ci fa arguire che Genova sia la patria prima di saettia, come
anche di quel galea galia, che il lessicografo genovese verso il 1SJ86 (vedi
Hist. litt. d. 1. Fr., XXII 13) sapeva ancora ricondurre alla forma originale
calaria. Calaria, infatti, nel genovese normalmente sì faceva gale[r]a galea
(cfr. Asc. II 115). La forma galera potrebb' essere un arcaismo genov., o
esserci venuta di Provenza o di Spagna, o anche da Napoli, Palermo, Ve-
nezia ecc. Questo esito -ia da -aria par si veda anche in abetia che sta dac-
canto ad abetaja; e ad ogni modo è dimostrato possibile e probabile anche
nell'dmbito toscano da. macìa = maceria. — Molto incerto, o illusorio, ò infine
-aria -erta da -aria, coli' accento portato innanzi, come suole avvenir di fre-
quente nel suffisso -ia (Diez, Gram. Il', Deriv. nom., ia). Parrebbe ragione-
vole di vedere quest'esito in pregheria prcgaria daccanto a preghiera, da
precaria agg. o in pescheria da piscaria n. 37; ma poiché non è dubbio,
nella grande maggioranza de' casi, trattarsi di nuove derivazioni per -ia^,
noi escluderemo, per norma, gli allòtropi che ne dipenderebbero, salvo il caso
tutt' affatto speciale di galleria (p. 305).
Di -ARIO abbiamo sette esili certi, e quattro raen certi, da tutti i quali
' Cfr. G. Paris, Ètude sur le rOle de l'accent etc, p. 87.
Archivio glottol. ital , IH. 21
302 Canello,
dipendono o dipenderebbero casi di allotropia. I corti sono: -arto -aro -ah
-ajo -iero -e -i -ero -eo; i meno certi sono: -aglio -arra -erro -io. Sui primi
sette non accade altrimenti fermarsi: la loro evoluzione è affatto analoga a
quella di -aria -aja ecc. Solo per -ale gioverà ricordare ch'esso si svolge
specialmente in basi che abbiano un r, cioè per dissimilazione, cfr. breviale
da breviarium, corsale da corsario-. Gli altri quattro hanno bisogno di
qualche commento. — Sicuro vorremmo dire -aglio in sbaglio sbagliare, voci
che risaliranno a ex-vario- ex-variare, come fanno arguire per la forma
l'are, svaliare 'variare', e per il significato svarione sproposito. Sbaglio è
propriamente una 'svista', un 'error d'occhi'; e questo suo senso si conviene
perfettamente con quello di varius - poù.iQ<; 'cangiante' e quindi 'abbagliante'.
[Con s-bagliare ah-bagliare starà anche abbar-bagliare che nel bar- della
radduplicazione conserva meglio il tema var-.\ La stessa evoluzione di -rj-
in Ij- si ha forse anche in quoglio (Soldani, in rima) per cuq/o = corium;
V. però qui sopra, p. 297. — Più disputabili sono gli altri tre. Un -arro per
-aro fu sospettato dal Flechia, Arch. Ili 1C2, in ramarro. Ed analogamente
-erro per -ero noi vedremmo in sgherro (onde scherano), che il Diez, less.
11-^66, trae dubitando dall'a. a. ted. scarjo, e che a noi pare invece, insieme
colla voce tedesca, da sicarius. — Ancor più dubbio è -io, che tuttavia è
alquanto confortato dall'analogo -ia, e da lavorio polverio formicolio dac-
canto a lavoriero polverojo -riera formicolajo. Vero è bene che quest"-JO
può anche avere origine diversa.
Esaminati i vari esiti di -aria -ario, c'importerebbe determinare la loro par-
ticolare provenienza. Ma qui le difficoltà, già accennate a p. 296, s'accumu>
lano in modo singolare. E per cominciare dalle formule con d alterato, e che
perciò si mostrano di sicura elaborazione popolare, diremo che, se -iero -re
-iera ci rappresentano la più comune risposta popolar fiorentina di -ario
-ARIA, -ero -era all'incontro possono essere di natura diversissima. In altero.^
infatti, si potrebbe vedere un arcaismo fiorentino, tenuto in vita dalla lette-
ratura; galera potrebb' essere e provenz. e spagnuolo, e siciliano e napol.
ecc.; di postero mostreremo a suo luogo la origine lombarda (p. 309); -eo
-ea sarebbero normali nell'aretino (Arch. II 448n.), ma, come vedemmo per
galea, anche nel genovese; e batlistéo capistéo sono fiorentini. Pari o mag-
giore l'incertezza rispetto ad -ia e -io. — Né minori sono i dubbj rispetto
alle formule con d intatto. Noi stentiamo a credere che -ajo ed -aro sieno
schiettamente popolari fiorentini; e vorremmo spiegarli ammettendo che il po-
polo, quando aveva già ridotto ad -cerio -aero I'-auio primitivo (il quale si
conservava sempre vivo in bocca ai letterati o alle persone colte, che par-
lavano ancor latino, o tendevano a latineggiare, pur usando il linguaggio vol-
gare), dai letterati ripigliasse intatto quest' -drio, e, fattolo suo, lo trasfor-
masse, non però tanto quanto avea trasformato e seguitava a trasformare
V -ario delle parole rimaste sempre vive nella parlata. Analogamente, più
tardi, allorché quest' -drio semipopolare era già -a[r]jo od -ar[i]o, dagli
stessi letterati il popolo imparava di nuovo anche V -ario originale, e lo
conservava intatto. Degli altrj esiti: -aglio -ale (e àeW -adio che abbiamo
in armadio) nulla si può dire con certezza. Essi sono dovuti a una spinta
Alli5tropi: Vocali toniche, A. 303
dissimilativa (s-bagliare: variare:: c/ijedere : quaerere); né par possibile de-
terminare a qual età questa dissimtlazione si sia determinata. Giova in-
fine ricordare che, quand'anco si sapesse la provenienza e la natura di cia-
scuna di queste formule, noi non potremmo già dire di conoscere sempre
la provenienza o la natura delle parole in cui queste formule s'incontrano,
poiché, trattandosi qui, tranne per il caso di sbaglio^ di formule-sufBssi,
bisogna sempre ricordare che gli Italiani, dotti ed indotti, che parlano o scri-
vono la loro lingua comune, trasferiscono i suffissi dalle parole colle quali
dapprima si sono svolti ad altre di natura diverse ; cosi che può accadere
che il suffisso di origine letteraria si trovi in parole di formazione popolare,
e viceversa (p. 296).
Facciamo ora seguire l'elenco dei cento e un gruppi di allòtropi occa-
sionati dagli esiti di -aria -a' rio. Partiamo sempre dalla base reale, che
scriviamo tal quale, o da quella ricostrutta, che distinguiamo con una trat-
tina finale. Dove la ricostruzione a tipo latino presentava troppi inconvenienti
o difficoltà, ci siamo contentati di una forma volgare, che potesse esattamente
rappresentare il comune prototipo. Così per carozzajo e carozziere mettiamo
qual base un carrozzarlo-, e non un carrotiario o un carr+uti+a rio
e sim.
Aciario- (cfr, Diez. less. P6): aceiajo, are. aciero acciale;
e acciaro spada. Che anche acciale risalga ad aciario- e non
ad un aciale- è mostrato da accialino sinonimo di acciarino.
Adversarius: avversario agg. e sost. ; e are. avversaro
avversiere -o od aversiere il diavolo. — Da adversaria: av-
versaria; e versiera, are. aversiera diavolessa.
Apothecario-: bottegajo dotfegaro chi tien bottega, e l'av-
ventore d'una b, ; e apoticario farmacista. Il ^ è raddoppiato
per influenza di botte.
A rea rio-: arcajo chi fa archi, lat. 'arcuarius'; e arciere sol-
dato armato d'arco, attraverso il fr. archer, che risale ad
arcarlo-, mentre da arcuarius muove il prov. arquier. Ar-
ciere non può venirci direttamente da arcuarius arcuserio,
sull'analogia di torcere da torquere, però che non si co-
nosca alcun caso in cui la gutturale volga a palatina it. di-
nanzi ad -a^rio, v. Asc. IV 120 n.
Area: area; ed aja. — Da areola: areola; e ajuola, cfr. Diez
less. IP 4.
Argentarius agg. e sost.: argentiere, are. argentalo, sost.
chi lavora l'argento, T'argentarins faber' dei latini; e argen-
tiero argentario collo stesso signif., e anche aggettivi, il primo
col signif. di 'argentifero', il secondo col quello di argentifero' e
304 Cunello,
'degli argentieri/ - Da argentaria agg. e sost, : argeniaria
agg. ; e argentiera agg., e sost. 'miniera d'argento'.
Armentari us: armentario sost. e agg.; e armenliere -o
pastore.
Asinarius: asinario agg.; e asinajo chi guida gli asini.
Avicellaria-: uccellaja frasconaja, inganno, tresca; e uc-
celliera luogo da tenervi uccelli vivi.
Bacarlo-, da laco = hombax (Flech. II 39): hacajo chi cura
i bachi; hacldero agg. di medicinali.
B agalla rio-, dal gael. hag pacco (Diez less. I" 44-45): ha-
gagliajo carrozzone per i bagagli; e bagagliere bagaglione.
B arabi nari a-: bambinaja bambinaggine, donna che custo-
disce i bambini; e bambinéa 'cosa dolcissima e soavissima da
bambini' (Fanf.)
Ballistarius: balestrajo chi fa balestre; e balestriere sol-
dato armato di bai.
Bancario- dal germ. banc n. 100: bancario agg.; e ban-
chiere sost.
Bestiarius: bestiario, col valore della voce latina; e be-
stiajo chi governa il bestiame grosso.
Bilanceario-, da bilanx: bilanciajo chi fa bilance; e bi-
lanciere ordigno per ottenere l'equilibrio nei movimenti. Ma
resta dubbio se veramente il primo non sia da bilancia + ario,
e il secondo da bilance + ario.
Cab aliar io-; da caballus: cavallaro staffetta e chi guida
cavallacci; cavallojo, nel fior., chi mercanteggia di cavalli; ca-
valiero chi monta o combatte a cavallo, Tomm. 1430; e cava-
liere cavaliero, e chi appartiene a un ordine cavalleresco, gen-
tiluomo. Lo sdoppiamento del l par dovuto all'influenza del fr.
chevalier: fino a tutto il cinquecento si oscillò nella nostra
letteratura fra cavaliere e cavalliere.
Caepullario- da caepulla: cipollaro chi vende cipolle; e
cipollajo cipollaro, e luogo piantato a cipolle (Rigutini). Cipol-
lajo -ro venditor di e. postulerebbe veramente una base cae-
puUarius, mentre cipollajo luogo messo a e. un neutro cae-
pullarium. Ma in questo e in tutti i casi simili, in cui dob-
biamo partire da una base ipotetica, che, secondo ogni ragio-
nevole presunzione, sarebbe da collocare in età in cui il latino,
Allòtropi: Vocali toniche, A. 305
trasformandosi in neolatino, più non sapeva distinguere tra neu-
tro e maschile, noi consideriamo come allòtropi perfetti tutte le
voci che ora rappresentano una base siffatta.
Calamarius: calamajo -ro; e calmiere -o (voce ripro-
vata) tariffa de' coraestibili. Il passaggio ideologico è da cala-
mus 'canna' a 'misura', indi tariffa.
Calarla-, da -/.XXov (p. 301): galèa galla nave da guerra;
e galera galea e luogo di pena. — E galleria non sarebbe un
allòtropo della stessa base? Gallerìa viene a noi dal francese;
e si trova per la prima volta nell'autobiografia del Cellini, lib. ir,
cap. XLi: 'galleria. Questo si era, come noi diremmo in Toscana,
'una loggia, o si veramente un androne: più presto androne si
'potria chiamare, perchè loggia noi chiamiamo quelle stanze che
'sono aperte da una parte'. L'esempio più antico che di galérie
rechi il Littré è del sec. XIV, e propriamente del Berciieure
nella traduzione di Tito Livio, piena di latinismi. E noi cre-
diamo che il galerie gallerie del fr. altro non sia che un ri-
calco letterario del bassolat. galeria, del quale si ha un esera-
pio già nel sec. IX, e che alla sua volta sarà un riflesso d*un
popol. galceria = calarla. Il passaggio ideologico da legno (/.x-
Vjv) a 'costruzione in legname', 'loggia', non offre difficoltà; e
lo spostamento dell'accento è affatto consentaneo alle norme delle
voci francesi di formazione letteraria.
Cali dar ium: caldajo caldaro', e calidario la 'cella cali-
daria'.
Camerarius: camerario titolo d'ufficio alla corte imperiale
e papale; are. camerajo camerlingo; e cameriere.
Candelario-, da candela', candelajo chi fa candele; e can-
deliere candelabro. -
Cane vario-, da un bassol. canava canipa (Diez less. IP 17):
canovajo canavajo cantiniere; e canoviere in antico chi teneva
rivendita di sale.
Capillaria-, da capillus: capellaja 'capigliatura per lo più
lunga e disordinata' (Fanf.); e capelliera capellaja e parrucca.
Cappellaria-, da cappello cappa (cfr. Diez less. V 110):
cappellaja la moglie del cappellajo, donna che vende cappelli
(ToMM. Diz. it.); e cappelliera custodia da riporvi il cappello.
Capsarius: cassnjo chi fa casse; e cassiere chi tien la
cassa.
306 Canello,
Carbonarius: carhonajo -aro -iere chi prepara o vende
carbone; carbonaro anche chi apparteneva alla società polii,
de' Carbonari. — Da carbonaria: carhonaja carboniera buca
o stanza per il carbone, catasta di legna disposta per farne
carbone, la moglie del carbonajo; e carbonara la catasta di
legna da ridurre in carbone, e agg. di una specie di rena (B^anf.;
manca al Tomm.).
Carcerarius: carcerario agg., come in lat.; e carceriere.
Carnarium (o -us agg.'?): carnajo luogo da riporvi la car-
ne, e sepoltura comune; e carniere -o borsa da caccia, indi
borsa in genere.
Carraria-, da carrus: carraja; e carriera.
Carro zza rio-, (da carrozza e carrus): carrozzaio chi fa
o vende carrozze; e carrozziere chi fa, noleggia, e piìi spesso
chi guida carrozze.
Caveario-, da cavea n. 41: gabbiajo chi fa gabbie; e gab-
biere -e chi sta a vedetta nella gabbia delle navi.
Centenarius: centenario solennità che si ripete ogni cento
anni; centinajo somma di cento; e quintale peso di cento lib-
bre, attraverso lo spagn. quintal, che è l'arab. quintdr, il quale
alla sua volta risale al lat. centenarius, v. Diez less. P 338.
Chartularius 'archivista': cartolajo -ro chi vende carta
o libri da scrivere; cartolavo -re libro di memorie; e il ripro-
vato cartolario archivio, il quale però postulerebbe piuttosto
un chartularium, e dovrebbe quindi passare tra gli allòtropi
imperfetti, al n. 124.
Cibaria (neutro pi.): cibaria comestibili in genere; civaja
legumi, con evoluzione ideologica molto notevole per la carat-
teristica della dieta toscana; e civéa civéra portantina, in ori-
gine portantina da cibi. — Da cibarium: cibario sost. ciba-
ria; civéo lo stesso che civea; e cibrèo manicaretto, che il Caix,
St. d'etim. 99, ricava invece dal b. lat. cirhus. Anche cibare
cibo può avere la stessa base.
CI a vario-, da clavis: chiavajo -ro chi custodisce le chiavi,
e chi le fa; e chiaviere chi tiene le chiavi (Tomm. Diz. it.).
Columbarium: colombario sepolcreto a foggia di colom-
baja; e colombajo colombaja.
Coquinarius: cucinario agg. spettante a cucina; e cuci-
Allòtropi: Vocali toniche, A. 307
niere ciicinajo il cuoco delle società religiose o quello de' soldati.
Coronarius: coronario agg. ; e coronajo coroniere chi fa
corone.
Cursario-: corsiere -o nobil cavallo da corsa; e corsaro,
are. corsale corsare chi, autorizzato dal suo sovrano, pirateg-
gia i nemici dello Stato, Tomm. 4338.
Datiario-, da dazio =lat. daiio -nis: daziario agg.; e da-
ziere chi riscuote i dazj.
Dentaria- da dente: dentaria specie di pianta; e dentiera
rastelliera di denti posticci.
Finantiario- : finanziario -iero agg.; e finanziere sost.
Focaria: focaja agg. di pietra, sost. selce; e focara stru-
mento di ferro fuso per far fuoco sotto la caldaja.
Foristario- (cfr. Diez less. V 185-6): forestiere -o; e fore-
staro soprastante delle foreste.
Formicario-: formicajo mucchio di formiche ; e formichiere
quadrupede che si pasce di formiche. — Di formicolio daccanto
a formicolajo v. più sopra a p. 302.
Frumentarius: frumentario agg.; frwnentiere chi porta
i viveri all'esercito. — Daccanto a frumentaria agg. c'è an-
che l'are, frumentiera grano acconcio ad uso di minestra.
Gemmario-: gemmajo il luogo dove si trovano le gemme;
e gemmiero -e il giojelliere.
Granatario-, da granata: granatalo chi fa granate (da
spazzare); e granatiere soldato che in antico lanciava granate,
cioè palle che spazzano via i nemici, o fatte forse a guisa
di mele granate.
Grondarla-, da gronda: gronda ja\ e are. grondéa gronda
(Bocc. Ninf. fies. 387).
PI aereditaria: ereditaria agg. ; ed ereditiera ( voce so-
spetta ai puristi) donna che aspetta eredità.
Hastario-: astario il 'miles hastatus'; e astajo chi fa aste.
Herbarius (-um?): erbario libro che tratta delle erbe me-
dicinali; ed erbajo luogo dove ci sia molta erba fresca.
Hospitalario-, da hospitalis : spedaliere cavaliere geroso-
lomitano, o servente d'ospitale; e l'are, ostelliere osteria ed
oste, cfr. il n. 2.
Lancearius: lanciajo chi fa lance; e lanciere soldato a
cavallo e armato di lancia, 'i lancieri' specie di ballo.
308 Canello,
Legendario-, da legenda 'cose da leggere': leggendario
agg. spettante a leggenda, e sost. raccolta di leggende; e leg-
gendajo chi recita e vende leggende.
Leporarius: leprajo la persona a cui nelle cacce si conse-
gnano le lepri ; e levriere -o il can da lepri, il bracco. Cfr. il
n. 124.
Librarius: librario agg.; e librajo libraro chi vende libri.
Litterarius: letterario agg.; e letterajo cattivo letterato.
Lucernario-: lucernario (in alcuni dizionarj) abbaino; lu-
cernajo chi fa lucerne; e lucerniere specie di sostegno per le
lucerne.
Lumario-, da lume: lumajo chi fa lumicini; e Tare, lu-
méro lumiera, lume.
Luminaria- (cfr. luminaris): lumindra -ria festa con grande
illuminazione; e l'are, luminiera lucerniere.
Manuaria: mannaj a mannara accetta maneggevole (Diez)
0 da usare a due mani (Murat.ì; e maniera quasi il modo di
tenere le mani, e poi il modo di contenersi in genere. I nostri
antichi ebbero anche maniero agg. di falcone, agevole, che si
lascia portare in mano. Il n in mannaja è raddoppiato in forza
deirtt estruso, cfr. gennajo, battere ecc.
Met ali cario-, da ìnetallum o metallea-: medaglia] o ven-
ditor di medaglie o di monete antiche; e medagliere collezione
di medaglie e monete, e il luogo dove si conservano.
Ministrarlo-: minestrojo chi mangia ingordamente mine-
stra, chi ne vende; e l'are, ministriere minestriere ministro,
servo di corte, menestrello.
Minutario-: minutario raccolta di minute di lettere; e mi-
nutiere orefice di fino. Minutario manca ai nostri dizionarj;
ma lo usa di frequente il Villari ('Nicc. Machiavelli e i suoi
tempi'), che così italianizza il minutarium delle cancellerie me-
dioevali.
Monetario-: monetario agg. e sost.; e monetiere sost. l'uf-
ficiale della zecca.
Novenario-: novellalo chi è vago di saper tutte le nuove;
novelliere -ro chi conta o scrive novelle, in antico anche il
corriere che portava le nuove.
Operarius agg. e sost.: operario operajo agg. e sost.; e
l'are, operiere ovriere ovrero solamente sost.
Allòtropi: Vocali toniche, A. 309
Ossario-: ossario (manca ai vocabolarj; ma, manco male,
c'è a S. Martino!) tempietto per riporvi ossa venerate; e os~
sajo chi fa lavori in osso.
Ostiarius: ostiario chi ha il primo dei tre ordini sacerdo-
tali minori; e usciere. Anche usciale portiera, confrontato con
usciaja, mostra di risalire a un ostiario-, e sarebbe quindi al-
lòtropo imperfetto di ostiario e usciere, cfr. n. 124.
Pan ari um: paniere cestello, in origine il cestello del pane;
e panajo agg. L' allotropia è esatta, però che V-ajo di panajo
agg. continui tanto un -arius quanto un -arium.
Pario-: pajo sost. due cose, le quali stanno naturalmente
insieme, 'un pajo di buoi,' 'un pajo di scarpe' ecc.; j9aro solo
in 'a paro' ; e par sost. due cose simili in generale 'un par
d'orette', 'un par di tordi' ecc.- La base parfo- è ricavata dal
plurale neutro paria, cfr. Asc. I 275, e qui più innanzi al n. 122.
Pensarlo-: pensiero -e, are. penserò l'atto del pensare,
l'idea; e pensiere -o anche il cappiettino con cui le filatrici
assicurano il manico della rocca, e ricorda il pensum delle fila-
trici romane.
Petrario-: pieirajo chi lavora di pietre, una massa di pie-
tre; e l'are, petriero -e mortajo da scagliar pietre. — Da
petraria-: petraja massa di pietre; petriera cava di pietre;
e l'are, periera (fr. perrière) mortajo da lanciar p.
Pi scari a agg.: pescaja riparo che si fa nei fiumi per ri-
volgere il corso dell'acqua a' mulini o simili edifizj, chiusa
d'acque per farvi la pesca; e peschiera piscina, e anche pe-
scaja.
Poenitentiario-: penitenziario casa di correzione, il con-
fessore cui sono riservati certi casi; e penitenziere con questo
secondo significato.
Postarlo-, da posta: postiere maestro di posta, postiglione;
e postero ufficiale della posta per le lettere (Fanf.; manca al
Tomm). Quest'ultima voce ha un'aria spagnuola; ma lo spagn.
non ha un postero. E poiché le poste furono introdotte fra
noi da Omodeo Tasso, uno degli antenati di Torquato, nel 1290
(V. Cantù, Storia degli Jtal., IIP 260 410, e P. A. Serassi,
Vita di T. Tasso, V 8-9), par molto probabile che postero al-
tro non sia se non un postar postàe di Lombardia, accostato
al tipo toscano.
310 Canello,
Precari US : precario agg. ; e l'are, freghiero prece.
Primarius: primario primo di condizione; 'primiero an-
tico, quasi pristino ; e l'are, primajo primo. Abbiamo inoltre il
Po di Primaro. — Da primaria: primaria ecc.; e il primea
prima del Boccaccio (p. 301).
Pulveraria-: polveraja agg.; e polveriera sost.
Quartarius: quartario la quarta parte d'un barile; e quar-
tiere la quarta parte d'uno scudo con stemma, o d'un palazzo,
0 d'una città, ed ora anche l'alloggio de' soldati.
Rama rio-, da rame = aeramen: ramajo ramiere chi lavora
in rame; e ramarro la lucertola color di rame. Ma v. il Fle-
CHiA, Arch. Ili 162, il quale porrebbe qual basa di ramarro
piuttosto ramo, che rame.
Riparia: riparia agg.; e riviera il paese che si stende
sulle rive del mare.
Rosarium: rosario certa serie di preghiere, e la corona per
farne il computo ; e rosajo pianta di rose.
Sagittarius: sagillario il segno dello zodiaco; e saetliere,
are. sagittiere, l'arciere.
Salaria: salaja il luogo dove si vende il sale; e saliera
il vasetto per il sale.
Sagmario-, da sagma n. 94: somajo agg.; somaro asino;
e somiere animai da soma.
Saponaria-, da sapone: saponària saponaja pianta medi-
cinale; e forse savonéa specie di medicamento.
Scalarium: are. scalare^ scalinata; e scalèo scala a mano
semplice o doppia, 'un mobile o di legno o di ferro che riposa
sulla propria base, con larghi ripiani per comodo di tenervi vasi
di fiori' (Fanf ).
Scutarius: scudajo lo 'scutarius'; e scudiere chi portava
lo scudo del suo signore.
Sextarius: sestario sestajo la sesta parte del cóngio ; se-
stiere la. sesta parte d'una città, e anche una misura da vino; e
stajo (cfr. il n. 114) una misura di granaglie. — Da questa base
provengono pure, per modo non ben chiaro: stajóro il campo in
* Così il Fanf.; ma nel Diz, it. del Tomm. nou troviamo che scalere sost.
fem. pi., che postulerebbe quindi scalerà.
Allòtropi: Vocali toniche, A. 311
cui si semina uno stajo di grano; e stioro (cfr. n. 26) la quarta
parte dello stajoro e una misura legale fior, di 1541 1/3 brac-
cia quadrate. Stando al Rigutini, ora stioro sarebbe sinonimo
di stajoro.
Sicarius: sicario; e sgherro (p. 302).
Tabularium: tabulario archivio; e tavoliere tavola da gioco.
L'are, tavoliere banchiere è allòtropo imperfetto, venendo da
tabularius computista, cfr. il n. 124.
Tamburario-, da tamlturo, pers. tambùr [TiiEz less. P 408):
tamburajo chi fa tamburi; e tamburiere chi fa una specie di
valige dette anche tamburi,
Tertiarium: terziario il triplice piovere degli antichi templi
toscani ; e terziere la terza parte d'un fiasco di vino, 0 d'una città.
Usurarius agg.: usuriere sost.; e usurajo usurarlo che
sono anche aggettivi.
Varius: vario, are. raro; e vajo machiettato di nero, ne-
reggiante, un animale simile allo scoiattolo colla pelle bigia
e bianca, e la sua pelle stessa. Il pi. varj s'usa anche per 'pa-
recchi'.— Da ex-variare (0 dis-var.): svariare; e sbagliale
(p. 302).
Ver min aria-: verminaria semenzajo di vermini che si fa
nel letame; e verminara aggiunto d'una specie di lucertola.
Vitraria: vetraria agg.; vetraja fornace per far il vetro;
e l'are, vetìnera vetrata. — Da vitrarius: vetrajo chi fa il
2. a' in e, 0 iutatto. Anche fuori delle formule -ària -cirio. Va originale ci
viene innanzi pur sotto la forma di e, dando cosi occasione a forme allotropi-
che. Ne abbiamo una lunga serie, in cui l'un termine ci è venuto dal fran-
cese, nella qual lingua I'a' in sillaba aperta, 0 a contatto di un suono palatile,
diventa normahuente e ai. S'aggiungono altre tre coppie, in una delle quali
il secondo termine con e ci viene attraverso il tedesco; nella seconda attra-
verso un dialetto italiano; e nella terza è prodotto da spinta analogica. Ne
facciamo la rassegna, secondo l'ordine ora accennato.
Adsimilata-, da simul: are. assembrata assemblata sost. e
prtic. ; e assemblea, are. assembrea, dal fr. assemblée. Cfr.
n. 116.
Butyrata-, da butyrum: burraia agg. unta, spalmata 0
intrisa di burro ; e bure specie di pera detta anche burrona,
dal fr. beurrée.
312 Cauello,
C a minata-, da camìnus: caminala stanza fornita di ca-
mino, che anticamente serviva da salotto ; e sciaminea camino
(Caix St. d'etim. 150), sen. cimineja caminetto e cappa del
camino (Fanf. voc. u. tose). — 11 nap. ceniìnenéra è stato
attratto dall'analogia dei tanti derivati per -aria, cfr. torniedo
(frequente nel Bojardo) per torneo, prov. iornci-s.
Commeatus: commiato, are. comhiato congiato', q congèdo
are. conglo (G. Vili, xi 86), dal fr. congé, ant, congier congiet
congié. Congedo è commiato assai brusco, o la licenza definitiva
che si dà ai soldati; Tomm. 2378.
Consummatus: consumato; consummafo ; e consumè con-
some brodo ristretto, dal fr. consommé.— A consummare,
'compiere' e quindi 'finire', piuttosto che a consumere, cre-
diamo risalga, insieme con consummare, anche consumare.
Disj ejunata-: desinata sost. , prtic. transit. 'mangiata a
desinare' (Tomm. Diz. it.); are, desinéa sost. il desinare, dal fr.
disnée; e sdigiunata prtic. L'identità di queste tre voci ci
pare sicura; e ci facciamo a dimostrarlo, cominciando dalle
due prime, cioè dall'etimologia di desinare, fr. diner. Il Diez,
less. I^ 152, trovava assai difficile che dis-jejunare si potesse
ridurre a desinare, pr. disnar, fr. disner. Ma veramente d i s-
jejunare s'era già per tempo ridotto dis-junare (v. Diez less,
I^ 214-5 e Muss. Beitr. 121-2 s. zezunar), sia che la prima sil-
laba di je-junare paresse una reduplicazione ridondante, o sia
che cadesse Ve protonico e s' avesse così j'junare junare. Ora
da dis-junare potè venir l'it. desinare, come da ad-jutare
s'è avuto aditare (Fatti di Cesare, Boi. 1863, p. 53) e aitare
atare; e potè venirne il fr. disner, come da adjutare è venuto
aider. La più bella controprova di questa etimologia è nelle
glose vatic. : disnavi me ibi; disnasti te hodie? (Diez l. e),
e nel se disner quasi 'sdigiunarsi' dell'a. francese. — Riguardo
poi al significato, si ricordi che il desinare si fa tutt'ora in
alcuni paesi del trevigiano tra le otto e le nove del mattino,
e che anche i gentiluomini di due secoli fa desinavano ancora
a mezzogiorno, l'ora del nostro dcjeuner. E il vecchio prover-
bio francese dice: 'Lever à six, diner à dice, Souper à six,
coucher à dix, Fait vivre 1' homme dix fois dix'. — L'identi-
ficazione di sdigiunata e desinata si fonda sulla spiegazione
Allòtropi: Vocali toniche, A. 313
di digiunare da jejimare, con j in d (Schuch. vok. Ili 25 298),
a un di presso come nel volg. tose, diacere da jacere;- e sdi-
giunata, come mostra il fr. déjeuner e lo sp. desayunarse,
starebbe quindi per dis-digiunata"^ . — Il neologismo digiune
(fr. déjeuné déjeuner) è anch'esso un allotropo di desinato
desinare ecc.
Deauratus: dorato; e dorè di colore aurino o rancio, fr. dorè.
Fumata-: fumata sost. e partic. ; e fumea fumo, in ispecie
i vapori che lo stomaco manda al cervello, fr. fumèe.
Liberata: liberata n. 101; e livrèa l'abito (anticamente
anche il vitto e l'alloggio) che il padrone 'livre', dà gratis ai
suoi famigliari, fr. livrèe; cfr. Diez less. P 252.
Mandicata-: mangiata prtic. e sost.; e are. mangéa sost.,
fr. mangèe. — Similmente da bla neo-man dicare: bianco-
mangiare vivanda di farina e zucchero cotti in latte; e bra-
mangiere manicaretto in genere, fr. blanc-tnanger.
Mis culata-, da miscere: mescolata prtc. e sost.; meschiata
mischiata prtc ; e are. mislèa mellèa melèa mischia, zuffa, fr.
mélée meslèe. -- Notevole è che gl'Italiani, i quali, al pari de'
* Credo io pure, che noa sia punto grave l'obiezione che dal significato il
Diez traeva contro (?esmare = *dis-[ je]j un are; cfr. 'gustare', 'gusto', che
dicono in varie favelle neolatine 'colezione', 'pranzo' : frc. goùter, dial. sardi
gusiari bustare bustu, friul. gusta, St. Crit. I 27 (305) n. Ma anche per quello
che s'attiene alla legittimazione fonetica di codest'etimologìa, giova avvertire,
in favore del Canello, che anche l'ant. fr. ha juner, oltre jeuner ecc; la prima
delle quali forme può coincidere coll'it. giunare (diali, sundr), laddove la se-
conda è jeijjunare, come il prov. ^"eonar, il logudor. ieunar ecc. Arch. 1 508n.
È dunque ammissibile una combinazione antica, cioè una base italo-franco-pro-
venzale: disjunare (disiunare); che insieme vuol dire, per la Francia, la
doppia base dis-junare e dis-jejunare\ e si rintuzza con ciò l'altra obiezione
del Diez, che la continuazione legittima degli elementi, onde si vorrebbe com-
posto disner, ci sia effettivamente in déjeuner. Piuttosto stonerebbe Ve del-
rit. desinare; ma si potrà ripetere dall'accento neolatino di desino ecc., tanto
più che c'ò il correttivo nello stesso lessico italiano: disinare.
Circa digiunare, poi, il processo fonetico al quale torna a ricorrere il Ca-
nello (processo che forse meglio si definirebbe col dir che digiunare rivenga
a ì/igunare = àìaW. zeSunar, col primo g dissimilato), incontra, a tacer d'altro
(cfr. Arch. 1. e), la grave difficoltà delia molta diffusione di codesto d- (prov.
dcjunar ecc.); perciò sdigiunala, che continueremmo a dividere, col Diez, in
s-di-giunata, non sarà un allòtropo di (:?e5inató = dis-junata. G. I. A.
314 Canello,
loro fratelli neolatini, aveano già sostituito al hellum regolare
de' Romani la werra confusa de* Tedeschi (cfr. wirren ver-ioir^
ren), adottassero poi, almeno per qualche tempo, questo rneslea di
Francia, il quale ben caratterizza la furia del soldato francese.
Il Guicciardini, infatti (St. d'It. lib. IV, e, 4), narrando la bat-
taglia di Fornovo, dice che entrarono 'da ogni parte nel fatto
'd'arme gli squadroni alla mescolata, e non secondo il costume
'delle guerre d'Italia, ch'era di combattere una squadra con-
'tro un'altra': dove quell' 'alla mescolata' ha tutta l'aria di
ricalcare idealmente, e in parte anche materialmente, il fr. à
la mélée.
Nominata: nominata prtc. e sost. ; e nomèa fama alquanto
spregevole, che pare uno scorcio del fr. ré-nommée. I nostri
antichi dissero anche rinoméa, che fa coppia col prtc. rino-
minata.
Palmata-: palmata colpo di palma, regalo, cfr. mancia da
manus; epalméa convenzione, mercato, a, fr. palmée (Manuzzi).
Pirulato-, da pirum (cfr. Diez less. P 311): iicrlato agg.; e
perle certo fregio a intaglio, dal fr. perle fatto a guisa di perla.
Quadratus: quadrato agg. e sost.; e carré un quadrato
di soldati, dal fr. carré.
Raspato-, da raspa (cfr. Diez less. P 343): raspato prtc.
di raspare, e sost. una qualità di vino fatto con uva spiccio-
lata e raspi triti; are. raspéo il vino raspato, fr. rdpé, vin
rapè] e rapè una specie di tabacco detto anche 'rapato', in
fr. tabac o^dpé, cfr. il n. 76.
Vallata-: vallata paese chiuso tra due linee parallele di
monti; e vallea valle, dal fr. vallèe.
Frater fratre-: fratre fratello, crudo latinismo; e are.
frere freri friere fratello, e chi appartiene a una religione, fr.
frère friere.
Ho spi tali s: ospitale agg. e sost.; ospedale spedale sost.
ricovero per i malati; e ostello albergo, dimora, dal fr. hotel
hostel: che è tuttavia allòtropo inesatto a cagione dell'o fi-
nale. L'are, ostale 'ostello' potrebbe venirci attraverso il pr,
ostal'S, ma anche direttamente dal latino.— Il fr. mod. hotel
è pur esso in via di farsi italiano.
Par pare-: pari; e l'are, peri titolo di nobiltà, dal fr.
joair, ant. per.
Allòtropi: Vocali toniche, A. 315
Sanguinai sanguinare: sanguina sanguinare dar san-
gue; e l'are, segna segnare salassare, dal fr. saigner. Vai
di saigner da a in posizione è prodotto dal contatto del suono
che segue: sangnare sa'njnare.
Gratella-, da oratesi gratella; e grétola, attraverso Ta.
a. ted. erettili cestino, Diez less. IP 37, e Schuch. vok. I 192.
Occorre appena ricordare, che nel ted. l'è da a è fenomeno di-
verso dell' e ai da À nel francese. Nel ted., il motivo è nel cosi
detto 'umlaut', che in questo caso vuol dire nell'effetto dell'i
della sillaba susseguente suU'a della tonica o radicale.
Tegame-, per teg{u)men: tegame; e ^«t^mo coperta di carro,
dal ferrar, tiem, Flech. II 56-7. L'allòtropo, del resto, non è
perfetto, risalendo tiemo a legamo-; cosicché dovrebbe passare
al n. 121.
Gravi s: grave; e greve, assimilato a lieve. Grave è pur
sost. ; greve solo agg., e con valore puramente materiale.
3. A in i, 0 intatto. Si ha i da d in due voci venuteci dall'inglese; alle
quali se ne aggiungerebbe una terza, venutaci, pare, dal dialetto del Vallese
(gruppo franco-provenzale). Ne otterremmo, con le corrispondenti di forma
italiana, in cui Va è intatto, tre gruppi di alWtropi.
Gapanna-, dimin. celtico di capa, in cimbrico cah-an (Diez
less. P 109): capanna; e cabina stanzina d'un bastimento,
dall' ingl. cabin, e più precisamente dall'anglicismo francese
cabine, come mostra l'accento. — La stessa ha.se èìn g{ibbana\
— Allòtropi sono quindi anche: capanno e gabbano; gabinetto
e gabbanetto.
.Turata: giurala; e giuri giuria, dall' ingl. ;Mn/ pi. juries
(raro). Questo jury è poi dal fr. jurée sottint. cour 'corte giu-
rata'; si confronti armi/ da armée e assembli/ da assemblée.
Giuri per noi è il corpo dei giurati, sia giudiziali che privati;
giuria V istituzione. Anche qui la fonte immediata di giuri è
l'anglicismo fr. junj.
' Il Diez, less. P 109, nega ogni connessione fi-a cappa, ch'egli deriva da
capere, e capanna. A noi pare che gabbana -o non si possa formalmente
staccare dal cimbr. caban, col quale il Diez stesso collega capanna. Il nesso
ideologico tra capanna e gabbano ó mostrato dall'a. sp. e dall' a. mil capa.
che riuniscono ambedue i significali.
316 Canello,
Christianus: cristiano; e cretino stupido, dal fr. crétin.
Il LiTTRÉ (Dict. s. V.) deriva crétin dal ted. kreidling , e re-
spinge r etimo christianus proposto dal Génin. Il Brachet, nel
Dict. àtym. (s. v.), si limita a dirla voce 'du patois des Gri-
sons', mentre nel Supplément al Dict. des Douhlets (p. 10) lo
avea identificato con chrétien, attribuendolo 'au patois de la
Suisse romande'. Crétin da christianus potrebb' esser regolare
in un dialetto del gruppo franco-provenzale, con l'i per a pre-
ceduto da suono palatile; ma non ci è riuscito di trovare que-
sto esemplare negli spogli dati dall' Ascoli (Arch, III 81 segg.)'.
L'evoluzione ideologica sarebbe da 'cristiano' ad '^uomo', 'uomo
purchessia' (cfr. Arch. I 10 n). Secondo un luogo del Bonnet,
citato dal Littré s. v., i cretini abonderebbero nel Vallese e
nelle Wallées voisines'; e non è improbabile che il nome, ivi
abituale per uomo, abbia significato per i paesi vicini l'ebete.
4, a' in 0, davanti ad ne, o intatto. Ne abbiamo un solo caso d'allotropia;
e il fenomeno vi appare svolto a formola atona.
Mancus: manco; e monco. Si confronti moncone monche-
rino.
5. É lungo in e e i. L'c vien continuato normalmente nel fiorentino da un e.
Ma i letterati, che leggono aperti tutti gli e tonici del latino, hanno immesso
nella lingua italiana molte voci in cui l'è si continua per r. In alcune forme,
invece, venuteci dai dialetti meridionali e in qualche altra presa dal francese,
Ve appare i. Di qui ebbero occasione cinque gruppi di allòtropi.
Arena: arena rena sabbia fine; e arena anfiteatro (Ri-
GUTINl).
Quietus: cheto chi non si move e non parla; queto collo
stesso significato, ma d'uso meno frequente; e (/it?<?/o interna-
mente tranquillo. Ve di quieto non basterebbe a provarne
l'origine letteraria, potendovi Vie essere stato assimilato ai
tanti ié da é\ ma vi si aggiunge il qu- intatto. Queto è forma
semipopolare. Da quietus, secondo il Dikz less. P 124, sa-
rebbe anche chiotto, nap. cuoto; attrav. il fr. coit. Ma chiotto
sarà piuttosto il nap, chiugte 'lento', che il D'Ovidio, Arch. IV
163, spiega da 2^lotus. — Da quietare: chetare, quetare ,
^ [crctin, -na, idiot, imbécile de naissance; ce mot est une corruption de
chrétien (Bas-Valais). Bridel, 90 j
Allòtropi: Vocali toniche, E lungo. 317
quietare, quiiare e cintare, i due ultimi probabilmente attrav.
il fr. quiiter. Ricordiamo ancora: acquietarsi; e acchitarsi
(al gioco del bigliardo).
Halec: alece, v. lett., una specie di salsa usata dai Romani;
e alice acciuga, che par ci venga dal napoletano, cfr. D'Ovi-
dio li 87. Dalla stessa base, attraverso Fa. a. ted. harinc, sa-
rebbe, secondo il Diez less. P 31, aringa. Ma Y-a toglie la per-
fetta allotropia.
Saraceno-, cfr. Saraceni: saraceno, v. lett.; e Saracino
agg. e sost., voce d'origine sicula, con i normale in quel dia-
letto, cfr. Asc. II 145.
Gaudere: godere; e gioire godere internamente, dal fr.
jouir joìr.
6. -ÉRiA -ÉREA in iera, o intatti. L'è di queste formule è trattato nelle voci
popolari come Yè. Sulle ragioni del fenomeno, v. Zeitschr. f. rom. phil. I 511,
e cfr. Giorn. di fil. rom. I 78-9. Ne abbiamo due casi d'allotropia. Nel se-
condo termine d'un terzo, vi ha iere iero da -ere, ma probabilmente per in-
fluenza analogica.
Cerea: cerea agg., voce lett., notevole per il suo r, invece
di e\ dovuto all'influenza del pop. cera; e ciera cera' viso,
aspetto, V. Asc. IV 119 segg. — Da cereus è cèreo agg., e in-
sieme cereo sost. grossa candela. Anche cero, ad onta del suo
e, dovuto a influenza di cera, sarà dalla stessa base, cfr. fr. cierge
sp. ci-rio pr. ciri venez. giro, e Diez less. IP 257.
Feria: feria iestsi, vacanza; e fiera mercato Diez less. P 179.
M anere: are. manére rimanere; e maniere maniero ca-
stello feudale, attraV. l'a. fr, maneir-s, prov. raaner-s, cfr. Diez
less. P 266. Il raffronto di imperieri frieri da emperere frere
(anche -iere) potrebbe far credere che anche in maniere Ve prov.
si fosse dittongato nell'italiano. Ma molto più probabile è, come
mostra in ispecie maniero, che s'abbia qui un'assimilazione ai
tanti sost. in -iero da -ario -erio.
7. L'H' greco è rappresentato ora da e e ora doricamente da a'. Ne ab-
biamo un caso d'allotropia.
' Con e lo segna il Fanf. nel Voc. pr. tose ; con « invece nel Yoc. il.
- Cosi lo dà. il Fanf.; il Rigutini ha cera anche per 'aria del viso'.
■"' II latino, per norma, dorizza, e dà a per vj greco comune. Cosi (jrr^wux
vi diventa sacoma, onde il nostro sdcoma sàgoma- Un caso importante di v
Archivio slottol. ita!.. IH. V."'
318 Canello,
Serica: serica agg. ; e sàrgia specie di panno lino o lano
di varj colori, che serviva per cortinaggi. Questa voce ci viene
attrav. il fr. sarge o il prov. sarja, che riflettono un bassolat.
sarica per serica, cfr. Diez less. P 365 e Scnucir. vok. I 221.
Va di sarica apparisce anche in sargina e sargano.
8. e' breve dinanzi a vocale passa popol. in i; resta intatto nelle voci let-
terarie.
Reus: reo colpevole; e rio cattivo.
9. e' di pos., ma breve per natura, dà normalmente e; nja apparisce i: 1." in
parecchi diminutivi, venutici dallo spagnuolo, nei quali -ello -ella regolar-
mente è divenuto -ilio -illa attraverso -iello -iella, cfr. sp. siila ant. siella
da sella e Castilla da Castella^-, 2." in pochi altri esemplari, probabilmente
indigeni, forse per influenza analogica. Passiamo in rassegna prima i sette
gruppi d'allòtropi, nei quali l'un termine ci viene di Spagna; poi i tre in cui
ambedue i termini sembrano indigeni.
Byrsello-, da hyrsa: borsello; e borsiglio sacchettino di
odori, cassetta particolare, spillatico, sp. bolsillo.
Camerella-, da camera: camerella piccola camera; e ca-
marilla specie d'alta camorra, le persone che avvicinano il re,
lo sp. camarilla. Questo esemplare è assai notabile perchè mo-
stra, col doppio l conservato, d'essere entrato nell'ital. per via
letteraria.
Chartello-: cartello; e cartiglio cartellino, quello spazio
nella facciata degli edifici ove si mettono stemmi, bassorilievi
0 iscrizioni, sp. cartillo. — Da eh art ella-: cartellale car-
tiglia cartellino, al gioco di calabresella 'quantità di carte dello
stesso seme', sp. cartilla.
rappresentato con a è forse in quel cara 'caput', sul quale è a vedere il Diez,
less. V 711. Dato ch'esso rappresentasse, non •/.cf.px o xa^rj , ma bensì x>j/5Ó?
cera, col valore di 'faccia' che 'cera' ha assunto nei linguaggi romanzi, noi
avremmo in cara car-ea due basi che bene spiegherebbero il fr. chère^ sp.
prtg. pr. cara ecc. e. nap. càjera, e farebbero giusto riscontro a cera cerea, coi
quali r Ascoli, IV 121 n, ha così bene spiegati l'eng. caira e l'ital. ciera
cera ecc. [Sarebbe veramente un parallelo sin troppo giusto; e giova ripe-
tere, che non v'ha alcuna testimonianza storica di codesto feminile greco
»xvj/ov3, = lat. cera. G. I. A.]
1 Quest'esito speciale dell' e in pos., che per norma è rappresentato nello
sp. da un ie (cfr. n. 10), pare dovuto al nesso palatile II (= Ij) che gli sus-
segue.
Allòtropi ; Vocali toaiche, E di pos., ecc. 319
Faldella-, da falda, germ. fall (Diez less. P 170): faldella
piccola falda; e faldiglia specie di soltana intirizzita, guar-
dinfante, dallo sp. faldilla.
Granateli a- da granum: granatella piccola gr. ; grana-
tiglia legname nobile per impiallacciare tavole e simili; e gra-
nadiglia il fior di passione, dallo sp. granadillo granadilla.
Quadrello-, da qiiadrum: quadrello arma con punta qua-
drangolare, e saetta in genere; e quadriglia gioco di carte che
si fa in quattro, sp. quadrillo. — Da quadrella-: quadrella
grossa lima quadrangolare; e quadriglia combattimento in quat-
tro, e ballo con raggruppamenti a quattro, sp. quadrilla.
Directus: diretlo; e diritto dritto, che risalgono veramente
a una nuova base dirictus ricavata da dirigere, con i in-
tatto.— Su diì^itto si foggiò poi anche 7ntto (se pur non n'è
forma aferetica), che vive daccanto a retto.
Despectus; dispetto ira sdegnosa; e despitto disprezzo, per
influenza di despicere, o piuttosto del fr. dépit, o d'analoga
forma dialettale nostrana.
Respectus: rispetto; e respitto, resquitto n. 99, indugio,
riposo, per influenza di respicere o dell'antico fr. respif o simili.
10. e' di pos., ma breve per natura, dà ie ia una voce venutaci di Spagna.
Sexta: sesta agg. num.; e siesta sost. il riposo meridiano,
all'ora sesta, sp. siesta, cfr. Diez less. IP 179.
11. 1 lungo normalmente si conserva; in pochissimi esemplari passa in e.
Ne abbiamo due soli casi di allotropia e non certi del tutto.
Dodi Cina-, da dodici: dodicina; e dozzena forma ripresa
per dozzina.
Quarantina-: quarantina; e quarantena. — Ma e per
quarantena e per dozzena nasce il sospetto che si tratti di
due francesismi : douzaine quarantaine, che risalgono ad -anea
-ana, a cui riviene anche il nostro quarantana. E per le no-
stre due voci potrebbe anche trattarsi del suffisso -eno, che è
nelle corrispondenti spagnuole, cfr. Diez gr. IP 447'.
12. I breve in e r^, oppure intatto. La risposta normale nelle voci popol.
fior, à Ve; ma si ha e in alcune voci di formazione popolare, che, dimenticate
' Qui non dimenticherei i dial. italiani, e in ispecie addurrei le forme ve-
nez.: deii'na dobéna qiiarantrna. Q. I. A.
320 Canello,
dal popolo, furono poi ravvivate dai letterati, e proferite con e, cfr. n. 5. L'i
si conserva intatto invece nelle voci che i letterati direttamente tolgono dal la-
tino. Da questi diversi esiti dell't ci sono provenuti sette gruppi di allòtropi.
Gap ib ile-: capihile intelligibile; e capevole atto a conte-
nere, atto a comprendere e ad es.sere compreso, abbondante.
Ma il primo si connetterà al neolat. capire, il secondo al lat.
capere "^■.
Gibus: ciho] e gelo capro, cfr. sp. chilo chivo capretto. Il
DiEz, less. V 449, riaccosta felicemente il nostro zeba (rica-
vato da gelo *zedo) colle citate voci sp., col ted. volg. zibbe
e con somiglianti voci albanesi; ma gli sfugge poi l'etimo, che
a noi pare accertato da gebo, preferenza letteraria d'un pop.
ant. gebo. — Dal lato ideologico, gioverà ricordare che la carne
di capro era il cibo più usuale nel medio evo, come fanno fede
il nostro beccaio da becco, e il fr. boucher da bone, quasi 'ma-
cella-becchi'.
M a r i t i m a : marittima agg. ; e maremma {- marit'ma) quasi
campagna a mare.
Minare: menare, e minare. E dai due vb.: mena, e mina^
cfr. DiEZ less. P 277. Mina e minare sono venuti tra noi nel
secolo decimosesto a surrogare 'cava' 'far cave'. Secondo il Guic-
ciardini {St. d'It., lib. VI, e. 1), la mina a polvere sarebbe stata
usata in Italia la prima volta nel 1487, dai Genovesi. Gran
maestro ne fu poi nel secolo decimosesto Pietro Navarro, spa-
gnuolo. La parola pare sorta dapprima nel francese; e sarebbe
stata introdotta come latinismo tecnico : ciò che ne spieghe-
rebbe Vi intatto. Un altro allòtropo di mena mina è moina
muina carezza affettata, dal fr. (borgogn.) moigne per mine,
cera, gesto, cfr. Littré dict. s. mine.
Minimus: minimo, minima aggettivi e sost. ; e menomo
soltanto agg., che potrebbe essere pronuncia letter. di un ant.
pop. menomo. — Menimo , il calo della cera che si presta a
logoro, sarà novamente estratto da menimare.
Patibilis: patibile passibile e paziente; e patevole tolle-
rabile. Si riveggano le osserv. a Capibile-.
Stilus: stilo, stile; e stelo, che sembra stare per un ant.
pop. stelo. Ora nell'uso parlato è surrogato quasi sempre da
* [Cfr. DiEZ IP 330, Asc. I 14 ecc.]
Allòtropi: Vocali toniche, I breve ecc. 321
'gambo': stelo tuttavia si dice talvolta del gambo gentile del
frumento, e di persona assai magra. Curiosa è la deviazione
morfologica di stilo in stile; cfr. il n. 122.- A stylus (cioè
a stillo-) - stihis faremmo poi risalire stollo stile del pagliajo
e 'stolto', quasi 'palo'; cfr. il n. 23. Diversamente spiega que-
sta voce il Caix, St. d'etim. 161.
13, i' breve in a od ai. II fenomeno ha luogo in voci che ci arrivano at-
traverso il francese. Due di queste s'incontrano con voci corrispondenti in-
digene che danno Vi intatto o passato normalmente in e.
Ad-minare: ammenare; e ammainare raccoglier le vele,
avvolgerle, dall' a. fr. amainer , ora amener. Il Flechia, IV
372, propone dubitativamente di ricondurre ammainare, attra-
verso il napol. 'mmainare ecc., ad un invaginare; e certo
è seducente l'idea che questa parola marinaresca ci venga dalla
patria di Flavio Gioja. Pure, a noi sembra che, non bastando
quest'etimo alle forme francesi, meglio convenga attenersi alla
spiegazione che il Diez (less. P 20) accennava, ravvicinando
la nostra voce e lo sp. prt. amainar al fr. amener. E vedi
LlTTRÉ s. V.
Dominium: dominio, are. domino dimino ', e demànio il do-
mìnio del re o dello stato, dall' a. fr. demaine ora domaine,
italianizzato al modo di daino danio da dain. Il Viani (Voc.
pret. frano, s. demanio) crede che questa voce apparisca tra
noi la prima volta nelle Fayn. nob. nap. di Scip. Ammirato,
Fir. 1580, p. 155; ma, per tacere dello Pseudo-Spinelli, che
usa demanio (Murat., Ss. vii 1073 a ), occorre più volte de-
maniiim nei cronisti napoletani del secolo decimo terzo; anzi in
una lettera dell'imper. Federigo II ai Lombardi (1229), pare che
si voglia distinguere fra il dominium 'dominio imperiale' quasi
latino, e il demanium o demaine francese-normanno: 'quod..
'occupaverant.. recuperavimus et revocavimus ad demanium et
'dominium nostrum', Murat., Ss. vii 1015 d.
14. i di pos. in f, 0 intatto. Nelle voci pop. fior. Vi in pos. volge ad e se
era breve per natura; resta i se era lungo. Nelle voci letterarie ò intatto in
ambedue i casi. Ne abbiamo quindici casi di allotropia.
Balista: balista-, e balestra. Ve per e di balestra è do-
vuto alla speciale posizione, cfr. minestra maestro ecc.
Cippus: cippo colonna tronca; e ceppo troncone d'albero.
322 Canello,
Circus: circo specie d'anfiteatro; e cerco cerchio. Ma cerco
potrebbe anche essere ricavato dal pi. ccrc/if = ci re' li.
Dieta: dilia casa commerciale (latinismo^ di bassa sfera,
dovuto ai ragionieri, simile a hihita dovuto ai farmacisti o ai
caffettieri), buona fortuna, cfr. sp. diclia\ e detta prtc, e sost.
'detto' 'accordo'.
Philtrura: filtro bevanda magica e setaccio da filtrare; e
feltro specie di panno non tessuto da farne cappelli, e eolatojo.
— Diversamente spiega feltro il Diez less. P 175.
Firmare: firmare sottoscrivere; e fermare arrestare. — Da
confirmare: confinnare\ e confermare.
Impetus: im'peto; ed empito, eh' è un 'impeto violento o
continuato con foga da rapir seco i corpi che incontra', Tomm.
2329.- L'2 di impeto è dovuto alla special posizione, o ad in-
fluenza letteraria'? Gli esemplari che seguono fanno propen-
dere alla seconda ipotesi.
Index: indice; ed endice il guardanidio.
Nirabus: nimbo l'aureola dei santi; e nembo temporale.
Anticam. nimbo ebbe anche questo secondo significato.
Rixa: rissa baruffa; e ressa folla. Anormale sembra Ve;
ma si tratterà veramente di pronuncia letteraria di un ant.
pop. ressa. Sentiamo, infatti, che questa voce non è più in corso
tra i Toscani.
Sigillum: s/^27^o; e suggello. La ragione dell' e per -^j o sarà
quella stessa che adducemmo per ressa, o starà nel ragguaglia-
mento ai tanti sost. in -elio, legittimi continuatari d'un -èllus.
Stirps: stirpe razza; e sterpe, ora sterpo, ramoscello mal
vivo.
Strictus: stretto partic, agg. e sost.; e strinto aggiunto
perlopiù di vesti, schietta voce fior., da uno strincto, rifog-
giato su stringere, cfr. Arch. Ili 251 n.
Vacillare: vacillare essere in procinto di cascare; e va-
gellare vacillar colla mente. L'è per e in vagello vagelli ecc.
è dovuto a un conguagliamento con forme quali puntello -i ecc.,
in cui Ve è legittimo.
^ Non dimentichiamo tuttavia che dictus è riflesso neolatinamente in al-
cune regioni come dictus, in altre come dTctus. Ma ditta 'casa commer-
ciale' pare neologismo.
Allòtropi: Vocali toniche, 1 di pos , ecc. 323
Virgula; virgola segno ortografico; e vergola verghetta,
e una specie di seta addoppiata e torta.
15. I di pos. in a. Ciò ha luogo soltanto in voci arrivateci attraverso il
francese, in cui l't diventa a per influenza dei suoni nasali che gli vengono
dietro. Ne abbiamo tre casi di allotropia.
Chamarlinc a. a. ted., da camera ■>!■ line : camarlingo ca-
marlengo; e ciam'berlano ciambellano, attrav. il fr. cham-
bellan, antic. chamhrellanc ecc.
Fimbria: fìmbria', e frangia, dal fr. frange, Diez less. V 189.
Hring a. a. ted. 'circolo' 'adunanza'; aringo', e rango ordine,
ceto, attraverso il fr. rang. Dalla stessa base è anche il rancio
de' soldati. Gli Spagnuoli, infatti, dal se ranger de' Francesi,
hanno tratto rancharse 'mettersi in fila'; e di qui ricavarono
il sost. rancho il pranzo d'ordinanza, onde il nostro rancio.
IG. 0 lungo in o nelle voci popolari, e in m in pochi esemplari speciali.
Ne abbiamo un sol caso di allotropia.
Corona: corona; e cruna il foro nella testa dell'ago, Diez
less. IP 23-4. Forse la testa dell'ago fu dapprima concepita
come una testa chiercuta: corona disse e dice infatti anche
'chierica'".
17. 0 lungo in o nelle voci dei letterati, in oic in un esemplare venutoci
dall'inglese.
Colon US : colono', e clown pagliaccio, il rustico del teatro.
18. 0 breve in «o o. Il primo esito è proprio delle voci popolari ; il secondo,
non estraneo alle popolari [nova novem, ecc.), è proprio delle letterarie. Abon-
dano per questa doppia continuazione dell' c5 lat. gli allòtropi sinonimi; due
fide coppie ne abbiamo in cui anche il senso differisca.
Focus: fuoco; e foco che ha accezioni speciali, p. e. il foco,
non il fuoco, dell' elisse.
Tonus: tuono quello del cielo; e tono quello della musica,
co' suoi traslati; ma la difièrenza non sempre si osserva, cfr.
ToMM. 1379.
* corona^ cerchio, cerchiello, anello (cfr. rjli anelli delle forbici, e anello
'specie di chiodo con un foro in luogo di capocchia'}; questa, e non altra, é
la serie ideologica in cui s'incontrano la cruna, cioè la testa anulare del-
l'ago, e la corona, oioè il cerchio che orna il capo o il cerchio raso nel
capo. ^'. I A.
324 Cauello,
19. o di pos. in 0, oa. La prima evoluzione è la normale italiana; la se-
conda s'incontra in un solo esemplare che ci viene d'Inghilterra, e fa cop-
pia col corrispondente nostrano.
Tostus: tosto avv., agg. e part. 'tostato'; e toast brindisi
politico, eh' è Tingi, toast brindisi in generale, e propriamente
il crostino abbrustolito da intingere nel vino da deserre al
momento de'brindisi. — Altri spiega l'avv. tosto da toto-cito
tot'g'to; ma se cosi è tolta ogni difficoltà ideologica, s'affaccia
in ispecie la difficoltà fonetica dell' o aperto da lat. 6. Tosto
passò a dir 'subito' forse dapprima nel linguaggio della cucina
e del tinello; e la progressione ideologica sarà stata da 'ab-
brustolito' 'caldo' a 'pronto' 'presto'-.
20. u lungo intatto, ovvero in o. II primo caso è il normale: il secondo in
alcune voci di dubbia natura, probabilmente venuteci da qualche dialetto in
cui Vu possa volgere ad o**. Ne abbiamo due gruppi di allòtropi.
Acumina, neutro pi. di acumen: gómena, e anticamente
ggmona gùmina cùmina acumina il grosso canapo da legar le
navi, cfr. cavo, sp. calo, che ha lo stesso valore ed analoga
evoluzione ideologica; e gómbina, are. combina, quel cuojo o
cordicella che unisce la vetta del coreggiato col mànico, laccio,
vincolo. — Il Flechia, IV 386, e Riv. di filolog. class., II 195
e seg., deriva gómena da un ligumiyia per ligamina; ma que-
st'etimo non ci spiega le forme col e [cumina). Né meglio ac-
cettevole ci sembra la spiegazione di gómbina da copula pro-
posta dal Caix St. d' etim. 50. '
Luridus: lùrido, voce letteraria, come mostra anche la pos-
tonica conservata; e lordo sporco, Diez less. P 254.- Da lu-
rida potè aversi anche loja (quasi luri[d\a lurja) sucidume
della persona, che sarebbe un allòtropo di lurida e lorda. Di-
versamente spiegano loja il Diez less. IP 42, e il Caix St.
d'etim. 32-^*.
* [Cfr. caldo caldo sùbito sùbito.]
** Dei due esempi, uno è controverso [ggìnena ecc.), l'altro (lordo)
può ripetere il suo g dalla molto antica posizione volgare, cfr. Arch. I 37
(550) n. ' G. I A.
^ Da combina comina-, piuttostochè da comminar i (Caix St. d'et. 40), sarà
anche sgominare are. sgombinare disordinare, sbaragliare, iu origine 'slegare'.
*** ^i?i« fu anche riportato a lùrdja, e così sarebbe doppiamente analogo
Allòtropi: Vocali toniche, U breve. 325
21. u' breve in p o, o intatto. Il primo è l'edito normale popol.; il secondo in
alcune voci speciali; resta intatto nelle voci di formazione letteraria. Ne ab-
biamo sette casi di allotropia.
Cubitus: cùbito misura di lunghezza; e gomito, anticam.
gòmhito, oltre govito.
Dubitare: dubitare essere in dubbio; e l'are, dottare te-
mere, cfr. fr. ré-douter. — Dubitare, benché comunissimo nel-
l'uso parlato, si rivela d'origine letteraria, oltreché per Vu
intatto, anche per la postonica conservata {dubito)'^. — Da un
dubitanti a-: dubitanza dubbio; e dottanza timore ecc.
Fuga: fuga; e foga, Diez less. IP 30. — Anche qui Vu di
fuga ci fa arguire di origine lett. questa parola d'uso tanto
popolare'"". Vero è tuttavia che il popolo dice più volontieri
'scappare' che non 'fuggire'.
Lupa: lujpa l'animale; lova la meretrice.
Putare: 'putare stimare, nella frase 'puta il caso'; q 'potare
tagliare i tralci inutili degli alberi, in ispecie delle viti.
Tuba: tuba; e trgmba, Diez less. V 428.
Tunica: tùnica, term. scientif. , ora anche una sopravve-
ste da signora o quella de' soldati; e tonaca tonica l'abito dei
frati.
a crq/o = crùdjo (Diez). Solo rimarrebbe la differenza dell'essere il d prece-
duto da cons. in una delle due basi e da vocale nell'altra. Per questo parti-
colare, /o;a = lìirdja s'accosterebbe a /"i/jo = furvjo (Diez), che è però un
esempio pioblematico. G. I. A.
* L'affermazione del Diez (P 1G6), che Vu di terzultima soglia rimanere
intatto nell'italiano, e altre consimili, vanno ora di certo chiarite con le op-
portune distinzioni fra voci dotte e voci popolari; e il Canello è molto bene-
merito di questa parte della fonologia italiana. Ma la contrazione dell'antico
sdrucciolo ha pur confini diversi secondo le diverse favelle neolatine. Cosi,
nel tipo francese, s'estende a tutt'intiera la serie degli infiniti di terza {ceindre
cinj're, moudre mol're, ecc.\ laddove nell'italiano non vi occorre se non in
molta scarsa misura (toff lieve torre e simili; cfr. n. 25). Avremo poi a dir
senz'altro, che subito, a cagion d'esempio, non sia voce popolare? Io di certo
non l'oserei; e pur v'è conservata la postonica e intatto Vn, tal quale come in
dubito. G. I. A.
** Circa Vii di fuga ecc., cfr. per ora Arch. I lS5n. E pur Vù di lupo
non va così senz'altro considerato come criterio di voce non popolare; cfr.
Arch. I 262, e i berg. Ir'if Iva di contro ai roil. lof ha. G. I. A.
220 Cune Ilo,
22. u' di pos. in j) o, ovvero intatto. Passa in o, raramente in 0, nelle vocr
popolari, quando era breve per natura. Resta intatto nelle voci letterarie, 0
quando era lungo per natura. Alcune allotropie provengono dall' incontrarsi
di forme letterarie colle rispondenti popolari; un gruppo speciale d'allòtropi
è dovuto alle diverse sorti d'un u celto-germanico.
Cult US {cui-): culto agg.; e colio, anche sost. , campagna
coltivata. — Da incultus inculto eh' è del morale; e incòlto
che riguarda propriamente la coltura fisica.
Punctare-, da punctum : puntare punteggiare e far forza
contro un dato punto ; e pontare con quell'ultimo senso e 'pon-
zare'. Puntare e pontare sono due varietà dialettali: propria
la prima del fior., l'altra del sen. e in genere della maggio-
ranza dei dialetti toscani, v. Arch. Ili 251 n.
Supplex: supplice-, e, secondo il Diez less. IP 67-8, soffice,
cfr. fr. souple.
Sur gito- (per surrectus): surto uscito fuori, fermo, diritto
(de' cavalli); e sorto prtc. da sorgere, agg. ristorato, sollevato
(Ariosto, Cinque Canti, iv 75). — Notevole è surto, voce evi-
dentemente letteraria, e ricavata da surgere, come diritto da
dirigere. Dalla stessa base bassolatina, e non già dall'are.
sorctus per surrectus, ricordato da Festo, è anche sorto. '^
* Circa il 'bassolatino' mi permetterò di riferirmi all'Indice del IV voi.,
424 a. Non credo a un surgìtus, che non è lecito porre per nessun' età la-
tina. Si trovano sincopati, nel latino classico: sorgere pòrgere (sur-rigere
por-rigere; sùr-rigit surgit), conformi a' quali poi si vedono: èrgere^ comune
all'ital. e al prov.; -córgere {ac-corgere ecc.), comune all'ital. e al lad.; dér-
gere, comune al prov, e al lad. (cfr. Diez W 218, Arch. I 94 u, 233n). L'are.
sorctus proverrebbe, secondo il Corssen, da surrectus, ripetendo la sincope
dalla ragione dell'antico accento: surrectus (vok. II- 893). Checché ne sia,
surgere ecc. ben più facilmente entravan poi nell'analogia di spàrgere sparsus,
mérgere mersus, tèrgere tersus, pdrcere parsus, mulgére mulsus, mulcére
mulsus, che non in quella di mulgére mulctus (sost.), arcare arctus (agg.).
Onde siamo al tipo sorso, che si continua nel prov. sors (cfr. ers); e il tipo sorto
porto, che è dell'italiano e del ladino, rappresenterà un'ulteriore deviazione,
alla quale invitava, oltre l'etimologico tòrcere torto, anche la serie abbastanza
antica in cui entrano i tipi volvere {\6\jere) volto^ tollere (tóljere) tolto, col'gere
(cóljere) colto. Analogie più decisive, per questa deviazione di sorso in sorto^
parrebbe, a prima vista, di dover riconoscere negli ital. spandere spanto, mun-
gere munto, e specialmente in spargere sparso sparto; né di certo sono esempj
cotesti da trascurare. Ma son troppo specificamente nostrali (cfr. eng. m,uns.
Allòtropi: Vocali touiche, Y. 327
Vulva: vulva terra, d'anat.; e volva borsa o calice de'
funghi.
Kruppo-, cfr. l'a. nord, kryppa gobba e il gael. crup rag-
gruppare (DiEZ less. P 224): gruppo riunione di più oggetti;
e groppo nodo. Di qui anche il grup o crup angina, attra-
verso il fr. croup, eh' è il gael. crup, passato anche nell'in-
glese.
23. Y in 0 e t. h'y delle voci greche entrate nel latino classico o seriore,
pur sempre scrivendosi ?/, fu profei'ito « od i a seconda che l'introduzione
era fatta per via popolare (orale) o per via letteraria. Ne avvenne, che nel
popol. fior, questo y venisse continuato, o come un u latino, eh' è il caso più
frequente, o come un f. Nelle voci letterarie invece, Vy della scrittura fu
sempre reso con ». Di qui cinque gruppi di allòtropi.
Crypta: grotta; e cripta o, come vogliono i vocabolarj,
critta cella sotterranea nelle chiese ad uso di sepolcreto.
Cymbalum: cembalo; e cimbali cimherli nella frase 'es-
sere in cimberli' esser allegro, esser brillo, allòtropi del pi.
cemhalL L'allotropia, del resto, non è esatta, se è vero, come
par verissimo, che la frase 'in cimbali' sia un latinismo de' preti,
e ci venga dal Salmo cl [in eir/ibalis bene sonantibus ; in cym-
balis jiibilaiionis]: si avrebbe qui il continuatore d'un abl.pl,,
là quello del solito tipo di singolare; cfr. il n. 125.
Martyrium: martirio, are. martiro martire, pena sofferta
per la fede, pena angosciosa; e martorio, are. ^nartòro mar-
tore, anche uno strumento da martoriare e l' atto del marto-
riare. Ma in questo significato, martóro ecc. si direbbe piuttosto
novamente estratto da martoriare.
Pyxis acc. pyxida, da tt-j;;? scatola: pisside vaso sacro;
e busta. Ma veramente pisside è da pty^^de-; e busta non
dovrà certamente il suo -a alla base greca, ma bensì alla ten-
denza di chiarire il genere. — Da un pyxido-: bòssolo 'bosso'
'vasetto'; e bussilo bùssolo vasetto.
sopras. muls, prov. mols; eng. spans, sopras. spons). Del resto, punto non ri-
pugnerebbe, in massima, che fra i Neolatini si continuasse l'are sorctus (swr-
ctus}^ o un *porclus ecc.; ma se, a cagion d'esempio, l'ital. porto sarebbe
la continuazione legittima e necessaria pur di codesta base, nel ladino di So-
praselva, all'incontro, porcto- avrebbe donito piuttosto darci pirrc che non
piert. G. I. A.
32S Canello,
Thyrsus: tirso il bastone delle baccanti; e torso il gambo
de' cavoli, il busto d'una statua mutilata. Secondo il Diez, less.
P 418-9, verrebbe dalla stessa base anche toso, voce dell'Italia
superiore per 'ragazzo'. Ma l'etimologia da intonsus o tonsus
non è da rifiutare così sicuramente come fa il Maestro. Usa-
vano i ragazzi nel medio evo, più che non usino ora, di la-
sciare i capelli lunglii come allettativo a lascivia; e tra le ri-
forme del Savonarola troviamo anche l'accorciamento delle chio-
me ai fanciulli (Guicciardini, St. fiorent., e. xvii). D'altra parte,
'ragazzo' e 'servo' sono idee che spesso hanno in comune il nome:
già il puer latino ha i due sensi; tutti e due li ha il nostro
ragazzo; e mozzo è per noi servo di stalla e di nave, mentre
onozo è giovinetto per gli Spagnuoli e i Portoghesi. E nota
essendo l'usanza medievale che i servi portassero i capelli mozzi,
si potrebbe arguire che il nome avesse detto prima 'servo to-
sato' indi 'giovinetto'. Anche ragazzo pare connesso col ragar
[quasi radicare] 'radere', 'tagliare', che è in più d'un dialetto
dell'Alta Italia; e il mozo stesso che il Diez, less. IP 157, trae
da mustus, potrebbe piuttosto risalire, insieme col nostro mozzo
agg. e sost., a quel mutius che abbiamo come prenome, dac-
canto a mutilus \
24. a'u in o, 0 intatto. Il primo esito è proprio delle voci popolari; il se-
condo delle letterarie. Il corrispondente germanico aw au ha esiti alquanto
più complicati, che danno anch'essi occasione di allotropia.
Aura: aura quasi soltanto al traslato, favore; ed ora, v.
poet. per vento leggero e fresco.
Causa: causa; e cosa.
Fauces: fauci, degli animali; foci, de' fiumi; e froge la
pelle al disopra delle narici, Caix St. d'etim. 109.
Pausa: pausa fermata; e posa riposo, quiete. — Da pau-
sare: pausare; e posare.
Raucus: rauco aspro e forte; e roco di suono debole. Dalla
stessa base, secondo un'ipotesi del Diez, less. IP 29, sarebbe
anche fioco.
Blaw blào a. a. ted.: Mavo biado voci antiq. per turchino
chiaro; e blu, attrav. il fr. bleu, come dice anche il bl intatto.
^ Anche il Caix, St. d'et. 137-8, respinge l'etimologia di toso da thyrsus, e
si attiene a tonsus in quanto dicesse 'imberbe' 'sbarbatello".
Allòtropi; Vocali atone, dileguo della peault. 329
-Raubón got, (in hi-rauhòn). D'accanto all'unico rubare,
al quale tuttavia i dialetti contrappongono anche robar, ab-
biamo due sost.: ruba rapina, saccheggio; e roba, in origine
le cose rubate, quindi le possedute. E questa evoluzione ideo-
logica, e la patria primitiva di queste parole, non sono senza
importanza per la storia civile. Un altro allòtropo di ruba è
ropa batuffolo, Caix St. d'etim. 143.
IL Allòtropi
DIPENDENTI DALl' ESITO DIVERSO DELLE VOCALI a'tùNE.
25. Dileguo della penultima. Ha luogo facilmente nella voci popolari,
quando la consonante dell'ultima sillaba non sia r n [correre^ tenero, corrono, di-
cono) 0 altra consonante che non potrebbe facilmente adagiarsi con quella a cui
riuscirebbe attigua quando la vocale si perdesse. Le voci letterarie hanno, in ogni
caso, intatta questa vocale mediana; e ne vengono ventidue gruppi di allòtropi.
Anima: anhna; e alma, che manca dei traslati materiali
di 'anima'.
Calaraus: càlamo penna, dardo ecc.; e calmo marza.
Calidus: calido agg. di temperamenti o di medicine, Tomm.
798; e caldo. L'allotropia formale era già nel latino, v. Quint. I, 6.
Cognitus: cògnito conosciuto; e are, co?zto (Diez less. P 137)
conosciuto, che conosce, pratico (Tnf, xxxiii, 31).
Computus: computo calcolo alquanto complicato; e conto,
Diez less. P 137. Dalla stessa base sarà probabilmente pure
compito 'lavoro assegnato', il quale tuttavia potrebbe anche
risalire a un compiilo- (cfr. compiere) per completus, come spe-
cialmente farebbe credere la frase 'portare al cóm]9i7o' = portare
a compimento.
Comparare comparo: comparare paragonare; e compe-
rare comprare acquistare.
Compositus: composito -a; e composto -a.~ Gruppi ana-
loghi formano: deposito deposto; preposito preposto prevosto ',
proposito proposto provosto profosso n. 98.
Crepitus: crepito scoppiettio; e cretto fenditura, screpola-
tura.— Da crepitare: crepitare; e crettare.
330 Cantrllo,
Debita: débita agg. dovuta, sost. debito (Dall'Ambra, Co-
fanaria, in C; manca ai Voce); e detta sost. debito, debitore.
Erigere erTgo: erigere erigo mettere in posizione verti-
cale; ed èrgere drizzare in alto. — Analogamente: eretto ed erto.
Extollere: estollere innalzare; ed estorre eccettuare.
Frigidus: frigido che indica qualità abituale; e freddo
che indica stato, Tomm. 2054-5.
Hospes: òspite chi dà e chi riceve ospitalità; ed oste chi
dà vitto od alloggio per quattrini; nelle campagne toscane 'il
padrone' di cui i villani lavorano i fondi a metà prodotto, si-
gnificato che ricorda gli hospites hostes di P. Diacono (De g.
Long., II 32), e rende assai probabile l'etimologia di óter ho-
ster da hosp itare proposta dal Lvcumo, Die dllcst. fr. mund.
Beri. 1877, p. 151.
Limpidus: limpido; e liìido pulito e logoro (di tele), Diez
less. P 250.
Meritum: merito; e merlo più ristretto di senso che non
merito, cfr. Tomm. 1373.
N i t i d u s : ìiitidó ; e netto.
Opera: opera; ed opra, in antico ovra, con sen.'^o pii^i ri-
stretto. Non si direbbe, in fatti, un opra in musica; ed opere,
non opre, sono gli operaj.
Putidus: pùtido; putto, Diez less. P 336; e puzzo -a, Diez
less. IP 56.
Rapidus: rapido; e ratto, Flech. II 325 n.
Rigidus: rigido; e il sen. reddo intirizzito, cfr. fr. roide
raide, dal quale 'certamente' lo fa venire il Fanfani [Voc.
dell' u. tose, s. V.), certamente a torto.
Solidus ('salidus): solido agg. e sost.; soldo sost. moneta,
paga; saldo agg. che resiste, salda agg. e sost. la colla d'a-
mido; e sodo duro, e modesto. — Analogamente: soldare e sal-
dare; soldato e saldato; solidezza e saldezza. — Il passaggio
dell'o m a èi affatto eccezionale; e trova riscontro appena nel
fr. dame = domina'"' .
* Codesti due singolari esempj di d neolatino per (^ lat., non sono, in effetto,
£6 non eccezioni illusorie. Il Canello pone, col Diez, che saldo venga diret-
tamente da solidus. Ma non pud essere così. L'o di solidare saldare deve
Allòtropi: Vocali alone, dileguo della penult. 331
Tympanum: timpano; e timbro, attrav. il fr. timóre. Per
l'evoluzione del significato, v. Littré dict. s. v.
26. Dileguo della protonica. La vocale che immediatamente precede
la sillaba accentata può venire popolarmente estrusa, fosse lunga o breve. I
letterati invece, e spesse volte anche il popolo, la conservano. Di qui nove
casi di allotropia.
Adjutans: ajutante che ajuta; e aitante vigoroso.
Beryllus: berillo specie di zaffiro; e brillo falso brillante.
Capitano-, da caput: capitano; e cattano {=cap'tano) ca-
stellano, titolo di nobiltà.
Cassettone- {caps^itt+on): cassettone canterano; e ca-
stone legatura di pietre preziose, Diez less. P 116. — Castone
ci viene di Francia, cfr. il fr. chciton per chaston e il pr. en-
castonar. L'origine francese è provata anche dal valore dimi-
nutivo che nel nostro castone ha, contro le norme italiane e
secondo le francesi, il suffisso -on,
Cerebellum: cerebello il cervelletto, alla latina; e cer-
vello, in ant. ciaravello, il 'cerebrum'.
Cucitura-, da cucire -consuere: cucitura termine gene-
rale; e costura cucitura doppia che fa costola. Ma costura po-
trebbe venirci anche direttamente da consutura.
Matutinus: matutino agg., e sost. una parte dell'uffizio
religioso; e mattino -a, are. maitino sost.
Medietas: medietà, presso i geometri, l'esser medio, la
proporzionalità ; e metà, are. incita (da *mejetà *mejtà, cfr. il
n. 49) una delle due parti in cui fu diviso l'intero.
Mi nisterium: ministerio ministero; e mestiero -e me-
primamente esser passato in a nelle foi-me in cui non portava l'accento (cfr.
Arch. 1 105); e saldo altro non può essere se non un participio seriore, che muove
da saWctre, sul metro di co?7ipro da comprare ecc. (cfr. Arch. II 451). Ugualmente
deve ripetersi dall'atonia Va di dame dom'na, cioè dal frequentissimo uso che
di codesto vocabolo naturalmente s'è fatto in condizione proclitica (donna-
-Marla ecc.), da quell'uso, vale a dire, che ci porta al na-Maria de' Catalani
(v. Diez s. donno). Codest'a l'abbiamo pur nel mascolino, oltreché nell'ant,
francese, anche nel provenzale, ma solo in proclisi: damli-dcits damrideus
allato a dompnedeus dominus-déus; dico nel provenzale, il quale pur si man-
tiene costantemente all'ó, ne' suoi don e domna. Di questa ragione della pro-
clisi va tenuto conto in più altri casi congeneri; p. e. nell'accorciamento di
séjnre 'sènior: sejnrebarón ecc.) in sire; cfr. il n. 45. G. I. A..
332 Canello,
siieri {=min sterio). Di qui è anche mistero misterio sacra
rappresentazione, v. A. D'Ancona, Origini del teatro in Ita-
lia, I 300-1.
Paviraentum: pavimento; e 'palmento il pavimento sul
quale gira la macina del molino. La controprova di questa
etimologia è in palmienlo che si trova per 'pavimento' nella
Hist. rom. presso il Murat., Antiq. it, III 309: 'tutto lo pal-
miento della sala era coperto di tapiti'. — Palmento s'è svolto
àa. pav'mento, paumento, con V au in al, come in aldace lai-
dare, cfr. Asc. I, 157.
Positura: positura; e postura, che meglio si dice delle
cose inanimate, cfr. Tomm. 3796.
Sporo a. a. ted., al dat. e acc. sporon: sperone; e sprone
che ha anche sensi traslati..
27. E in i, 0 intatto. Le particelle de- e re- sogliono ridursi popolarmente
a di- ri-, mentre i letterati le conservano intatte. Ne abbiamo sei gruppi di
allòtropi.
Degradare-, da grado: degradare togliere da un grado
od ufficio onorevole; e digradare scendere di grado in grado.
Demandare: demandare commettere; e dimandare doman^
dare chiedere, in origine affidare un servigio.
Designare: designat^e indicare, proporre; e c^zse^nare trac-
ciare le prime linee d'un quadro, proporsi. Dissegnare, forma
ripresa, ha la sua ragione nel lat. dissegnare che conviveva
con designare.
Devotus: devoto e divoto. L'o le dice tutte e due forme
letterarie. Per le sottili differenze di significato si vegga il
Tomm. 1457-8. — Analogamente: devozione e divozione.
Rescribere: rescrivere rispondere per iscritto a una pe-
tizione; e riscrivere scrivere di nuovo. — Da rescriptus:
rescritto eh' è anche sost. ; e riscritto prtc.
Restare: restare; e ristare. Ma qui, anche la forma con
e intatto può essere popolare. Nelle voci del pres. sing. e terza
plur., che hanno dato la norma alle altre, si tratta di e to-
nico. Ristare {risto ristài ecc.), più presto che un continua-
tore di restare, è da dirsi un nuovo composto di ri + stare-,
cfr. n. 128.
Restaurare: restaurare rimettere a nuovo; e ristorare
Allòtropi: Vocali atone, I. 333
riconfortare, in ispecie lo stomaco.- Dai due verbi: restauro,
ristaiiro; e ristoro.
28. JE in i, 0 intatto. L' ce, come Ve, volge di frequente ad i nelle voci po-
polari, mentre suona e nelle voci letterarie. Ne abbiamo parecchi allòtropi
sinonimi {eguale iguale, ecc.), e un caso di vera allotropia.
Quaestio: questione', e quistione. Il Tomm. (Diz. it.) li fa
sinonimi, e dice quistione un'inutile varietà fonetica. Il Ma-
Nuzzi, più cautamente, definisce quistione per 'rissa' 'riotta'
'contesa'; e di questione dice: 'lo stesso che quistione, ma non
si userebbe forse in tutti i sentimenti di quistione', e lo rag-
guaglia al lat. quaestio. Né i grandi problemi della filosofia o
della politica, finché non degenerino in litigi, si direbbero qui-
stioni, sibbene questioni; né quistione si direbbe ora più, ben-
ché sia stato scritto, per interrogazione, semplice domanda.- Tut-
te e due le forme sono, del resto, letterarie, come mostra lo stj
intatto.
29. I in e, 0 intatto. L' t, specialmente se breve, può passare popolarmente
in e, quasi sempre per influenza delle analoghe forme in cui esso i è tonico,
e quindi normalmente dà e, cfr. il n. 12. Nelle voci dotte Vi si mantiene,
per norma, intatto. Ne abbiamo quattro coppie d'allòtropi.
Continens: continente agg., e sost. la terraferma; e conte-
nente che contiene.- Da incontinens: incontinente', e l'avv.
incontenente incontanente. Ma nel primo Y in è negativo, negli
altri è la solita preposizione.
Ligamentum: ligamento, termine anatomico; e legamento
il ligam., e ogni altro legame.
Mix tur a: mistura', e mestura. 'Nel proprio, mestura', nel
'traslato, mistura piuttosto. Cosi l'uso moderno. L'Alfieri, par-
' landò della famiglia d'Edipo:- Di nomi orribile mistura E
'di morti e di sangue,- Orribile mestura, suonerebbe strano'.
Così il Meini, presso Tomm. 1170,
Pilosus: piloso agg., e una specie d'animale (Fanf.); e pe-
loso soltanto agg.
30. ic poston. in ac, o intatto. Ne abbiamo tre coppie di allòtropi.
Canonicus: canònico sost. e agg,; e canònaco calònaco sost.
Chronica: crònica agg. e sost.; e crònaca sost.
Archivio glottol. ital., IH. 23
334 Cauello,
Indicus: indico indiano, e una specie di colore; indaco
soltanto il colore.
31. Influenza dei suoni labiali. Oltre le sorti già descritte, Ve ae ed
t, a contatto immediato o anche mediato con suoni labiali, possono passare
popolarmente in o od u. Ne abbiamo dieci casi allotropia.
Aequalis: eguale, are. iguale; e uguale liscio, levigato.
Anche l'are, aguale avale 'subito' è dalla stessa base; si con-
fronti per l'evoluzione ideologica il ted. gleich 'eguale' e 'subito'.
De-post dipoi; e dopo per '■^dopó.
Eremites (propriam. eremita-): eremita chi vive in un
eremo ; e l' agg. romita. Ma l' allotropia non è del tutto esatta,
Va di romita fem. avendo natura diversa dell' a della forma
mascolina.
Ex-pensulare-: spenzolare ciondolare, sospendere in modo
che ondeggi; e shonzolare esser cascante, rovinare ecc.
Gemella: gemella agg.; e giumella.
Officina: officina; e fucina (con influenza di fuoco) l'offi-
cina del fabbro. Da focus traggono direttamente questa voce
il MuRAT. e il DiEz, less. IP 32.
Revisitare: rivisitare; e rovistare frugacchiare, special-
mente fra carte e libri. — Anche rivista parrebbe un allòtropo
di rivisita; ma esso è veramente il partic. di rivedere e tra-
duce, in odio ai puristi, il fr. reviie; mentre rivisita è ricavato
direttamente dal vb.
Ribaldo-, d'orig. incerta (cfr. Diez less. P 348 e Littré
diet. s. ribaud): ribalda agg.; e rubalda specie d'elmo che
portavano i rubaldi ribaldi ribauds, fantaccini, i quali, man-
cando loro il soldo col cessar della guerra, si davano al bri-
gantaggio. In rubalda Vu può essere dovuto, come vuole il
Diez, a influenza di rubare.
Debilis: debile; e debole. - E analogamente: debilezza e
debolezza. Debile e debilezza sono molto più ristretti nell'uso
e nei significati, cfr. Tomm. 1329.
Si mila: simila fior di farina, eh' è il valore della voce la-
tina; e sémola crusca. Dalla stessa base è anche semel panino
da caffè, attrav. il ted. semmel. Notevole per la storia della
dieta medievale è la variazione de' significati in questi allò-
tropi. Il senso primitivo di semola traluce ancora in semolino
pasta fine da minestra.
Allòtropi: Vocali alone, 0. 335
32. IL poston. in ol, o intatto. Già in semola e debole si è incerti se at-
tribuire la mutazione dell'? in o (u) alla labiale che precede, o al l che
sussegue, il quale di per sé può promuovere il fenomeno, cfr. il lat. exsul
dacc. a exilium. Ne abbiamo un caso di allotropia.
Ventilare: ventilare esporre al vento, discutere; e ven-
tolare esporre al vento, e ondeggiare al v.
33. o in «, ovvero intatto. Due gruppi d'allòtropi.
Focile-, da focus: focile acciarino e schioppo; fucile sol-
tanto schioppo, e propriamente quello de' soldati.
Officium: officio offizio; e ufficio uffizio. - Analogamente:
officiale uffiziale ecc. Tutte voci di formazione letteraria, al-
cune delle quali alquanto popolarizzate. Per le sottili differenze
di significato, v. Tomm. 4990.
34. 0 in 2, od intatto. L'alterazione in i è dovuta a influenze analogiche.
Se ne hanno tre coppie di allòtropi.
Domesticus: domestico agg. e sost. ; e dimestico agg. —
Qui il do- passò in di- per l'illusione che si trattasse di un do-
da de- (cfr. Arch. I 530) come in domandare, dovere ecc. Lo
stesso è avvenuto nell'are, diminio per dominio e nel corri-
spond. fr. demaine, cfr. il n. 114.
Voi u meni volume \ e vilume confusione, farragine, per in-
fluenza di vile, quasi ammasso di cose vili.
Atomus: àtomo; e attimo, are. atamo, istante. E neppur
qui diremmo puramente fonetica la evoluzione, ma che si tratti
d'un' assimilazione a finitimo, marittimo, o anche a massimo
bellissiìno ecc.*; e cfr. halsiìuo da balsamo.
35. u in 0, ovvero intatto. Ne abbiamo tre casi di allotropia.
Bajulus: bajulo, voce lett., facchino; e baggiolo o sobbag-
giolo sostegno. Dalla stessa base è bailo balio ajo, in origine
'portatore' di bambini.
Pendulus: pendulo agg. di forra, lett.; e pendolo, voce se-
mipopol., agg. e sost.
Supponere: supporre fare un'ipotesi; e sopporre metter
sotto. Supporre, con I'm intatto, par voce di formazione letteraria.
* Piuttosto ricorderei l'analogia di menomo allato a minimo; comunque
in effetto il rapporto delle vocali sia in questa coppia l'inverso di quello che
in atomo attimo. G. I. A,
33(3 Canello,
36. II dinanzi a voc. in ov, o intatto. Ne abbiamo due coppie di allótroi)!.
Manualis: manuale agg., e sost. 'libro che contiene il ri-
stretto d'una scienza od arte'; e manovale bracciante che
ajuta il muratore, e anche agg. col valore di manuale.
Ruina: ruina\ e rovina. La differenza di significato, che
è appena sensibile tra ruina e rovina, meglio si mostra tra
minare 'andar in rovina', e rovinare 'andare o mandare in r.'
87. AR in cr, o intatto. L' evoluzione er è propria del fior., mentre il sen.
ed altri dialetti di Toscana e dell'Italia sup. mantengono l'ar, o mutano in
ar anche Ver originale. Ne abbiamo due casi di allotropia.
Barellina-, da bara, a. a. ted. bara (Diez less. P 52): ba-
rellina piccola barella; e probabilmente berlina gogna, quasi
bar'lina, ossia la 'carretta' sulla quale si conducevano intorno
a vitupero i malfattori \ Diverso da berlina gogna, eh' è già
nel Pulci (Morg. xxviii, 7), sarà berlina 'cocchio scoperto a
quattro ruote', che apparisce per la prima volta nel Forte-
guerri (Ricciard. xxx, 25), e che, insieme col fr. berline, avrà
avuto il nome da Berlino (Littré s. berline).
Piscar-ia-: pescarla piscina, luogo dove si vende il pesce
(ToMM. Diz. it); e 'pescheria pescagione, la presa che si fa pe-
scando, l'arte della pesca, ed ora comunemente il luogo dove
si vende il pesce, col quale significato, che spettava anche al
lat. piscaria (Varr.), la nostra voce fu usata già da Fr. Sac-
chetti. Ma ad onta della convenienza del significato, sarebbe
molto arrischiato credere pescherìa pescarla il diretto conti-
nuatore del lat. piscaria, e farne quindi un allòtropo di pe-
scaja peschiera (p. 301).
' Sulla charrette carro di vergogna per i cavalieri, v. P. Rajna, Le Fonti
dell' 0. F., p. 234-5. - E il fr. pilori, prtg. pelourinho (Diez less. IP 400),
non starebbe esso in connessione, ad onta del prov. espitlori, col nostro herlinaì
Il &-del germ. Mrapotea normalmente essere rappresentato tra i Neolatini sia
da un b- che da un p- (n. 100); e in tali voci, uscite probabilmente dai tribunali,
non può far meraviglia qualche storpiamento, anche grave, che soffrissero in
bocca al popolo. La connessione storica e ideale fra il pilori e la charrette appa-
risce da un luogo di Chrestien de Troyes: 'De ce servoit chm-rete lors- Dont li
'pilori servent ors; - Et en chacune boene vile - Ou or en a plus de trois
'mìle - N'en avoit a cel tans que une - Et cele estoit comune - Ausi com li
'pilori sont - A ces qui murtre et larron sunt.' Hist. liti. d. Fr. xv 256.
Allòtropi: Consonanti continue, H, J. 337
III. Allòtropi
DIPENDENTI DALL'ESITO DIVERSO DELLE CONSONANTI CONTINUE.
38. H germ. sì dilegua, o ò rappresentato da f. Una coppia d'allòtropi.
H arai do- (Diez less. P 28): araldo; e, attraverso il fr. hé-
raut e lo sp. faràiUe, farabutto, na.T^.frabbiitto frabbotto, Caix
St. d'etm. 106.
39. LI (lj) in gì, od intatto. Due coppie d'allòtropi.
Folium: folio, term. di bibliogr.; e foglio.
Mirabilia {neutr. pi.): mirabilia; e meraviglia maraviglia.
40. RI (rj) in ^' r, o intatto; v. il n. 1. Sette gruppi d'allòtropi.
Captiatoria-, da captio 'presa' onde cacciare; cacciatora
abito e canzone da cacciatore; e cacciatoja specie di scalpello
per cacciar dentro i chiodi.
Conservatorio-: conservatorio luogo di ricovero o di edu-
cazione per lo più musicale; e conservatojo magazzino.
Destillatorio-: destillatorio agg. ; e distillatojo strumento
da distillare.
Lacrymatorius: lacrimatorio lagr. agg. ; lacrimatoio -a
sost. eminenza rossigna posta nel grand'angolo dell'occhio, dalla
quale sgorgano le lagrime (Fanf.); e lagrimatojo -a canto
fra il naso e la guancia sotto l'angolo interno dell'occhio
(Fanf.).
Furia: furia ardore, foga in generale; e foja ardore amo-
roso.— Da furiosus: furioso; e fojoso.
Piluria-, da pilus: peluria la prima lanuggine degli ani-
mali; e pelli) a peluria, la buccia interiore delle castagne.
Scriptorius: scrittorio agg. e sost.; e scrittojo sost.
41. -VI (vj) in -hbj- -yg- -j-, o intatto. Tre gruppi d'allòtropi.
Cavea: càvea la parte del teatro romano dove stavano gli
spettatori, un gabbione per le bestie feroci (Tomm. Diz. it. ,
giunte); gabbia; gaggia la gabbia delle navi, e 'nave'; e gaja
gaje 'i luoghi nella stiva che rimangono da ciascuna banda
fra il bordo e la cassa delle trombe' (Fanf.), Dalla stessa base
338 Canello,
sarà anche guelfa (cfr. venz. cheta da calva-) gabbia, pri-
gione, e muro, bastione: il lat. cavea diceva anche luogo mu-
nito. Un maschile di questo gueffa bastione dev'esser poi l'are.
gueffo sporto, terrazzo, cfr. a. fr. caive loggia.*
Serviens: serviente agg. e sost. ; e sergente sost., nell'uso
moderno, un grado dei sottofficiali nell'esercito.
Trivium: trivio il luogo al quale fanno capo tre vie, piazza;
e trébbio trivio, luogo di convegno, trattenimento.
42. -PI- (pj) in ^pj ùcy 0 intatto. L' esito ce è normale nel napoletano e
siciliano; e nasce quindi il sospetto che i pochi esemplari tose, con ce da pj
siano stati importati dal mezzodì. Ma ogni recisa affermazione sarebbe arri-
schiata, V. D'Ovidio Saggi crit. 521-2. Due gruppi di allòtropi.
Pipio: pippione giovine colombo, e al trasl. sciocco; e 'pic-
cione il colombo domestico.
Sapiens: sapiente chi ha sapienza; sappi'en^e di odore troppo
acuto; e saccente saputo. — Da sapius, già per tempo ri-
dotto a "savius, abbiamo, secondo il n. 41: savio (are. sapio);
e saggio.
43. SI SE (sj) in «7 {z) s, 0 intatti. Ne abbiamo quattro casi di allotropia.
Caseo- + ìna: caseina la sostanza principale del cacio; e
cascina il luogo dove si prepara il cacio o cascio. La prima
voce fu derivata dai dotti da caseus, l'altra dal popolo da
cascio.
M ansio: mansione fermata, stanza; e magione casa, palagio.
Occasio: occasione opportunità; e cagione, are. accagione,
motivo di fatto, e poi motivo in genere, cfr. Diez less. IP 17,
Il senso di 'cagione' spettava già anche al lat. occasio (cfr.
Plauto, Epid. v, 1, 38); e lo sp. ocasion vale anche 'cagione':
'el duque no sabia la ocasion porque no se pasaba adelante
' la batalla'. D. Quix., II 56.
Pensio: pensione; e pigione.
* 9<^99^<^ ecc. provverranno dai marinaj liguri e meridionali; cfr. Arch.
II 121 147. Circa gueffa gueffo (cfr. nap. gaffio pianerottolo nelle scale,
che forma una specie di verone), non vedo bene come il nostro autore speri
di combinarli con cavea. Di certo, non gli giova nulla il venez. cheta, che è,
dal canto suo, molto sicuramente chiarito, Arch. I 46 In, cfr. 510.
G. I. A.
Allòtropi: Consonanti continue, J implicato. 339
44. STI (sTj) in s, 0 intatto. Ne abbiamo due gruppi di allòtropi.
Angustia: angustia strettezza, affanno; e angoscia do-
lore afiannoso. - Similmente: angustioso\ e angoscioso.
Bestia: bestia; e, secondo il Menagio, biscia. Questa eti-
mologia non piace al Caix St. d'etim. 10-12, che prima avea
messo innanzi un piscea-, poi ricorse a bombycia-; ned era
piaciuta al Diez (less. IP 12), il quale preferiva un a. a. ted.
bìzo, ed obiettava che bestia nell'it. si dica propriamente solo
dei mammiferi. A noi pare che l'etimologia del Menagio sia
irreprensibile dal lato formale; e per l'evoluzione ideologica
ricordiamo il plautino: 'bisulci lingua, quasi proserpens bestia'
(Poen. V, 2, 74), e l'a. fr, 'Je ne cuit pas que serpens, N'autre
beste poigne plus Que fet amours au desus' {Jahrb. f. rom. u.
engl. litt., X 97)"". — Da bestia, mutato il genere, abbiamo:
* Credo anch'io a biscia = bestia, e mi permetto un po' di comento.
Incomincio dal notare, che Ve dell'it. bestia è chiuso, malgrado che sia in
posizione, e va perciò aggiunto, insieme con più altri, agli esempj del Diez,
P 334. Basterebbe questo per far presumere che fosse lungo di sua natura;
ma la cosa è accertata, con singolare evidenza, dalle pronunzie dei Celti.
L'ant. irland. béist e il gallese bioijst provano nel più sicuro modo (é, wy, = é)
che si proferisse béstia, come ha acutamente avvertito Io Stokes, Cormac' s
gloss., p. 17. Con ciò si toglie la diflBcoltà dell'i che è così fermo nelle ela-
borazioni popolari dell'Italia: biscia biscia ecc.; cfr. Diez V 153, Arch. II
145-6.
L'i sarebbe legittima e diretta continuazione dell'é lat. pure nei corrispon-
denti vocaboli spagn. e portogh.: bicha bicho; poiché, se per lo spagnuolo è
pensabile una diversa storia di codest'i {ie, i), il portoghese all'incontro non
l'ammetterebbe; e Vi delle voci portoghesi non si potrà disgiungere dall' t
delle spagnuole, né Vi di queste e di quelle dall'i delle italiane. Il Diez cre-
deva manifestamente che bicha bicho fosser voci italiane entrate nello sp. e
nel port. (cfr. I' 3GS e l'art, 'biscia' nella parte ita!, del less.); ma io in-
clino a stimarle indigene pur delle Spagne. Nel paragrafo dedicato allo ST
latino, non si vede veramente, presso il Diez (P 231), alcun eh spagnuolo o
portoghese. Ma quanti esempj ivi sono per STJ? Forse nessuno; poiché uxier
(ugicr), ostiario, è manifestamente voce importata [usciere), non essendo -ier
un prodotto spagnuolo di -ario; e cosi non restano se non gli 'antiquati' uzo
ostium, angoxa angustia. Andava insieme e piuttosto citato congoxa (con-
goja), angustia, che lo spagnuolo ha comune col portoghese; ma siccome lo
340 Canello,
déscio hesso sciocco (Diez less. Il' 10); e hiscio verme che na-
sce fra pelle e pelle.
spagnuolo ha angostar allato a angustiar, cosi congoxa {-goja) potrebbe an-
che andare fra gli esempj di ST anziché fra quelli di stj, con quexo [quejo)
questus ecc. D'altronde abbiamo nelle Spagne sicure prove di tj in e, che
rasentano il caso nostro o quasi si confondono con esso. Cosi gli ant. port.
chrischào ( = criscano) Diez P 184, chi-a =ti-a IP 96 (Mussaf.), cfr. Arch. I
55 512, egli sp. hecho mucho ecc. da faitjo muitjo ecc. Arch. I 83-4. Per eh
da se di fase anteriore, si cfr. il port. acha = asca ascia astula. Ed ò curioso che
appunto ritorni c = sé nel non. bieca che tosto rivediamo. — Non è poi punto
vero, che il port. hicha s'allontani, pei significati, dall' it, biscia; e anche la
■voce port. dice appunto 'serpe' 'biscia'.
La elaborazione popolare, che da bestia, passando per besca, arriva a bisa,
la riabbiamo inoltre fra' Ladini; intorno a che nessun dubbio mi par più am-
missibile, dopo quanto se n'é visto nel I voi. dell'Arch., pp. 55, 127, 172 f.,
196, 237, 329 {bieca), 358-9 {bisa), 369. E il significato pur qui si viene re-
stringendo; tende a limitarsi alla 'pecora' (ib. 172 f., 329, 358-9).
Ma sorge facilmente una doppia obiezione. Dall' un canto si opporrà, che
il lat. bestia significando ogni animale, poteva naturalmente avvenire, come
appunto è fra' Ladini avvenuto, che se ne facesse il nome d'un determinato
animale, dell'animale 'per eccellenza', il più caro, il più utile, il più comune,
il più familiare (cfr. il romaico oàoyo-j cavallo; ecc.); ma sembrare troppo
strano che codesto animale 'per eccellenza' dovesse mai essere il serpente o
la biscia. Dall'altro canto, può parere che la difficoltà s'accresca, appunto
per le cosi diverse limitazioni: la biscia e la pecora.
Senonchè, la. proserpens bestia, che il nostro autore cita da Plauto, dice
più ancora che a lui non paresse (laddove il passo francese, ch'egli pur cita,
non so veramente quanto dica). Bestia significò più propriamente ai Latini
V animai feroce o nocivo; e nessun animale nocivo era di certo più noto, più
familiare alle plebi latine di quel che fosse il serpe, il verme velenoso. Il
serpe così diventava, latinamente, la bestia 'per eccellenza'; e se è vero che
nel 'quasi proserpens bestia' (tradotto nel Forcellini: come una biscia) va
tenuto conto del proserpens, c'è d'altronde da notare, che questo di proser-
pens bestia è come un modo stereotipo, il quale ritorna in Plauto non meno di
tre volte (v. i less.), sempre per dire: 'l'animai nemico, o il mostro ferino, che
sbuca a' nostri danni, eoa la lingua doppia o le due lingue'. Un'antica ela-
borazione popolare di bestia, col significato di 'biscia', non ha dunque nulla
di strano. E fra i Ladini, poi, è lo schietto bestia, nel senso pur latino di un
qualunque animale, che torna, quasi sotto agli occhi nostri [bestja besca ecc.)
a subir la stessa evoluzione fonetica, e viene anche, non meno legittima-
mente, a significar la 'bestia per eccellenza' de' pascoli alpini. G. I. A.
Allòtropi: Consonanti continue, J implic. 341
45. NI NE (nj) in n n, 0 intatti. Ne abbiamo sei gruppi di allòtropi.
Junior: giuniore juniore l'opposto di seniore; e gignore
il garzone che apprende un mestiere.
Laniare: laniare stracciare; e lagnare [lagnarsi) lamentare.
Sanguineus: sanguineo', e sanguigno. Per le sottili dif-
ferenze di significato, v. Tomm. 4420.
Senior: seniore; e signore, Diez less. P 382-3.- A una
base seniore- risale anche il proclitico tose, sor, insieme col
ven. sior e il fr. sieur : forme scorciate secondo le norme spe-
ciali delle voci infantili'^, e di poche altre tritissime nell'uso;
si confronti il tose, higna per bisogna, e Bitta Dante Bice per
Battista Durante Beatrice^. — Dal nom. senior ci viene di-
rettamente sere^; e, attrav. il fr. sire, ci vien sire, are. siri.
Nella anormale riduzione fr. e ital. di senior può avere in-
fluito la proclisi, e più la tendenza rilevata in sor sieur ecc.
Suppedaneus: suppedàneo panchetto da posarvi i piedi,
vangile; e soppediano soppidiano suppcdiano (per metatesi, da
*suppedanio) una specie di madia da tenervi la farina di ca-
stagne.
Vinea: vinca macchina da guerra; e vigna luogo piantato
a viti.
* V. l'annot. apposta al uum. 25 in f.
^ Anche monna per madonna si spiega più facilmente con queste analogie,
che non supponendo estruso il -d- e poi fuse in una le due vocali ; e lo stesso
diremmo di cugino, fr. cousin ecc., da consobrinus, — E pure il tante de'
Francesi, in cui affatto anomalo appare il t iniziale (v, Diez less. IP 434, e
LiTTRÉ diot. s. tante), potrà essere spiegato colle tendenze del linguaggio
infantile. Noi diciamo, infatti, Beppe Peppe per Giuseppe e Nanna per Gio-
vanna ed Anna: omettiamo, cioè, quando sia il caso, tutta la parte della pa-
rola che precede la vocale accentata, ed a questo residuo della voce prefig-
giamo la consonante della sillaba finale. La seconda parte di questo procedi-
mento ci porterebbe, dall' a. fr. ante ( = amrta), al piccardo nante (Littré),
e al comune tante, per l'impronunciabile ntante.
- II Diez, less. P 333, trae anche sere, insieme con sire, dal fr. sire. Ma
sere e messere sono troppo diffusi nei dialetti italiani per poterci esser ve-
nuti dal di fuori ; nò poi si capirebbe bene il passaggio dell'i fr. in q. Mes-
ser messier mecier è entrato come italianismo anche nel provenzale (v. Diez,
Leben v. xcerke der Troub., p. 118 171): i due esempj, infatti, che il Ray-
NOUARD ne reca nel Lex. rom , V 2, stanno dinanzi a nomi di personaggi
italiani (Corrado di Monferrato e Corrado Malaspiua); nò ciò pare adatto a
confortare l'ipotesi che messere o sere ci sieno venuti di Francia.
342 Canello,
4C. NDi (ndj) in n ng, o intatto. Ne abbiamo due casi di allotropia, ima
certo, l'altro incerto.
Fundia-, da fundus: fòngia la radice degli sparagi (Fanf.);
e fogna -o condotto sotterraneo per le immondizie.- Ma una
base più probabile di fogna fognare è in fundicare- fundiare-,
analogo al fodicare onde il fr. fouger, v. Asc. Ili 89-90 n.
Verecundia: verecondia; e vergogna. Il tose, comune
sguerguénza malestro, fallo contro qualcuno, verrà dalla stessa
base, ma attrav. lo sp. verguenza.
47. TI (tj) in Z3 ^, 0 2i. I due esiti g zz {s dopo consonante) sembrano
ugualmente popolari; mentre proprio delle voci dotte è zi. Giova poi richiamar
qui l'osservazione fatta a p. 296 303; che, cioò, siccome queste evoluzioni
diverse hanno luogo specialmente nel suff. -itia, non basta la presenza d'un
-ezza od -if/ia per dichiarar popolare una parola, o la presenza d'un -izia per
dichiararla letteraria, essendo non raro il caso che i suffissi di forma popo-
lare vengano aggiunti a parole di forma letteraria, o viceversa. Raccogliamo
dapprima in tre serie i casi d'allotropia in cui si tratti del suffisso -itia,
-itio -tione\ e facciamo poi seguire gli altri.
Alteritia- {= alt + arto ^- itia): alterezza qualità d'un animo
che non inescusabilmente sente alto di sé; e alterìgia più pros-
simo a superbia, con odiosa manifestazione dell'animo altero,
ToMM. 4717-9.
Cupi diti a-, da cupidus : cupidigia desiderio che si rivela
negli atti e riguarda specialmente gli onori e più gli averi; e
cupidezza cupidità interna e generale, Tomm. 5271. In antico
si scrisse anche covidigia, c^e potrebb' essere schietta forma
toscana; e convitigia convotigia convotisa, forme che rical-
cano il fr. coìivoitise covoitise , e risalgono quindi, come mo-
stra convoiter da *cupiditare, ad un *cupidititia. Curioso ri-
mane cupitizia, che tramezza fra le forme ital. e le francesi,
e pare dovuto all'ignoranza di qualche dugentista.
Frank itia-, dal germ. frank : franchezza libertà nel dire
e nel fare; e franchigia esenzione, privilegio, e riguarda il
gius positivo, mentre la libertà riguarda il naturale. - Ed è no-
tevole che il nome popolare della 'libertà' medievale sia stato
tratto dal nome d'un popolo dominatore, i Franchi, i quali
della libertà aveano fatto un loro privilegio. Né libero libertà,
né il fr. libre liberti, hanno schietta forma popolare. La li-
bertas romana è stata per qualche tempo dimenticata dai po-
poli neolatini.
Allotropi: Consonanti continue, J impiic. 343
Gentilitia-, da gentilis: gentilezza nobiltà di sentire e
di operare, cortesia; e gentilizia gentiligia nobiltà di sangue.
Granditia-, da grandis : grandezza astratto di grande; e
grandigia alterigia.
Iramunditia: immondezza il contrario di pulizia e mon-
dezza; e immondizia sudiciume.
Justitia: giustizia la virtù morale per la quale si dà a
ciascuno il suo; e giustezza esattezza, convenienza.
Pigritia: pigrizia, eh' è nel non volere; e pigrezza, eh' è
nella naturai crassezza, Tomm. 3438.
Tristitia: tristizia malvagità, cosa da tristo; tristezza
melanconia, e sta con triste.
Salvitia-, da salvus: salvezza; e salvigia franchigia, asilo.
Novitius: novizzo sost. il fidanzato; e novizio, sost, e agg.,
propriamente chi è nuovo in qualunque esercizio, e in ispecie
chi da poco è entrato in convento. - Similmente si distinguono
novizza e novizia.
Servitium: servizio lo stato in cui si serve all'altrui au-
torità 0 volontà; e servigio atto con cui si serve all'altrui
desiderio o bisogno, Tomm. 5004. — Da un servitiale-: ser-
vigiale servitore, ora propriamente la conversa del chiostro; e
serviziale in ant. servente, ed ora clistere.
Bibitio: hevizione bevimento; e l'are, bevigione bevanda.
Ratio: ragione; e razione, voce ripresa dai puristi come
francesismo, e che s' usa nel linguaggio militare per 'porzione'. —
A un rationare- risalgono razionare raziocinare, e ragio-
nare discorrere ragionatamente.
Statio: stazione, are. stazzone, fermati va, abitazione; e
stagione, Diez less. P 396. — Similmente: stazionare , e sta-
gionare.
Traditio: tradizione trasmissione, leggenda; e are. tradi-
gione tradimento.
Varnitione-, dall' anglosass. varnian (Diez less. P 230):
guarnizione fornitura; e guarnigione presidio.
Martius: marzo, il mese; e marzio agg. di Marte.
Minutia: minuzia cosa di nulla; e minugia budello e corda
di budello, Diez less. IP 47.
Palatium: palazzo; e palagio, voce più ristretta di signi-
ficato, e riserbata ora ai poeti, Tomm. 1727.
344 Canello,
Pretiura: prezzo; e pregio. Le due voci si scambiarono
in antico; ma ora veramente prezzo è il valore mercantile
computato in denaro, e pregio il valore intrinseco o ideale
d'un oggetto, Tomm. 5108. — Analogamente si differenziano le
coppie allotropiche: prezzare pregiare, disprezzare dispre-
giare ecc.
Spatium: spazio; e spazzo pavimento, suolo.
Vitium: vizio; e vezzo, Diez less. P 447. — Da vitiosus:
vizioso; e vezzoso.
48. TTi (ttj = ctj) in zz ce, o zi. I due primi sono esiti popolari, il se-
condo è proprio delle voci letterarie. Ne abbiamo quattro casi d'allotropia.
Directio: direzione; e dirizzone (raasc.) andata quasi cieca
e irrefrenabile*.
Factio: fazione: e are. fazzone modo di fare e di conte-
nersi, sembianza, cfr. Diez less. IP 298.
Punctio: punzione pungiraento, compunzione; e punzone
(masc.) forte pugno, e una spranga d'acciajo che serve a im-
prontare le monete e i caratteri**.
* Di certo, dirizzone, fatta solo qualche riserva circa il secondo i, con-
sta della stessa materia che è in direzione. Ma non vorrei aflfermare che si
tratti della stessa parola. Il genere diverso è, in questo caso, una diflScoltà
tutt' altro che lieve (cfr. la nota che segue). Il secondo i ci riporta poi al
tipo diritto ecc. (cfr. p. 319), e ritorna nelle voci che hanno per base di-
rect-ia-re ecc., quali sono i lomb. drizz drizza^ o Vìi. in-dirizzare ecc.
Credo perciò, che un "^dirizzo o dirizza drizza, che è come dire il suo in-
granditivo dirizzone, stia a dirizzare drizzare così a un di presso come
indirizzo indrizzo a indirizzare indrizzare. G. I. A.
** Anche il Diez (less. P 335, s. punzar) riconduce punzone, sp. punzon,
fr. -poingon, a punctio, dicendo che se ne sia avuto un mascolino mercè
r^applicazione concreta', e confrontando il caso di tosone tonsio. Se l'e-
strema sobrietà, congiunta a una modestia estrema, non avesse fatto al Mae-
stro come una regola di citar sé medesimo quanto meno poteva, egli qui ci
avrebbe primamente rimandati alla sua grammatica (IP 345), nella quale,
del resto, manca appunto V esemplare che promuove questa nota. Ma in tutta
codesta materia c'è, se io vedo bene, qualche bisogno di nuove cure. E per
incominciare da un'obiezione un po' indiretta, dirò imprima che non vedo
alcun altro esempio di un fera. lat. in -io -ionis, il quale diventi maschile
in tutti gli idiomi neolatini che lo ripercuotano. La dizione, non molto felice,
che il Diez adopera in un luogo, parlando dei continuatori di titio (IP 19),
Allòtropi: Consonanti continue, J implic. 345
Suctiare-, da ''suctio (Riv. di fil. rom. I 274 e cfr. Flech.
ha fatto credere a qualcheduno che questa voce offrisse un altro esempio di
comune alterazione del genere; ma il Diez non può mai aver dimenticato
che titio é maschile anche in latino (cfr. ib. 344-5, Arch. II 436). Quanto
poi all'insegnamento, che il processo ideologico, per il quale la significazione
astratta si riduca o raffermi alla concreta, possa insieme importare che il
genere passi di feminile in maschile, egli è, senza dubbio, degno del Mae-
stro; ma non persuaderà, mi pare, se non in quanto si veda che il concreto
si faccia individuale o personale. Così, è naturale e perspicuo l'avvenimento
ideologico pel quale tonsio 'tosatura' venga a dire 'roba tosata', 'quel che
si ricava tosando ciascun agnello' {la toison; l'it, tosone e lo sp. tuson non
so del resto quanto validi esempj essi comunque siano); e per questa via
si poteva anche venire all'equazione 'tante tosature' = 'tanti agnelli' (tosa-
tura = agnello). Così, e anzi più chiaro, è il caso di prehensio 'cattura',
'presa', che venga a dire 'roba catturata', 'persona catturata'; e s'abbia,
per es., dieci prigioni decem prehensiones per 'dieci prigionieri', onde
poi (sempre ajutando anche l'ambiguità esteriore della desinenza ambige-
nere -one -on) il prigione, ant. frc. (Littré) le prison. Ma questo, e qual-
che altro esempio congenere, non ci mostrano punto il perchè punctio 'pun-
tura' dovesse diventare piuttosto la 'cosa che pugne' che non la 'cosa che
è punta', né, in ispecie, il perchè ne dovesse uscire un mascolino comune
alle diverse favelle romanze, che vuol dire un antico mascolino. Fra gli
esemplari in cui si combini il doppio fenomeno dell'astratto in concreto e
del feminile in maschile, pone il Diez anche ^oison potio; ma questo esem-
plare, proprio al solo francese com'è soupgon suspicio, ci offre una de-
viazione affatto moderna (ant. frc. la poison, la soupegon), da attribuirsi
perciò a mera spinta analogica (cfr. flacon ecc.), dove in ispecie sarebbe da
ricordare la deviazione frc. di oignon m. un io (dato sempre che unio, in
quanto è 'cipolla', fosse veramente feminile fra i Latini), sull'analogia di
champignon ecc. La serie d' esempj che si può rappresentare coli' it. stazzo
m. statio (cfr. Arch. II 436), ha dal canto suo, e occorre appena avvertirlo,
un motivo di 'degenerazione' affatto peculiare e d'un' indole affatto estrin-
seca; il quale sta nella esterna coincidenza di codesta breve serie di figure no-
minativali colla serie infinita dei mascolini in -o. Non abbiamo dunque nes-
sun'analogia, la quale davvero ci conforti ad ammettere che punctio
punctione ci desse codesto 'punctione' mascolino, che è franco-italo-ispano.
Al qual masc. 'punctione' ora più specialmente rifacendomi, noterò imprima,
che l'italiano non è punto limitato, come dal Diez parrebbe, ai verbi dimi-
nutivi punzecchiare punzellare, ma ha egli pure lo schietto ponzare = pun-
ct-ia-re. Or da questo comune e perciò antico punct-ia-re può corretta-
346 Canello,
IV 374): suzzare asciugare imbevendo un corpo asciutto; e suc-
ciare ritrarre l'umore da un altro corpo, ed ha molti sensi
traslati; Tomm. 4615.
49. DI (dj) in g^ ii j', o intatto. L' esito J, entro T ambito toscano, paro
abbia luogo soltanto in protonica'. Ne abbiamo sette gruppi di allòtropi.
Diurnus: diurno agg. e sost.; e giorno. — Da diurnale-:
diurnale agg. ; e giornale agg. e sost,
Medius: medio; e mezzo.- Da medianus: mediaìio 3i<;g.;
e mezzano -a agg. e sost.- Da mediato-: mediato agg.; e
mezzado mezza, voce veneta per studio d'avvocato o commer-
ciante, mezzanino.- Per gli allòtropi di medie tas, v. il n. 26.
M eri d lare: meriggiare, e meriare porsi all'ombra o dor-
mente ricavarsi un mascolino pu net ione, cosi come dallo schietto pun-
ctare es-punctare, piuttosto che direttamente da puncta, si può ricavare
Tit. s-puntone (sp. ecc. esponton); cfr. piagnone spione ecc., e per altre
formazioni congeneri, comuni e perciò antiche, moltone (montone), bastone,
ed altri. G. I. A.
* DJ proton. in j tose, si ha in Friano {Frediano), metà meitd [medie-
tate-), meriare fmeridiare), e ajutare aitare (adjutare). — Degli esempj che
si citano per la postonica, nessuno è ben certo. Gioja (gaudia) ci viene di
Francia, v. Diez less. P 216*; noja (in-odia) parrebbe anch'esso francese,
quando si pensi alla sua relazione antitetica con gioja; bajo (badius), l'are.
rajo (radius), vio [video) e simili, ci sono venuti in parte di Francia e in
parte del mezzodì d'Italia, dove il DJ si può risolvere anche in J, v. Asc.
II 140 147 e cfr. gavju (gaudium) nelle Cì'on. sicil., Bologna 1865, p. 55;
merio, che il Fanf. dà nel Voc. it , sarà un esempio illusorio, cfr. mério nel
Voc. d. pr. tose., e l'analogo méria.
* La derivazione del \irov.joia, 'gaudio' e 'giojello', da gaudia paro a noi
men sicura che comunemente non si creda. Di fronte a joia i\ prov.
non ha un jauja e meno ancora un gauja, mentre pur ha gang jaxizir,
in cui a vicenda si mostra Yau e il g-\-a intatto. Si dirà adunque che
joja sia dal ir.joie, goie (S. Alex.), il quale e per il significato e per
la forma ben risponde a gaudia ì Ma il fr.joic non dice 'giojelio', come
pur dice il pr.joia; né par probabile che la voce prov. svolgesse indi-
pendentemente questo secondo significato, che nel fr. spetta a joiel-s
(h. \. jocalis). Tutto ci porta a credere, che il prov. joja 'giqjello', e
probabilmente anche in quanto dice 'gaudio', altro non sia che il lat.
joca, col e in j come in lojar da locare. Per l'evoluzione ideologica,
notiamo da un lato, che un \)VOv. joja 'giojello', ricondotto a joca,
risponde esattamente al fr. jojel-s da jocalis; e dall'altro lato ricor-
diamo, che il prov. joia joi-s 'gaudio' significa veramente il gaudio
del gioco amoroso, e che l'antica nostra frase 'stare in gioco e in
riso' vai quanto 'stare in gioja e in riso'.
Allòtropi: Consonanti continue, J iiuplic. 347
mire sul mezzodì, il primo più frequente degli uomini, il se-
condo degli animali. Meglio dei due verbi si distinguono, an-
che per il significato, due coppie di sostantivi che se ne sono
ricavate: da meriggiare, meriggio e meriggia in quanto dicono
'ombra', 'rezzo', Muogo da passarvi il mezzodì, {meriggio -a -e
'mezzogiorno' sono da meridies); e da merlare: mério 'luogo
dove si riduce il bestiame a merlare' (Fanf.), e maria 'ombra
d'un albero', 'aria fresca della notte', mérie nel fior, 'luoghi
ameni, deliziosi ed aereati'. — Da meridianus: meridiano -a
agg. e sost. 'circolo massimo terrestre', 'orologio solare'; e me-
riggiano agg., meriggiana anche sost. il mezzodì.
Odia (neutro pi.): uggia odio, avversione, cfr. Diez less. IP
77; e probabilmente sen. marem. uzza 'frescura che sul far
del giorno e della sera si sente con impressione dolorosa nella
pianura della Maremma' (Fanf. Voc. u. tose). — Da odiosus:
odioso, e uggioso.
Radius: radio un osso del braccio; raggio emanazione lu-
minosa; e razzo una parte della ruota, girandola.
Stadium: stadio; e staggio, Asc. I 52-3 n.
Stiidium: studio; e sloggio carezza, lusinga. Di qui molto
probabilmente anche astuccio, are. stuccio, attraverso il prov.
estug 0 il fr. étui estuy. Il Diez, less. P 38, obbietta che lo
sp. estuche e l' it. astuccio non s' accordino, per la forma, con
studi um; ma la difficoltà sarà tolta ammettendo che la voce
sia sorta in Francia e di là sia passata poi in Spagna e in
Italia. L'are, sp. estui rivela ancor meglio la sua provenienza.
La fonte immediata del nostro astuccio sarà il prov. estug, col
-g proferito -e,
uO. -ATico -ATiCA in -aggio -aggia [-agio -a), o intatto. L'esito -àggio -ùggia
fu già benissimo spiegato da -àtjo -ddjo (Asc. I 78 n.), col e intaccato ed
estruso nello sdrucciolo dall'i che lo precede. È -agio in poche voci venuteci
di Francia; -atico nelle voci letterarie. E ne abbiamo sette casi di allotropia.
Li n gnatico-, da lingua: linguatico linguacciuto; e lin-
guaggio.
Obsidatico- (cfr. Diez P 297): stàtico persona data in pe-
gno; e ostaggio staggio pegno, con senso più generale.
Silvaticus: sa/t^a^fco contrario di domestico, propriamente
degli animali; selvatico, delle piante; e selvaggio, eh' è anche
sost., ToM.M. 4508.
348 CaDello,
Stallatico-, da stalla: stallatico \QÌa.mB; e stallaggio quel
che si paga per l'alloggio delle bestie, e stallo.
Viaticum: viatico il sacramento che si porta ai malati;
e viaggio T'iter' dei Latini, quasi che il 'viaticum', cioè le prov-
viste per viaggiare, fosse la cosa più importante per chi nei bassi
tempi si metteva in via.
Vii 1 a ti cu s: villatico agg. ; e villaggio.
Volaticus: volatico volubile, volatile; volagio, dal fr. vo~
lage, volubile; e il sost. volatica empetigine.
51. CI CE (cj) in ce zz zi, o intatti. I due primi sono gli esiti popolari,
il terzo è nelle voci semidotte; intatto resta il nesso nelle voci letterarie.
Ne abbiamo sei gruppi d'all(jtropi.
Coriacea-, da corium: coriacea agg. (manca a molti dizio-
narj); e corazza specie di usbergo, che in origine sarà stato
dì cuojo.
H erba ce a: erbacea agg.; ed erbaccia mala erba.
Setaceo-, da séta : setaceo agg., che ha apparenza e qua-
lità di seta; e setaccio staccio vaglio fine, quasi un tessuto di
setole 0 seta.
Socius: socio; sòzìo sòcio, ma con accezione quasi sempre
burlesca; e sóccio accomàndita di bestiame a metà guadagno,
e chi piglia il bestiame in accomandita, eh' è il significato pri-
mitivo; cfr. Arch. IV 340.
Speci es: specie qualità; e spezie aromi, droghe. — Da spe-
cialis: speciale particolare; e speziale che come agg. vai quanto
'speciale', e come sost., chi vende spezie, il farmacista.
Terraceo-, da terra: terr accio terreno smosso, nel Pataffio
il mezzule della botte; e terrazzo.- Da terracea-: terr accia
pegg. di terra; e terrazza.
52. Gì (gj) in gj zz, o intatto. Ne abbiamo due gruppi d'allòtropi.
Gregio-, cfr. e-grègius: grezzo grossolano, e si dice anche
degli uomini; e greggio non lavorato, solo delle cose mate-
riali. A una base materialmente identica risale anche il sost.
greggia, are. greggio, armento. L'è per e da un e lat. sarà
dovuto al suono palatile che segue, Arch. Ili 72 n; in grezzo
all'analogia di greggio. Diversamente spiega i due aggettivi
il Caix St. d' etira. 29.
Allòtropi: Consonanti continue, L. 349
Regia: regia agg.: e reggia sost. la 'doraus regia'.
53. L in r, o intatto. Tre casi di allotropia.
Collocare: collocare porre a luogo; e coricare corcare
porre disteso. Dalla stessa base, attrav. il fr. coucher (- co l'c are),
pare sia cucciare, cucciarsi {cuccia), se pure non è uno scor-
cio di ac-covacciarsi.
Dactylus: dattilo; e dattero, Diez less. P 150.
Qalìb arab. 'fontana', 'pozzo', qàlab 'forma', 'stampo' (Diez
less. P 100): calibro il vano delle canne delle armi da fuoco;
e caribo are, misura, e specie di danza o canzone da ballo
(Purg. XXXI, 132). Ma queste etimologie dieziane non pajono
ben sicure.
Ululare: ululare urlar lungamente e con interruzioni; e
urlare gridar forte e incomposto.
54. L nella terza del proparossitono in w, o intatto. Ne abbiamo due casi
d'allotropia.
Gerula: gerla; e gema 'cesta, oppure vettura. Caporali'
(ap. Fanf.).
Modulus: modulo modello, forma; mòdano módeno módine
certo modello di cui si servono gli artefici nei loro lavori. —
Notevole è in modine la vocal finale, dovuta forse a una base
plurale, moduli, passata a funzioni di singolare, cfr. il n. 122.-
Di qui anche molo'^. V. Arch. IV 360 n [ma, in questa ipotesi,
dovrebbe esser voce venutaci di Francia].
55. ALT ALP OLT in a"lt a"lp o"lt, indi ot, op, ot ut, o intatti. Ne abbiamo
tre gruppi di allòtropi.
Maltha: malta cemento, melma; e mota {da. ìnauta) fango,
cfr. DiEZ less. P 282.
Talpa: talpa; e topa are, la femina del topo (Fanf.).
Volvitare- voltare-: voltare rivolgere; buttare gettare,
cfr. per l'evoluzione ideologica il ven. butar butarsc, eh' è pro-
priamente l'incurvarsi e inarcarsi delle assi e delle travi ; e dot-
tare percuotere, dar botte, cfr. il ven. bota 'colpo' e 'volta '(fiata).
Diversamente spiega buttare buttare il Diez, less. P 78.- Data
l'identità etimologica di codesti verbi*, resulterebbero allotropici
* Ancora ben problematica, che s'intende. A.
Archivio gloUol. ital.. III.
3o0 Canello,
i seguenti gruppi di sostantivi, che ne sono estratti : volto muro
in arco, botto, e butto; volta fiata, volto, botta, e l'are, otta
'volta', 'ora', specialmente nel composto talotta talvolta. Il si-
gnificato di 'ora' potè svolgersi in otta come nel ven. boto, che
dice appunto 'ora', mentre bota è 'fiata'. — Secondo un'ipotesi
del DiEZ (less. IP 80-1), a voltare- risalirebbe anche vuotare
votare; ma il Fleciiia, con maggiore probabilità, deduce questo
verbo da un vocitare- per vacitare- (IV 370-71).
56. -ELLUS in p, od elio. La prima evoluzione ha luogo in parole venuteci
dal francese; secondo le norme fonetiche del quale, -ellus passa in -el-s -iel-s
■ial-s -ea"l-s -eau-s, ora proferito q. Ne abbiamo tre casi d'allotropia.
B urei lo-, da burrus byrrus (Diez less. V 94): burello spe-
cie di panno detto così dal colore scuro, cfr. burella 'caverna'
in Dante, Inf. xxxiv, 98; e burò, dal fr. bureau burel-s, che
significò dapprima un panno grosso e scuro, poi lo scrittoio
dei pubblici offici coperto di bureau, e infine un pubblico of-
ficio 0 agenzia. Buró 'officio' diventa sempre più raro tra noi;
ma prosperamente vive il suo composto burocrazia.
Mantellum: ìnantello; e manto, fr. manteau, veste as-
settata e lunga per donne. Ha esempj del Fagiuoli e del Ma-
galotti, ed è voce sempre viva, per sopravveste ricca ed am-
pia (Fanf. Voc. u. tose).
Rot un dello-, da rotundus (cfr. il n. 105): ritondello agg.;
e rondò (rondeau) aria musicale in cui di tratto in tratto si
ripete un dato motivo. Il fr. rondeau rondels è una poesia a
ritornello, musicata o no. I nostri compositori ne limitarono il
significato ad 'aria che accompagna il rondeau', e con questo
nuovo significato restituirono rondò al francese, v. Littré dict.
s. rondeau.
57. LL in Ij {Il spagn.), o intatto, cfr. il n. 9. Un caso d'allotropia.
Olla: pignatta, latinismo o lombardismo; e oglia, nella frase
ogiia podrida, specie di vivanda farcita, sp. olla podrida.
58. CL TL in chj Ij, o intatto. Si ha chj a formola iniziale, o interna pre-
ceduta da consonante {chiamare, inchinare); cchj o Ij da cl tl interno, pre-
ceduto da vocale; intatto resta il ci. nelle voci letterarie. Cul e tml pas-
sano popolarm. in cl tl e vengono poi trattati come cl tl originarj; men-
tre nelle voci letterarie, o si mantengono, o danno col tol (speculare, capi-
Allòtropi: Consonanti continue, L impl. 351
tolo ecc.). Da questi esiti diversi di cl tl dipendono trentadue gruppi d'al-
lòtropi. Noi faremo la rassegna prima di quelli la cui base classica dà CL tl,
poi degli altri, più numerosi, la cui base classica dà cul t«l. — Di un'al-
tra speciale evoluzione di cuh tml ci riserbiamo di toccare nel numero se-
guente.
Clausura: clausura, dei conventi; chiusura l'atto del chiu-
dere, e il luogo chiuso.
Inclinare: inclinare essere propenso; inchinare fare un
inchino, e abbassare. — Analogamente: declinare, e dichinare.
Nucleus: nucleo; e nocchio la parte dell'albero indurita
per la pullulazione de' rami, osserello ecc. Per la metatesi del
j, nocchio, secondo il Caix, St. d'et. 27, diede gnocco [njocco).
Reclamare: reclamare far lamento, richiamarsi; e richia-
mare chiamar di nuovo. - Di qui : reclamo lagnanza ; e richiamo
il richiamare, e l'uccello che si tiene in gabbia perchè can-
tando richiami gli altri. — Da clamare: chiamare; e cla-
mare gridare, crudo latinismo.
Scloppus stloppus: schioppo; e scoppio (da scoplo-). —
Da sciupare che è nella Lex sai.: schioppare , e scoppiare,
Djez less. IP 64. - Scoppio e schioppo furono sinonimi in antico ;
ora scoppio è l'atto e il rumore dello scoppiare; schioppo hW
fucile, propriamente quello da caccia. Scoppiare e schioppare
sono rimasti invece sinonimi, mentre una differenza di signifi-
cato, analoga a quella tra scoppio e schioppo, s'è svolta nei
diminutivi scoppiettata scoppiettio, colpo di scoppietto, e schiop-
pettata colpo di fucile.
A cu cu la-, da acus (Diez less. P 11) : agucchia ferro da cal-
ze; gucchia palo di ferro appuntito; agocchia infilacappio, e in
antico anche ago; aguglia ago, in ispecie quello della calamita,
e obelisco; e guglia obelisco, punta, vetta di monte, cfr. Tomm.
1268.
Articulus: articolo; e artiglio unghione.— Da articu-
lare: articolare; e artigliare.
Auricula: auricule, term. anat., le orecchiette del cuore;
e orecchia, are. oreglia, T'auris' latina.- Analogamente: orec-
chiare accostarsi per ascoltare, e origliare star di nascosto a
sentire gli altrui segreti; orecchiante chi canta ad orecchio,
e origlianfe chi origlia.
Baculus: baculo bacolo bastone, e una specie di misura;
e bacchio la pertica da abbacchiare,
352 Canello,
Capitulura: capitolo; e capecchio 'materia grossa e liscosa
che si trae dalla prima pettinatura del lino avanti alla stoppa;
detta capecchio perchè si leva dai due capi del lino, cioè barbe
e cime', Tomm. 222.
Carbunculus: carbuncolo carhoncolo specie di pietra pre-
ziosa; e carbonchio la pietra preziosa e anche una malattia
do' bovini.
Circulus: circolo figura geometrica, adunanza solenne; e
cerchio stromento di forma circolare. — Da circulare: cir-
colare andare in giro ; e cerchiare munire di cerchi.
Clavicula: clavicola osso del petto che sostiene la spalla;
caviglia un osso della gamba; e cavicchia lo stesso che 'ca-
vicchio', piuolo, cfr. DiEZ less. I'' 120.
Cuniculus: cunicolo cava sotterranea, e l'animale; e co-
niglio l'animale.
Fistulare: fìstolare suonar la fìstola; e fischiare fistiare
mandar fischi. — Da fistula; fistula stromento musicale, e
fistola malattia; fistolo malattia, malanno, e fischio fistio si-
bilo. Ma quest'ultima coppia non dà una rigorosa allotropia,
fischio venendo da fischiare, e fistolo da fistula, con genere
mutato.
Jaculum: jàcolo dardo; e giàcchio rete pescatoria, il 'rete
jaculum' dei Latini. I lessicografi non sono ben certi se jacu-
lum sia sost. o agg., v. Forcell.
Inoculare: inoculare annestare, ed ha sensi traslati; e
inocchiare annestare gli alberi ad occhio. — Da oculatus:
oculato attento, avveduto; e occhiato pieno d'occhi. Simil-
mente: oculata agg.; e occhiata sost. l'atto del guardare, e li-
vidore agli occhi.
Lenticula: lenticola specie di crostaceo; lenticchia 1' 'er-
vum lens' e una specie di moneta; e lentiglia lentiggine.
Macula: macula macola piccolissima macchia, specialmente
morale; macchia tacca, tratto di bosco; e maglia punto o tes-
suto a calza, senso che spettava anche al lat. macula. — Da
maculare: macolare, ^macchiare, e magliare.
Manicula: manecchia il manico dell'aratro; maniglia il
manico della sega, manetta; e maniglia smaniglia vezzo ai
polsi, Arch. IV 163.
Allòtropi: Consonanti continue, L impl. 353
Masculus: mascolo masculo agg., e sost. 'stantuffo' e 'una
parte del petriere'; e maschio mastio agg. e sost.
Mentula: mentula pene, pinco marino; e minchia pene,
pesciolino detto anche cazzo di re, e 'minchione' nella frase
'fare la minchia fredda'.- Alla stessa base, con genere mutato,
risalirà anche il fior, ménchero (da menomo- mencio-) min-
chione.
Miraculum: miracolo; e are. miraglio specchio, che pro-
babilmente ricalca il prov. miralh-s.
Misculare: mescolare, meschiare, mischiare, mistiare,
quasi sinonimi. Si distinguono invece, anche per il significato,
i nomi che si estraggono da questi verbi : méscola mestolo e
cazzuola da muratore; mischia mistia combattimento corpo a
corpo, quistione ardente; e mischia vino con mele infuso
'mulsum'.
Pari cu lo-, da par (Diez less. P 306): are. pareglio agg. si-
mile; e parecchio molto, alquanto. A un paricula-, piuttosto
che a parìlis parìlia, risalirà anche pariglia coppia di ca-
valli simili, contraccambio; — e apparigliare pareggiare, met-
tere in coppia, sarebbe quindi un allotropo di apparecchiare,
are. apiiaregliare, preparare; cfr., per l'evoluzione ideologica:
combinare 'accoppiare' e quindi 'accomodare'.
Ranunculus: ranunculo ranuncolo il 'ranunculus'; e ra-
nocchio la 'rana* o 'ranula'. Ma la mancanza del n fa sospet-
tare in ranocchio una nuova derivazione da rana.
Speculum: speculo specolo stromento per osservare l'in-
terno del corpo animale ; specchio', e are. speglio, che manca d'al-
cuni sensi traslati di 'specchio'. — Da speculari: speculare
specolare fare speculazioni filosofiche, economiche ed astrono-
miche; e specchiare {specchiarsi).
Spiraculum: smiracolo spiraculo; e s2nraglio ])icco\a. aper-
tura per la quale venga aria e luce.
Torculum: tòrcalo ; e torchio, che dice anche grosso cero,
torcia.
Vasculum: vascolo piccol vase; e fiasco (da vlasco- va-
scio-) vaso grande e panciuto, Diez less. P 178.
Ventriculus ventricolo lo stomaco degli animali in ge-
nere; e ventricchio ventriglio il ventricolo carnoso dei vo-
latili.
354 Canello,
Vetulus: vecchio agg. e sost., che ha molti anni; & veglio
sost. uomo venerando per età.
59. XML cuL, anche in //. Questo esito ha luogo, a formula preceduta da
vocale, in alcuni esemplari speciali. Non ò facile determinare le fasi inter-
medie. Per T«L si può supporre un dui d'I, onde poi II, come in strillare
da stridulare-. Per cìjl è lecito supporre un primo scadimento a r/ul (ana-
logo a quello di tùl in dìil), onde poi ff'l, che potè dare II attraverso d'I*.
Abbiamo tre basi con xml, e due con cììl, dalle quali derivano forme allo-
tropiche. Una terza base con cul troveremo al n. 87.
Spathula: spatola; e spalla. Un intermedio spad'la è qui
suggerito dal soprasilvano spadlas Arch. I 58, dal prtg. espa-
doa e anche dallo sp. espalda che sta per *espadla. Dalla stessa
base, attraverso l'a, a. ted. sj)dlo spuolo, è spola, v. Asc. III. 29 n.
Rotulus: rotolo ruotolo 'volumen'; rocchio tronco cilin-
drico, pezzo di salsiccia; e rullo cilindro pesante, birillo. Dalla
stessa base, attraverso il fr. ròte, è ruolo rolo elenco de' soldati,
elenco in genere, voce che apparisce tra noi solo nel sec. XVII.
Rollo, che ha esempj già della fine del sec. XVI (v. Viani, Diz.
d.pret. francesismi, s. ruolo), benché, rispetto alla fonetica, nul-
r abbia di specificamente francese, ci si mostra venuto di Fran-
cia, per il suo significato identico a quello di ruolo. — Da ro-
tula: rotula la rotella del ginocchio; e rulla tmWo, e fandonia,
cfr. 'balla'. — Da cura-rotulus: crocchio adunanza, circolo; e
crullo grosso cilindro, Caix St. d'et. 52.
Ad-titulare-: attitolare intitolare; e attillare acconciare,
vestire con cura, Diez less. P 38.
Spiculura: spiculo punta della saetta, crudo latinismo del
Sannazzaro; spigolo il canto vivo dei solidi; spiccldo una delle
particelle che compongono il bulbo della cipolla e simili ; e
spillo ago con capocchia, zipolo, cfr. fr. épingle , che ha la
stessa base, come chiaramente ha mostrato 1' Ascoli, IV 141.
Il Diez, less. P 394, s'atteneva a spintila, con g epentetico.
* Confesso di non vedere alcun bisogno delle ipotesi fonologiche alle quali il
nostro autore qui è ricorso. Avutosi modernamente l'ettlissi deirM(v. p. 288n), s'è
riparato alla diflScoltà delle due consonanti che s'urtavano insieme {t-l), assimi-
lando, come di solito, la prima alla seconda (cfr , nel lat. ste£so,viUa - vic-la,ecc.,
ed anche latum - tlatuni^ ecc.). 11 caso di spat\ii,\la in spalla non è punto diverso
da quello di marit[i\ma in maremma; cfr. Diez I' 300. G. I. A.
Allòtropi: Coaconanti continue, L impl. 355
Jocularis: giocolare giocoliere; e giullare chi nel medio
evo andava intorno per le piazze e per le corti facendo giuochi
e recitando versi, Diez less. P 213.- Come si spiega l'anomala
riduzione à\ jocularis a giullare, e insieme quella di spicu-
lum a spillo^ Noi crediamo di vederci l'effetto d'una elabo-
razione dovuta in parte ai letterati, in parte al volgo. Spiai-
lum sarebbe stato rimesso in corso come latinismo tecnico, e
come termine d' arte sarebbe entrato jocularis nella parlata
popolare: si confronti il prov, joglar-s (e non jolliar-s, come
vorrebbe l'analogia di ahelha miralh ecc ), e il fr. jongleur
(joculaiore-) in perfetta concordia con épingle.- Un caso, del
tutto simile, di elaborazione mista, è nel fr. aveugle, pie. aveule
avugle, vb, aveugler, da ah-oculare- 'disocchiare', termine che
il popolo francese imparava dai barbari suoi giudici criminali
del medio evo, ed elaborava poi come voce propria, senza tuttavia
trasformarla al modo che avea trasformato oculus, divenuto
oeil.
60. GL in gghj Ij^ o intatto; Ij solo a formola interna, preceduta da vo-
cale. Gi<L nelle voci popolari si riduce a g'I, e divide quindi le sorti del gl
originario; nelle voci letterarie dà invece gol o resta intatto. Ne abbiamo
otto gruppi di allotropi.
Gleba: gleba zolla, suolo; e ghiova, are. ghieva chiova
(ToMM. Diz. it.), zolla. L'o per e in ghiova chiova par dovuto
alla labiale che segue. Il chj- per ghj si dovrà poi all'analo-
gia dei numerosi esemplari con chj-, di fronte ai rari con ghj-/^
* Il Canello s'attiene, circa ghiova, all'opinione del Diez, less. IF 35, il
quale però avvertiva che questo sarebbe il solo esempio di o da e tonica. Si
tratta, per giunta, di un' e?, cioè d'un' e volgente ad i; e di tal voce, per la
quale non si vede, nò si può imaginare, che l'o si determinasse iu una o più
d'una forma collaterale, la quale avesse avuto Ve disaccentata e tanto pre-
valesse da imporre l'o anche a quella forma in cui l'è portava l'accento.
Del rimanente, non è bastato l'o di dovére dovete doveva dovessi dovrò ecc.,
perchò italianamente si dicesse dóvo dóvi. È dunque affatto inammissibile che
ghiova sia gleba, quando non si voglia ancora procedere con un raziocinio
come questo: 'l'avvenimento manca d'ogni prova, e gli manca insieme ogni
probabilità; quindi ò provato'. Se poi la fonologia deve assolutamente respin-
gere l'equazione /jr /i toua = gleba, mi par che sia facile vedere quale altra
parola latina qui si immischii. Dev'essere globus, la cui riduzione popolare
era correttamente ghiovo (e anche era facile la serie morfologica: il ghiova.
356 Canello,
Glossa: glossa glosa spiegazione d'una parola in un libro
antico; e chiosa breve interpretazione d'un passo. Chiosa àìcQ
anche 'macchia', e il 'piombo col quale si saldano le rotture
delle pentole'. Il primo significato potrebbe essersi svolto da
glosa in quanto dicesse quasi sgorbio o scrittura marginale, e
quindi macchia d'un libro; ma il secondo accenna apertamente
ad un clausa chiusa, stagnatura. E l' influenza di chiQsa = claiisa
spiega il chj per ghj.
Cingulum: cingolo la cintura del sacerdote parato per ce-
lebrare; e cinghio circuito, cerchio.
Mugulare: mugulare mugolare, propriamente del cane;
mugghiare, propriam. del leone, ed è un urlare per furore e
dolore; e mugliare, delle vacche.
Singularis: singolare agg. ; e cinghiale cinghiare cignale
(Flech. Il 22) il porco selvatico, che vive solitario, Diez less.
P 127-8. Ma il fr. sanglier ricorda la possibilità che la base
di cinghiale ecc. sia singulario-. A singularis risale di certo
il prov. senglar.
Tegula: tegola tegolo, voce che l'uso volgatissimo farebbe
credere, ma a torto, di formazione popolare ' ; e teglia tegghia
vaso di rame ad uso di cucina.
Ungula: ungula ungola membrana sottile che talvolta si
stende sopra la tunica dell'occhio ; ed unghia ugna tanto V 'un-
guis' quanto P'ungula' dei Latini.
Vigilare: vigilare invigilare, stare attenti; e vegliare
vegghiare vigilare, star desti.- Veggiare, per vegliare, se-
te ghiova, la ghiova, cfr. il frutto, le frutta, la frutta). La 'zolla' è 'massa',
e 'massa' è 'materia conglobata'. Nelle lingue germaniche, klot {hlosz) riu-
nisce i significati di 'zolla' e 'palla', e sempre ancora l'alto ted. klosz dice
'gleba' e insieme 'gnocco' (cfr. Adelung e Grimm, s. klosz). L'alto ted. klotz, che
è un esito diverso della base medesima, si traduce, nel diz. di Grimm, per trun-
cus, massa, globiis, gleba. E l'alto ted. klump hlumpen,ch.e dice 'massa' ecc.,
e dà l'aggett. klumpig gleboso, zolloso, dà insieme il diminutivo hlumpchen,
che dice 'gnocchotto' (latinamente globidus), 'grumo' 'grumolo', 'zolletta'.
Anche nel gr, /5w).o; stanno insieme la 'gleba' e la 'massa conglobata'.
G. L A.
^ D'origine non popol. è pure il fr. tiiile, anticamente teule, quasi da te-
gula proferito tegula (cfr. p. 295). E si tratterà anche qui, come per spillo^
d'un latinismo tecnico.
Allòtropi: Consouanti continue, L irapl. 357
condo la fonetica dell'Italia superiore, scrisse l'Ariosto (Or-
lando Fur. X, 19, ed. 1532).
CI. PL in p; ppj pr bl br chj, o intatto. Si ha pj a formula iniziale, o
interna preceduta da consonante; ppj a formula interna preceduta da vocale,
pr bl br in alcune voci semidotte, venuteci in parte di Spagna; chj in voci
venuteci, o dai nostri dialetti meridionali, o dal genov., o dallo spagnuolo;
intatta resta la formula nelle voci letterarie. Pml postonico si riduce popo-
larmente a PL e vien trattato poi come il pl originario; nelle voci letterarie
è ptd pol\ in un esemplare venutoci di Provenza, boi. Da questi esiti diversi
di PL PML, dipendono dieci gruppi d'allòtropi.
Platea: platea {de. per l'accento il n. 113); spiazza.- Ana-
logamente: plateale agg.; e piazzale sost.
Plebs: plebe; e pieve parrocchia che ha sotto di sé parec-
chi Tillaggi.
Plico- da plicare: plico pacchetto propriamente di lettere;
e piego pacchetto di lettere e d'altri fogli, Tomm. 3489.— Da
plica-: are. plica 'tavoletta incerata in cui scriveasi la spesa
giornaliera' (Fanf.); e piega.- Tra gli allòtropi delle basi com-
poste con plicare, notiamo: complicare e compiegare; are.
displicare e dispiegare; implicare e impiegare; implicato e
impiegato; replicare e rinnegare; supplicare e soppiegare.
Plorare: plorare lamentarsi; e piulare lamentarsi ingiu-
stamente (Fanf. Voc. u. tose).
Compiere: complire complimentare, soddisfare, dallo sp.
ciimplir; compire finire; e compiere, che s'usa per lo più al
traslato: 'compiere un dovere', 'compire un lavoro'.- Ma que-
sti tre allòtropi non sono esatti, essendo la divariazione di ra-
gione analogica e non fonetica: complire e compire furono at-
tratti dall'analogia dei verbi in -ire; compiere da quella dei
verbi in -ere. — Da complementum: complemento, compli-
mento (sp. cumplimiento), e compimento. — Da compiè ta: com-
pleta agg., compieta sost., e compita prtc, con deviazione anche
morfologica. — Da supplere: supplire farle veci; e sopprire
sopperire (cfr. n. 116) bastare, provvedere.
Duplus: duplo sost.; e doppio sost. e agg. — Da dupla:
doppia agg., e sost. una moneta d'oro; e dohla dohbra, dallo
sp. dobla, la moneta. — Similmente: doppietto, e dobletto dob-
bretto una specie di tela, dallo sp. doblete; doppione, e doblonc
una moneta, dallo sp. dobìon.
358 Canello,
Plato- (DiEZ less. P 317-8) : 'piatto agg. e sost. ; e chiatto agg.
piatto, basso, e si dice propriamente di barche, cfr. sp. prt. chata,
gen. cattu, Arch. II 124, lucch. ciatto 'spianato' 'schiacciato', sic.
chiattn (agg.) 'piatto', nap. chiatte 'che ha molta carne', Asc.
St. cr. I 31. Chiatto pare importato in Toscana, insieme con chiat-
ta 'barca piatta' a cui subito arriviamo. Ma di dove è venuto?
La fonetica indica indifferentemente Spagna, Napoli, Palermo,
Genova; ma se badiamo al ciaHo lucchese, potremmo scorgervi
un accenno abbastanza aperto alla Liguria, vale a dire al paese
che già vedemmo aver dato alla lingua marinaresca d'Italia an-
che galea e saettia (p. 301), e cfr. i nn. 64 e 87. — Da piata-:
piatta term. milit. la massa o fondo di cassa de' reggimenti ,
probabilmente dallo sp. piata 'argentum'; piatta agg., e sost.
'barca di fondo piano che serve per trasporti'; e chiatta agg. più
ristretto di significato che non 'piatta', e sost. 'barca a fondo
piatto', sp. chata. Secondo il Caix, St. d'et. 173, dalla stessa
base sarebbe anche zatta zàtt-era 'piattaforma di tavole galeg-
giante'. Lo eh sp. o frane, [chatte), o il e gen., vi sarebbe rap-
presentato da un lato con chj, dall'altro con z, come in ciain-
dra zarahra dal pr. chambra, fr. chambre.
Plantare: piantare, e chiantare (Varchi)^ in 'chiantarla
a uno' accoccarla, cfr. are. acchiantare 'allignare', usato da
Fra Jacopone. - Da pianta: pianta; e cianta nella frase 'scarpe
a cianta', equivalente all'altra 'scarpe a pianta', e anche as-
solutamente per 'scarpa messa a ciabatta', pist. ciantella 'cal-
zare da casa' (Fanf. Voc. u. tose).
Placitum: plàcito sentenza, e beneplacito; piato (Asc. I
81-2 n) lite, discussione litigiosa; e chiàito lite, intrigo, voce
meridionale, cfr. nap. chiajete, e chiaci 'piaci' in Giulio d'Al-
camo.
Copula: còpula -ola; e coppia pajo. La stessa base ha
l'are, cobola cobbola gobola, che probabilmente ricalcano il prov.
^ Il sen. chiantare rimbrottare è invece da clamitare; e da ex-clam, è
il luccli. schiantare lamentare. E schiantare 'scoppiare' sarà esso da man-
dare col DiEZ, less. P 370, insieme con schiattare, fr. éclater, o piuttosto non
scenderà anch'esso da ex-clamitare? L'evoluzione ideologica vi sarebbe si-
mile a quella di crepare, sp. quebrar, da crepare far rumore, lamentarsi,
cfr. DiEZ less. V 114.
Allòtropi: Consonanti continue, L impl. 359
cabla, voce semi-letteraria, come joglar-s giullare n. 59.- Di
qui anche il montai, guhbia 'coppia di muli', Caix St. d'et. 114,
e cfr. ven. cubia pariglia di cavalli, oltre il sic. cucchia, sem-
pre con Vu-Ò, Asc. II 146.
02. FL- in fi- bj- fì\ 0 intatto. Ne abbiamo quattro gruppi di allòtropi.
Flatus: flato il 'flatus ventris'; e ftato alito, antic. anche
puzzo. — Da un flautare- per flatu-are- deriva il Diez, less.
r 182, attraverso l'a. iv./la-uter /laute, l'it. flàuto-, e da flau-
tare- flauto- direttamente fiutare fiuto. E questa spiegazione
è confortata dal fatto che fiuto dice tanto 'odorato' quanto 'flauto'
(ToMM. Diz. it.). L'Ascoli, St. cr. II 184 n, deriva invece /zt^tor^
fiuto da un flavitare- frequent. di flavare-, che andrebbe col
calabr. hhiavuru = flavòr- odore, ecc.
Flebilis: flebile', e fievole, are. fievile, Diez less. P 179.
Fluctus: flutto forte andata; fiotto il flusso e riflusso ma-
rino, e il suo rumore; e (rotto (Pataffio) folla, frotta. — Da un
flucta-: frotta fiotta folla, quasi ondata di gente; e flotta ar-
mata di mare, attrav. il fr. flotte, cfr. Diez less. P 182.
Flocculus: fioccolo piccolo fiocco di neve; e bioccolo fiocco
di lana, Diez less. IP 12.
Fluxus agg. : flusso agg. passaggero, caduco; e floscio (con
fl integro per evitare il doppio io) snervato, morbido. Dalla
stessa base è probabilmente anche bioscio malandato; bioscia
sost. materia sciolta, fluida, Caix St. di etim. QQ; e fiosso 'la
parte inferiore del calcagno del piede' e la parte più stretta
della scarpa vicino al calcagno', quasi la parte manchevole
del piede e della scarpa, che i Trevigiani dicono il falso del
piede e della scarpa.
63. BuL in bj -bbj- (da bl-) boi, o intatto. Ne abbiamo quattro gruppi di
allòtropi.
Ambulare: ambulare camminare; e ambiare 1' andare dei
cavalli a un certo passo. Dai due verbi i sostantivi allòtropi :
ambulo nella frase 'pigliar l' ambulo' andarsene; e àmbio.
Fibula: fibula l'osso più sottile della gamba, una fibbia
antica; e fibbia fermaglio d'osso o di metallo.
Nebula: nebula nebulosità, macchia; e nebbia nuvola vi-
cina a terra. — Da nebulosa agg.: nebulosa agg., e sost.
(term. astron.); e nebbiosa agg.
360 Canello,
Stabulare; stabulare fare stabbio, porre le bestie nello
stabbio; e stabbiare che, come intrans., dice 'sgravarsi il ven-
tre (delle bestie)', e, come trans , 'concimare', e 'ingrassare un
terreno, tenendovi fermo quasi in stalla il bestiame'.
Tribù lare: tributare soffrire e far soffrire; tribolare far
soffrire; e trebbiare tribbiare battere il grano per separare
i chicchi dalla paglia.
C4. R ia d (per dissim.) o estruso, o intatto. Due gruppi di allòtropi.
Prora: prora prua la parte anteriore della nave; e loroda
il luogo d' approdo, e per estensione sponda, orlo. Il Diez, less.
F 334, creJe solo possibile l'identità di proda 'riva d'approdo'
con prora; e ritiene che proda 'orlo' 'sponda' rappresenti l'a.
a. ted. proth prort prora ed orlo; ma veramente non vediamo
la necessità, né ideologica, né fonetica, di cercare per proda
un etimo germanico. — Notevole é la forma prua, col r estruso,
0 per ragioni eufoniche come vuole il Diez (1. e), o forse con-
sentaneamente alle leggi di quel dialetto in cui la parola s'è
svolta, per poi passare negli altri. Questo dialetto potrebb' es-
sere il genovese; e prua avere le stesse ragioni di galea
(p. 301). Il fr. prone appare soltanto nel sec. XV.*
Rarus: raro, che si riferisce al pregio, 'uomo raro' 'bestia
rara'; e rado, che si riferisce al tempo e allo spazio, 'pettine
rado', V. Tomm. 4180.
C5. R in ^ w, 0 intatto. Ne abbianao cinque gruppi di allòtropi.
Aridus: àrido; e àlido arido, tiglioso, senza denari.- Analo-
gamente : aridire alidire; aridezza alidezza; aridore e alidore.
Cancer (-cri -ceri s): cancro uno dei segni dello zodiaco,
e specie di malattia; canchero malattia, e persona o cosa
molto uggiosa; e granchio (da c[r]anclo- per c[r]ancro-, cfr.
Diez less. P 220) animale crostaceo, errore madornale. Dalla
stessa base é molto probabilmente anche gànghero 'mastiet-
tatura in metallo', che il Diez, less. IP 33, riaccosta col Me-
nagi© a un sinonimo y.xyycù.oq esichiano. — Dal nom. cancer
sarà, come sembra voler dire anche il Diez, less. P 220, gran-
* prua avrebbe doppio il suggello genovese: « = », e -r- fognato, Arch. II
117 122; e pur gli esempj del Vocabolario italiano non risalgono più in .su
del sec. XV. ' G. I. A.
Allòtropi : Consonanti continue, R. 361
ciò strumento uncinato, per similitudine col granchio; e in-
sieme gaìicio uncino per lo più di metallo, voce, della quale
il DiEZ, less. P 200, vedeva la connessione con Io sp. gancio
e col fr. ganse [gance, v. Littré), senza poi poterne dare una
spiegazione che lo sodisfacesse. Il eh nello sp. gaucho è come
in chinche = e i m i e e.
Mara-scale germ. (Diez less. P 26-1) : marescalco mari-
scalco chi governa e ferra i cavalli; e maniscalco manescalco
maliscalco, che per i nostri antichi dissero anche 'chi coman-
dava un esercito e propriamente la cavalleria'. Dalla stessa base,
attrav. il fr. maréchal, è maresciallo.
Peregrinus: peregrino agg. insolito, squisito; q pellegri-
no agg. e sost. chi va pellegrinando; loellegrina specie d'abito.
Varicare: varcare passare; e valicare passare alti monti. -
Dai due verbi: varco, e vàlico. Da valico- vai' co- potreb-
b' essere anche il tose, bacco il salto che si fa per passare un
rigagnolo, e il sasso che serve a varcare, cfr. Caix St. d'et. 65.
CO. RS in s s, 0 intatto. Ne abbiamo due gruppi di allòtropi.
Morsus: morso; e muso, Diez less. P 286. — Similmente
i derivati: morsello bocconcello, e muse Ilo il labbro inferiore
dei cavalli; morsino, e musino; morsetto piccola morsa, e
musetto piccolo muso.
Reversus: riverso agg. gettato a terra, sost. manrovescio
disgrazia; e rovescio (are. riverscio rivescio) agg. supino, ri-
voltato, contrario, e sost. nelle frasi 'un rovescio di pioggia'
'un rovescio di bastonate' ecc. - Di qui i verbi : riversare ver-
sar di nuovo, versare, sbaragliare; e rovesciare riversciare
rivesciare ribaltare, mettere sossopra. — Da sub versus: sov-
verso partic, e sovescio soverscio scioverso sost. il seppelli-
mento delle biade per ingrassare il terreno. — Da un ex-ver-
sato: sversato vadAcvediio, e forse svesciato, cfr. svesciare quasi
'versare i segreti'; ma l'è di vescia 'fungo' 'flato' e di svesciare
{io svescio) rende più probabile l'etimo germanico con i (m. a.
ted. vist fìst) proposto dal Caix, St. d'et. 172.
67. V-, 0 -V-, in b, o intatto. Quattro gruppi di allòtropi.
Nervum: nervo, nervi, quelli del corpo animale; nerbo
quello da picchiare, al trasl. vigore.
362 Canello,
Servare: servare mantenere, salvare; e serbare tenere o
mettere in serbo. — Da roservare: riservarle far delle ri-
serve; e riserbare serbare.
Vians: viante viaggiatore; e biante vagabondo, Diez less.
IP 11.
Votum: voto promessa religiosa; e boto imagine, statua e
propriamente quella messa per voto, nel fior, e sen. persona
melensa, scimunita, che sta lì quasi a modo di statua. Diver-
samente spiega boto 'stupido' il Caix, St. d'etim. 85-6.
08. V-, 0 -V-, in f, o intatta. Tre gruppi di allòtropi.
Skiuhan gerra. foggiatosi romanamente in skivan (Diez
less. P 372) : schivare evitare; e schifare evitare, aver a schifo. -
Similmente: schivo agg, riguardoso; e schifo schifoso, sost. fa-
stidio.
Via: via strada; e fia, nella frase 'due fia quattro otto' e sim.,
fiata, volta, Diez less. P 443 ; ma cfr. Caix St. d'et. 21 segg.
Volata-: volata il volare; e folata 'buffo' di vento, 'volo'
di uccelli, cfr. Diez less. IP 30, il quale crede che il f per v sia
dovuto a influenza di folla. Altrimenti spiega questa voce il Caix,
St. d'et. 24. I nostri antichi scrissero 'di boléa' per di volo, di
colpo, dove boléa ricalca il fr. volée volo, cfr. il n. 2.
69. V- in gu g, o intatto. Tre gruppi di allòtropi.
Vagina: vagina il canale uretrale della femina, o fodero;
guaina fodero, e propriamente quello della spada. — Da un
vaginella-: guainella piccola guaina, carrubo; e vainiglia va-
niglia, attrav. lo sp. vainilla, cfr. Diez less. P 138, e i nn. 9 e 57.
Vagire: vagire, dei bambini; e guaire, dei cani percossi.
Vulpes: volioe, l'animale; e golpe malattìa del grano, che
lo rende color di volpe, robigìne.
70. V tra vocali estruso, o intatto. Tre casi di allotropia.
Aestìvus: estivo, dì estate; e stio aggiunto d'una specie di
lino, Diez less. IP 71.
Cursiva-, da cursus : corsiva agg.; e corsia agg. corrente,
e si dice solo di acque, sost. la corrente dell' acque de' fiumi, e
uno spazio sgombero sulle navi per passare da prora a poppa ecc.
L'essere corsia anche agg. mostra che abbiamo qui una base
cursfiva e non già curs + la. »
Allòtropi: Consonanti continue, V W ecc. 363
^ativus: nativo oriundo, originale, quasi sempre di per-
sone; e natio ingenuo (fr. naif), naturale, e si dice anche delle
cose, ToMM. 3007.
71. w- germ. in gu {gh) o h (»). Ne abbiamo tre gruppi dì allòtropi.
Wifì'a guiffa longob, 'segno per limitare la proprietà', che,
secondo il Diez, less. IP 3, sta insieme coli' a. a. ted. loifan tes-
sere: biffa pertica che si pianta per segnale, o per fare i ri-
lievi dei fondi; e gueffa matassina, cfr. guaffìle arcolajo e ag-
gueffare, Djez 1. e. Di qui anche il lucch. giffa 'segno che cir-
coscrive una proprietà', sebbene gi da loi- sia affatto anormale,
cfr. Caix St. d'et. 47.
AVinde ted. 'guindolo' e 'argano', a. a. ted. '?om(?cm 'voltare'
(DiEZ less. P 209): guindolo {guindo in Varchi, La Suocera,
atto IJ, se. 5) mulinello; e bindolo molinello, imbroglione. An-
che ghingheri nella frase 'essere in ghingheri' essere abbi-
gliato con molto studio, e ghinghero ornamento, sembrano al-
lòtropi dello stesso tema, v. Caix St. d'et. 112. — Direttamente
da winde è pure la binda de' carrozzieri, menive gliinda 'l'atto
del ghindare' è ricavato dal verbo.
72. F- dileguato, o intatto. Il dileguo ha luogo in una voce venutaci dallo
spagnuolo.
Faci en da, da facere: faccenda affare, briga; e azienda,
sp. hacienda, amministrazione.
73. SPH- continuato per sp e sf. Un caso di allotropia.
Sphaera: sfera corpo o figura rotonda; e spera sfera,
specchio, imagine resa dallo specchio, diamante lavorato a
sfera ecc.; Nel Trevigiano, spere sono le piccole vetrate ovali
0 rotonde che s'usavano in antico e tuttora s'usano in cam-
pagna*, sperin la vetrata.
74. -SPH- in sf st s. Un caso di allotropia.
Blasphemare: blasfemare biastemare offendere a parole
cose 0 idee sacre; e biasimare biasmare, are. blasmare, rim-
proverare, disapprovare, in origine 'dir male'.- La forma in-
* Sarebbe irregolare IV di codesto spere, tanto più che i Veneti hanno,'col-
Vià normale: spiera impannata, spiera del sole, spierar e guardar in spiera
sperare (cioè: opporre al lume ecc.). G. I. A.
364 Caiiello,
termedia fra blasfetnare e biasimare sarà biast'mare.- Da
biasmare si viene poi a biasimarle, come da /.p'^cry.a a cresima,
e simili,
75. -s- in z {(j\ o intatto. Un gruppo d'allòtropi.
Vasello-, da vas: vasello vaso, piccolo vaso, antic. anche
vascello; e vagello caldaja, caldaja grande per uso de' tintori,
un colore, anticamente anche vasello, arnia. Ad onta del fr. vais-
seau 'vaso' e 'vascello' e di vaisselle 'vasellame', noi crediamo
si debbano tener distinti vasello vagello da vascello bastimento
da guerra, che rappresenta il bassol. vascellum, dim. di va-
sculum. — Da un v asellar io-: vasellai o -aro -ier e il fabbrica-
tore di vasi; e vagellajo -aro tintor di vagello, e anche 'va-
sellaio'.
7G. s interno dinanzi a consonante si è dileguato in voci venuteci dal
francese; è rimasto, invece, intatto nelle corrispondenti di stampo italiano.
Tre casi d'allotropia.
Bosc- + itto: boschetto piccolo bosco; e bucché bocche msizzo
di fiori, quasi un boschetto, dal fr. bouquet, anticam. bousquet,
DiEz less. P 78.
D is-t al ear e: distagliare intersecare, dividere ; e dettagliare
particolareggiare, dal fr. détailler, antic. des-tailler.
Stik + itta-: stecchetta piccola stecca; ed etichetta ceremo-
niale, cartellino con su qualche indicazione scritta, dal fr. éti-
quette estiquette stecchetta, segno, indicazione precisa, v. Diez
less. IP 297 e Littré dict. s. étiquette.
Raspare- (Diez less. P 343): raspare; e rapare in quanto
significa 'ridurre in polvere', ricalco del fr. rdper, antic. rasper.
77. s finale cade normalmente nell'ital., si conserva invece in alcune voci
venuteci dal francese. Un caso d'allotropia.
Corpus + itto: corpetto una specie di farsetto da portare
sopra la camicia; e corsetto busto, camiciuola da notte, corsa-
letto, dal fr. corset, derivato per et^ìiio da cors' = corpus.
— Dal fr. corselet è corsaletto 'il corpo della corazza'.
Molto curiosa è una confusione che i nostri rafFazzonatari di cose pro-
venzali e francesi nel sec. XIII e XIV hanno fatto tra il fr. cors 'corpus'
e il prov. cor-s nom. sing. di cor 'cuore'. Nel Novellino (v. p. e. nov. 16 e
Allòtropi: Consonanti continue, S ecc. 365
78. NS in n^, o intatto. Un caso d'allotropìa.
Mansues: manso agg. mansueto; e manzo giovine torello
ancora mansueto o reso tale colla evirazione. Il Diez, less. I'
263, spiega queste e le corrispondenti voci romanze, quali scorci
di mansuetus.
79. RS in rz, o intatto. Una coppia d'allòtropi.
Ex-carpso- (Diez less. P 369): scarso manchevole; e scarzo
sottile di persona, lesto, leggiadro.
80. Bs in s, 0 ss. Un caso d'allotropia.
Absolvere: assolvere, are. asciogliere, liberare; e asciol-
vere, anche sost., far colazione, quasi sciogliere il digiuno, Diez
less. IP 5.
81. X in s s, 0 ss. Solo il primo esito pare certamente popolare fiorentino.
Cinque gruppi d'allòtropi.
Ex amen: esame prova, eh' è da examen in quanto diceva
'linguetta della bilancia' quasi 'indizio del peso e valore'; e scia-
me, are. esciame, la frotta delle api.
Exemplum: esempio, are. assembro assemplo assempio
esempro essempio con notevole oscillazione di forma, che ri-
vela la non piena popolarità della parola; e scempio punizione
esemplare, strage.
Ex hai are: esalare; asolare alitare, pigliare il fresco; e
scialare fare vita splendida, sfoggiare, in origine 'buttarsi
fuori', cfr. Diez less. IP 64.
Fixus: fìsso fermo, stabile; e fìso intento cogli occhi.- Da
fi X are: fissare fermare, rendere stabile; e fisare guardare at-
tentamente.
Relaxare: rilassare; e rilasciare.
82. z greco in g, o intatto. Un caso d'allotropia.
Z al OS US : zeloso pieno di zelo; e geloso pieno di gelosia.
19, ed. Sonzogno), più d'una volta cuore traduce un fr. cors; e nell'Ugone
d'Alvernia franco-veneto è detto:
Si li vien la contessa dal cuor avinant
(Bibl. sem. patav., ms. 32, f.» 37 r.).
Che più? L'antica confusione si perpetua in giustacuore, ch'ò ìì justaucorps^
cioè justau-corps, de' Francesi.
Archivio gloftol. ital., HI. 25
36(5 Caaelio,
83. NS in ò', 0 intatto. Cinque gruppi di allòtropi.
Ansula: ansula anello da fermar le cortine; anso^a anello
a cui s'attacca il battaglio delle campane; ed asola occhiello.
A scensa: ascensa sost. la festa dell'Assunzione; e ascesa prtc,
e sost. salita. Ma a5C(?nsa potrebb' essere anche da ascensi o.
Dispensa-, cfr. disiiensare : disjpensa stanza da tenervi le
cose da mangiare, distribuzione, parte d'un' opera che si viene
stampando, dispendio, ecc.; e dispesa spesa.
Incensus: incenso 'thus', voce ecclesiastica; e mces^o acceso,
e sost. cauterio. Incenso 'thus' risale veramente diincensum; né
ciò toglie l'esattezza dell'allotropia, v. p. 309 s. panarium.
Pensare: pensare; e pesare. Pensare è voce di formazione
letteraria ( v. G. Paris, Mém. d. 1. soc. d. ling., 1, 161 ), ma per
tempissimo entrata nell'uso popolare. Lo stesso si dica del fr.
penser allato al quale sta panser curare. Meglio assimilato, ma
non del tutto popolare, è il prov. pessar, e lo sp. pensar (pienso
piensan). I volghi neolatini hanno espresso dapprima l'idea di
'pensare' con cogitare (it. coitare, sp. pg. pr. cuidar, a. fr. cuì-
dier, DiEz less. P 132) e con sommare (fr. songer e soigner^).
Pensare 'cogitare' è parola probabilmente uscita dei conventi.
84. M in V (sul modo dell'evoluzione, v. Asc. St. crit. II 266), o intatto. Un
sol gruppo di allòtropi.
Numerus: numero; e novero 'il numero fatto, calcolato',
ToMM. 3100. — Da numerare: numerare; e noverare.
85. M- in n, 0 intatto. Un caso d'allotropia.
Mytilus: mitilo un genere di molluschi; e nicchio conchi-
lia, guscio, nicchia, cappello da preti, natura della femmina.
86. um (mn) in nn m, o intatto. L'Ascoli, IV 400, a proposito di tarma
da tdrmina tarm'na, sostiene l'italianità dell'evoluzione mn in m, e cita
in appoggio lama da lamina. Ma l'esempio non ci pare sicuro, e in tarma
sarà da tener conto della speciale posizione. Abbiamo due gruppi d'allòtropi
in cui la base ha MtN, e un altro in cui si viene a m?n da din.
^ L'etimo somnium sommare, proposto dal Ducange per il fr. soin soi-
gner, ci pare ben accettabile, quantunque abbia contro di so l'autorità del
Diez (less. P 387). Sommare disse prima 'sognare' e 'pensare' in songer, e
passò a significar 'curare' in soigner, con evoluzione identica a quella di
panser da penser. L'a. fr. resoigner, dice 'temere' quasi 'darsi pensiero', e
essoigner 'scusarsi', quasi 'cavarsi d'un pensiero'.
Allòtropi: Cousouauti continue, M. N. 367
Domina: donna; e dama nobil donna, e nome di un gioco,
a Firenze la donna o ragazza colla quale si fa all'amore, dal
fr, dame. — Tra i derivati e i composti di donna e dama
ricordiamo le seguenti coppie: donnina e damina; donnuccia
e damiiccia; donzella e damigella; madonna monna mona
(cfr. p. 341 n) e madama; madonnina 'imagine della Madonna',
'fanciulla o donna di fattezze delicate e gentili', e madamina
'giovinetta che vuol far la signorina' o 'femminetta che con-
traffa donne d'alto affare', Tomm. 1526. — Da dominus: dò-
mino signore, padrone; dòmine dòmin che s'usa come escla-
mazione di meraviglia e rappresenterà probabilmente un voc.
domine; don proclitico, semplice titolo, venutoci di Spagna;
donno signore, usato da Dante come il nostro proclitico don (Inf.
XXII, 88: 'usa con esso donno Michel Zanche'); damo l'amante,
non direttamente dal fr. dame 'dominus', ma ricavato da da-
ma^; dominò maschera con cappuccio, gioco che si fa con ven-
tiquattro tessere con una faccia bianca e l'altra nera, dal fr.
domino, in origine un cappuccio nero che i preti usavano d' in-
verno portando il 'Signore' ai malati, v. Littré s. v. (il quale
tuttavia pare voglia tirar domino da dominicale). - Aggiun-
giamo una coppia di derivati: donzello eh' è ancor vivo in To-
scana per 'servo del magistrato comunale', e damigello. — Da
domi nari: dominare signoreggiare; e damare termine del
gioco della dama, [che però è manifestamente una derivazione
seriore].
Lamina: làmina term. scientifico; e lama lastra d'acciajo
ridotta tagliente, di spada, di coltello, di sega, cfr. Tomm.
2473-74. Lama appare nell'ital. solo nel cinquecento, mentre
lame è nel fr. fino dal sec. XIII; e perciò, e per il m da imi
normale nel francese, noi crediamo che la nostra voce sia ve-
nuta di Francia.
Consuetudine : consuetudine; e costume, attrav. l'a. fr.
costume (fem.)". Pure questa coppia d'allòtropi non è del tutto
' Mentre, infatti, dama è tra noi fioo dal sec. XIII, damo apparisce la
prima volta iu Lorenzo de' Medici (Fanf. Toc. u. tose. s. v.); uè il fr. dame
ha il valore del nostro damo.
- Il DiEZ, less. I' J43, credeva che il fr. coutume (ant. costume), sp. co-
stumbre ecc. fossero da un e onsuetumine- per consuetudine- con suffisso
368 Canello,
sicura, essendo possibile che la base del fr. coutume (fem.) sia
la stessa del prov. cosdumna, vale a dire consuetudina-*. -
mutato. Ma il Cobnu mostrerebbe {Romania 1878, p. 365-6) che da consuetu-
dine si venne per assimilazione a consuetitnine-, e di qui per dissimilazione a
consuetumine- consuetum'ne {costumne) onde poi regolarmente costume coutu-
rnc, e così in amertume enell'ant. suatumc s\ia\itudìne-. L'Havet (2vom. 1878,
p. 594) vorrebbe mettere invece, come fasi intermediarie, -ubine -ubne^ onde
poi -timne. A noi par più probabile la spiegazione del Cornu.*
1 [Vedi ora l'accompagnamento della nota che precede.]
* Senz'offesa di nessuno dei valentuomini il cui parere s'è ora sentito, mi
sia lecito dire, che le ipotesi, da loro imbandite o discusse, non solo
importano, per sé stesse, dei gravissimi e incredibili stenti, ma in-
sieme contravvengono, in singoiar modo, ai principj generali della
storia comparata degli idiomi neolatini. E senza pretendere di dar
qui sùbito una dimostrazione propriamente apodittica, mi permetterò
d'indicar sommariamente la via per la quale a me sembra che s'illustri
e confermi la divinazione del Maestro.
Il lai -■Udine si è sùbito dovuto sincopare nella Gallia, come ogni
altro sdrucciolo; e lo stesso avveniva assai facilmente nella Spagna
(cfr. nomne nomine, ecc., Arch. II 430). Così se n'ebbe -iidne^ che
naturalmente si riduceva a -unne (altrove mostro, perchè non mi
seduca l'ipotesi à'wii assimilazione imperfetta, che desse mn = dn,
come nel rumeno s'ha mn dirimpetto all'etimol. gn);- ed è tale evo-
luzione, che andrebbe senz'altro affermata, quando pur non s'avesse
alla mano alcun particolare argomento di prova. Ma oltre all'esserci,
pel mero fatto dell'assimilazione nw = DN, testimonianze addirittura
latino {annorzad + no, ecc.), c'è poi conservata tutt' intiera la storia
pel nostro esemplare medesimo. AU'ant. ital. gioventudine, per esem-
pio, si risponde fra' Ladini, secondo i varj dialetti, per goventidna
(= * -iùdna) , guventéna (= * -tinna -tùnnaX juventunna, cfr. Arch.
I 38-9, 113.
Ma il tipo che così si otteneva di sostantivi in -unne {-tunne), era
molto singolare e interamente isolato; e perciò doveva cedere, con
molta facilità, all'attrazione analogica del tipo in -umne, sorretto come
questo era dai tipi congeneri in -amne -imne, oltreché dai singoli
esemplari in -omne -omna ecc.; tanto piìi che l'applicazione dei lat.
-ììmen ecc. si veniva indefinitamente estendendo fra i Neolatini e
per significazioni che rasentavano quella di -t-udin o anzi si con-
fondevano con questa. Il processo, che qui si delinea, assume un'evi-
denza affatto particolare sul territorio spagnuolo, comunque ivi appunto
scarseggi l'applicazione seriore dell' -umen. La serie, a cui attri-
buiamo l'energia attrattiva, è quella in cui entrano lumen legumen,
e anche culmen, col tipo seriore *putridiimen (it. putridume) , e
insieme entrano aeramen vimen, coi tipi seriori *ossamen *ordi-
men\ onde in antica fase spagnuola: lumne cumne legumne podre-
dumne, alamne urdimne ecc. (v. Arch. II 430 segg), Il tipo man-
AlWtropi: Consonanti continue, M-N. 369
Notevole è poi che il nostro costume, col significato di 'abito o
decorazione proprj d'una data persona, tempo o luogo', signi-
ficato che gli spettava fino dal secolo XVI (v. P. Viami, Diz.
pr. frane, s. v.), entrasse, ossia rientrasse, come termine del-
l'arte pittorica nel francese (sec. XVIII), e vi diventasse co-
stume (masch.), pronunciato sulle prime costume (Littré).
sedurrne (mausue-tudne) livellandosi al tipo podredumne (putrid-umne),
ne veniva così un mansedumne; e poi davano entrambi l'esito mo-
derno che è normalmente in mansedumbre podredumbre. Ora, se nello
spagnuolo il processo appar cosi evidente, la verità del processo ha poi
nuova conferma dal fatto che lo spagnuolo sia appunto quel linguag-
gio che offre di gran lunga più numerosa la serie degli esempj di
-unne (-udne) in -umne (-umbre), e insieme in molto maggior copia
il tralignar di -umne ecc. al genere di -unne; v. Diez IP 341, Arch.
II 431-2.
Il provenzale e il francese non pajono, a prima vista, dar suffra-
gio a codesta dichiarazioue, e pajono anzi contrastarle. Si può obiet-
tare: 'Il m del frc. amertume ecc. provverrà, è ben vero, da un mn
'di fase anteriore (*ainartumna), com'è mostrato dai prov. cosdumna
^costuma e largamente consentito dalla fonetica francese; ma dove
'son poi le serie organiche, di Francia o di Provenza, nelle quali si
'vegga V-umne ecc. che avrebbe attratto V -unne di -t-unneì'' Or
qui imprima si risponde, che il tipo morfologico legum[i]ne vi-
-m[i]ne ecc., che si ritrova e in Ispagna e in Italia, non può esser
mancato alla Provenza e alla Francia, ma vi si ò poi reso indiscerni-
bile per la successione fonetica -mne -mme -m (cfr. l'artic. già ri-
petutam. cit. del II voi. dell'Arch., in ispecie a p. 433). Nella forma
analogica si sarebbe mantenuta una fase che nelle organiche più non
sogliamo vedere, per la ragione che in quella s'è unito, come fra'
Ladini, il mutarsi dell' -e lat. in -a, onde ottenere la espressione più
spiccata del genere (prov. -mna -ma - frc. -me), e perciò il mn ve-
niva ad averci una particolare e immancabile difesa (cfr. prov. au-
tomne autom\ ecc.). Del rimanente, basta egli V-a per mandar sen-
z'altro il prov. ordumna orduma fra gli esempj di -tudine come il
Diez propone, slaccandolo cosi affatto dallo spagn. urdimbre, che è
come dire *ord-i-mine ? Qui potremmo avere un mn organico pur nel
provenzale; e se proprio si tratta di *ordi-itcdine, bisognerebbe pur
sempre dire che l'influsso di -umen vi si senta almeno nella sincope:
or[di]dumna, ord-umna. Ma un altro caso di sincope mi par finalmente
divinato, con singolarissima felicità, dal Maestro, quando poneva, fra
gli esempj di -tudine, anche il prov. vilhuna, ant. fr. vieillune. È
questo un esemplare che tramezza assai bellamente fra -utnìte -urne
e unne (-udne), quasi in sé compendiando l'ital. vecchiume e il lad.
viìjadidna {=*-tudìia) vcljadina {^'^-tiìina -tilnna), vefjdùna, e
anche veljdùm (= vet'1-t-uraen) , Arch. I 39, Car. s. vegl. - Intorno
al fr. enclume, che anch'esso vale per -udne -ndna nell'analogia di
-umne, v. ancora la nota al num. 116. G, I. A.
370 Canello,
IV. Allotropi
DIPENDENTI DAGLI ESITI DIVERSI DELLE CONSONANTI ESPLOSIVE.
87. e in ^, 0 intatto. Ne abbiamo tredici gruppi di allòtropi.
Acro- {acer): acro pungente; ed agro agg., e sost. il sugo
de' limoni.
Acutus: acuto; e aguto acuto, e sost. chiodo.
Con flatus: conflato composto, messo assieme; e gonfiato.
Crassus: crasso grossolano, materiale; e grasso pingue,
la parte grassa de' corpi.- Identico con grassa agg. è gra-
scia grassa untume, sugna, e ora i comestibili in genere, con
s da ss come in prescia da pressa (vedine, per la ragion ge-
nerale, AsG. I 85, col molto opportuno riscontro del soprasilv.
an-gras). Il Caix, St. d'et. 28, s'affatica indarno a tirarlo dal-
l'a. fr. granché per grange (granea); mentre il Diez, less. Il'
37, pur accennando ad àyopaaLa 'incetta' come buon etimo di
grascia 'derrate', metteva sulla via del vero, ricordando la pos-
sibilità che grascia 'sugna' fosse dal fr. graisse. L'evoluzione
ideologica sarà stata da 'unto' a 'cibo condito' 'cibo'.
Dux: duce capo, capitano: e doge, are. dogio, capo della re-
pubblica a Venezia {doze) e a Genova. Dalla stessa base, ma
attraverso il basso greco Soj; (acc. SoO/.a) o Soòxa; 'capo mi-
litare d'una città o provincia', è duca, Diez, less. P 159. —
Da ducatus: ducato il territorio e la dignità d'un duca, e
una moneta; e dogato l'ufficio e dignità del doge.
Furcare-, da furca: frucare cercare tentando con bastone,
mestare; e frugare (Diez less. V 191) con molti più sensi tra-
slati.— Da furcata: forcata agg. forcuta, sost. forcatura
dell'uomo, colpo di forca, e quanto fieno o strame si può por-
tare sulla forca; frucata partic, e sost. colpo, percossa (Tomm.
Fanf.); e frugata particip., e sost. l'atto del 'frugare'. — Da
furculare- fruculare-: frucchiare 'metter le mani, per isma-
nia di darsi faccenda, in più diverse cose, o anche in una sola,
ma con gran moto, senza senno né gravità, e senza che le
cose nelle quali si raetton le mani ci appartengano gran fatto'
(Fanf. Voc. u. tose); frugolare andar frugando; e frullare
(con ci 0 gì in U, cfr. il n. 59) dimenare col frullino, e quindi
Allòtropi: Consonanti esplosive, C. 371
il romoreggiare di corpo che si muova rapidamente, 'frullare
uno' spingerlo violentemente ad operare, 'frullare' assolut., nel
senese, 'usare il coito' (Fani<\). — Da questi verbi si estrag-
gono i nomi: frugolo che frugola, e si dice per lo più dei bambini
che non possono star fermi; e frullo arnese da frullar la ciocco-
latta ecc. - Manca un frucchio da frucchiare, ma abbiamo friic-
cliino chi frucchia molto e volontieri, che è perfetto allòtropo
di frugolino bambino curioso e irrequieto, e di frullino.
Intricare: intricare rendere difficile; e intrigare imbro-
gliare, brogliare. - Analogamente si distinguono: intrico e in-
trigo', districare semplificare, chiarire, e distrigare sbrogliare
Lacuna: lacuna vuoto, mancanza specialmente ne' mano-
scritti; e laguna mar basso presso terra. Ma negli scrittori
le due forme si trovano usate scambievolmente.
Locus: luogo; e loco luogo, e anticamente anche avv. 'su-
bito' (cfr. lo sp. luegó).
Pacare: pacare acquietare; e pagare mettere in pace i cre-
ditori. Il senso originario di pagare meglio si sente in appagare.
Sacer: sacro agg.; sagro agg., e sost. una specie di fal-
cone e un pezzo di artiglieria, Diez less. P 363; e sagra agg.,
e sost. festa campagnuola di qualche santo. — Da sacratus
sacrato agg. prtc, e sost. cimitero; e sagrato, che significa anche
'bestemmia', 'non valere un sagrato' = non valer nulla, 'avere
i sagrati' = essere inquieto.
Secare: secare tagliare, latinismo; segare dividere colla
sega, tagliar colla falce, fendere l'onda, e tagliare, interse-
care; e sciare (are. assiare, siare, fr. scier) tagliar l'onda a
ritroso. Quest'ultima voce pare sia dovuta ai marinaj geno-
vesi; certo è per lo meno che fino dal sec. XII essa era co-
mune a Genova. Scrive infatti l'annalista genovese Oberto
(verso il 1172): jussit ut galea nostra, ut vulgo dicitur, retro-
sciaret (Murat. VI Ss. 304 h). - Da segarle siare i due nomi: sega
'serra', e scia solco che lascia la nave sull'onda. — Da rese-
care: resecare risecare risegare ricidere, rimuovere; e risi-
care mettere e mettersi a rischio (Diez less. I' 352)'.
' L'evoluzione del significato di risicare da quello di resecare è spiegata
dal Diez mediante lo sp. risco (scoglio) quasi 'rupe tagliata' a picco, e quindi
372 Canello,
Theca: teca custodia, astuccio: e tega baccello, resta (ToMìM.
Diz. it.).
88. co- iu qu e, o intatto. Due casi d'allotropia.
Coagulare: coagulare; e cagliare quagliare che propria-
mente si dicono solo del latte, Tomm. 4212.
Coactus: coatto costretto; e quatto ristretto in sé, acco-
colato, DiEz less. P 337.
89. c+a iniziale, o interno preceduto da cons., in e (s z), o intatto. L'e-
voluzione e ha luogo in voci venuteci di Francia; e ne abbiamo quattro gruppi
di allòtropi-
Camera: camera; e are. ciambra zambra che non ha po-
tuto svolgere i sensi traslati di camera.
Cancellare: cancellare cassare lo scritto con righe tra-
versali, incrociare p. es. le braccia o le gambe, barcollare; e
l'are, ci'ancc^^are barcollare, attrav. il fr. chanceler, Diez less.
I^ 107.
Canicula: canicula canicola nome d'una costellazione, la
stagione in cui il sole è in canicola; e ciniglia cordone vel-
lutato, attrav. il fr. chenille 'bruco vellutato come cagnetta',
e ciniglia, v. Littré, Hist. d. 1. lang. fr. P 63.
Marcare- (da marcus martello, cfr. marculus): marcare
contrassegnare, segnare quasi con un colpo; e marciare cam-
minare (de' soldati), andar via, attrav. il fr. marcher che disse
in origine 'batter col piede' e quindi il procedere rumoroso
de' soldati. Il Diez, che accetta (less. IP 370) questa etimolo-
gia di marcher, proposta dallo Scheler, ricorre poi per mar-
care, fr. marquer, al got. marka confine, m. a. ted. maro se-
'pericolo per le navi' e Spericolo' in generale. Più conveniente ci sembra
partire dal verbo resecare, che, come sciare, avrà dotto prima 'vogare a ri-
troso', poi 'vogare pericolosamente', 'mettersi a rischio'. - I nostri dizionarj
notano inoltre la frase: andare a scio, andare in rovina, perdersi interamente,
■■presa la figura da una armata, che andando alla impresa di Scio, isola del
Mediterraneo, vi si perde' (Fanf.). Ma noi non vediamo a quale impresa di
Scio possa alludere questa frase, come non vediamo a quale impresa sfor-
tunata possa alludere l'altra che il Tomm. (Diz. it.) vi raffronta: andare a
Patrasso. 'Andare a Patrasso', 'morire', sarà un andare 'ad patres' ravvi-
cinato al nome d'una città (cfr. andare a Legnago 'essere bastonato', marh-
dare in Piccar dia ecc.); e 'andare a Scio' sarà un 'andare a scio\ a ritroso
■vogando, e quindi mettersi a rischio di andare a picco, di naufragare.
Allòtropi: Consonanti esplosive, C. 373
gno ecc. (less. P 263). Ma la presenza dell' it. marchiare, che
risponde a marculare- , come marcare a marcare-, rende as-
sai improbabile l'etimo germanico. Tutt'al più si potrà con-
cedere che in marcare marquer sieno confluite due voci di
lingue diverse.
90. -tcare, attraverso i-are, può dare -care (are.) -éggiare, o rimanere in-
tatto, cfr. Asc. I 78. Ne abbiamo parecchie coppie di allòtropi sinonimi; tre
casi di allotropia vera e propria.
Albicare: a/&icare biancheggiare; q albeggiare farsi l'alba,
tendere al bianco.
Corticare-, da corte: corteggiare fare la corte, prestare
onori e servigi di cerimonie a un potente; e corteare far cor-
teo agli sposi. - Similmente si distinguono: corteggio l'atto e
la cerimonia e l'abito del corteggiare, le persone e le cose che
vi si adoprano; e corteo accompagnamento degli sposi, del
bambino che si porta a battesimo, e in antico 'solenne invito
a corte'. Corteare corteo sono forme arcaiche, sopravvissute
con accezioni speciali e ristrette. Ciò è provato anche dall' e
per e in corteo, cfr. il n. 12.
Dominio are- (da domina, n. 86): are. donneare vagheggiare,
vivere in ispasso tra le donne; donneggiare donneare, e si-
gnoreggiare; e dameggiare uccellare ad amori, andar a ritrovi
di donne per far pompa di sé.
91. CH + t 0 j od e, in e ce, o intatto. Quattro gruppi d'allòtropi.
Brachialis: brachiale agg. (term. anat.) di braccio; e brac-
ciale sost. armatura del braccio.
Chirurgicus: chirurgico agg.; e cerusico, are. cirugico
cirusico, chirurgo.
Machina: macchina; e macina macine (da machinae n.
pi.? V. il n, 122) la pietra che serve a tritare il grano (Diez less.
IP 43), la macchina per antonomasia. — Da machina ri: ma-
chinare; e macinare. Un'evoluzione ideologica nel senso inverso
ci presenta il lat. moliri 'macchinare' da mola 'macina'.
Scheda: scheda pezzetto di carta da notarvi indicazioni; e
sceda (sen.) 'mostra, saggio o di una pezza di panno o di un
abito 0 di altra simil cosa' (Fanf.), anche 'abbozzo', 'modello
in piccolo'. Sceda smorfia, scherzo, sarà forse cosa diversa.
374 Caaello,
02. SCH + i in s e e. Uu caso d'allotropia.
Scliisraa: scisma separazione religiosa; e cisma discordia
e malumore (Buonar, Fiera 3. 2. 11), anticam. quanto 'scisma'.
93. G iuteino, preceduto o seguito da e i può dileguarsi, ovvero restare*.
la un esemplare, che ci viene di Francia, è svanito anche nella formola
-agr,
Digitalis: digitale agg., e sost. pianta medicinale; e ditale
anello da cucire.
Fragilis: fragile facile a rompersi e a danneggiarsi mate-
rialmente e moralmente; e fidale, are. fraile, debole, che si usa
più spesso in senso morale, anche sost. 'salma' la parte fragile
e caduca dell'uomo. Nelle campagne toscane, frale si usa per
fragile, Tomm. 1321.
Magistralis: magistrale agg. eccellente, da maestro; mae-
strale agg., e sost. nome d'un vento, quasi il vento dominante
che spira fra tramontana e ponente.
Quadragesima: quadragesima agg. e sost.; e quaresima.
Regio: regione', e rione quartiere d'una città.
Alligare: alligare legare una cosa con un altra; allegare
alligare, citare a comprova, alleghire (de' denti); e alleare,
francesismo dell'uso (allearsi = s' allier), far lega politica e mi-
litare. - Analogamente da alligatus: alligato, allegato e al-
leato. - Inoltre: alleganza citazione, ed alleanza.
Legalis: legale di legge, secondo legge, e sost. 'uomo di
legge' ; e leale conscienzioso e schietto, quasi ligio alla buona
legge, - Analogamente: legalità e lealtà.
Regalis: regale agg. più solenne di 'reale'; e reale, an-
che sost. nome d'una moneta spagnuola, che è la ventesima parte
della piastra; al pi. i reali i membri d'una famiglia reale.
Niger: nero; e negro agg., e sost. moro d'Africa, nel quale
significato è dallo sp. negro.
Sìgnum: segno; e sino avv., Diez less. IP 67. La caduta del
g potè qui essere ajutata dalla proclisi, o, come vuole il Caix,
St. d'et. 197, dall'influenza del sinon. fino.
Sacramentum: sacramento sagramento; e are. saramento
* [Qui s'ha, come ognun vede, un'indicazione sommaria, e non un precetto
fonologico.'
Allòtropi: CoQSonaati esplosive, G, P. 375
giuramento, fc. serment, ant. serement sairement. - Similmente:
sacramentare sagr.; e saramentare giurare, obbligarsi, a. fr.
sermenter, ora assermenter.
94. Sorti afiatto speciali ha avuto il g di una base greca.
Sagma (Gày{/.a): soma 'carico quanto ne può portare una
bestia atta a tal uso', o 'ogni grave e non onorevole peso'; e
salma in antico lo stesso che 'soma', ora 'cadavere umano' e
una misura napoletana, cfr. Tomm. 2253-4. - Tanto salma quanto
soma presuppongono una fase intermedia sauma (cfr. prov. sau-
ma asina, a. a. ted. sau7n peso, Diez less. P 364), la quale alla
sua volta par venire da sag-u-ma con u epentetico come in au-
gumento da augmenium. Un'evoluzione simile abbiamo in un'al-
tra base greca, caàpaySo:, onde il nostro smeraldo, pr. esme-
rauda, iv.émeraude (fem.). Il Diez (less. F 385 364) ammette
senz'altro un passaggio di ^ in ^, e vi confronta Baldacco da
Bagdad.
95. G in e (per influenza analogica), o intatto. Un caso d'allotropia.
Mitigare: mitigare render mite; e miticare carezzare, cfr.,
per la forma, faticare da fatigare, ridotto anch'esso all'analo-
gia dei molti vb. derivati per -ic-,
96. P tra vocali in y, o intatto. Ne abbiamo sette gruppi di allòtropi.
Episcopato-, da episcopus: episcopato il complesso dei ve-
scovi, l'ufficio episcopale; e vescovato vescovado comunem. la
residenza del vescovo.
Pipa-, da pipare: pipa anticam. una specie di botte (fr.
pipe), ora un boccinolo con cannuccia per fumare; e piva can-
nuccia da suonare, Diez less. P 325.
Recuperare: recuperare ricuperare ntornsir e in possesso
di cose perdute, impegnate o tolte; e ricoverare ricovrare an-
ticamente quanto recuperare, ora, come neutro pass., rifuggirsi. -
Dai due verbi: recupero, e ricóvero.
Ripa: ripa 'proda o sponda che sia munita per arte con pian-
tagioni 0 difese', Tomm 2832; e riva.
Separare: separare dividere, staccare; e sceverare (più ra-
ram. scevrare sevrare) distinguere. Lo s- farebbe supporre una
base ex-sep., ma v. Asc. I 63n.
376 Canello,
Stipare: stipare circondar di stipa, condensare, chiudere,
rimondare i boschi dalla stipa; stivare mettere strettamente in-
sieme, 'stivare uno' assediarlo perchè faccia questa o quella cosa;
e stiare tenere in istia. — Abbiamo poi gli allotropi sostantivi:
stipa, che in quanto dice stoppia, arbusti minuti diseccati e af-
fastellati, sarà il lat. stipa, onde poi è venuto stipare, ma in
quanto significa 'porcile', quasi 'stia', sembra estratto da sti-
pare 'chiudere'; stiva il fondo della nave, dove si stivano le
mercanzie, da stivare', e stia chiusura per animali, gabbia gran-
de, da stiare. Diversamente spiega stia il Diez, less. W 71.
Supranus: soprano agg. superiore, sost. la voce più alta
della musica e chi canta con voce di s.; sovrano agg., e sost.
il re, e fu usato per soprano; e sovrana agg. e una moneta d'oro
austriaca.
97. P proto-germauico (corrispondente a un b greco-latino), mentre è p nel
gotico, nel nordico, nel dialetti basso-tedeschi e nell'inglese ecc., trova al-
l'incontro le legittime riduzioni pf ff f nei dialetti alto-tedeschi, e per con-
seguenza anche nella lingua letteraria nazionale della Germania. Ora, siccome
l'italiano ha attinto i suoi elementi germanici da dialetti diversi, o da fasi
storiche diverse d'uno stesso dialetto, si è dato il caso che la stessa base les-
sicale venisse accolta sotto la forma gotica o basso-tedesca con p proto-germ.
intatto, 0 sotto la forma alto-tedesca con f ff pf. Gli allòtropi, che per questa
guisa l'italiano è venuto a possedere, sarebbero a dire piuttosto tedeschi che
italiani, in quanto che il differenziamento fonetico era già avvenuto nel campo
germanico. Li notiamo tuttavia, seguendo l'esempio del Brachet e della si-
gnora MicHAELis. Ne abbiamo cinque grupppi importanti.
Rapen basso-ted. e ol., sved. rappa, alto-ted. raffen, bavar.
rampfen 'tirar a sé', 'afferrare' (Diez less. P 339 340 342 e
MussAF. Beitr. 65) : rapare tagliare i capelli fino alla cotenna,
probabilmente attraverso lo sp. rapar radere e rubare ^ ; arpare
rapire, Caix St. d'et. 72; '-rappare, forma che s'induce da. rap-
padore 'predone' e da. ar-rappare ; rampare arrampicarsi, ferir
colle rampe od unghioni; e raffare rapire, arrappare. — Ac-
canto a questi semplici, abbiamo i composti con ad: arrapare,
arrappare, arrampare e arraffare. — Da rampare raffare sono
i sost. rampa branca, e raffa rapina, nella frase 'fare a ruffa
raffà" e simili. Direttamente dal m. a. ted. e ol. rappe è invece
^ Nasce tuttavia il sospetto che lo sp. rapar 'radere' e il nostro rapare rap-
presentino il fr. ràper rasper (v. il n.76) in quanto dicesse quasi 'grattar via'.
Allòtropi: Consonanti esplosive, P germ. 377
rappa fenditura al pie del cavallo (Diez less. P 342). — Notiamo
infine che in riffo robusto (cfr. lorren. raffe aspro, Diez P 339),
in riffa violenza, daccanto al già notato raffa, e in ruffa che in più
frasi s'accompagna a raffa, sembrano riflesse tre forme germa-
niche d'un unico tema il cui a passi per T'ablaut' in i ed u. La
stessa base con vocale rinforzata abbiamo probabilmente nell'a.
a. ted. roub, i cui riflessi it. vedemmo al n. 24.
Tap basso-ted., a. nord, tappi, a. a. ted. zapho, m. a. ted.
zapfe, a. ted. mod. zapfen turacciolo (Diez less. P 409, IP 435
eFiCKvgl. wtb. IIP 117): tappo turacciolo; e z<2^o tappo grosso
di ferro o di legno. Dalla stessa base, che nel m. a. ted. è anche
zepfe, inclina il Diez, less. IP 82, a derivare zeppa 'piccolo cu-
neo di legno', e di là quindi, seguendo il Diez, noi vorremmo
ricavare zeppo sost. 'stecca con cui i battiloro rimendano i pezzi'
(Fanf.) ; mentre spiegheremmo l'agg. zeppo come uno scorcio di
zeppato, con base quindi diversa da quella di tappo^ ecc. — Dac-
canto agli allòtropi sostantivi fin'ora discorsi, stanno gli allo-
tropi verbali: tappare, zaffare, zeppare. — Aggiungiamo: tap-
pata agg. prtc; zeppata prtc; zaffata prtc, e sost. 'il colpo
che danno i liquidi sgorgando con forza', 'detto pungente', 'sbuf-
^ A questa stessa base tap, arricchita da m (cfr. fr. tampon daccanto a
tapon), vorremmo ricondurre anche tanfo puzzo per lo più di mucido, pro-
prio delle botti e delle piccole stanze, quasi odore di luogo 'tappato', osser-
vando che tanfata ha in comune con ^ra/fafa il significato di 'ondata di tanfo',
e non parrebbe quindi doversene etimologicamente staccare. Ora il Diez stesso
(less. 1' 409) riconnette zaffata con zaffo* e tappo; mentre invece (less. IF 74)
deriva tanfo dall'a. a. ted. tamf. Ad ogni modo tanfo, più tosto che diretta-
mente da ta-m-p ta-n-f, ne sarebbe venuto attraverso un vb. fanfare 'tap-
pare' 'chiudere', analogo al trev. s-tanfàr 'metter dell'acqua ne' vasi di legno
troppo asciutti affinchè le commessure si rinchiudano perfettamente', cfr. vnz.
tonfarse 'riempirsi di cibo'. Qualche difficoltà sembra opporrà alla nostra de-
rivazione l'aversi in tanfo la dentale basso-tedesca e gotica di fronte alla la-
biale alto-tedesca. Ma siffatte sconcordanze non sono rare, sia nel tedesco stesso
(cfr. a. ted. zappeln daccanto al b. ted. tappe) e sia nelle voci neolatine di
origine germanica, cfr. zampillo imparentato con saffo^ il lorab. taffiada dacc.
al tose, zaffata (Diez less. I' 409), il fr. toupet daccanto a touffc, e gli altri
casi analoghi, a cui subito giungiamo.
Il Caix (St. d'et. 62), stacca invece zaffata mil. taffiada 'colpo' 'percossa'
da tappo zaffo, e lo ravvicina a zampa zampata e fr. tape 'colpo della
mano'.
378 Canello,
fata di malo odore'; e forse (v. la nota della pag. preced.) tanfata
con quest'ultimo significato.
Tappe basso-ted. zampa, ingl, tap colpo leggero (Diez less.
IP 435), cfr. a. ted. mod. zapp-eln sgambettare : *stampa, eh' è
fatto arguire da stampella gruccia, bresc. tampéle trampoli,
e da stamp-one gambo delle piante di tabacco; zampa ciampa
piede d'animale; e probabilmente anche zappa, come ha sospet-
tato il MussAFiA (Beitr. 123, n. 3) raffrontandovi per l'evolu-
zione ideologica il sardo marra che significa 'zappa' e 'zampa' \ -
Dalla stessa base pare ci venga anche una coppia di sostantivi
maschili: ceffo, tose, ciaffo, viso grande o brutto, coro, zaf muso,
quasi lo strumento per afferrare o 'ceffare'; e zaffo (anche cm/"-
fero) birro, chi acciuffa i malfattori (Diez less. IP 19), cfr. ted.
tappen er-tappen afferrare, — Da un fondamentale tap par e-
tampare- sarebbero quindi: zampare percuotere colla zampa;
are. ciampare (sempre vivo nel lucch. per 'ingannare') 'inciam-
pare', di cui potrebb' essere forma aferetica, come fante da in-
fante; ceffare afferrare; e zappare smuovere la terra colla zap-
pa. — Da tap-ic-are- tamp-ic-are-: ciaìnpicare incespicare;
zampicare cominciare a muovere le gambe, zampettare; zam-
peggiare percuotere il terreno colle zampe; e zappicarc sca-
vare e smuovere come con zappa, cfr. ven. zapegàr pestar col
piede.
Toppr a. nord, 'estremità superiore d'una cosa, ciuffetto sulla
fronte degli animali', anglos. ingl. top punta, vetta, oland. top
cumulo, a. a. ted. zoph. a. ted. m. zopf ciuffo (Diez less. P 417
e FicK 0. e. IIP 117): toppo pezzo di grosso pedale; e ciuffo (Diez
less. IP 22) capelli più lunghi sul fronte, e anche 'cespo', cfr. fr.
touffe. — Inoltre, con genere mutato: toppa serratura, pezzo di
panno o simile che si cuce sulla rottura del vestimento (v. la
nota della pagina seguente); e zuffa (Diez less. IP 82), che però
ne viene attraverso un vb. -zuffare ted. zupfen. — Abbiamo
poi gli allòtropi diminutivi delle citate forme maschili: top-
^ Il s- del ven. sapa 'marra' daccanto allo - di sapaì- 'mettere il piede'
non costituisce troppo grave difficoltà. Si può trattare di voci accolte in età
diversa. — La parentela di zappa e zampa fu sospettata anche dal Boerio,
Diz. ven. s. zapa.
Allòtropi: Consonanti esplosive, P germ. 379
petto piccolo toppo; ciuffetto piccolo ciufifo; e toppe tuppè, voce
dell'uso, dal fr. toupet. — Da un to[ra]p-are-: tappare 'tener
la posta' term. di giuoco, e dar delle busse; e tonfare (per il t
bassoted. daccanto al f altoted , v. più sopra p. 377 n) dar delle
busse, e cadere facendo un tonfo, cfr. vnz. stonfar dar delle
busse. Anche zombare 'dar delle busse' pare abbia la stessa pro-
venienza, cfr. anglos. tumhjan, ingl. tumble; e lo stesso vor-
remmo dire di zuhbare 'saltare' 'giocare de' ragazzi', cfr. Caix
St. d'etim. 174. — Ricordiamo infine la bella coppia: azzuffare
e acciuffare ^
Soppe basso-ted. zuppa, a. a. ted. supphan sorbire (Diez less.
P 388) : zuppa, are. siippa (Dante, Purg. xxxiii 3G) ; e zuffa
'polenta di gran turco tenera che si prende col cucchiajo', Caix
St. d'etim. 174.
9S. 1 dialetti alto-tedeschi, come mutano in f il p proto-germanico, così
posson fare anche del p delle tocì che hanno preso dal latino. Alcune di
queste voci latine, trasformate alla foggia alto-tedesca, sono rientrate in Ita-
lia, e convivono, col loro f da p^ accanto alle corrispondenti venuteci diret-
tamente dal latino, con p intatto o trasformato secondo le norme del n. 96.
Cinque gruppi d'allòtropi.
Caput: capo; cavo grosso canapo e propriamente T'estre-
mità del canapo grosso dell'ancora', Tom.m. 5053; co estremità,
principio (Dante, Inf. xxi 64, Purg. in 128, Par. ni 96); e caffo
l'uno, l'unico, il più eccellente, il primo, il numero dispari.
Il Diez, less. Il' 16, crede che caffo sia nato in bocca 'der
spielstichtigen Deutschen'; ma a noi pare che il significato di
'numero dispari' sia secondario e ricavato da quello di 'uno', il
^ Questo tema ?o^> sof- deve toccarsi radicalmente con l'altro tema tap-
zaf- studiato più sopra. La unità fondamentale si sente in parecchi derivati
tedeschi e neolatini: cosi toppa 'serratura' rivela la sua afBnità con tappo
zaffo tappare chiudere ermeticamente; e con tappo s'accordano anche il piem.
topon, ant. fr. toupon turacciolo (Diez less. I> 417). Così acciuffare s'accosta
a ceffare. — Anche una terza variante dello stesso tema con t {e) si trove-
rebbe rappresentata nell'italiano. Già il Diez, less. 11^' 82, ravvicinava zipolo
'piccolo zaffo' all'a. ted. 5ip/l'/, b. ted. tip punta; e noi siamo inclinati a ve-
dere una base analoga in zcffare (Fanf. Voc. it. s. tonfare) 'picchiare', are.
jsebellarc 'saltellare', e nel suo allòtropo tempellare battere, scrollare. Se cosi
è, d'un unico radicale proto-germanico tap noi avremmo le seguenti varianti
italiane: top- zaf- ianif-; top- tonf- zomb- zvf- zìib ; e zip- zeb- temp-.
380 Canello,
numero dispari per eccellenza; né allora avremmo più motivo
di tirar in mezzo l'amor de' Tedeschi per il gioco, pur dovendo
ammettere influenza di proferenze germaniche. 0 sarebbe il cafjò
di Toscana un ricalco del cavo cct/" dell' Italia superiore? — Dac-
canto a cajjetto capolino, uomo rissoso, abbiamo caffetto (Fanf.)
bel colpo di fortuna, quasi chi dicesse 'cosa unica'.
Panicum: panico', e fènici centesimi, parola burlesca, d'uso
specialmente tra i Veneti, dal ted. pfennig. La stessa base ab-
biamo in penni soldo inglese, da jpenny.
Pondus: pondo peso, libbra; pondi i contrappesi delle bi-
ìancie, mal di pìondi o del pondo dissenteria; e funto libbra
tedesca di quattordici once, ted. pfimt.
Stuppa: stoppa; e stoffa materia, pezzo di drappo, ted. sfo/f,
DiEZ less. P 399 400.
Propositus: propòsito proposto n. 25; e profosso term. mi-
lit., l'ofiiciale cui spetta provvedere al buon ordine del campo e
del quartiere, dal ted. 2'>i^ofoss, che del resto provverrà da pre-
vosto anziché da proposto.
99. SPA- spo- SPI- in sca- sco- squi-, o intatti. Ne avremmo tre casi di
allotropia, assai notevoli per la rarità dell'evoluzione fonetica; ma non li vor-
remo ancora dire affatto certi.
Spasmus spàsimo spasmo; e scàsimo 'lezio, dimostrazione
di contrarietà a far checchessia' (Fanf.). I Toscani conoscono
anche il sost. scasimoddeo scasimoddio, che usano specialmente
nella frase 'fare lo scasimoddio' applicata a chi fa 'il gonzo, lo
gnorri, lo svogliato, mentre poi, sotto sotto, é più furbo, più
informato, più voglioso degli altri', Tomm. 5273; e la voce, nella
prima sua parte, sembra il nostro scasimo.
S poli a neutr. pi.: spoglia quello dì cho altri è spogliato,
preda, cadavere, la pelle che ogni anno getta la serpe ; e sco-
glia con quest'ultimo significato, e guscio di testuggine. Sco-
glia fa veramente pensare a cx.Olov 'spolium', e anche a culleus
sacco, cfr. culleolum 'guscio di noce', ed a corium. Ma la con-
venienza di spoglia e scoglia nel significato di 'pelle di ser-
pente' rende quasi certa anche l' identità della base.
Spiculum: spigolo spillo n. 59; e squillo strumento da spil-
lare le botti. Lo scrisse il Davanzati, dandolo come voce an-
tica; e in antico abbiamo infatti squilletto (Novellin. 78) per
Allòtropi; Consonanti esplosive, B. 381
spilletfo, zipolo. Identica evoluzione fonetica si ha in resquillo
risquitto indugio, riposo, da rcspillo n. 9.
100. B- gerra. è rappresentato fra noi ora da b ora da ^j. Il n- gotico, infatti, e
basso-tedesco vuole a rigore un p a. ted. E del pari un b- di voce latina diventa
p nel più pretto a. ted., di guisa che una voce latina ci può tornare di Germa-
nia con p per b. Quattro gruppi d'allòtropi.
Balla palla a. a. ted. (Diez less. P 48): gialla un solido di
forma sferica; e dalla un involto piuttosto grosso, che abbia for-
ma di palla, e grossa fandonia.
Banch a. a. ted. 'scanno' (Diez less. P 50): banca una spe-
cie di tavolino, ed ora anche un istituto di credito ; e panca
sedile in legno da starvi in più persone. Un a. a. ted. 'pandi non
è attestato, ma è lecito supporlo sull'analogia di palla ecc.
B icario-, da [iUo; 'orcio' (Diez less. P 66): bicchiere -o; e
peccherò bicchier grande, attrav. Ta. a. ted. pehhar (cfr. ted.
mod. becher), come mostra anche l'accento.
Turba: turba; truppa tropa corpo di soldati, moltitudine
(attrav. il bassol. troppus [troppa-] ch'è nella lex al., e par prefe-
renza tedesca di turba, Diez less. P 429); e troppa agg., Diez ib.
101. B tra vocali, o preceduto da voc. e seguito da r, può scendere a u,
e quindi farsi u (il quale talvolta si fonde colla vocal che gli precede), o sva-
nire. Nove gruppi d'allòtropi.
Libellus: libello', e livello censo che si paga per uno sta-
bile, in orig. il contratto d'obbligazione scritto in un rotolo
apposta.
Liberare: liberare mettere in libertà; e are. liverare li-
brare ultimare (cfr. Arch. Ili 258n.: gen. liverai 'finiti'), e
sempre vivo col valore di 'consegnare', cfr. fr. livrer.
Turbare: turbare \ e trovare, Diez less. P 430-1. Ma l'eti-
mologia dieziana non piace più ai migliori. L'Ascoli ha pen-
sato a truare amptruare\ e recentemente G. Paris e P. Meyer
spiegavano il fr. trouver, prov. trobar (onde poi sarebbero ve-
nute le corrispondenti voci degli altri idiomi romanzi), da un
bassolat. tropare 'trovar de' tropi o variazioni musicali {Ro-
mania, 1878, p. 418-9).
Libra: libra la costellazione; libbra il peso; e lira, are.
livra, la moneta.
Bibere: bevere bere; e birra, attrav. l'a. ted. mod. bier, a.
Archivio gloUol. ital., HI. -<^
382 Cauello,
a. t. iior bcor, che vien ricondotto a hiherc, cfr. Diez less. I' 60
e Grimm s. bier. Ma V-a rende imperfetta l'allotropia,
Phlebotoraus: flehòtomo; e fiatano lancetta da salassare
gli animali, Caix St. d'etim. 50.
Fabrica: fàbbrica; e forgia fucina, che sarà il piem. forga
o il fr. forge {=faur'ga), cfr. Diez less. I' 187. Dalla stessa base
trae il Caix, St. d'etira. 23-4, anche foggia; e non a torto,
ci pare, specialmente se si pensa che il ven. foia, citato dal Diez,
less. IP 30, a conforto dell'etimo fovea, non si trova nel Boa-
rio. - Da fabricata: fabbricata; e, secondo il Diez, less. P
190, fregata.
Fabula: fabula favola storiella, apologo, il contesto d'un
dramma o poema; fola, are. faida, storiella fantastica senza
scopi educativi; e fiaba (da fiaba per fab'la) fola e fandonia.
Parabola: parabola la curva descritta da un progetto, nar-
razione dalla quale per via di raffronto si ricava un insegna-
mento morale; e parola, are. paravola paraola paraida, Diez
less. P 306.
102. B tra vocali può anche trovare in vece sua un f, talvolta per effetto
di antiche forme o preferenze osco-umbre, cfr. più innanzi, sotto 'sibilare'.
Ne abbiamo cinque gruppi d'allòtropi.
Bubulcus: bobolco contadino che ara la terra; e bifolca
anche uomo di rozze maniere (Tomm. Diz. it.).
Praebenda: prebenda rendita ferma di cappella o canoni-
cato, vendita, lucro, profenda; e prefenda (M. Vili. 8, 103) ren-
dita di canonicato. - Accanto a queste forme con e da ae, ne ab-
biamo altre con o, che può essere dovuto od a confusione di
prae- con prò-, oppure a influenza labiale: provenda vettova-
glia, vitto, cfr. fr. provende; e profenda propriamente la quan-
tità di biada che si dà alle bestie, e un'antica misura di biade.
Scarabeus: scartì^&eo genere d'insetti; q scarafaggio la spe-
cie più comune degli scarabei, e nome d'un pesce, cfr. Diez less.
P 368 e ASC. St. cr. II 140.
Sibilare: sibilare sibillare, are. sublare (=vnz. subiar),
fischiare; subillare sobillare subbillare instigare, metter male,
quasi 'soffiar sotto', con evidente influenza d'un presunto suh-
prelisso, cfr. suggello soddisfare; e sufolare ciufolare zufo-
lare zufulare, are. suftlare, fischiare dolcemente, con i in o
Allòtropi: Coiisonauti esiilosive, B T. 383
II, prima in sillaba atona poi anche nella tonica, per inlluenzu
della labiale. — Le forme con f non sono veramente da sibi-
lare ma da un sifìlare che Nonio (12, 19) ricorda come 'voce
vile', e che par dovuto ai dialetti osco-umbri, nei quali è nor-
male un -f- di c^ontro a -b- latino; cfr. Ascoli Fon. comp I
173-4 e CoRSSEN Ausspr. I' 147.
Tabulare: tavolare coprir di tavole, perticare, far tavola
0 patta al gioco di dama o scacchi; e tafjìare mangiar bene e
ingordamente {taffio banchetto), forse attrav. il ted. tafel-n 'tafel
halten' 'speisen', o piuttosto, come ben ha sospettato il Flechia,
III 155, da un umb/'ico talare-, cfr. umbr. tap.a = tabula.
103. T- proto-germanico può essere rappresentato in italiano da t (forma
gotica 0 basso.tedesca], o da ^ (forma alto-tedesca), onde t-, cfr. il n. 97. Un
eoi gruppo, ma importante, d'allòtropi.
Tékan got. 'afferrare', 'toccare', m. oland. tacken 'afferrare',
'attaccare', anglosass. tacan, ingl. take pigliare (Diez less. V
406 e Pick o. c. IIP 115): attaccare, Diez 1. c; e forse ac-
ciaccare ammaccare, pestare, cfr. sp. achacar imputar •, quasi
'attaccare' 'offendere' \ Qui ancora dovrebbe stare azzeccare
'toccare attaccando', 'colpire', 'investire'; ma Ve per a, che non
può per verun modo rappresentare Ve del got. tékan, accenna
a un tema diverso, con i, seppure non è sorto dapprima nel-
r atona, per poi mantenersi anche nella tonica. — Da un ana-
logo tema nominale tak- tek- zak-, che abbiamo nell'ingl.
iach, ted. zacke zacken, sembrano muovere i seguenti gruppi
allotròpici: /acca piccolo intaglio, vizio, macchia materiale e mo-
rale; taccia pecca, accusa, attrav. il fr. iache; lecca piccolis-
sima macchia; are. tega (Vili.) taccia, attrav. l'a. fr. tc'que teche
'vice' 'defaut'; - inoltre: tàccola viziO, magagna; taccola piccola
tecca; zàcchera (che il Diez, less. IP 81, deriva, dubitando, dal-
l'a. a. ted. zahar goccia) pillacchera, caccola attaccata alle lane
degli animali; e zéccola con quest'ultimo significalo (Fanf. s. v ,
e s. dizzeccolare). Ma anche qui le forme con (•, di fronto alle
altre con a, sembrano accennare a una base diversa; e il Caix,
' Il Diez, less. II 84, deriva lo sp. achaque malessere, pretosto, e pitg.
acliaque accusa, dall'arabico. Dei verbi non tocca. Che li abbia voluti stac-
care dei nomi? Acciaccare 'soppestare' meglio si riconnetlerebbe con ad- fiac-
care-, cfr. nap. laccare 'rompere", Asc. St. crit. I 32.
384 Canello,
St. d'etim. 164, stacca, infatti, tàccola lecca tàccola macchia,
neo, difetto, da tacco attaccare ecc. a cui il Diez li congiun-
geva, e li deriva dal got. taikn-i-s, anglos. tdcen, ted. mod.
zeichen segno. — Noi ci siamo attenuti all'etimologia del Diez,
che meglio soddisfa dal lato ideologico, non essendo ben chiaro
come taccola avrebbe potuto passare dal significato di 'segno'
a quello di 'vizio' 'magagna', mentre più facilmente si poteva
andare da quello di 'intacco' 'vizio' all'altro di 'macchia' 'tacca'.
Crediamo inoltre che le forme con e possano rappresentarci una
base ték tik ottenuta per 'ablaut' da tak; mentre la terza
fase tuk toh ci sarebbe anch'essa rappresentata tra noi da toc-
care a. a. ted. zuchón (Diez less. P 416).
104. T fra vocali, o preceduto da vocale e seguito da r, in d, o intatto.
Ne abbiamo otto gruppi di allòtropi.
Datus: dato prtc. e sost. ; e dado, Diez less. P 149.
Gratus: grato agg. riconoscente, sost. gradimento; e grado ^
sost. gradimento, specialmente in modi avverbiali, quali a grado
malgrado ecc.
Latinus: latino agg. e sost.; e ladino agg. scorrevole, trop-
po sollecito nell'operare, lubrico nel parlare (Tomm. Diz. it.);
«-ir. Diez less. P 245.
Matronalis: matronale; e madornale grosso, solenne.
Palatinus: palatino agg. di palazzo; e paladino sost.
Patire- per 'pati': patire soffrire; e divc. padire patire, di-
gerire. Con quest'ultimo significato, e con quello di 'scontare',
la voce vive ancora in parecchi dialetti dell'Alta Italia, cfr. Muss.
Beitr. 85.
Patronus; patrono v. lett. ; patrone, in diritto marittimo
'colui al quale sono affidati la condotta e il governo d'un ba-
stimento mercantile' (Tomm. Diz. it.), ed ha esempj del Bembo
(St. ven. I, 4, 161) e dell'Ariosto (Ori. Fur. xviii, 135); e pa-
drone signore. L'isolato esemplare in -ono passò nell'analogia
dei tanti in -one\ e il passaggio è stato forse agevolato dall'an-
^ Il Fani?, nel Voc. it., non contento di confondei'e, nel modo più deplore-
vole, questo grado con l'altro che risponde al lat. gradus, manda poi in-
sieme grato gradimento con grato graticcio {crates)'. Già il nostro Flechia
ha incominciato, in questo Arcb. (II 361 n. III 129n 132u 157 n), la lista degli
strafalcioni fanfaniaui; in quanto a finirla, sarà faccenda un po' lunga.
Allòtropi: Consonanti esplosive, T. 385
tico vocativo: patrone, che potè sopravvivere come saluto {pa-
drone!, yen. patì'on!, pargn!)] cfr. domin a p. 367.
Potestas: potestà facoltà, potere; e p)odestci potestà, e, come
sost. mascli., il capo degli ordinamenti giudiziarj e militari nelle
città medioevali, il capo de' grossi municipj sotto il regno ita-
lico, e delle città principali sotto il governo austriaco. — Da
potere- per 'posse': potere vb. e sost.; e podere sost. pro-
priam. possessione di più campi con casa.
Precati: pregati prtc; e pregadi pregai i senatori della
repubblica di Venezia.
105. T tra vocali si dilegua in voci che ci vengono dal francese, cfr. il
n. 2. Ne abbiamo otto gruppi di allòtropi.
Auratura: oratura indoratura; e orura (in Cellini) oreria,
dal fr. orure, ant. oreurc- Similmente: doratura; e dorura
(fr. dorure) quantità d'oro lavorato, doreria.
Cathedra -/.aOiSpa: càtedra cattedra il seggio del profes-
sore e delle somme autorità ecclesiastiche; cadr^ga seggio reale,
usato dal Cecchi (Fanf.) ; are. carriéga cajera ciajera seggiola
(Fanf.). Cadréga carriéga sembrano forme dialettali italiane,
la seconda è propria dei Veneti, cfr. Muss. Beitr. 42; cajera cia-
jera ricalcano l'a. fr. chaiere pie. caìiière.- Si cita anche un
cannerà carrozza, usato da Fr. da Barberino, e potrebb' essere
un caldère mal rifatto italiano, seppure non rappresenta un car-
raria-.
Craticula: graticola Graticola gradella; e griglia infer-
riata graticolare, dal fr. grille, ant. greille.
Montatura-: montatura l'armamento d'un ordigno, d'una
officina ecc., voce sospetta ai puristi, che vi scorgono un ri-
calco ideale del fr. monture; e montura divisa e corredo dei
soldati, voce anche questa sospetta ma ammessa nel Voc. del
F.A.NF. e difesa dal Viani [Voc. pret. frane, s. militare), il quale
difende anche montatura. Montura ricalcherebbe materialmente
il fr. monture, a.nt. monteure, ma non già sotto l'aspetto ideo-
logico; poiché mo?i<wre è 'cavalcatura' 'montatura' 'carico d'una
nave', non assisa, in fr. tenue. E tutto fa credere che il no-
stro montura sia stato irregolarmente derivato, per -ura\ da
' Per -ura non si ottengono nuovi derivati neolatini se non da aggettivi
0 participj; non mai da verbi.
386 Cancllo,
montare pquipaggiare, for.^e da tali olie pillavano un italiano
infranciosato.
Rotunda: rotonda agg. e sost.; e ronda sost. pattuglia not-
turna, fr. ronde, ant. reonde, quasi guardia 'circolare'.
Seta: s-da; e are. soia saja' seta, una specie di stoffa [No-
vellin. 88: 'gli calzò brune calze di saia ovvero di seta']. Saja
è anche un setolino da orefici, e ricalca il fr. saie, allòtropo
(sfuggito al Drachet e a C. Michaelis) di soie.
Tractatore-: irattatore negoziatore; e trattore chi dà da
mangiare verso pagamento, fr. traiteur. Trattore tiratore, e chi
dai bozzoli fa trarre la seta, è parola diversa, risalente a un
trac-tore- da trahere. Sul neologismo trattore ostiere, ha un
bello e dotto articolo il Viani, Biz. pret. frane.
Tritare-, da tritus: tritare pestare finamente, esaminare
sottilmente; e ti-iare in Brun. Latini col significato di 'scegliere',
e nel Genuini per 'macinare', dal fr. trier, prov. triar, che non
mostrano quest'ultimo significato, cfr. Diez less. li' 44i.
106. CT in tt, 0 in t. La secondri evoluzione ha luogo in pochi esemplari
venutici di Francia e dal Portogallo. Due gruppi d'allòtropi.
Factitius: fattizio manufatto, artificiale; fatticcio ben com-
plesso, di solide membra; fattezza sost. forma delle membra, cfr.
fatta; e feticcio fetiscio idoletto de' Negri (Tomm. Diz. it), e
quindi 'stupido adoratore d'idoli', dal prtg. feitigo incantamento,
filtro, idolo de' popoli della Guinea, voce che il Bluteau crede
derivata da un afric. fetiche, ed è invece una normale trasfor-
mazione del lat. factitius, cfr. Diez less. P 173.
Jactus; getto gitto; e geto coreggiuolo che si lega ai pie
degli uccelli di rapina, fr. jet, prov. gct, Diez less. P 207. Il
nesso ideologico tra getto e geto non è ben chiaro; ina. jac tu s
dice già in latino anche 'retata', e di qui potè venire a signi-
fare 'rete' e 'ritegno'. Da ricordare è anche balzo 'salto', dacc.
a balza, che nel ven. dice 'pastoja' 'ceppo'.
107. PT in tt^ 0 intatto. Un gruppo d'allòtropi.
Captivus: captivo pvìgìonìero; e ca^//fO prigioniero, misero.
^ Il Diez, less. I' 363-4, manda saja 'una specie di stoffa' insieme con sajo,
e deriva l'uno e l'altro da sagum. L'esempio che nel testo citiamo dal No-
vellino, toglie, ci sembra, ogni dubbio sull'identità di saja e seta.
Allòtropi: Consonanti esplosive, D. 387
malvagio, Diez less. V 119.- Analogamente: captivare far pri-
gione; e cattivare far prigione, e procacciarsi ecc.
lOS. D proto-gerna. ò rappresentato ora da d (gotico, basso-ted., ingl.), ora
<la t (alto-ted.). Una coppia d'allòtropi.
Bollar ingl., basso-teJ. daler: dòllaro] e tàllero {i^à. thaler).
109. D è rappresentato con d normale, ora con ( anormale, in due esem-
plari 'sui generis'.
Braco: dragone-, etargone un'erba odorifera, probabilmente
attrav. l'ar. farchùn, cfr. Biez less. P 410.
Soldano- sultano- (voce semit.): soldano voce storica; e
sultano l'imperatore degli Ottomani.- Se la voce sta veramente
insieme coU'arab. salit dominare (Littré dict. s. sultan)*, la
consonante radicale sarebbe stata, non d, ma t. Ad ogni modo
si tratta di evoluzione straniera.
110. D tra vocali in l^ o intatto. Due gruppi d'allòtropi.
Caducus: caduco che cade, che presto finisce; e caluco (nel
Pataffio) meschino, Biez less. IP 17.
Odor: odore; e olore con t.raslati alquanto diversi, per lo
più odore buono, Tomm. 3201. Ma quest'allotropia, rispetto alla
forma, esisteva già nel latino: odor, olor, cfr. olcre.- Sorta
nell'it. è invece la coppia: odorare olire, rendere odoroso, fiu-
tare, aver sentore; e olorare olire, e, secondo il Fanf., anche
'ungere con unguenti odorosi'.
111. D tra vocali passa in z nel provenzale. Abbiamo una coppia d'allòtropi
in cui questo z prov. è rappresentato da un lato con a-, dall'altro con e. In un'altra
coppia si ha il provenzalismo con z, e la schietta forma nostrana con d.
Ad-aestimare, pr. azesmar ordinare, assestare: azzimarc
(anche cesmare) adornare con cura, abbigliare; e accismare
conciare, preso in mala parte, Diez less. P 164. Ma V accismare
dantesco (Inf xxviii, 37) accenna piuttosto a scisma, come già
notava il Blanc (voc. dant.), riferendosi alla variante ascisma
e al fatto che Dante ivi parla di punizioni di scismi e dissen-
sioni.
Gradire- per gratire-, da ^ra^ws: r7rac?^^<:' aggradire, ren-
* [E l'ar. sulf/in, che appunto viene da sali'.]
388 Canello,
der grato, piacere ; e are. rjrazirc (pr. grazir) ringraziare, met-
tere in grazia, concedere in grazia.
112. n tra vocali, specialmente in seconda postonica, e preceduto da i, può
cadere. Tre gruppi d'allòtropi.
Frigidus: freddo n. 25; e frizzo quasi 'motto fresco' 'ra.
pungente". Tuttavia frizzore, bruciore, fa sospettare che qui
s'abbia un frigidus, il quale si riconnetta, non già a frigère,
bensì a frigere. Il Diez, less. P 191, vi cerca un etimo germa-
nico, che richiederebbe sordo lo zz, anziché sonoro com'è in
frizzo frizzare.
Marcidus: màrcido Q\\e tende a marcire; e màrcio già mar-
cito, e sost.
Stridulus: stridulo agg.; e strigolo 'grido acuto e pro-
lungato' (ToMM. Diz. it.), 'uccelletto di fischio acutissimo' (Fanf.),
cfr. strillozzo altro nome d'uccello. L'evoluzione sarà stata
stri-olo strivolo.- Abbiamo poi strillare, e insieme strigolare
'mandar strigoli' (Tomm. Diz. it.).
V. Allòtropi
DIPENDENTI DAGLI ACCIDENTI FONETICI GENERALI.
113. Accento. Gli spostamenti dell'accento, o da soli, o collegati con
altri fenomeni fonetici, danno occasione a ventidue gruppi d'allòtropi. I casi, che
qui occorrono, sono: a) in alcune coppie di base greca, l'un termine ha l'ac-
cento originale, e l'altro ha l'accento che gli sarebbe spettato secondo la
prosodia latina; p) in alcune coppie con base latina, l'un termine ha l'ac-
cento del latino classico, e l'altro ha l'accento che è proprio o del lat. popol.
o del romano seriore (lat. ci. filiolus, lat. popol. e romano ser. filióto-);
y) in altre poche coppie, con base latina od altra, l'un termine ha l'accento
italiano, e l'altro l'inglese; in una coppia, infine, l'un termine ha l'accento
normale italiano, l'altro il francese.
Acacia à/.y./.t-/. : acacia acàzia albero spinoso; e gaggia V'à-
cacia farnesiana' di Linneo, e il suo fiore, cfr. C. Michaelis Stu-
dien p. 70.
^ IIFlechia, IV 375, preferirebbe, al caso, una base frigid-io-, però che
frigi-o avrebbe dato in Toscana piuttosto friggio che frizzo. Noi, al n. 52,
proponemmo anche grezzo = -gregius.
Allòtropi: Accid. fon. generali, Accento. 389
Cithara -/-'.Oàpa: c'itera cèjera cetra, con ^ da t, che fa sup-
porre un ant. popol. altera, di cui cetera non sarebbe che l'o-
dierna pronuncia letteraria, cfr. n. 12; e chitarra, Diez less.
P ]24.
Cholera yoùi-^y.: colera, raramente colera, il morbo asia-
tico; e còllera ira improvisa, trasferendo l'irritazione dagli in-
testini (/(ò).ov) all'animo.
Despota- (ìtn-ó-r,;: dèspota padrone assoluto, tiranno, chi si
comporta come tiranno; e despóto nome di principe greco nel me-
dio evo. Ma l'allotropia non è del tutto esatta, in causa dell' -o.
E pi ph a ni a è-i'paviz: epifania 'pifania befania la festa del-
l'apparizione; e befana donna brutta, e prima un fantoccio che si
portava in giro la vigilia dell'epifania, e fu scritto per 'epifania'.
Manta p.avia: smania brama ardente che si mostra negli
atti; e manìa furore, pazza fissazione.
SymphonTa aw/pcovia : zampogna sampògna piva rusticale;
e sinfonia concerto, preludio d' un'opera.
Capreolus: capréolo viticcio; e capriòlo cavriólo giovine
capro.
Malleolus: ma^/^o^o l'estremità inferiore della tibia; e ma-
gliuòlo 'tralcio che serve a riprodurre le viti', significato che
spetta anche alla voce latina.
Nuceolo- da nuceus: nocciuolo l'albero che fa le noci avel-
lane; e nòcciolo l'involucro osseo dei semi nelle frutta. Ma l'ac-
cento sulla prima fa supporre che si tratti piuttosto d'un nuovo
derivato di noce, nel quale si riabbia il prodotto del cj {nocjolo,
noce).
Sedi ola- (cfr. unciola ecc.) sedinola piccola sedia; e seg-
giola sedia, portantina. Ma seggiola sarà veramente una de-
rivazione seriore, propriamente italiana, di sedia, ottenuta per
-o^a == lat.-iila, cfr. bòzzolo e sim.
Cloaca: cloaca, voce stor., condotto sotterraneo di grandiosa
struttura; e chiàvica, sen. chicca, fogna, smaltitojo. Clauaca
eloca è già per tempo nel bassolatino, v. Schuch. II 516, Caix
St. d'etim. 98 e Diez less. IP 20.
Intcger: integro {integro in verso) comunem. al morale 'chi
non ha difetto' 'incorrotto'; e intiero intero agg. che non manca
di alcuna delle sue parti, e sost. il tutto.
300 C anello,
Magister: ma(^st)-o; e mastro con significati ed usi più ri-
stretti. Circa la contrazione delle prime due sillabe, v. Diez less.
V 257. Ma qui pure va considerata la ragion della proclisi (ma-
stro-Raffaele ecc.); cfr. p. 330-1 n 341.
Pituita: 2^ituita flemma, catarro nasale; e jìip'Ua malattia
de' polli, sfilaraento della pelle delle dita presso l'unghia. Per
la riduzione di hi tv in p, v. Diez less. P 323, Asc. II 344 n.
Proli ibTtus: proibito agg. ; e proibito agg. e partic, Tomm.
3922. L'allotropia non è, del resto, perfetta. Lo spostamento
dell'accento proviene in realtà dalla conjugazione mutata: il
primo termine dipende da prohibere, il secondo da proibire. Lo
stesso dicasi della coppia seguente.
ExhibTta: esibita 'presentazione d'un atto qualunque di-
nanzi alle autorità' (Fanf.); ed esibita prtc. di esibire.
Bulgea + itta (Diez less. I^ 72): bolgetta valigia di cuojo; e
budget bilancio, stato di cassa, attrav. Tingi, budget, ch"è l'a.
fr. bougette, identico col nostro bolgetta.
Billet fr. (secondo il Diez, less. P 73, da bulla + itto; secondo
il LiTTRÉ, il fr. billet verrebbe, insieme con bill, dall'inglese):
biglietto viglietio; e bill schema di legge, eh' è Tingi, bill, scor-
cio di billet, come cab di cabriolet.
Mag istra + issa: maestressa maestra, padrona; miss si-
gnorina, dall' ingl. miss scorcio di mistress, ch'è Ta. fr. mai-
stresse ora maitresse, identico col nostro maestressa.
Tonnel-s fr. ant., dim. di ionne 'botte' (Diez less. 1' 417):
are tortello misura da olio e da vino (Tomm. Diz. it.); e il neo-
logismo tùnnel iùnnele galleria, traforo, attrav. Tingi, tùnnel,
ricalco dell' a. fr. tonnel-s botte, cfr. tonnelle 'pergida a botte'.
— Dato poi che il bassolat. iuna, botte, sia identico, come ha
supposto il Diez, less. I 407 e 400 s. stoppia, col lat. iiìia 'vas
vinarium', ipotesi avvalorata dalla grafia bassolatina tyna per
tina, un'altra forma allotropica di tonello ecc. sarebbe tinello
'piccolo tino', 'stanza dove si mangia' (forse in prima la stanza
dove si beveva) e il vitto stesso.
Paragraphus (-acàypa'po;) : paragrafo; e paraffo la cifra
0 ghirigoro che i notaj appongono ai loro atti, dal fr. parade
par affé.
114. Aferesi, L'italiano è tra le lingue neolatine quella che più fa uso
Allòtropi: Accie! . fon. gemiali, Aferesi. 391
dell'aferesi (cfr. C. Michaelis Studien 70 e segg.); e ben cinquantaoinque
gruppi d'allòtropi hanno in essa il loro principale motivo. L'aferesi è dovuta,
oltreché alla tendenza generale delle vocali atoue a dileguarsi, a uno dei quat-
tro motivi speciali che seguono: a) la vocale iniziale più facilmente cade
quando possa venir confusa con la vocale dell'articolo; cade poi normalmente
nelle voci popolari Ve- dei composti con ex-', — /5) cade l'intera sillaba ini-
ziale quando essa sia o sembri una reduplicazione del tema, o una particella
compositiva indifferente al valore ideale della parola: il caso più frequente
è la caduta del di- de- nei composti con de- dis-; uè è sempre facile e nem-
men sempre possibile distinguere le forme aferetiche di composti con dis
da quelle dei composti con ex o anche con a&'; — y) in parole di uso fre-
quente in proclisi o in enclisi, cade tutta la sillaba che immediatamente
non s'appoggia ad altra parola. — Noi distribuiremo tutti i casi d'allotropia
dovuti all' aferesi nelle tre serie ora indicate; e aggiungeremo in fondo i casi
non facili o impossibili a classificare.
Amorosus: amoroso agg. e sost.; e moroso solamente sost.
'l'innamorato'.
Anatomia: anatomia la scienza del dissecare i corpi ; e ììo-
tomìa strazio, scarificazione inutile.
Apozema (y.-ó^sy.a): apózzima apózzcma 'decozione di mate-
rie vegetabili, ordinariamente forti ed aromatiche, addolcita con
miele e zucchero' (Diz, d. Crusca, ult. ediz.''); bòzzima intriso di
sego e di cruschello che usano i tessitori, mescuglio in genere ; e
bózzina bozzina (Fanf.) nel Pataffio per 'cocitura'.
Arancio-, del pers. narang (cfr. Diez less. V 28); arancio
l'albero e il frutto; e rancio il colore.
Aranea: arànca ragnatele, una delle tuniche dell'occhio detta
anche 'aracnoide'; ararjna ragno; q ragna ragnatele, una spe-
cie di rete.
Arista: arHsta aresta; e resta con molti più sensi traslati,
p. es. una resta di cipolle ecc.
Attonitus: attònito stupito; e tonto stupido, melenso, cfr.
^ Chi p. es.può dire, se stendere sia da distendere o da extend-? se slog-
giare sia da dis+loggiare o da ex+log- ? o sestratto stravagante sia da di-
stractus extractus, ovvero da abstractus? Molto ajuto in alcuni casi dà
il raffronto col fr. e collo sp., che non usano siffatte aferesi. Mediante questi
raffronti raccogliamo p. es. che sfogliare non è da disfogliare ma da exfoL,
cfr. effeuiller.
- Gli Academici della Crusca hanno anche additato l'etimo a7ró?£fxa, che
il proto ha loro sformato in àro^saa. Il Fanf., nell'App. al Voc. it., ricopia
fedelmente la Crusca, e, naturalmente, anche ì'i-xò^,£ux.
392 Cauello,
DiEz less. Il' 185. Tuttavia l'^^* da ò fa sospettare che la voce
sia importata, e ricalchi lo sp. tonto.
Aur-ic-o-, (la auricarc- ( cfr. Diez less. P 39-40): orezzo
Greggio soffio d'aria fresca, luogo ombroso ed aereato, fragranza;
e ri'zzo^ coi due primi significati di orezzo oreggio e con quello
di 'freddo' 'bujo', 'mandare al rezzo' = uccidere. — Un'altra coppia
abbiamo in orpzza orezzo, e b-rezza con b prostetico, o piut-
to'sto da a-urczza vrezza, cfr. Diez less. P 84.
Epitaphium: epitafìo epitaffio iscrizione sepolcrale; e pi-
taffio un'iscrizione qualunque, e per lo più burlesca.
Epithé ma (2-'9r,ax): epitèma eplttima fomento; e pittima an-
che 'uomo taccagno', 'persona nojosa', che quasi sta attaccata
addosso.
Haeraatites: ematite amatita il minerale; e matita il toc-
calapis.
Idioticus: idiòtico ebete; e zotico rozzo.
Obliquus: obbliguo; bieco; e sbieco. Cosi il Diez, less. IP li.
Olid-ia-re da olidus odoroso (Flech. IV 375): olezzare msm-
dare buon odore; e lezzare mandare odor cattivo. - Dai due
verbi i sost. : olezzo e lezzo. — Il Diez, less. IP 42, partiva
per queste voci da una base oletio- analoga ad aiiritio- da
aura ; ma lo zz sonoro esclude questa base, tanto nell'uno quanto
nell'altro caso.
Umbilicus: umbilico ombelico ombiltco; e bollico che manca
dei traslati di umbilico ecc. — Bilico ha la stessa base, ma ne
viene attraverso bilicare, cfr. il n. 127.
Exagium: esagio 'peso d'una dramma e mezzo' (Fanf.); e
saggio prova, esame, Diez less. P 362. Exagium disse per i
latini stima, peso, e il peso della sesta parte di un 'solidus'.
Excavatio: escavazione terra, degli idraul. 'scavo' 'spurgo
de' fossi e de' canali', e lo scavare; e scavazione lo scavare.
Expedi re: especlire mandare, spacciare, sciogliere; e spe-
dire mandare, spacciare. — Similmente da expeditus: espe-
clifo, e spedito che dice anche 'dato per morto'.
Explanare: esplanare dichiarare, render piano e accessi-
* Lo zz di rezzo è segnato dal Fanf. sonoro nel Voc. it. , e sordo nel Voc.
pr. tose.
Allòtropi: Accid. fon. generali, Aferesi. 393
bile all'intelletto; e spianare render piano materialmente, ab-
battere e ridurre al piano.
Exponere: esfonere csiiorre metter fuori, dichiarare; e
sporre anche partorire. — Similmente da exponens: esponente
che echi espone, e terni, di calcolo; e sponente. - Da exposi-
tus: esposto anche sost. cosa esposta, fanciullo abbandonato;
e sposto prtc. - Da expositio: esposizione mostra, dichiara-
zione; e sposiz4one dichiarazione, commento.
Expressus: espresso prtc. e sost. 'uomo mandato a posta
per portar qualche cosa'; e spresso prtc.
Expurgare: espurgare nettare, e si dice specialmente di
libri dai quali si escludano errori o sconcezze; e spurgare che
propriamente vale liberarsi dal catarro o da altra materia in-
comoda che aderisca alle fauci, Tomm. 4000.
Exstirpare: estirpare distruggere fino dalle radici, esi usa
al traslato o come termine scientifico; e stirpare sterpare sbar-
bare, svellere.
Extractus: estratto prtc, e sostant. essenza, sunto ecc.;
stratto prtc. cavato, sost. 'libretto ove si nota checchessia per
ordine d'alfabeto'; e stratta grande strappata.
Extraneus: estraneo di fuori, non appartenente a una data
cosa; stranio stràngio straniero; e strano straniero, e comu-
nera. straordinario, fuori del comune.
Extravagans: estravagante agg., e sost. una costituzione
pontificia raccolta nel corpo canonico dopo la compilazione dei
decretali; e stravagante agg. bizzarro, strano.
De-scendere: discendere venir giù, provenire, e far calare
(fr. descendre)] e scendere sempre intransitivo, e senza traslati.
-Da descensa-: discesa; e scesa, che dice anche 'catarro'.
De-struere: distruggere ridurre al nulla, disfare, e come rifl.
att. liquefarsi; e struggere distruggere, liquefare, struggersi
liquefarsi, desiderare ardentemente, cfr. Diez less. IP 72.
Dis-barcare-: disbarcare trar di barca, uscir di barca; e
sbarcare disbarcare, anche scendere dalla carrozza, e passar-
sela, vivere.
Dis-car ricare-: discaricare; % scaricare, che dice anche spa-
rare un fucile 0 altra arma da fuoco. - Dai verbi, i sostan-
tivi: discàrica discarico: e scàrica scàrico. Per la differenza
394 Gaudio,
di significato fra discarico e scarico, v. Tomm. 2261. - Il fr. de-
chargcr dàchargc, a cui non sta dallato un écharger ecc., mo-
stra che anche il nostro scar. è da discar.
Dis-cernere: discernere distinguere, riconoscere, e riguarda
l'intelletto; e scernere scegliere, e riguarda l'atto; cfr. To.mm.
1395-G.
Dis-cludere: dischiudere; e schiudere in quanto dice an-
ch'esso 'aprire' 'spiegare'; schiudersi sbocciare. Ma il fr. éclore
(DiEZ less. I'' 124-5) farebbe credere che schiudere in quest'ul-
timo significato sia da ex-cludcre, dal quale certamente è schiu-
dere 'rimuovere' 'escludere'.
Dis-cooperire: discoprire; e scoprire che ha più sensi tra-
slati, cfr. ToMM. 1234.
Dis-d ignari: disdegnare; e sdegnare sprezzare, sdegnarsi
montar in collera, — Dai verbi, i sost.: disdegno sprezzo, e sde-
gno ira.
Dis-fidare-; disfidare chiamare l'avversario a battaglia; e
sfidare (Diez less. P 154) d'uso più comune e con accezioni
speciali ; 'sfidare uno' = 'pronosticare disperata la sua guari-
gione'. Dalla stessa base è anche diffidare non aver fiducia, e
intimare. — Similmente: disfidato prtc. 'provocato'; diffidalo
spacciato dai medici; e sfidato provocato, spacciato, uomo che
non si fida, cfr. Tomm. 2348. — Da disfidare e sfidare, i sost.
disfida, sfida, e il fanciullesco spida sospensione del gioco
Dis-formare: disformare difformare; e sformare con valore
meno intenso, Tomm. 1342 1352.
Dis-legalis: disleale; e sleale che dice meno.
Dis-locare: dislocare; dislogare che è anche il contrario
di allogare, appigionare; e slogare che si dice quasi esclusi-
vamente delle ossa.
Dis-montare: cZ/5monte>*e scendere; e smontare scendere,
perdere la vivacità del colore, 'smontare una macchina' = scom-
porla pezzo per pezzo.
Dis-mittere: dismettere cessar per sempre; e smettere ces-
sare a un tratto, Tomm. 1992.
Dis-pactiare- (cfr. Diez less. I' 299): dispacciare cavar
d'impaccio; e spacciare dar la via, spedire. — Da un dis-pi-
ctiare- sostanzialm^^nte identico con dis-pactiare (cfr. impac-
AUdlioid: Accid. fon. generali, Aferesi. 395
d'are e impicciare), ricavato, cioè, da dis-pictus per dis-pactus,
sono: dispicciare spedire, mandare; e spicciare sbrigare —
Da dispacciare e spacciare, i sost. dispaccio e spaccio.
Dis-piacere: dispiacere vb. e sost.; e spiacere vb.
Dis-sipare: dissipare, are. discipare, disperdere i proprj
beni; e are. scipare, ora sciupare, rovinare, conciar male. L'^t
di sciiip. è già nel lat dissiipare, Diez less. IP 65.
Deli ci a: delizia; e, secondo il Diez (less. IP 41), lezio, are.
lezia, vezzo affettato e eccedente*. - Similmente da deliciosus:
delizioso; e lezioso attoso, smancevole, anticamente anche pre-
zioso (ToMM. Diz. it.). -In lezio lezioso il de- potè cadere però
che si credesse vedervi la prep. de, cfr. Arch. I 530, e trev. a
stin = a destino, a caso.
Infans: infante bambino, il principe ereditario di Spagna';
e fante uomo a pieli. servitore, D[Ez less. II'' 27-
Rotundus: rotondo ritondo agg. , rotonda anche sost.; e
tondo agg., e sost. piattello. - Rotundus passò prima in ritondo
(cfr, tose, rimore ecc. = rumore, Arch. II 453 n), però che il ro-
vi fosse scambiato col ro- da re di rovistare [revis.) e sim.;
quindi il re- fu abbandonato come prefisso indifferente.
Secessus: secesso; e cesso, Diez less. IV 20.
Verecundia: vergogna n. 46; e gogna, secondo il Diez,
less. IP 36. Ma Vo di gogna daccanto all'o di vergogna, e il
significato di 'cerchio o collare di ferro', 'catena', non favori-
scono la spiegazione del Maestro. Quando essa si reggesse, la
perdita del ver- andrebbe cercata nell' illusione che vi si avesse
ver da versus o verus.
Qu inquina-: cinquina; e china doppio cinque al gioco dei
dadi, cfr. Flech. II 261 n. Il Tomm., Diz. it., vi scorge un quina-,
sing. di quini.
* Non vedo, veramente, perchè lezio lezia s'abbia a staccare da illiciura
il liei a. Il significato vuole manifestamente che questa combinazione si man-
tenga, e l'aferesi n'è insieme spiegata in modo più facile e ben più sicuro.
G. I. A.
' Quest'uso spagnolesco è tra noi fino dal sec. XIII. Nic. Specialis, siciliano,
scrive: 'anno domini 1295 Bonifacius pontifex, Fredericum, tunc vocatum in-
fantem, lacobi regis fratrem, magnis Jani sollicitatum pollicitis, Roman vocat.'
^luRAT. Ss. X 961 a.
396 Caaello,
Zinzilulare: zinzihdaì^e fare ì\ verso della rondine; e zir-
lare il fischiare de' tordi, Diez less. P 451.
Ibi: ivi: e vi con senso avverbiale meno spiccato, anzi tal-
volta usato pleonasticamente. Vi avv. s'è poi venuto a confon-
dere con ve vi scorcio di voi enclitico o proclitico, come in
più scuole italiane da piìi anni s'insegna, e or v. Caix Giorn.
di fil. rom. I 43-4.
Inde: indi avv.; e ne avv. atono con valore meno spiccato.
Ne da inde s'è poi venuto a confondere con ne da 7ioi, cfr. 'ibi'
qui sopra.
Ille: egli pron.; e il art. — Similmente da illa: ella pron.,
e la pron. ed art.
Leb etico-, da lebes (cfr. Diez less. IP 41): lavaggio specie
di pentola, vaso da tenervi il fuoco; e veggio col secondo signi-
ficato. Qui il la- potè cadere in due volte, ottenendosi prima Va-
veggio come V usignuolo da lusciniolo-, e poi veggio come in
moroso da amoroso.
Larabicare- (voce greco-arab., cfr. Diez less. P 241): larn-
biccare passare per il lambicco, esaminare attentamente, lam-
biccarsi il cervello 'sottilizzare', 'fantasticare'; e beccare in bec-
carsi, 0 beccarsi il cervello 'fantasticare'. L'aferesi non vi è
più forte che in dulia da fanciulla =^ ini a. ni., e sim."
11.5. Metatesi. Può essere semplice o doppia: a) semplice, quando una sola
consonante, per norma una liquida, scambia il suo posto colla vocale cui
era attigua; /5) doppia, quando due consonanti d'una stessa sillaba, o di sil-
labe diverse, scambiano il loro posto: il fenomeno ha luogo più facilmente
quando almeno una delle due consonanti sia liquida; in due casi però esso
avviene anche fra esplosive. Ne abbiamo dodici gruppi d'allòtropi.
Kr ira man a. a. ted.: ghermire afferrare, artigliare, Diez less,
IP 37; e gremire che, secondo il Fanf. direbbe lo stesso di
'ghermire' e secondo il Tomm. (Diz. it.) 'riempiere'; cfr., per la
evoluzione ideologica, fitto, da fìggere, che dice 'conficcato' e
'spesso', 'folto'. "■■^^'
* [E cooperava beccare^ quasi si trattasse di un insistere col becco, d'un
'rodersi' il cervello. Anzi si direbbe piuttosto un toccarsi e confondersi di
due parole diverse, che non una vera allotropia.]
** Ma altro è 'ghermire', altro è •ficcare"stipare'(fictus fixus, fitto fisso,
spesso, molto}; o gremire gremirsi e gremito, in quanto dicano 'riempiere,
riempiersi, e folto', vanno sicuramente staccati da ghermire. G. I. A,
Allòtropi: Acciiì. fon. generali, Metatesi. 397
Urguol-t a. a. ted.: orgoglio are. argoglio; e rigoglio, Diez
ìess. P 29G.
A n bela re: anelare tirare il fiato lungo, aspirare moralmen-
te; e l'are, alenare tirar il fiato. — Da alenare ì due sostan-
tivi allotropici: alena anelito, ansima; e lena antic. anelito, ora
forza, vigore.
Gluton-er-ia-, da gluto: ghiottoneria avidità di cibi deli-
cati; e ghiottornia cibo o cosa gbiotta, v. Flech. IV 377.
Leecon-er-ia-, dal ted. lecken (cfr. Diez less. P 246): lecco-
neria golosità; e leccornia cibo ghiotto, Flech. 1. e.
Cu lei tra e: coltre coperta da letto; e cgltrice materazzo.
Per il plurale passato a fungere da sing., v. il n. 122.
Cumulus: cumulo; e rauccìdo, Storm IV 391. Fa specie tut-
tavia Vu da lat. u (cfr. in-gomhro) in voce di forma popolare
com'è mucchio. Ma probabilmente mucchio altro non sarà che
il letter. cumulo, il cui u seriore entrava nella voce popolare
a far serie cogli u,. — Diversamente spiega mucchio il Diez, less,
IP 49.
Biroufan a. a. ted.: baruffare, Diez less. P 360; e, seconda
il Caix St. d'etim. 138, anche rabbuffare, in quanto dice 'scom-
pigliare' 'disordinare'.
Supercilium: supercilio sopracciglio; e cipiglio increspa-
mento della fronte, guardatura d'adirato, Caix St. d'et. 101-2.
Scorcio di cipiglio sarebbe, secondo il Caix 1. e, piglio aspetto
severo e cruccioso. Ma vi sarà stata probabilmente influenza
dell'altro piglio da pigliare.
Spathulo-, da spathula n. 59: spalto 'quel terreno sgom-
bro da qualunque impedimento, che circonda la strada coperta
0 la controscarpa, e dall'estremità superiore del parapetto o
della controscarpa va ad unirsi alla campagna con dolce pen-
dio' (ToMM. Diz. it.), cfr. sp. espalto (antiquato) = 'esplanada';
e spaldo sporto, ballatojo in cima alle torri o alle mura, vallo,
cfr. sp. espaldon 'valla artificial de altura y cuerpo correspon-
diente para resistir y detener el impulso de algun tiro o rechazo,
lat. agger' (Die. Acd.). Rispetto all'evoluzione ideologica di spaldo
e spalto da spathulo-, masch. di spathula 'spalla', basterà osser-
vare che spalla stesso ha un significato molto vicino a quello di
spalto, e che da 'spalla' 'sostegno' era facile venire a spaldo
Archivio gloUol. ital., III. 27
398 Caaello,
'aporto' 'ballatojo' ecc. Rispetto all'evoluzione fonetica, ci si pre-
senta subito il sospetto che le due nostre voci vengano di Spa-
gna, dov'è normale la metatesi di d'I in Id (cfr. espalda tilde
rolde, come quella di ìi'r in r?i {ticrno tenero ecc.)'. Una ri-
duzione nostrana di d'I VI a Id vede tuttavolta il Caix, St. d'et.
52 82, in hiroldo 'salsicciotto', daccanto a harocchio 'salsicciotto'
e 'treccie avvolte al capo', tutti e due da bis-rotulus.
Stagnare: stagnare; e stancare, Diez less. I' 397-8, cfr.
Flech. Ili 147.
Fracidus: fràcido; fràdicio con traslati che non ha o più
non ha fràcido, Tomm. 500 507; e frazio 'odore spiacevole spe-
cialmente di cose mangerecce', Caix st. d'et. 108. Per lo z sonoro,
e non sordo, come si attenderebbe da é, v. Flecii III 325-6 n. 2.
Sucidus: sùcido; sudicio; e sozzo da. sud' ciò, v. Flech. 1. e.
116. Epentesi. Danno occasione ad allòtropi sedici casi di epentesi, ora di
Tocali (t e), ora di consonanti {r n l b d). La qualità del suono che viene im-
messo nella parola è sempre determinato dalla sua affinità coi suoni attigui.
Chris ma: crisma l'olio consacrato; e cresima cresma il sa-
cramento. Notevole in questa voce ecclesiastica l'^per ^ da 2 in pos.
Phantasma: fantasma; e fantasiyna che, come vuole la sua
forma popolare, non ha l'accezione filosofica di 'fantasma'.
Asthma: asma asima specie di malattia; e ansima (con in-
fluenza di ansia) passaggera difficoltà di respiro.
Cifr voce arab. (cfr. Diez less. P 126): cifra numero grosso,
scrittura segreta; e cifera coli' ultimo significato.
Mitra: mitra mltria il berretto episcopale; e m'itera mitra,
un berrettone di carta che si metteva in capo ai condannati,
e quindi 'uomo da forca'.
luxta: giusta avv., voce dei lett. ; e giostra, Diez less. P 210.
Ma probbailmen te p^'os?r« non viene direttamente da. juxia, bensì
attraverso giostrai^e.
Caelestis: are. celesto^er 'celeste"; e cileslro color di cielo.
Aditus: àdito accesso; e àndito androne, cfr. gombito da
cubito, rendere da reddere.
* Il Diez, less. IF 68-9, ravvicina dubbiosamente spaldo e spalto al ted. spalc,
come già avea fatto il Blanc (Voc. dant.). C. Michaei.is (Studien p. 70) iden-
tifica invece, senz'altro, spalto (forse in quanto dice pavimento; con asphaltur^.
Allótroj-'i ; AcciJ, fon. generali, Epeutosì. 30%
Flaccus: fiacco agg.; e fianco quasi la parte più debole del
•corpo, secondo la spiegazione del Diez, loss. P 177.
Encaustura: encàusto; e inchiostro, Diez less. P 236. La
doppia epentesi di l ed r (enc-l-ost-r-o) è dovuta probabilmente
all'influenza di claiistrum chiostro, il luogo dove nel medio evo
s'era rifugiata l'arte dello scrivere ''. - L'ant. it. ha incosto che
il Fanf. battezza alla lesta per corruzione à' inchiostro.
Facula: facola terna, astron.; fiàccola (da facula); e l'are.
fai cola face, candela.
Rememorare: rimemorare richiamare alla memoria; e ri-
nieinbraiyi (da remeni'rare) ricordare.
Simulare similare: similare simulare; e sembrare, Diez
Itìss, P 377-8 e Asc. II 406-7. — Molte coppie d'allòtropi danno i
derivati paralleli e i composti di questi verbi, quali: simulante, e
sembiante prtc e sost.; assimilare, e assembrare ecc Cfr. p. 31 1.
Opaous: opaco agg.; e òmbaco sost. luogo a tramontana,
luogo ombroso, ombra, v. Flech. II 4.
Fehu a. a. ted., longob. -fu (Diez less. P ISO-Sl): fio che
anticam. disse anche 'feudo' 'tributo', ed ora significa 'pena' nella
frase 'pagar il fio' ; e fèudo.
Clavus: are. cluvo chiavo cliiovo (da clau-o); e chiodo (da
chio-o) con sensi traslati cho mancano alle forme arcaiche, p. e.
chiodi 'debiti'.
117. Prostesi. Dà occasione ad allòtropi la prostesi di s, difficile per lo
prìi a distinguere dal s-=-ex; e quella di a-. Sei gruppi d'allòtropi.
Cocio -nis: co'zzone sensale di cavalli; e scozzone chi doma
cavalli ; v. Diez less. I' 144, che in scozzone vede un composto
con ex.
Pilorcio- (da pillisi): 'pilorcio avaro, pilorci ritagli di pelle
che si adoperano come concime (Fanf.); e spilorcio taccagno.
* È un'ipotesi n>olto graziosa, ma non aKro. Tutti sappiamo «he il passar di
-sto ecc. in -stro ecc. è quasi un vezzo di lingua italiana: balista bale-
stra ecc. Quanto poi all'epentesi del l {encos- enclos-)^ c'entrerà veramente
claud claus-tro; raa non per il vincolo civile che sia fra il 'chiostro' e T'in-
chiostro"; bensì per l'influsso fonetico che la frequentissima forma o ridu-
zione radicale claud- ciuci- claus- clus- esercita sopra vocaboli di etimologia
non chiara per il volgo, nei quali sia il nucleo citrf- cits- caus-. Cosi avviene
che ine u due incunne tMcwmne (v. p. 3G9n, e Arch. II 432n) diventi includae,
re enclume, cat. enchtsa. G. J. A.
400 Canelio,
Portello-: portello; e sportello.
Quadri] s: quadro -«; e squadro -a.
Lares: laìH gli dei domestici, la casa; salari (con influenza
di ala), tose, arali, i capifuoco.
Laurus: lauro; e alloro (l'alloro = la-loro = illa-laurus). Lau-
ro entra in espressioni dotte, come lauro ceraso, lauro cas-
sia ecc., nelle quali alloro non starebbe; e viceversa alloro in
frasi popolari, dove non potrebbe essere surrogato da lauro.
118. Apocope. Intacca specialmente il de finale, cfr. bontà citta, dove tut-
tavia ci può essere stata influenza dei corrispondenti nominativi bontà- citta-
da bonitas civitas, Asc. II 438. In altre voci, che si usano procliticamente»
l'apocope è solo apparente. Nove casi d'allotropia.
Merces -edis: mercéde premio, compenso; e mercé grazia
(cfr. merce-iua merce-mìa ecc.).
Fides: fede\ e fé (cfr. af-fe-mia af-fe-di-Bio, ecc.), che manca
di parecchi significati traslati di 'fede', p. es. fede, e non fé,
di nascita ecc.
Pes: piede sost.; e pie che s'adopera in frasi avverbiali. Il
-de sarà forse imprima caduto nelle combinazioni proclitiche,
come appie-del-mònte ecc.
Classicus clàssico agg. e sost.; e chiasso rumore, attrav.
il prov. clas, Diez less. P 124. Ma l'apocope sarà solo apparente,,
dovendosi classico normalmente ridurre in Francia a clas-
si-o class] clas.
Sanctus: santo agg. e sost.; e san agg. In questo, e negli
esemplari che seguono, è affatto chiaro che l'apocope sia solo
apparente. In Santo-Pietro ecc. è caduto prima l'o protonico,
cfr. n. 26, e dovette quindi tacere anche il t.
Soror: suora, are. suoro, sorella, monaca ; e suor, proclitico,
monaca.
Frater: frate (che può essere tanto da frater quanto da
fratre-, cfr. deretano da retro) fratello; monaco; e fra., pro-
clitico, monaco. Cfr. il n. 2.
Pre sbyter: prete, are. preite priete, sacerdote, e una spe-
cie di scaldaletto; e pre, proclitico, prete.
Magis: mai; e ma, congiunz. proclitica, cfr. Diez less. P 259-
119. Sdoppiamento e raddoppiamento di consonanti. I cinque casi che
d anno occasione ad allòtropi, mal si possono ridurre a categorie determinate.
Palli um: pallio il mantello degli antichi Greci e Romani e
Allòtropi: Accid. foa. generali, Sdoppiam. e Raddopp. 401
il mantello pontificale; e palio il panno o bandiera che si dona
ai vincitori delle corse equestri, e la gara alla corsa. Palio par
voce semi-letteraria, con l scempiato dal popolo.
Co Ila ti o: collazione conferimento, raffronto, conferenza; «
colazione colezione colizione il mangiar leggermente che si fac-
cia fuori del pranzo e della cena. Secondo il Littré (dict. s. col-
lation, 2), collatio sarebbe stata dapprima una 'conferenza' che
i frati facevano la sera, dopo la quale prendevano qualche rin-
fresco; e tanto il fr. collation (\nd,nio ì\ nostro collazione (e non
colazzone) hanno forma non popolare, qual'era da attendersi in
una voce uscita da' conventi.' — Abbiamo anche collazionare
rafrontare, dacc. a colazionare far colazione.
Birr-ett-ino- (cfr. Diez less. P 62 94): berrettino piccolo ber-
retto, e agg. bigio, malizioso; e berettino agg. bigio ecc.
Brutus: bruto agg. grossolano, brutale, e sost. animale; e
brutto. Il raddoppiamento qui è normale, come in venni legge da
veni lège- e serve a compensare la lunghezza originaria della
vocale.
Agio- (d' etimo incerto): agio; e aggio, onde il fr. agio agiot,
Djez less. P 10. È però singolare questo gg.
120. Vocali assorbite e fuse. In due casi la vocale più forte assorbe
la più debole, in un altro le due vocali danno origine a un suono intermedio.
Aerea: aerea agg.; ed aria sost. - L'accento sembra op-
porsi recisamente a questa spegazione di aria, già proposta dal
Diez less. P 7; ma bisognerà supporre, che aere- si fosse già ri-
dotto ad are'y prima di ricevere il suff. -ìa\ e cosi si spiegherebbe
anche il perchè ci manchi la riduzione che sarebbe voluta da un
a[e]rea d'antica, età [ara o aja). Ne resulterebbe però che aria
consti della stessa materia, ma pur non sia coevo di aerea.
Brogilo- broilo- (Diez less. P 88): brolo; e broglio.
Tram a. fr. (cfr. Diez less. P 42 1 ) ; tràino; e treno (fr. mod. train).
' La mancanza d'un ital. collazione merenda, e la quasi costante grafia
fr. ant. colation per collation colazione, fa sorgere il sospetto che l'etimo
vero sia colatione- quasi brodo, zuppa, cfr fr. souper da soupe. Più tardi i
frati, specialmente in Francia, avrebbero confuso colatio con collatio confe-
renza, però che le due cose si facessero consecutivamente.
- Esiste realmente un ant. ital. are; Dante, Vita nuova, cap. xxiii: Radergli
augelli volando per l'are'. (Nel Diz. it. del Tomm. si cita questo luogo, ma con
J'erronea indicazione: V. N. cap. 28.)
403* Caneiro'»
VI. Saggio di allòtropi
DOVUTI A RAGIONI MORFOLOGICHE.
Oltre gli allótrojii fiu'ora discorsi, altri no abbiamo, che, pur non rispon-
dendo esattamente alla nostra definizione (p. 298), non pare si possano esclu-
dere del tutto dal nostro studio. Si tratta di tali coppie di parole, che noa
risalgono veramente a un'unica forma d'una data base, ma bensì a due di-
verse sue forme, le quali dipendano o dall'antica sua flessione o da nuovi
impulsi analogici e ideali. Di questa specie di allòtropi imperfetti, ci con-
tentiamo di dare un qualche saggio.
121. Passaggiodalla terza al)a prima o alla seconda deeliuazione.
Il motivo di questo passaggio è per lo più doppio. In primo luogo, ai sost.
e agg. maschili delia seconda veniva dal gran numero la forza di attrarre
nella loro analogia i maschili della terza; e similmente la gran serie dei fe-
minili della prima attraeva nella sua analogia i feminili della terza. In secondo
luogo, sostituendosi all' -e della terza V-o o ì'-a della seconda e della prima,
si otteneva una più sicura determinazione del genere.
Alacer àlacre: e allegro.
Caespes: cespite; e cespita specie d'erba.
Callis: calle; e calla callaja.
Comes: conte cómitc; e còmito il comandante della ciurma
navale.
Con sul: cònsole; e consolo comunem. quello delle repubbli-
che medioevali.
Crinis: crine; crino quello de' cavalli, preparato per usi
industriali; e crina la cresta (quasi la criniera) de' monti.
Fustis: fusto; e fusta specie di navilio, Diez less. V 192.
Glans: glande ghiande; e ghianda.
Laus: laude lode; e lauda loda. Lodo 'collaudo' è novella-
mente estratto da lodare.
MoUis; molle agg.; e molla sost.
Nux: noce; e nuca, Diez less. P 292. Ma nuca, più facil-
mente che da nuce-, si spiegherebbe da nux, come radica da
radia:, v. Asc. II 435.
Sors: sorte; e sorta qualità.
Vestis: veste; e vesta.
122. Forme plurali passate a fungere da singolari. Si tratta, per
Altótropi imperfetti. 403
Qorraa, di neutri della seconda e della terza, che cosi entrano nell' analogia
dei femioili della prima; v. Diez gr. Il-' 23. Si hanno, però, anche esempj di plur.
maschili della seconda, o fem. della prima, passati a funzione di singolare.
C la US t rum: claustro chiostro; e chiostra.
Ficum : fico; e fica.
Folium: foglio, l'artificiale; e foglia, quella di natura, o
sottil lamina di metallo.
Granum: grano; e grana.
Odium: odio; e uggia n. 49.
Pomum: pomo; e poma mela e forse testa in 'poma piatta'
gioco fanciullesco d^tto anche 'rimpiattino'.
Spolium: spoglio n. 90; e spoglia.
Velum: velo; e vela.
Mirabilis: mirabile; e meraviglia.
Mobil is: mobile; e mobiglia, onde poi anche mobiglio.
Ala: ala pi. ale; e da alae il sing. ale, pi. aii. Per lo
sottili differenze di significato, v. Tomm. 4960-1.
Hora: ora; e da horae l'are, ore (sing.), del quale pajon
sussistere le tracce in ancore tuttore ancor tuttor, daccanto ad
uncora ecc. Tuttavia era possibile che ora mutasse il suo -a
in -e, e poi lo perdesse, in qualità di avv. proclitico.
Arma (neutr. pi.): arma anche 'insegna' 'blasone'; e dal suo
pi. arme, il nuovo sing. arme, pi. armi.
Poma (neutr, pi.) :^oma s. fera.; e dal suo ^X.pome., il nuovo
sing. pome pomo, e un ballo contadinesco, una specie di lotta
in partita che si faceva a Firenze.
123. Dietro l'esempio dei molti fem. in -a ricavati da plur. neutri di sin-
golari in -0, che in ital. sono maschili, altri femiiiili in -a si sono ricavati
anche da nomi di qualunque natura uscenti in -o. Per un ju-ocesso inverso,
s'ebbero anche pochi casi, in cui dai fem. in -a si ricavarono dei maschili
in -0.
Circulus: cerchio n. 58; e cerchia, che tuttavia potreb-
b' essere anche novellamente ricavato da cerchiare.
Fructus: frutto; e frutta i frutti che si portano in tavola.
Il pi. 'le frutta' farebbe veramente credere che il sing. frutta
sia da un fructa- neutr. pi. di fructum per fructus.
Modus: modo; e moda.
Murus: tnuro; e mura, che però si sarà svolto da murus
-come frutta da fructus, cfr. il pi. 'le mura'.
404 Cunello,
Ramus: ramo; e rama, cfr. 'le ramora'.
Rhythrau s: ritmo ritimo \ e rima, cfr. tuttavia il Diez, less.
V 351-2.
Titio: tizzo stizzo; e stizza rabbia, quasi animo ardente,
cfr. Diez less. P 416.
Vapor: vampo, 'menar vampo' insuperbire; e vampa fiam-
mata, cfr. Diez less. IP 78.
Causa: cosa n. 24; e coso.
Coxa: coscia; e coscio la coscia dell'animale, preparata per
vendere o cuocere.
Cuppa: coppa; e coppo, Diez less. P 138.
124. Talvolta l'italiano è riuscito a distinguere foneticamente due forme
latine, una in -us e l'altra in -um, che si venivano a confondere nel basso-
latino d'Italia. Tal altra l'italiano riesce a divariare due basi sostanzialmente
identiche, l'una delle quali già esisteva nel lat. con -mn od -its, e l'altra le è
sorta accanto in età in cui il neutro e il maschile non si distinguevano più,
cfr. p. 304-5.
Aquarius aquarium: aquario acquaiolo; e acquajo.
Apiarius a pia ri um: apmjo chi ha cura delle api; e aj9i(2-
rio alveare, arniajo, e anche apiajo, cosicché la distinzione non
è riuscita che a metà. Lo stesso si dica dell'esemplare che segue.
Cellarius cellarium: cellario cigliere cantina, celliere
-i -0 cantina, dispensa; e cellajo cantiniere, ma anche cantina.
Armarium armario-: armario armadio; e armiero fab-
bricatore d'armi, soldato.
Leporarium leporario-: leporario leprajo parco; e le-
vriero cane da lepri'.
125. Reliquie della flessione per casi. Abbiamo dei casi isolati, come
ogni da omnis, daccanto al moderno latinismo omnibus omnibus *a tutti';
egli il da ille, daccanto a loro illorum; e sim. Più abondanti sono gli
allòtropi da basi di sostantivi imparisillabi della terza, in cui l'un termine
riflette il nom. o nom.-acc. sing., e l'altro una forma comune che risultava
dal conguagliamento fonetico dei casi obliqui o di parte di essi; vedine Ascoli,
II 434 segg. Ma solo in poche di queste coppie i due termini vanno distinti
^ A p. 308, seguendo il Diez, less. P 248, abbiamo dato per latino senz'altro
un leporarius; ma il Diz. lat. non ha veramente che leporaria, attributo d'una
specie di vite (Serv., ad Virg. Georg. 2, 93). Per trovare il leporarius 'ha-
senhund' del Diez, bisogna venire alla lex sai. che ha 'canis lep,' (v, Ducange-
Henschei. s. canis).
Allòtropi imperfetti. 405
anche per significato. Citiamo: cespo e cespite da caespes; vampo e vapore
da vapor; duolo e dolore da dolor.
126. Da uno stesso verbo si estraggono due o più sostantivi, che si distin-
guono per la vocal finale, che determina il genere, ed altrimenti.
Gridare {quiritare): grido; 6 grida.
Chiamare [clamare)', chiamo; e chiama.
Chiappare (cfr. Diez less. IP 20 e Caix St. d'et. 16): chiappo
guadagno, presa; e chiappa guadagno, e prominenza deretana.
Restare: resto avanzo; e 7'esta, della lancia.
Retinere: ritegno; e rédina, are. rètina, dei cavalli. —
La stessa base parrebbe avere la retina dell'occhio, che taluni
proferiscono rètina, altri retina. Ma questa voce apparisce assai
tardi nell'italiano, e par ricavata da rete, e collegata poi, per
saccenteria etimologica, con retinere.
127. Da un sost. agg. o avv. latino, che ha il suo normale riflesso in un
sost. agg. 0 avv. italiano, è stato derivato un verbo, dal quale poi si estrae
un nuovo sost., di somma fonetica identica a quella del sost. o agg. od avv.
primitivo, V. p. 298.
Crotalura crocchiare (Diez less. IP 23): crotalo; e croc-
chio in quanto dice Tumore di vaso fesso'.
Cura-rotulus crollare (Diez less. P 145): crocchio circolo,
adunanza, Caix St. d'et. 52; e crollo scotimento, rovina.
Stridui US strillare (Diez less. IP 72): stridulo agg.; e
strillo sost., cfr. n. 112.
128. Di frequente si riproduce nell'italiano la combinazione che già c'era
in un composto latino, il quale ha pur esso nell'ital. il buo continuatore.
Commendare: commendare; e comandare (per com-man-
dare).
Ex-primere: esprimere; e spremere.
Receptare: ricettare; e ricattare.
Acceptare: accettare; e accattare.
INDICE
DEGLI ALLÒTROPI ITALIANI.'
acacia 388.
acchitarsi 317.
accìajo 303.
acciaro 303.
acciuffare 379.
acquietarsi 317.
acro 370.
acuto 370.
adito 398.
aerea 401.
aggio 401.
agio 401.
agocchia 35 L
agro 370.
agucchia 35L
aguglia 351.
aguto 370.
aja 303.
ajuola 303.
ajutante 331.
aitante 331.
alari 400.
albeggiare 373.
albicare 373.
alece 317.
alenare 397.
alena 897.
alice 317.
alidezza 360.
alidire 360.
alido 360.
alleanza 374.
alleare 374.
alleato 374.
alleganza 374.
allegare 374.
allegato 374.
alligare 374.
alligato 374.
alloro 400.
alm^ 329.
alterezza 342.
alterigia 342.
amatita 392.
ambiare 359.
ambio 359.
ambulare 359.
ambulo 359.
ammainare 321.
ammenare 321.
amoroso 391.
anatomia 391.
andito 398.
anelare 397.
angoscia 339.
angoscioso 339.
angustia 339.
angustioso 339.
anima 329.
ansima 398.
aasola 366.
ansula 366,
apparecchiare 353.
apparigliare 353.
apoticario 303.
apozzima 391.
aragna 391.
araldo 337.
arancio 391.
aranea 391.
arcajo 303.
arciere 303.
area 303.
arena 316.
areola 303.
argentario -a 303-4.
argentiera 304.
argentiere -o 303.
aria 401.
aridezza 3G0.
aridire 360.
arido 360.
aringo 323.
arista 391.
armentario 304-
armentiere 304.
arpare 376.
arraffare 376.
arrampare 376.
arrappare 376.
^ Sono stati esclusi da quest'indice gli allòtropi inesatti, e tutti quegli
esemplari la cui identità etimologica non paja sicura o per lo meno grande-
mente probabile. Vanno contraddistinte con asterisco poche coppie che nel trat-
tato furono scordate.
Indico degli allotropi italiani.
407
articolare 351.
articolo 351.
artigliare 351.
artiglio 351.
ascenaa 366.
ascesa 366.
asciolvere 365.
asinajo 304.
asinario 304.
asola 360.
asolare 365.
assemblea 311.
assembrata 311.
assolvere 365.
astajo 307.
astario 307.
astuccio 347.
atomo 335.
attillare 354.
attimo 335.
attitolare 354.
attonito 391.
aura 328.
auricula 351.
avale 334.
aversiere 803.
avversario -a 303.
azienda 363.
azzuffare 379.
bacajo 304.
bachiero 304.
bacchio 351.
baculo 351.
bagagliajo 304.
bagagliere 301
baggiolo 335.
bajalo 335.
balestra 321.
balestrajo 304
balestriere 304.
balio 335.
balista 321.
balla 381.
bambioaja 301
bambinéa 304.
banca 381.
bancario 304.
banchiere 301.
*barco (Diez less, V 305).
baruffare 397.
befana 389.
bellico 392.
berettino 401.
berillo 331.
berrettino 401.
bestia 339.
bestiajo 304.
bestiario 304.
bescio 340.
bevigione 343.
bevizione 343.
biancomangiare 313.
biante 362.
biasimare 363.
biavo 328.
bicchiere 381
bieco 392.
biffa 363.
bifolco 382.
biglietto 390.
bill 390.
bindolo 363.
bioccolo 359.
bioscio -a 359.
biscia -0 339-40.
blasfemare 363.
blu 328.
bobolco 382.
bocchd 364.
bolgetta 390.
borsello 318.
borsiglio 318.
boschetto 304.
bossolo 327.
boto 362.
bottegajo 303.
bozzima 391.
bozzina 391.
bracciale 373
brachiale 373
bramangiere 313.
brezza 392.
brillo 331.
broglio 401 .
brolo 401.
bruto 401.
brutto 401
budget 390.
buró 311.
burello 350.
buró 350.
burraia 311.
bussolo 327.
cabina 315.
cacciatoja 337.
cacciatora 337.
cadréga 385.
caduco 387.
caffetto 380.
caffo 379.
cagione 338.
cajéra 385.
calamajo 305.
calamo 329.
caldajo 305.
caldo 329.
calidario 305.
calido 329.
calmiere 305.
calmo 329.
calonaco 333.
caluco 387.
camarilla 318.
camera 372.
camerajo 305.
camerario 305.
camerella 318.
cameriere 305.
camerlingo 323.
caminata 312.
cancellare 372.
canchero 360.
cancro 360.
candelaio 305.
candeliere 305.
408
Canello,
canicola 372.
canonico 333.
canovajo 305.
canoviere 305.
capanna -o 315.
capecchio 352.
capellaja 305.
capelliera 305.
capetto 380.
capitano 331.
capitolo 352,
capo 379.
cappellaja 305.
cappelliera 305.
capréolo 389.
capriòlo 389.
captivare 387.
captivo 386.
caibonajo -a 306.
carbonaro -a 306.
carbonchio 352.
carbuncolo 352.
carcerario 306.
carcei'iere 306.
carnajo 306.
carniere 306.
carraja 306.
carré 314.
carriera 306.
carrozzajo 306.
carrozziere 306.
cartello -a 318.
cartiglio -a 318.
cartolaio 306.
cartolare 306.
cascina 338.
caseina 338.
cassajo 305.
cassiere 305.
cassettone 331.
castone 331.
catedra 385.
cattano 331.
cattivare 387.
cattivo 386.
causa 328.
cavaliere -o 304.
cavallajo 304.
cavallaro 304.
cavea 337.
cavicchia 352.
caviglia 352.
cavo 379.
celesto 398.
centenario 306.
centinajo. 306.
ceppo 321.
cerchiare 352.
cerchio 352.
cerebello 331.
cereo -a 317.
cero 317.
cerusico 373.
cervello 331.
cesso 395.
cetra 389.
chetare 316.
cheto 316.
chiàito 358.
chiamare 351.
chiantare 358.
chiatto -a 358.
chiasso 400.
chiavajo 306.
chiavica 389.
chiaviere 306.
china 395.
chiodo 399.
chiosa 356.
chirurgico 373.
chitare 317.
chitarra 380.
chiusura 351.
ciambellano 323.
ciambra 372.
ciancellare 372.
cianta 358.
cibario -a 306.
cibo 320.
cibrèo 306.
ciera 317.
cifera 398.
cifra 398.
cilestro 398.
ciraineja 312.
cinghiale 356.
cinghio 356.
cingolo 356.
ciniglia 372.
cinquina 395.
cipiglio 397.
cipollajo 304.
cipoUaro 304.
cippo 321.
circolare 352.
circolo 352.
cisma 374.
ciufFetto 379.
ciuffo 378.
civaja 306.
civéo -a 306.
clamare 351.
classico 400.
clausura 351.
clavicola 352.
davo 399.
cloaca 389.
clown 323.
co 379.
coagulare 372.
coatto 372.
cobbola 358.
cognito 329.
colèra 389.
còllera 389.
collocare 349.
colombajo 306.
colombario 306.
colono 323.
cplto 326.
coltre 397.
coltrice 397.
commiato 312.
comparare 329.
compiegare 357.
compieta 357.
compimento 357
compire 357.
compito 329.
completa 357.
complicare 357.
complimento 357.
complire 357.
composito -a 329.
composto -a 329.
comprare 329.
computo 329.
confermare 322.
confìrmare 322.
conflato 370.
congedo 312.
coniglio 352.
couservatojo 337.
conservatorio 337
consomé 312.
consumare 312.
consumato 312.
consummare 312.
consummato 312.
contenente 333.
continente 333.
conto 329.
coppia 358.
copula 358.
corazza 348.
corcare 349.
coriacea 348.
corona 323.
coronajo 307.
coronario 307.
corpetto 364.
corsaro 307.
corsetto 364.
corsiere 307.
corsia 362.
corsiva 362.
corteare 373.
corteggiare 373.
corteggio 373.
cortèo 373.
cosa 328.
costura 331.
cozzone 399.
crasso 370.
Indice degli allòtropi italiani
crepitare 329.
crepito 329.
cresima 398.
cretino 316.
crettare 329.
cretto 329.
cripta 327.
crisma 398.
cristiano 316.
crocchio 358.
cronaca 333.
cronica 333.
crullo 354.
cruna 323.
cubito 325.
cucinario 306.
cuciniere 306-7.
cucitura 331.
culto 326.
cumulo 397.
cuniculo 352.
cupidezza 342.
cupidigia 342.
dado 334.
dama 367.
damare 367.
dameggiare 373.
damigello -a 367.
damina 367.
damo 367.
damuccia 367.
dato 384.
dattero 349.
dattilo 349.
daziario 307.
daziere 307.
debile 334.
debilezza 334.
debita 330.
debole 334.
debolezza 334.
degradare 332.
demandare 332.
demanio 321.
dentaria 3)1.
409
dentiera 307.
deposito 32:).
deposto 329.
designare 332.
desinata 312.
desinéa 312
despitto 319.
destillatorio 337.
detta (sdebita) 330.
detta (= dieta) 322.
dettagliare 364.
devoto 332.
devozione 332.
diffidare 394.
diffidato 394.
diflformare 394.
digitale 374.
digiune 313.
digradare 332.
dimestico 335.
dipoi 334.
diretto 319.
diritto 319.
disbarcare 393.
discaricare 393.
discarico -a 393.
discendere 393.
discernere 394.
discesa 393.
dischiudere 394.
discoprire 394.
disdegnare 394.
disdegno 394.
disegnare 332.
disfida 394.
disfidare 394.
disfidato 394.
disleale 394.
dislocare 394.
dislogare 394.
dismettere 394.
dismontare 394.
dispacciare 394.
dispaccio 395.
dispetto 319.
dispiacere 395.
410
dispjcciare 395
dispiegare 357.
displicare 357.
dispregiare 344.
disprezzare 344.
dissipare 395.
distagliare 364.
distillatojo 337.
districare 371.
distrigare 371.
distruggere 393.
ditale 374.
ditta 322.
diurnale 346.
diurno 346.
divoto 332.
divozione 332.
dobla 357.
dobretto 357
doblone 357.
dogato 370.
doge 370.
dòllaro 387.
domandare 332.
domestico 335.
dominare 367.
dominio 321.
d<5mino 367.
dominò 367.
don 367.
donna 367.
donneare 373.
donneggiare 373.
donnina 367.
donno 367.
donnuccia 367.
donzello -a 367.
dopo 334.
doppietto 357.
doppio -a 357.
doppione 357.
dorato 313.
doratura 385.
dorè 313.
dorura 385.
dottanza 325.
Canello,
dottare 325.
dragone 387.
dubitanza 325.
dubitare 325.
ducato 370.
duce 370.
duplo 357.
egli 396.
eguale 334.
ella 396.
iimpito 322.
encausto 399.
endice 322.
epifania 389.
episcopato 375,
epitafio 392.
epitema 392.
erbaccia 348.
erbacea 348.
erbajo 307.
erbario 307.
ereditaria 307.
ereditiera 307.
eretto 330.
ergere 330.
erigere 330.
eeagio 392.
esalare 365.
escavazione 392.
esempio 3G5.
espedire 392.
espedito 392.
esplanare 393.
esponente 393.
esporre 393.
esposizione 393.
esposto 393.
espresso 393.
espurgare 393.
estirpare 393.
estivo 362.
estollere 330.
estorre 330.
estraneo 393.
estratto 393.
estravagante 393.
etichetta 364.
fabbrica 382.
faccenda 363.
facola 399.
falcola 399.
faldella 319.
faldiglia 319.
fantasima 398.
fantasma 398.
fante 395.
farabutto 337.
fattezza 386.
fatticcio 386.
fattizio 386.
fauci 328.
favola 382.
fazione 344.
fazzone 344.
fé 400.
fede 400.
feltro 322.
fenici 380.
fermare 322.
feria 317.
feticcio 386.
feudo 399.
fiaba 382.
fiacco 399.
fiaccola 399.
fianco 399.
fiasco 353.
fiato 359.
fibbia 359.
fibula 359.
*fica, v. finca,
fiera 317.
fievole 359.
filtro 322.
fimbria 323.
finanziario 307.
finanziere 307.
♦finca, cfr. n, 116.
fio 399.
fioccolo 359.
fiosso 359.
flotano 382.
fiotto 359.
firmare 322.
fischiare 352.
fisare 365.
fiso 365.
fissare 365.
fisso 365.
fistola 352.
fistolare 352.
fistula 352.
fiuto 359.
flato 359.
flauto 359.
flebile 359.
flebotomo 382.
floscio 359.
flotta 359.
flusso 359.
flutto 359.
focaja 307.
focara 307.
foci 328.
focile 335.
foco 323.
foga 325.
foggia 382.
foglio 337.
foja 337.
fojoso 337.
fola 382.
folata 302.
folio 337.
forcata 370.
forestaro 307.
forestiere 307.
forgia 382.
formicajo 307.
formichiere 307
fra 400.
fracido 398.
fràdicio 398.
fragile 374.
frale 374.
Indice degli allotropi italiani
franchezza 342.
franchigia 342.
frangia 323.
frate 400.
fratre 314.
frazio 398.
freddo 330.
friere 314.
frigido 330.
froge 328.
fretto -a 359.
frucare 370.
frucata 370.
frucchiare 370.
frucchino 371.
frugare 370.
frugata 370.
frugolare 370,
frugolino 371.
frugolo 371.
frullare 370.
frullino 371.
frullo 371.
frumentario -a 307.
frumentiere -a 307.
fucina 334.
fuga 325.
fumata 313.
fumèa 313.
funto 380.
fuoco 323.
furia 337.
furioso 337.
gabbano -a 315.
gabbanetto 315.
gabbia 337.
gabinetto 315.
gaggia 337.
gaggia 338.
gaje 337.
galèa 305.
galera 305.
galleria 305.
gancio 301.
ganghero 360
4Ii
gebo 320.
geloso 305.
gemmajo 307.
gemella 334.
gemmiere 307.
gentilezza 343.
gentiligia 343.
gerla 349.
gema 349.
geto 386.
getto 386.
ghieva 355.
ghiottoneria 397.
ghiottornia 397.
giacchio 352.
giffa 363.
gignore 341.
giocolare 355.
gioire 317.
giornale 346.
giorno 346.
giullare 355.
giumella 334.
giurata 315.
giuri 315.
giuria 315.
giustezza 343.
giustizia 343.
gleba 355.
glossa 356.
godere 317.
golpe 362.
gombina 324.
gomena 324.
gomito 325.
gonfiato 370.
gradire 387.
grado 384.
granadiglia 319.
granatajo 307.
granatella 319.
granatiere 307.
granati glia 319.
granchio 360,
grancio 360-1.
grandezza 343.
412
grandigia M^.
grascia 370.
grasso -a 370.
gratella 315.
graticola 385.
grato 384.
grave 315.
grazire 388.
greggio 348.
gretola 315.
greve 315.
grezzo 348.
griglia 385.
grondaja 307.
grondéa 307.
groppo 327.
grotta 327.
grup 327.
gruppo 327.
guaina 362.
guainella 362.
guaire 362.
guarnigione 343,
guarnizione 343.
gubbia 359.
gucchia 351.
guglia 351.
guefFa 363.
guindolo 363.
idiotico 392.
il 396.
ioamondezza 343.
inamondizia 343.
impeto 322.
inopiegare 357.
impiegato 357.
implicare 357.
implicato 357.
incenso 366.
inceso 366
inchinare 351.
inchiostro 399.
inclinare 351.
incolto 326.
inculto 326.
Canello,
indaco 333.
indi 396.
indice 322.
indico 333.
infante 395.
inocchiare 352.
inoculare 352.
integro 389.
intero 389,
intricare 371.
intrico 371.
intrigare 371.
intrigo 371.
ivi 3SI6.
jacolo 352.
juniore 341.
la 396.
lacrimatojo -a 337.
lacuna 371.
ladino 384.
lagnare 341.
lagrimatojo -a 337.
lagrimatorio 337.
laguna 371.
lama 367.
lamina 367.
lanciajo 307.
lanciere 307.
laniare 341.
lari 400.
latino 384,
lauro 400.
laveggio 390.
leale 374.
lealtà 374,
lecconeria 397,
leccornia 397.
legale 384.
legalità .374.
legamento 333.
leggendajo 308.
leggendario 308.
lena 397.
lenticchia 352,
lenticola 352.
lentiglia 352.
leprajo 308.
letterajo 308.
letterario 308.
levriere 308.
lezzare 392.
lezzo 392.
libello 381.
libbra 381.
liberata 313.
librajo 308.
librario 308.
ligamento 333.
limpido 330.
lindo 330.
linguaggio 347.
linguatico 347.
lira 381.
livello 381.
livrea 313.
loco 371.
lordo 324.
lova 325.
lucernajo 308.
lucernario 308.
lucerniere 308.
luminara 308.
luminiera 308.
lumajo 308.
luméro 308.
lupa 325.
lurido 325.
ma 400.
macchia 352.
macchiare 352.
macchina .373.
macchinare 373.
♦macchinato,
♦macchinazione,
macina 373.
macinare 373.
♦macinato,
♦macinazione,
macula 352.
Indice degli allòtropi italiani.
413
maculare 352.
madama 367.
madamina 367.
madonna 367.
madonnina 367.
madornale 384.
maestrale 874.
maestressa 390.
maestro 390.
magione 338.
magistrale 374.
maglia 352.
magliaro 352.
magliuolo 386,
mai 400.
mallèolo 389.
malta 349.
manco 315.
maneccliia 352.
manescalco 361.
mangiata 313.
mangéa 313.
mania 389.
maniera -o 308.
maniglia 252.
mannaja 308.
manovale 336.
mansione 338.
manso 365.
mantello 350.
manto 350.
manuale 336.
manzo 365.
*marca.
marcare 372.
♦marcia,
marciare 372.
marescalco 361.
marcido 388.
marcio 388.
maremma 320.
marittima 320.
marzio 343.
marzo 343.
maschio 353.
mascolo 353.
Archivio glottol. ital .
mastro 390.
matita 392.
mattino 331.
matronale 384.
matutino 331.
medagliajo 308.
medagliere 308.
mediano 346.
mediato 346.
medietu 331.
medio 346.
mena 320.
menare 320.
menomo 320.
mentula 353.
meraviglia 337.
mercé 400.
mercede 400.
merlare 346.
meridiano -a 347.
meriggiare 346.
meriggiano -a 347.
meriggio -a 347.
merlo -a 347.
merito 320.
merto 330.
meschia 353.
mescola 353.
mescolata 313.
mestiere -i 331.
mestura 333.
metà 331.
mezza 346.
mezzano 346.
mezzo 346.
mina 320.
minare 320.
minchia 353.
minestraio 303.
minimo 320.
ministero -rio 331 .
ministriere 308.
minugia 343.
minutario 308.
minutiere 308.
minuzia 343.
mirabilia 337.
miracolo 353.
miraglio 353.
mischia 353.
mischiata 313.
misléa 313.
miss 390.
mistero 332.
mistura 333.
miticare 375.
mitigare 375.
mitilo 366.
mitera 398.
mitra 398.
modano 349.
modulo 349.
moina 320.
mona 367.
monco 315.
monetario 308.
monetiere 308.
monna 367.
moroso 391.
morsello 361.
morsetto 361.
morsino 361.
morso 361.
mota 349.
mucchio 397.
mugghiare 356.
mugliare 356.
mugulare 356.
musello 361.
musetto 361.
musino 361.
muso 361.
natio 363.
nativo 363.
ne 396.
nebbia 359.
nebbiosa 359.
nebula 359.
nebulosa 359.
negro 374.
nembo 322,
414
nero 374.
nerbo 361.
nervo 361.
netto 330.
nicchio 366.
nimbo 322.
nitido 330.
«occhio 351.
nom(5a 314.
nominata 314.
notomia 391.
novellajo 308.
novelliere 308,
noverare 366.
novero 366.
novizio 343.
novizzo -a 343.
nucleo 351.
numerare 366.
numero 366.
obliquo 392.
occasione 338.
occhiato -a 352.
oculato -a 352.
odioso 347.
odorare 387.
officiale 335.
officina 334.
officio 335.
oglia 350.
olezzare 392^,
olezzo 392.
olla 350.
olorare 387.
òmbaco 399.
ombelico 392.
opaco 399.
opera 330.
operajo 308.
operiere 308.
opra 330.
ora 327.
oratura 385.
orecchia 351.
orecchiante 351.
Canello,
orecchiare 351.
orezzo -a 392.
orgoglio 397.
origliante 351.
origliare 351.
orura 385.
ospedale 314.
ospitale 314.
ospito 330.
ossajo 309.
ossario 309.
ostaggio 347.
ostelliere 307.
ostiario 309.
pacare 371.
padire 384.
padrone 384.
pagare 371.
pajo 309.
paladino 384.
palagio 343.
palatino 384.
palazzo 343.
palio 401.
palla 381.
pallio 401.
palmata 314.
palméa 314.
palmento 332.
panajo 309.
panca 381.
panico 380.
paniere 309.
par 309.
parabola 382.
paraffi) 390.
paragrafo 390.
*parco (v. barco).
parecchio 353.
pareglio 353.
pari 314.
pariglia o53.
paro 309.
parola 382.
patire 384.
patrone 384.
pausa 323.
pausare 328.
pavimento 332.
peccherò 381.
pellegrino -a 301.
peloso 333.
peluja 337.
peluria 337.
pendolo 335,
pendulo 335.
penitenziario 309.
penitenziere 309.
penni 380.
pensare 366,
penserò 309.
pensiero 309.
pensione 338.
peregrino 361.
peri 314.
periera 309.
periato 314.
perle 314.
pesare 366.
pescaja 309.
pescarla 336,
pescheria 336.
peschiera 309.
petraja 309,
petriera 309.
pianta 358.
piantare 358.
piato 358.
piatto -a 358.
piazza 357.
piazzale 357.
piccione 338.
pie 400.
piede 400.
piego -a 357.
pietrajo 309;
pieve 357.
pigione 338.
pigrezza 343.
pigrizia 343.
pilorcio 399.
piloso 333.
plorare 357.
pipa 357.
pipita 390.
pippione 338.
pitaffio 392.
pittima 392.
pituita 390.
piva 375.
placito 358.
platea 357.
plateale 357.
piatta 358.
plebe 357.
plico -a 357.
plorare 357.
podere 385.
podestà 385.
♦pòlipo.
♦polpo (cfr. n. 25).
polveraja 310.
polveriera 310.
pondo 380.
pontare 325.
portello 400.
posa 328.
posare 328.
positura 332.
postero 309.
postiere 309.
postura 332.
potare 385.
potere 325.
potestri 385.
pre 400.
prebenda 382.
precario 310.
prefenda 382.
pregadi 385.
pregati 385.
preghiero 310.
pregiare 344.
pregio 344.
preposi to 329.
preposto 329.
prevosto 329.
Indice degli allòtropi ifaliani.
prete 400. r
415
prezzare 344.
prezzo 344.
primajo 310.
primario 310.
primiero 310.
proda 360.
prò fenda 382.
profosso 380.
proposito 329.
proposto 329.
provenda 382.
provosto 329.
prua 360.
puntare 325.
putare 325.
putido 330.
putto 330.
puzzo -a 330.
quadro -a 400.
quadragesima 374.
quadrato 314.
quadrello -a 319.
quadriglio -a 319.
quagliare 372.
quaresima 374.
quartario 310.
quartiere 310.
quatto 372.
questione 333.
quotare 316.
queto 310.
quietare 317.
quieto 316.
quintale 306.
quistione 333.
quitare 317.
rabbuffare 397.
radio 347.
rado 360.
raflTa 370.
raffare 376.
raggio 347.
ragionare 343
ragione 343.
ragna 391.
rampa 376.
rampare 376.
rancio (agg.) 391.
rancio (sost.) 321
rango 323.
rapare 364.
rapè 314
rapido 330.
raro 360.
raspare 364.
raspato 314.
raspéo 314.
ratto 330.
rauco 328.
razionare 343.
razione 343.
razzo 347.
reale 374.
reclamare 351.
reclamo 351.
recuperare 375.
recupero 375.
reddo 330.
regale 374.
reggia 349.
regia 349.
regione 374.
rena 310.
reo 318.
replicare 357.
rescritto 3.32.
rescrivere 332.
resecare 371.
respitto 319.
ressa 322.
resta 391.
restare 332.
restaurare 332.
restauro .333.
retto 319
rezzo 302.
ribacia 334.
richiamare 351
richiamo .351
41G
ricoverare 375.
ricovero 375.
rigido 330.
rigoglio 397.
rilasciare 365.
rilassare 365.
rimembrare 399
rimemorare 399.
rinominata 314.
rinoméa 314.
rio 318.
rione 374.
ripa 375.
riparia 310.
ripiegare 357.
riscrivere 332
riscritto 332.
riserbare 362.
riservare 362.
risicare 371.
rispetto 319.
i-issa 322.
ristare 332.
l'istorare 332.
ristoro 333.
ritondello 350.
ritto 319.
riva 375.
riversare 361.
riverso 361.
riviera 310.
rivisitare 334.
roba 329.
rocchio 354.
reco 328.
ronda 386.
rondò 350.
ropa 329.
rosajo 310.
rosario 310.
rotondo -a 395.
rotolo 354.
rotula 354.
rovesciare 361.
rovescio 361.
rovinare 336
Canello,
rovistare 334.
ruba 329.
rubalda 334.
ruinare 336.
rullo -a 354.
ruolo 354.
saccente 338.
sacramentare 375.
sacramento 374.
sacrato 371.
sacro 371.
saettiere 310.
saggio ( = sapius) 338.
saggio ( = exagium ) 392.
sagittario 310.
sagrato 371.
sagro -a 371.
saja 386.
salaja 310.
saliera 310.
saldare 330.
saldato 330.
saldezza 330.
salma 375.
salvatico 347.
salvezza 343.
saWigia 343.
san 400.
sanguinare 315.
sanguineo 341.
sanguigno 341.
santo 400.
sapiente 338.
saponaria 310.
sappiente 338.
saraceno 317.
Saracino 317.
saramentare 375.
sararaento 375.
sargia 318.
savio 338.
savonéa 310.
sbagliare 311.
sbarcare 393.
sbieco 392
sbonzolare 334.
scarabeo 382.
scarafaggio 382.
scaricare 393.
scarico -a 393.
scarso 365.
scarzo 365.
scasimo 380.
scavazione 392.
sceda 373.
scempio 375.
scendere 393.
scernere 394.
scesa 393.
sceverare 375.
scheda 373.
schifare 362.
schifo 362.
schioppettata 35 li-
schioppo 351.
schiudere 394.
schivare 362.
schivo 362.
scia 371.
scialare 3G5.
sciame 365.
sciare 371.
scipare 395.
scisma 374.
scoglia 380.
scoppiettata 351
scoppio 351.
scoprire 394.
scozzone 399.
scrittojo 337.
scrittorio 337
scudajo 310.
scudiere 310.
sdegnare 394
sdegno 394.
secare 371.
secesso 395.
sega 371.
segare 371.
segnare 315'
segno 374
ludice degli all(')troiii italiani.
417
selvaggio 347.
selvatico 347.
sembiante 399^
sembrare 399.
semel 334.
semola 334.
seniore 341.
separare 375.
serbare 362.
sere 341.
serica 318.
sergente 338.
servare 362.
serviente 338.
servigiale 343.
servigio 343.
serviziale 343
servizio 343.
sesta 319.
sestario 310.
sestiere 310.
seta 386.
setaceo 348.
sfera 363.
sfida 384.
sfidare 394.
sfidato 394.
sformare 394.
sgherro 311.
sguerguenza 342.
sibilare 382.
sicario 311.
siesta 319.
sigillo 332.
signore 341.
simila 334.
simulante 399.
simulare 399.
sinfonia 389.
singolare 356.
sino 374.
sire 341.
slogare 394.
smania 389.
smaniglia 352
smettere 391.
smontare 394.
sobillare 382.
soccio 34S.
socio 348.
sodo 330.
soffice 326.
soja 386.
soldano 387.
soldare 330.
soldato 330
soldo 330.
solidezza 330.
solido 330
soma 375.
somajo 310.
somaro 310.
somiere 310.
soppediano 341.
sopperire 357.
soppiegare 357.
sopporre 335.
soprano 376,
sor 341.
sorto 326.
sovescio 361
sovrano -a 376.
sovverso 361.
sozio 348.
sozzo 398.
spacciare 394.
spaccio 395.
spaldo 397.
spalla 354.
spalto 397.
spasimo 380.
spatola 354.
spazio 344.
spazzo 344.
specchiare 353.
specchio 353.
speciale 348.
specie 348,
speculare 353.
speculo 353.
spedaliere 307
spedire 392.
spedito 392.
speglio 353.
spenzolare 334.
sperone 332.
speziale 348.
spezie 348.
spiacere 395.
spianare 393.
spicciare 395.
spicchio 354.
spiculo 354.
spida 394.
spigolo 354.
spillo 354.
spilorcio 399.
spiracolo 353.
spiraglio 353.
♦spirito (cfr. n. 25)
♦spirto.
spoglia 380.
spola 354.
sponente 393.
sporre 393.
sportello 400.
sposizione 393.
Sposto 393.
spresso 393.
sprone 332.
squadro -a 400.
squillo 380.
stabbiare 360.
stabulare 360.
staccio 348.
stadio 347.
staggio 347.
stagionare 343.
stagione 343.
stagnare 398.
stajo 310.
stajoro 310-1.
stallaggio 348.
stallatico 348.
stancare 398.
statico 347.
stazionare 342
stazione 343
418
stecchelta 361.
stelo 320-1.
sterpare 393.
sterpe 322.
stia 37G.
stiare 37G.
stilo -e 320.
stio l!,62.
stioro 311.
stipa 376.
stipare 376.
stirpe 322.
stiva 370.
stivare 376.
stoffa 380.
stoggio 347.
stollo 321.
stoppa 380.
strano -io 393.
stratto -a 393.
stravagante 393.
stretto 322.
stridulo 388.
sti-igolare 388.
strigolo 383.
strillo 388.
strinto S22.
struggere 393.
studio 347.
succiare 346.
sucido 398.
sudicio 398.
sultano 387.
suor 400.
suoro 400.
supercilio 397.
suppedaneo 341.
supplicare 357.
supplice 326.
supplire 357.
supporre 335.
surto 326.
svariare 311.
tabularlo 311.
tacca 383.
Cknello,
tacjia 383.
taccola 383.
taffiare 383.
tdllero 387.
talpa 349.
tamburajo 31 1.
tamburiere 311.
tappare 377.
tappato 377.
tappo 377.
targone 387.
tavolare 383.
tavoliere 311.
teca 372.
tecca 383.
teccola 383.
tega ( = lat. tbeca) 372.
tega (=a. fr. teque) 383.
tegghia 356.
tegola 356.
terraccio -a 348.
terrazzo -a 348.
terziario 311.
terziere 31 1.
timbro 331.
timpano 331.
tirso 328.
toast 324.
tonaca 325.
tonello 390.
tono 323.
tondo 395.
tonfare 379.
tonto 391.
topa 349.
toppare 379.
toppo 379.
toppetto 378-y.
toppo 378.
torchio 353.
torcolo 353.
*torno (DiEZless. I' 4l8).
torso 328.
tosto 324.
tradigione 343.
tradizione 343.
traino 401.
trattatore 386.
trattore 386.
trebbiare 360.
trebbio 338.
treno 401.
triare 386.
tribolare 360.
tribulare 360.
tristezza 343.
tristizia 343.
tritare 386.
trivio 338.
tromba b25.
troppa 381.
truppa 381.
tuba 325.
tunica 32.').
tùnnel 390.
tuono 323.
turba 381.
turno (v. torno)
uccellaja 304.
uccelliera 304.
uffiziale 335.
uffizio 335.
uggia 347.
uggioso 347.
uguale 334.
ululare 349.
unghia 356.
ungula 356.
urlare 349.
usciere 309.
usurarlo 311.
usuriere 311.
Uzza 347.
vacillare Z22.
vagellajo 364.
vagellare 322,
vagello 304.
vagina 362.
vagire 362.
v-ijo 311.
valicare 361.
valico 361.
vallata 314.
vallèa 314.
vani£;lia 362.
varcare 361.
varco 361.
vario 311.
varo 311.
vascolo 353.
vasellajo 364.
vasello 364.
vecchio 351.
veggio 396.
vegliare 356.
veglio 354.
ventilare 335.
ventolare 335.
ventricolo 353.
ventriglio 353.
verecondia 342.
vergogna 342.
vergola 323.
verminaria 31 1.
verrainara 311.
versiera 303.
Indice degli allòtropi italiani,
vescovado 375. vgto 362.
vetrajo -a 311. vulva 327.
vetrario -a 311.
vetriera 311.
vezzo 344.
vezzoso 344.
vi 396.
viaggio 348.
viante 362.
viatico 348.
vigilare 356.
vigna 341.
villaggio 348.
villatico 348.
vilume 335.
vinea 341.
virgola 323.
419
vizio 344.
vizioso 344.
volagio 348.
volata 362.
volatico -a 348.
volpe 362.
volume 335.
volva 337.
zacchera 383.
zaffare 377.
zaffata 377.
zaffo 377.
zampa 378.
zampare 378.
zampeggiare 378.
zampogna 389.
zappa 378.
zappare 378.
zappicare 378.
zeccola 383.
zeloso 355.
zeppo 377.
zinzilulare 396.
zirlare 396.
zombare 379.
zotico 392.
zubbare 379.
zuffa 379.
zufolare 382.
zuppa 379.
LE TYPE SYNTACTIQUE HOMO-ILLE ILLE-SONUS
ET SA PARENTÈLE.
PAR
B. P. HASDEU.
(Lettera al Direttore àelV Archivio.)
Bucarest, le 5 avril 1878.
Vous m'avez infiniment obligé, en attirant mon attention et
deraandant mon avis sur la construction roumaine omid cel bun
et sa parentèle, Je commencerai par reproduire Votre propre ob-
servation là-dessus:
'S'aggiunge, se io ben veggo [al concordar che fanno l'al-
'banese e il rumeno in ordine alla posposizione dell'articolo],
'una concordanza ulteriore e ben notevole. Per esprimere, a
'cagion d'esempio, 'il bell'uomo', il rumeno può e suol dire, con
'costrutto estraneo a tutti gli altri idiomi neo-latini: om-ul cel
'bun, cioè alla lettera: homo-ille ille-bonus. Or l'albanese, alla
'sua volta, deve rendere 'il bell'uomo' per njeri-u i mire\ che
'dice ugualmente: homo-ille ille-bonus'.'
L Exarainons d'abord le roumain.
Pour esprimer 'l'horame bon', on emploie en roumain con-
currerament omu-l bun = 'homo-ille bonus', et omu-l cel bun
- 'homo-ille ille-bonus'.
La différence idéologique entre les deux types consiste en ce
que le dernier a plus d'energie, résultat naturel du procède de
réduplication, auquel, corame personne ne l'ignore, ont eu re-
cours de différentes manières toutes les langues du monde, pour
rendre avec plus de force ou plus d'emphase une idée quelcon-
que. On pourrait citer, 'per abundantiam, Schleicher, qui, dans
ses 'Sprachliche Curiosa', nous donne des échantillons analogues
de réduplication, de triplication, méme de quadruplication et de
Ascoli, Sludj Critici, II 67.
II tipo sintattico; iiomo-ille ille-bonus. 421
quintuplication dans certaines langues polynésiennes et africai-
nes, corame par ex.: lo-a 'long', lo-lo-a 'plus long', lo-lo-lo-a
'très-long', etc. *
Bref, omu-l cel hun reprcsente une nuance qui - Vous l'avez
(ìit - manque à toutes les autres langues romanes et se retrouve
dans l'albanais.
Les dififérentes formes pour cel, confondu avec al, dont nous
reparlons plus bas, soit corame article, soit corame pronom dé-
raonstratif, ont été énumérées de la manière suivante par le
plus ancien gramraairien de la Valachie, le vestiar Yanaki Va-
carescu :
Masculin singulier: acela, cela, cel, ala.
Masculin pluriel; aceì, ceì, ài.
Féminin singulier: aceia, cela, àia, cea, a.
Féminin pluriel: accie, cele, ale'.
Vacarescu savait déjà, entre autres, que cel dans omu-l cel
hun est article, car il dit expressément : 'L'usage veut qu'on
'écrive deux articles dans lucruri-le cele bune, oameni-i
^ ceì frumosi, etc.*^ Ce passage est d'autant plus remarquable,
qu'un contemporain, l'Allemand Johann Molnar, dans une am-
pie grammaire rouraaine, postérieure d'une année à celle de
Vacarescu, ne reconnaissait à cel d'autre valeur possible que
celle de pronom démonstratif '. Dix ans plus tard, un troisième
grammairien roumain, Radu Tempea, n'était pas plus pe^spicace^
^ Kuhn's Beitrdge, II, 392. — Pour l'explication psychologique, cfr. W.
Humboldt, Gesammelte Werhe, VII, 334.
- Il y en a eu deux éditions dans la mème année: ObservafCi sai* bagurì
da sèma asupra regulelor si ortnduelelor grammatica rumànesci, RImnic,
1787, in-4 (p. 46), et sous le mème titre à Vienne, 1787, in-8 (p. 38).
* Ibid., ed. de RImnic, p. 124, ed. de Vienne p. 151: 'ii Tar sa scriìi din
obiceiu 2 articoir, cura la: lucrurile cele bune etc'
* MoLNAR, Deiitsch-Walachische Sprachlehre, Wien, 1788, p. 332: 'Wenn
' aber das Pronomeìi ,demonstrativum dem Substantivo nachgesetzt wild, und
' ein Adjectivum darauf folget, so verliebret das Substantivum den Articu-
* lum definitum nicht, z. B. omul tscbel mare, jener grosse Menscb etc' —
La grammaire de Molnar est une amplification de celle de Sinkai, Elementa
linguae Daco-Romanac, Viennae, 1780.
•' Tempea, Grammatica Romincsca, Ilermannstadt, 1797, p.28:'ChipuI al
' patrulea cn pronumelc aratatorìu: omul cel mare...'
422 Hasdeu ,
Aux différentes formes groupées par Vacarescu, il faut ajou-
ter: au masculin al et al avec son pluriel ai, au féminin le
plariel ale ou àlea. De plus M. Picot nous offre les formes
aspirées, usitées dans le Banat de Temesvar: hai = al, ha = a,
Iiàt = ài, hàle = àle, puis ahàl, aliata, ahàì et ahàle\ Enfin,
en Transylvanie, selon feu Jean Maiorescu, oii connaìt aussi une
forme cela = cela, qui est identique à celle employée par les
Rouraains de Tlstrie-.
Les Macédo-roumains n'emploient dans le type omu-l cel bun
que la forme avec Va-: om-lu acelu bunu, tandis que les Daco-
roumains se servent généralement, dans cette construction, des
formes sans Va-,
Oli dit, par conséquent, d'après les provinces ou les localités:
omu-l acci hun, cel bun, al bun, cela bun, àia bun, etc; au
pluriel: òmeni-ì acei bum, cel buni, ài bum, ceia bum, etc;
de méme qu'on dit au féminin, pour la belle femme: muiere-a
acca frumòsà, aceìa frumósà, cela frumósà, aia fruìnósà, a
frumósà, au pluriel: muieri-le accie frumóse, cele frumóse,
ale frumóse, àlea frumóse, etc.
Il y a cependant une distinction à faire. Tandis que les fémi-
nins a et ale, surtout dans le parler des habitants de la Grande-
Valachie, qui préfèrent aussi ài à cel et ài à cet, sont prépo-
sés à toute espèce d' adjectifs, l'emploi du correspondant mas-
culin al avec son pluriel ai, c'est-à-dire de la forme avec Va
clair, est restreint dans toutes les provinces daco-roumaines aux
nombres ordinaux, aux pronoras possessifs et au génitif, par
exeraple: al doile (le deuxième), à coté de: a doua (cfr. a fru-
mósà); al meu, ai mei (le mien, les miens), à coté de: a mea,
ale mele (cfr. ale frumóse) ; al omului, ai ómenilor (de l'homme,
des liommes), à coté de: a muieriì, ale miaVnVor "'.-Seulement
' Picot, Revue de linguistique, V 215. — Au commencement du siècle passe,
Cantemir, Descriptio Moldaviac, ed. Bucur. 1872, p. 151, attribuait la forme
aspiréa ahela pour acela aux habitants de la Valachie en general.
- I. Maioeescu, Itinerar in Istria, Jassi 1874, p. 91. — Cependant, dans
les spécimens istricns de Miklosich, Die slavischen Elemente im Rumuni-
schen, Wien 1861, p. 58, je vois: celi vii sì celi morci\ cfr. Ascoli, «S^wd; Cri-
tici, l 60.
* Non tutu i lettori àeìV Archivio si renderebbero forse pronta ragione di
II tiio siutatlico: homo-ille ille-bonu?. 423
dans ai-alt 'l'autre', à coté de cel-alt et du banatien hàl-alt,
les forraes al, al et cel figurent concurreniment.
questo al ecc. che accompagni i genitivi, oppur dell'identità che qui s'af-
ferma tra codesto al ecc. e quello che è in al mcu (il mio), ai-alt (l'altro),
al-doile (il secondo). Dall' un canto, può ingenerare qualche confusione l'a-
che tutti hanno dal Diez come accompagnatore di -lui in funzione genitiva {a
dammi luì del signore; Diez IP 54-5, IIP 39; che sarà di rumeno 'moldavo',
secondo che l'Hisdeu fra poco ci mostra); dall'altro, il Maestro ci ha abi-
tuato a vedere una fusione di 'ad' e 'ille' nell'ai che precede il possessivo
(IP 115). E di cel, nelle varie sue funzioni articolatrici, egli ben ci ha par-
lato {cel neroditoriu ecc., oratomi cel mare, IIP 39, cfr. 40, Vasilie cel mare
29, nucul cel mai umbros 11, cfr. 69; e anche cfi". dela cei buni ecc. 9); ma
non mai, se io ho visto bene, di un al in alcuna funzione congenere, sebbene
anche nel suo libro ne dovesse entrare un qualche esempio (così: el caule
folosul seu, tare nu cela al domnului seu, egli cerca l'utile suo, ma non quello
del suo padrone, IIP 74, IIP 78, che, è del resto, un caso abbastanza compli-
cato). Non sarà dunque superfluo che qui si ricorra direttamente alla gram-
matica rumena, e ormai abbiamo la fortuna che ce l'insegni un italiano:
'Oltre l'articolo improprio cel cea, havvene ancora un altro, cioè al a (pi.
' ai ale). Questo articolo non è che un pleonasmo, al pari del primo, e la
' presenza di questo non impedisce che se ne faccia uso, come: calul cel
' frumos al regelui il bel cavallo del re. L'articolo al si adopera: I. quando un
' genitivo, accompagnato dall'articolo proprio, sussegue in via di complemento
' a un sostantivo o a un aggettivo sprovveduto d'articolo, come : un cai al regelui
' un cavallo del re, este amie intim al colonelului egli è amico intimo del co-
' lonnello; 2. quando un noilie non articolato è seguito dal possessivo, p. es : un
' amie al meu un mio amico; 3. interrogando e rispondendo in via possessiva,
' come: al cui este cuiiltilì ente al unchiului di chi è il coltello? è dello zio;
' 4. coi numeri ordinali, come: al doilea il secondo, a patra la quarta.' G. L.
Frollo, Vocabolario italiano-romanesco, Pest 1868, p. 24.
E poiché ho la penna in mano, mi permetterò d'aggiungere qualche pa-
rola che risguardi sulle generali cotesto tipo sintattico 'homo-ille ille-bonus'.
Non voglio di certo infirmare l'importanza che io stesso attribuivo alla con-
cordanza particolare che pure in questa costruzione s'avverte fra il rumeno
e l'albanese, e molto meno voglio comunque negare importanza a quanto il
dotto Rumeno or viene cosi opportunamente a aggiungere in proposito. Ma
giova d'altronde avvertire, non esser mai sfuggito, nò a lui, nò a me, come
forse ò sfuggito ad altri, che il tipo 'homo-ille illc-bonus', o l'altro congenere
'domus-illa illa-patris', non hanno per so stessi, cioè nella loro entità ideologica,
nulla di ben singolare, e chd di tipi affatto consimili è agevole incontrarne,
424 Hasdeu,
Les Macódo-roumains ne connaissent pour al, ai, ale, à
l'exception de ai-alt, que l'unique forme réduite: a, qui coin-
cide avec le féminin singulier; de sorte qu' ils disent: a doilea
(le deuxième), a meù (le mien), a steaolU (de l'étoile), a dom-
nului (du seigneur), a calìilor (des chevaux), etc. La roéme
réduction se produit dans quelques endroits de la Transylvanie,
par exemple dans les environs de Blasendorf. Chez les Molda-
ves, cettfì forme unique pour al, a, ai, ale est presque aussi
dominante, surtout par rapport au génitif, auquel ils ne prépo-
sent que a.
Quelques autres particularités secondaires ne peuvent trou-
ver ici leur place. Nous nous bornerons à ajouter encore, en
nous résumant, que la grande raajorité des Roumains n'admet
que deux formes de cet article: cel {ceì, cea, cele) et al {ai,
a, ale); deux formes presque uniquement employées dans tous
les anciens livres roumains, dans les manuscrits et les docu-
comunque i motivi ne possan resultare alquanto differenti, secondo i linguaggi
diversi. Cosi non è per avventura affatto superfluo che qui si ricordi, come sia
ben più diffuso, che forse ad altri non paresse, quel tipo sintattico che per es.
si rappresenta col prov. lo coms sei de Montfort (Diez, III'79j; tipo, del rima-
nente, nel quale appena s'esce dal complemento che un nome proprio ritrovi
nella soggiunzione articolata di un altro nome proprio (Xays a tur] g ó rXauxwvos).
Nella costruzione superlativa, il francese e il rumeno coincidono sostanzial-
mente fra di loro (ille-homo ille-plus-bonus, homo-ille ille-raagis-bonus), e
qui c'è il doppio motivo di conseguire un maggior risalto e di sfuggire l'am-
biguità tra il comparativo ed il superlativo (volumus illum-panera magis-bo-
num, volumus illum-panem illum-magis-bonum). I tipi greci ó ù'jhp ó dyx.5oi
e ó oTy.o? ó Toù TTxzpóg entrano, come si vede a suo luogo, nel tema stesso
intorno al quale s'aggiran le osservazioni dell' Hasdeu. Ma anche passando
in un terreno affatto diverso, troviamo che i Semiti, per dire 4' uomo buono',
non abbiano altro modo che 'l'uomo il buono'. Se essi non ripetono l'articolo
dinanzi all'aggettivo, questo assume la funzion predicativa; s'intende cioè
'ille homo [est] bonus' ó d-rhp àyx^ó?-, locchè anche si connette con le parti-
colari condizioni dei linguaggi semitici in ordine alla copula. L'articolo do-
vendosi ripetere fra' Semiti pur dinanzi al pronome dimostrativo (o al per-
sonale che mercè questa prefissione diventa o ridiventa dimostrativo), ne viene
poi, che essi abbiano anche la formola 411e-homo ille-iilo' (I-uomo l'-egli,
l'-uomo il-questo, quell'uomo, quest'uomo). E si veggano ancora la n.* a
pag. 440, e la finale. O. I. A.
II tipo sintattico: homo-ille ille-bonus. 425
ments', et qui se rapportent exactement l'une d l'autre, quant
à rétymologie, comme le roumain cest (celui-ci) au roumain ast
(celui-ci).
Or, la fonction de cel dans omu-l cel hun étant la méme qua
celle de al dans al meu, al doile, al omuluì, il en resulta que, dans
les types al omu-lu-ì (l'homme-le-de) et al doi-le (le deuxième-le),
l'article est tout aussi doublé que dans le tjpe omu-l cel hun
(homme-le le-bon).
Une fois la nature de al doi-le reconnue, il s'ensuit qu'il j
a triple article dans la construction omu-l al doi-le (le deu-
xième homrae), à la lettre: horame-le le deuxième-le,
Notons encore, entre parenthèses, que al doi-le, al trei-le, etc,
se prononcent ordinairement al doi-le-a, al Irei-le-a, en y at-
tachant la particule intensive a - nous en reparlerons à une
autre occasion - la méme que dans acest-a (celui-ci), acum-a
(maintenant méme), atuncì-a (alors méme), acel-a (celui-là),
dans les articles àl-a, ai-a, àle-a, etc, et qui correspond, à peu
de chose près, au franoais -là, de sorte que omu-l al doi-le-a
(=mac.-roum. om-lu a doi-le-a) signifie propreraent: homme-le
le deuxième-le-là'.
Dans la construction omu-l cel al doi-le (homme-le le le
deuxième-le), qui n'offre en roumain rien de forcò, il y a méme
quatre articles! Mais c'est un cas exceptionnel, tandis que
la triplicità de l'article reparait dans un autre type très-remar-
quable, qui n'est au fond que le dóveloppement ultérieur de omu-l
cel hun.
On le trouve à chaque pas dans rHomiliaire de 1580, redige
par le Diacre Coressi en collaboration avec les prétres Jane et
' Pour ce qui regarde les documents, écrits par des hommes tout-à-fait
incultes, voir mes 'Anciens textes': Cuvente den bàtràni, Bucarest, 1878, passim.
- A propos du type al doilea, je citerai ici, comme curiosité linguistique,
le passage suivant d'un ouvrage extrèmement fantasque de Mr. Laurianu,
Tentamen criticum in linguam Romanam vulgo Valachìcam, Viennae, 1840,
p. 77: 'Occurrunt in quotidiano sermone etiam alia ex Cardinalibus conflata
' adiuncto sibi Pronomine elle, ella, uti: doici elle, doiie ella^ vel contrada :
' dotale, doue'la, trei'le, trei'la etc; quae in initio sententiae adhuc semel
'idem Pronomen conglomerant, uti: ellu doni' le, ella doue'la etc. Opportu-
'niora (!!) s\mi : primu, douimu, treimu, quatrimu, quinquimu, sessimu eic^
Et voilà une nouvelle langue toute faite! Il ne manque qu'une nation ad-hoc
pour l'apprendre.
426 Hasdeu,
MiliaV du faubourg roumain de Kronstadt en Transylvanie. Par
exemple: zio-a cea-a marc-a la grande journée, littóralement :
'journée-la la-là grande-la'; — lucru-lu cel-a bunu-lù cu poht-a
cea-a hun-a la bonne action avec le bon vouloir, litt.: 'action-
-la la-là bonne-la avec vouloir-le le-là bon-le'; — slugi-le céle-a
Imne-le si inieleple-lc les serviteurs bons et sages, litt.: 'ser-
viteurs-les lesdà bons-les et sages-les' ; — pizm-a cea-a réo-a la
mauvaise envie, litt.: 'envie-la la-là mauvaise-la', etc. '
Ce type, qui nous porte de omu-l cel hiin à omii-l cel-a bunii-
-l ou omu-l cel bunu-l, c'est-à-dire au troisième degré d'inten-
sivité à partir du simple omu-l bun, persiste jusqu'aujourd'hui
dans le parler du peuple de certaines rógions de la Roumanie,
entre autres dans les environs méme de la capitale. C'est ainsi
que M. Dumitrescu, dans une pièce de théàtre réprósentée jadis
sur la scène de Bucarest, fait dire à un campagnard: vorbe-
-le ale dulci-lc ca mierca les paroles douces cornine le miei'-,
à la lettre: 'paroles-les les douces-les'. Aussi ra'est-il arrivò
d'entendre à Cralova, dans la Petite- Valachie, la phrase: fe-
restre-le cele nalte-le 'fenétres-les les hautes-les'.
Les Macódo-roumains n'ignorent pas ce type. Je trouve en
effet dans Boiadii : ficor-lu acelu ??z/c-/u = daco-roumain fecìo-
ri-i cai mici-ì, littóralement: 'fils-les les petits-les', à coté de:
ficòr-Ui acelìi m/ci = daco-r. : fecìori-t cei mici, littér. : 'fìls-les
les petits^ De plus, ils conservont une autre et très-iraportante
formule de triplication de l'article definì, en admettant l'article
prépositif du génitif après le substantif articulé: cas-a a vi-
cinu-lui domus-illa illa vicini-illius. En Transylvanie on dit aussi
quelquefois: cas-a a hoieru-lui, cal-ul a[l\ dòmn-ei, à en juger
par le passage suivant de Klein et Sinkai dans la plus ancienne
grammaire de la Lingue roumaine: 'Quando sunt duo nomina
'substanti va, quorum unum in genitivo poni debet, si nomen,
'quod est in genitivo, postponatur, tunc a genitivi eleganter
'oraittitur, ex. gr. loco cauallul à domnului, elegantius dicitur:
^ cavallul domnului, quod idem significat.'^ Ce qui est positif,
^ Cfr. CiPARiu, Crestomatia sai* analecte, Blasiu, 1858, p. 32, 33, 37, 38.
^ I. DcMiTRKSCU, Zmarandita saie féta pandaruhit, Bucur., 1855, p. 28.
■■ BojADz'i, Macedovlachische Spraclil., ed. Bucarest, 1863, p. 100 et 20S
(commencem. du Vili" dial. et fin de la dern. narrat.).
' Kr.EiN-SiNKAi, Elementa linguae (?aco-romanae, Vindobonae, 1780, p. 15.
Il tipo sintattico: homo-ille ille-bonus. 427
en tout cas, c'est qu'en ancien daco-roumain, par exemple dans
rilomiliaire de Coressi de 1580, on trouve très-souvent: loc-ul
al muncilor (xvi, 13), iàrie-a domnului (xvii, 4), màrucini-i
ai mhircei (xxi, 1), etc.
Enfin, il y a doublé article dans cel-al-alt (l'autre) = 'ie-le-
-autre', et triple par conséquent dans omu-l cel-al-alt (l'autre
liomme) = 'homme-le le-le-autre'.
Le substantif roumain ne reooit que l'article postpositif, tan-
dis que l'article prcpositif appartient exclusiveraent à l'adjectif. Si
le génitif peut avoir lui aussi un article prépositif, nous ne sor-
tons point, par là, du cercle idéal de l'adjectif (filia-illa illa-pa-
tris = filia illa paterna). Mais l'adjectif pouvant avoir, à la fois,
l'article prépositif, méme doublé, et le postpositif, on peut bien
se demander: lequel des deux doit y étre considéré corame le plus
importante
Dans al mete, al mei, etc, nous ne voyons que l'article pré-
positif, et il en est de mème dans les cardinaux: ceì dot, cei
Irei, etc. Dans cel-al-alt il y a deux articles prépositifs et aucun
postpositif. L'article postpositif ne s'attache évidemment qu'à
un adjectif pourvu déjà de l'article prépositif, tandis que ce-
lui-ci peut parfaitement se passer de l'autre. Le prépositif ap-
parait donc, sous le rapport syntactique, comme l'article prin-
cipal de l'adjectif, et le postpositif comme secondaire et subor-
donné. Bunu-l, reu-l, frumosu-l etc, tout adjectif qui n'est quo
post-articulé, est tout simplement un adjectif substantivé. En
afFirraant cela, nous faisons abstraction du type bunu-l om, où
l'adjectif usurpa en quelque sorte la place du substantif. Cette
construction, de plus en plus patronnée par les écrivains rou-
mains, est presque étrangère à la langue du peuple. Au sin-
gulier, elle est très-rare, de sorte qu'on n'emploie jamais, par
exemple, dulce-le pom, alb'-a pànurà, locutions citées par Diez
(IIP 39); au pluriel, elle est inouie. Dans la poesie populaire
rouraaine - nous avons dépouillé exprès les 400 pages de la
collection de M. Alexandri - on chercherait en vain un adjec-
^ La forme macédo-roumaine doilii, treilii etc, 'deux-les' (les deux), Urois-
les' (les trois), n'est qu'une exception apparente. Il y a là une substaniiva-
tion. L'adjectif serait ntjcessaireraent pró-articulé : a-dot-/c-a ecc. Du reste,
les Mac(5do-rouraains disent aussi acelti doi, accie b-ci, etc.
•428 Hasdeu ,
tif articulé devant un substantif. Meme les adjectifs inarticu-
lós préposés y sont à peine dans la proportion d'un tiers en
comparaison avec les adjectifs mis après le substantif.
Résumons :
1. En roumain, le substantif se place généralement avant
l'adjectif.
2. Le substantif ne peut avoii" d'autre article que Tarticle
postpositif: -l, -le, -a.
3. L'adjectif, qui suit le substantif, donne lieu à cinq différentes
constructions :
a. adjectif inarticulé: omu-l bun;
b. avec un seul article prépositif: omu-l cel bun;
e. avec deux articles prépositifs: omu-l cel ai-alt;
d. avec un article prépositif et un article postpositif; omu-l
cel bunu-l, omu-l al-doi-le;
e. avec deux articles prépositifs et un article postpositif:
omu-l cel al-doi-le.
4. Le complément génitival se range sous le type 3. d.
IL Passons à l'albanais.
Ayant pris le roumain pour point de départ, nous nous bor-
nerons à faire ressortir les particularités qui, dans le cercle bien
dóterrainé du type homo-ille ille-bonus, se retrouvent aussi dans
l'albanais. En d'autres termes, nous nous interdisons strictement
de toucher aux pbénomènes qui, quelque intéressants qu'ils puis-
sent étre, sont spécifìques à l'albanais, sans étre partagés par
le roumain. Du reste, e' est l'élément balkanique, c'est-à-dire
précisément le fonds commun rouraain-albanais, qui nous
préoccupe.
Gomme le roumain, l'albanais possedè deux articles définis,
moins différenciés sous le rapport de la forme, mais différant,
de méme qu' en roumain, par la fonction : un article postpositif
et un article prépositif.
Gomme chez les Roumains, l'article que recoit le substantif doit
ètre postpositif, à savoir:
Masculin singulier: -u et -i;
Féminin singulier: -a;
Neutre singulier, genre conteste par la plupart des grara-
11 tipo sintattico: honio-ille ille-boiius. 129
maìriens albanais, mais qu'il faut bien adraettre par la simple rai-
son qu'il existe réellement: -tà\
Pluriel pour tous les genres: -ià.
Gomme en roumain, radjectif peut recevoir deux articles:
l'article postpositif, qui est formellement le métne que l'articlo
substantival, et l'article prépositif, à savoir:
Masculin singulier: i-, jamais u-\
Fóminin singulier: e-, jamais a-\
Neutre singulier; ià-;
Pluriel pour tous les genres: là-.
Gomme en roumain, Tarticle adjectival prépositif est le prin-
cipal. Il caractérise l'adjectif tellement, que Lecce, le plus an-
cien grammairien albanais, avait l'air de méconnaìtre les formes
non pré-articulées corame malli (grand), mir (bon), hukurà
(beau) etc, les remplacant systématiquement par imath - i-matìi
'le grand' ou emath = e-math 4a grande', imir^i-mir 4e bon'
ou emir = e-mir 'la bonne', et ainsi de suite', ce qui revient
à peu près au procède dont se servait Glemens, quand il ran-
geait tous les adjectifs roumains sous l'initiale de l'article pré-
positif cel'.
' Lecce, Osservazioni grammaticali sulla lingua albanese^ Roma, 1716.
Nous ne connaissons que l'édition de Rossi, Roma, 1866, p. 20 sq. La méme
aversion pour l'adjectif inarticulé se manifeste quelquefois dans Blanchus,
Dictionarium latino-epiroticum^ Romae, 1635, dans Pouqueville, Voyage dans
la Grece, Paris, 1820, t. 2, p. 617 sq,, dans Kaballiotes, Protopeìria, Ve-
uetia, 1770 etc, qui écrivent, par ex.: éberde (blanc), iri ou irij (jeune), ibe~
gate (riche), ekukié (rouge) etc, en accollant l'article prépositif à son adjectif.
Voir Vater, Vergleichungstafeln d. europ. !Stamm- Sprachen, Halle, 1822,
p. 176 sq. ;- Strangford, Letters and papers, London, 1878, p. 145.
2 Clemens, Walachisch-deutsches Woricrbuch, Ofen, 1823, p. 157 suiv.,
range tous les adjectifs roumains sous la lettre e, de la manière suivante:
cel ascuns der beimliche, cel bàtrin der alte, cel credincos der treue, cel
Icgat der gebundene, etc. Ce qui l'aura ddterminé à ce procède un peu excen-
trique, c'est qu'en roumain la presque totalité des adjectifs sont en mème
temps des adverbes, de sort que frumos, par exemple, siguifie également
'pulcher' et 'pulchrè', rcu ^malus' et 'male', drept 'rectus' et 'rectè", crc-
dincws 'fidelis' et 'fìdeliter', etc. L'article devient, par conséquent, un moyen
de distinction eutre l'adjectif et l'adverbe. - En albanais, corame en roumain et
mòme davantage, les adjectifs iuarticulós coiucident pour la plupart avec les
adverbes, par ex : bukurà 'pulcher et 'pulchrè', dreìta 'rectus' et 'rectè', etc.
Archivio t;lottol ital., III. 2)
430 Ifasdeu,
Après ces traits généraux, voici maiiitenant une serie de cor-
respondances morpliologiques entre le roumain et l'albanais, qui
aboutissent toutes au type homo-ille ille-bonus ou qui en dé-
coulent:
a) Au roumain omu-l l'homme = 'homme-le' correspond l'al-
banais meri-u 'homme-le'.
P) Au roumain omu-l cel bun l'homme bon - 'homme-le
le-bon' correspond en albanais meri-u i-mira = 'homme-le le-
-bon'. - Mais l'albanais dit aussi nìeri i-mirà 'homme le-bon', et
ne dit pas nieri-u mira 'homme-le bon' ; tandis que le roumain
ne dit pas om cel bun 'homme le-bon', et peut dire omu-l bun
'homme-le bon'.
y) Au roumain omu-l cel-bunu-l = 'homme-le le-bon-le' cor-
respond en albanais meri-u i mir'-z = 'homme-le le-bon-le'.
S) Au roumain <2Z-c?o^^e = 'le-deux-le' correspond en al-
banais z-(iz7'-i = 'le-deuxième-le', avec cette différence, que la
forme roumaine derive directement de doì 'deux', tandis que la
forme albanaise vieni de di Meux', par l'intermédiaire de l'or-
dinai inarticulé di-tà deuxième.
e) Au roumain cel-al-alt = '\Q-\&-di\ìivé' , correspond en al-
banais tìaiàrà = i-i-aiàrà, c'est-à-dire tà-i-atàrà^. Nous revien-
drons, plus bas, sur cette correspondance, qui est très-intéressante.
l) Au roumain omu-l al-doi-le = 'homme-\e le-deuxième-le',
correspond en albanais meri-u i-dit'-i ~ 'homrae-le le-deuxièrae-le' .
Y.) Au roumain al-omu-luì 'de l'homme' = 'le-horame-du',
correspond en albanais i-nieri-ut = 'le-homme-du', que la dernière
analyse decompose ultérieurement en al-omu-lu-ì = i-nìeri-u-t
= 'le-homme-le-de', car -hi- pour le roumain et -u- pour l'alba-
nais ne sont que l'article postpositif au norainatif, la désinance
propre du génitif et du datif étant -ì d'une part et -t de l'autre-
En disant cela, nous sommes loin de séparer le pronom roumain
luì et son féminin raacédo-roumain Itei d'avec leurs correspon-
dants romans occidentaux lui, lei, que nous considérons égale-
ment comme composés de illu-i, illa-i, où V-i seul nous parait
représenter le génitif ou bien le datif; hypothèse un peu hardie,
' L'explication donnée par Camarda, Grammatol.alb., I 215,n'est pas éloignée
(le lauótre. Celle de Bopp, Ueher das Albanesische, Berlin, 1855, p. 31-2, est
inadmissible.
Il liijo sintattico: homo-ilie ille-bonus. 431
qui deraande sans doute à etre développée, mais qui a tUé sug-
gérée depuis longtemps par Pott\
III. Si maintenant nous figurons le substantif par S et son
article par s, l'adjectif par A et son article ou ses articles par
a, puis par a l'article adjectival qui précède le génitif, enfin
par d le signe du génitif,- quelle qu'en soit la valeur étymolo-
gique, nous aurons les formules suivantes:
S + s: homo-ilie;
S+s A: homo-ilie bonus;
S a+A: homo ille-bonus;
S + 5 a+A: homo-ilie ille-bonus, homo-ilie ille-alter ;
S+5 a+A+a: homo-ilie ille-bonus-ille, homo-ilie ille-secundus-
-ille;
S + s a+a + A: homo-ilie ille-ille-alter;
S+s a + S+s+rf: filia-illa illa-pater-ill-ius, pater-ille ille-filia-
-ill-ius.
Ces formules, si caractéristiques, si foncièreraent contraires
à la raorphologie des langues romanes, s'ajustent également,
d'une manière pour ainsi dire géoraétrique, au roumain et à
Talbanais, sauf la restriction — peut-étre n'est-elle qu'appa-
rente — que nous avons fait ressortir sous la lettre p.
Mais ce n'est pas tout. Les forraliles expriment des règles,
tandis que l'albanais et le roumain coì'ncident méme dans les
irrégularités, dans des écarts difficiles à formular. En voici
quelques échantillons.
Nous avons vu plus haut que le type roumain omu-lu-i 'hom-
me-le-de' coincide de point en point avec l'albanais nìeri-u-t
'homme-le-de', le signe du génitif-datif singulier étant -i en rou-
main et -t en albanais'. Or, en. roumain, la terminaison du gé-
» Kuhn's Zeitschrift, XII, p. 196. — On peut rappeler ici que, d'après
Meunier et Havet, Mcmoires de la Società de Linguisti que, I, 50 et III, 187,
le latin illius lui-mème est composi? avec un génitif supplémentaire ius.
- Une analogie extra-balkanique, decisive, qui confirme la décomposition
omu-lu-t - nieri-u-t et dont nous reparlerons dans une autre lettre à M. le di-
recteur de VArchimo, est le génitif scandinave articulé: man-en-s -'homme-
-le-de', forme par la désinance genitivale -s ajoutée au nominatif articulé man-
-en = 'homme-le'. Au génitif articulé féminin, les Scandinaves attachent ce
mème -s au nominatif articulé: /fron'an-s = 'couronne-la-de' de hron'anzz
'couronne-la".
432 Hasdeu,
nitif-datif singulier féminin est -ci: cas'a = casà-a 4a maison',
gén.-dat. cas'cì; féCa-fctà-a 'la fille', gén.-dat. fet'-cì etc, dans
les anciens livres et documents roumains: caseci, feteeì etc.
D'après le masculin omu-lu-ì 'homme-le-de' on attendrait, au
féminin, cas'-a-ì = casà-a-i 'maison-la-de', non pas case-e-i con-
traete en cas'-e-t Cet e = ee serait-il pour a = àa'^. La termi -
naison albanaise du nominatif singulier féminin articulé est
-a: dita 'journée', articulé dit'-a = dità-a; hànnà Mime', arti-
culé hànn-a-hànnà-a, etc; et, d'après le génitif-datif sin-
gulier masculin nìeri-u-t Miomme-le-de', on s'attendrait au fé-
minin dit'-a-t = dità-a-t 'journée-la-de'. Au lieu de ce dU'-a-t
= dità-a-t, nous trouvons dit'-e-f, ou méme ditt-e-t = dite-e-t, par
ex. dans la traduction de la B.ble: \po xs-jàiy Slttst (Matth.
XI, 23). L'albanais e pour àa dans dit'-e-i = dità-a-t est abso-
lument identique au roumain e pour àa dans cns'-e-i = casà-a-i.
La coìncidence, si elle n'est pas illusoire, serait d'autant plus pré-
cieuse, qu'elle ne relierait que les anneaux les plus éloignés de la
chaine: le daco-roumain et l'albanais archalque, tandis que la
forme albanaise ordinaire du féminin singulier -sa ou -àsà et le
génitif-datif féminin singulier du macédo-roumain -lii ou -ilii
s'en éloignent.
Un autre exemple, non raoins frappant. Nous avons constate,
que les Macédo-roumains, les Moldaves et une partie des Tran-
sylvains remplacent les quatre formes bien caractérisées: al, a,
ai, ale, par la seule forme a, qui ne convient proprement qu'au
singulier féminin : a-meù - 7a-mien', a-mele = 7a-miennes', a-doi-
-le='la-seconà-\e\ acest-cal a-hoieru-lu-ì- 'ce cheval /a-boiard-
-le-de' etc. Or l'albanais nous offre quelque chose de très-ana-
logue. Dans les constructions du substantif avec le génitif, on
emploie l'article prépositif féminin, au singulier, après toute
espèce de pluriels, soit féminins, soit masculìns ou neutres; par
ex : kuaì-tà e-buìar-i-t '\es chevaux du boyard' = 'chevaux-les
?a-seigneur-le-de' = roum. : cai-ì a-hoiaru-lu-i pour caz-2 a^...;
ou: 'mpretàr-et e-de-u-t 'les rois de la terre' = rois-les ?a-pays-
-le-de' = roura. : impàrati-ì a-iiàmintu-lu-i pour fmpàrafi-ì ai...
En outre, dans la déclinaison de l'article prépositif, en general,
cet e sert en méme temps comme accusatif singulier, corame
accusatif pluriel et comme nominatif pluriel pour tous les gen-
Il tipo sintattico: homo-illtó ille-bouus. 433
res. Ce n'est qu'en faveur de cet e, si multiplié, que M. Dozou
a cru nécessaire de créer un paradigrae à part, séparé de celui
de l'article prépositif, et qu'il qualifie d'une manière très-génée :
'un petit mot que j'appellerai, fante de raieux, le conjonctif'.''
Les norabreux e, qui ont pu einbrouiller à ce point le plus
récent grammairien de l'albanais, ne sont au fond que la pro-
pagination du férainin singulier e dans les cas obliques et au
pluriel; fait essentiellement analogue à la propagination du fé-
minin singulier a en roumain. Quant au terme de 'conjonctif,
introduit par M. Dozon, il pourrait parfaitement étre applique
à l'article prépositif roumain-albanais en general.
Encore un exemple. En roumain, le pluriel de cel-al-all Tautre'
est cei-l'-alti = ceì-al-aliì, ce qui signifie, à la lettre: 'les-l'au-
tres', par une bizarre association de l'article au singulier avec
l'article au pluriel. Au féminin, on à\i cea-l'-altà-=cea-al-altà,
littéralement 'la-le-autre', par une association non moins bi-
zarre du masculin avec le féminin. En albanais, 4'autre' est
ttatàrà-i'-i-atàrà=tà-i-atàrà. Cette construction peut étre en-
visagée de deux facons, vu la doublé fonction de iu. D'abord tà
est l'article prépositif neutre au singulier; et ià-i-atàrà serait
dans ce cas: 'illud-ille-alter', par l'alliage des deux genres dif-
férents, tout-à-fait comme dans le roumain cea-al-altà = 'ì\\3i-ì\\e
altera'. Mais tà est aussi le pluriel de l'article prépositif pour
tous les genres , de sorte que ià-i-atàrà pourrait étre aussi :
'les-le-autre', par l'alliage des deux nombres, tout-à-fait comme
le roumain ce^-a^a?/^ = 'les-le-autres'. De quelle manière qu'on
veuille se rendre compte du type albanais, on aboutit toujours
à une analogie roumaine. 11 n'est pas moins singulier, que cette
locution roumaine réunit les deux articles prépositifs cel et al,
de mèrae que la locution albanaise réunit les deux articles pré-
positifs tà et i. Cette coincidence ne perd rien de sa force par
cela que l'alb. tà a aussi des fonctions postpositives.
Faut-il accordar à de telles coincidences dans les anomalies,
qui peuvent certes provenir quelquefois d'un pur hasard, la
haute importance qu'attachait Pott aux phénomènes de la méme
nature par rapport aux autres langues ario-européennes'? Nous
' Dozon, Grammaire albanaise, dans la Rcvue de philologic et d'ilhnoffya-
phic, t. ?, p. 355. Cfr. Haun, Alb. St., Gramm. p. 28.
434 Hasdeu,
nous bornerons à rappeler ici ses propres paroles: 'Daraus
wollen wlr als allgemeinere Kegel uns dea Satz abziehen: Ue-
bereinstimmungin der Anomalie, also in der Einzel-
Abweichung von der Norm und Regel, thut es der Mas-
sen-Uebereinstimmung der Regel selbst nodi zu-
vor an Beweiskraft bei Ausstellung von Verwandt-
schafts-Attesten zwischen Sprachen...''
IV. Maintenant, abordons le bulgare.
En partant du principe pose par Kopitar^ développó par Mi-
klosicli ^ et soutenu par Schuchardt*, Vous dites que: *I feno-
meni caratteristici dell'albanese debbono sottilmente confron-
tarsi con quelli, che in due moderne lingue circonvicine atte-
stano, alla lor volta, una riazione della favella abori-
gena, soggiaciuta a quelle degli invasori, oppur ne costitui-
scono gli avanzi; ciò è dire coi fenomeni, pei quali il
rumeno si scosta dagli altri idiomi neo-latini, e il
bulgaro dagli altri idiomi slavi'.'
Je suis parfaitement de Votre avis, qu'il faut savoir finement
coraparer, à chaque pas, les trois langues balkaniques post-ar-
ticulées; la comparaison devrait s'ótendre méme, sur un pian
secondaire, non seulement au grec, ancien et moderne, mais
parfois encore au serbe et au slovène; je suis loin cependant
de mettre sur la méme ligne les rapports du rouraain à l'al-
banais et les rapports du bulgare au roumain et à l'albanais.
Il y a là une distinction capitale à faìre.
Tandis que la morphologie roumaine et albanaise est presque
identique sur tous les points, méme dans les traits les plus
1 PoTT, Die Kenmeichen der Sprachverwandtschaft, dans Z. d. d. mor-
genl. Gesellschaft, IX. 443.
2 Wiener Jahrb. d. Litteratur, t. 4G, p. 85 sq. — Kopitar's Kleinere Schrif-
ten,Wien^ 1857, p. 233.- Il ne faut pas oublier toutefois, que c'est Thunmann,
Untersuchungen uber die Gesch. d. óstlichen europ. Volker, Leipzig, 1774,
p. 175, 246, qui a dit le premier: 'Diese Wlachen, nebst ihren Nachbaren, und
wie es scheint, alten Geschlechtsverwandten, den A/i«nerH...', et: 'Die Wlachen,
deren erster Slamm wahrscheinlich mit dem Albanischen einerlei gcwesen...''
■■' MiKLOSiCH, Die slav. Elem. im Rumun., p. 5 sqq.
^ ScnuciiARDT, Der Vokalismiis d. Vufgàrla(eins, t. 3, p. 49 sq.
^ As'"OLt, Studj critici, II 61.
Il tipo sintattico: homo-ille ille-bonus. 435
intimes, dans les replis les plus cachés ou les plus compliqués,
le bulgare ne fait que s'approcher de cette morpliologie daco-
-épirote, raanifestant plutòt des penchants analogues, des
vélléités en train de poindre, des tendances à demi réalisées ,
quelquefois décidément manquées.
Le roumain et l'albanais descendent directeraent d'un substra-
tum commun; leur ressemblance est congénitale; leurs divergen-
ces sont dues à des agents postérieurs, à des coiiditions mésologi-
ques différentes, à tout ce qui modifie un sujet extérieurement,
sans en pouvoir changer l'essence. Il en est tout autreraent da
bulgare, qui appartient visiblement à une autre souche. Les phé-
nomènes, qui lui sont communs avec le roumain et l'albanais, ne
sont jaraais, mais jaraais organiques. Ils lui ont été inoculés,
souvent d'une manière très-gauche, et encore à une epoque où la
source coramune de l'albanais et du roumain était tarie depuis
longtemps. L'influence du roumain y est surtout sensible.
Nous retrouvons dans le bulgare la formule S + s: celeak-àt-
roum. omii-l - alb. mcri-u ; mama-tà = roura. munì -a = alb. mcmi-
m'-a, sito-to (le crible) = roum. cìuru-l = alb. sit'-a etc, o'est-à-dire
un article postpositif: -àt ou -ot pour le masculin, -tà pour le
fóminin, -lo pour le neutre, -te pour le pluriel. Il s'en faut de
beaucoup, cependant, pour que l'article postpositif soit tout
aussi essentiel au bulgare qu'il l'est au roumain ou à l'alba-
nais. Le bulgare peut facilement le supprimer, presque toutes
les fois que cela convient, non pas au sens de la phrase, mais
au ben plaisir du parleur. Pour s'en convaincre, on n'a qu'à
raettre en parallèle les passages très-resserablants de trois chan-
sons, l'une roumaine, l'autre albanaise, la troisième bulgare. Le
morceau roumain compare la taille d'un jeune homme à une
bague, ses joues à de la crème, sa moustache à l'épi, ses che-
veux au corbeau, ses yeux à la mure sauvage; le morceau
nlbanais compare la taille d'une jeune fille à une baguette, son
teint à de l'ambre, ses cheveux aux cordes d'une guitare, son
soufflé aux parfums de la montagne, ses lèvres à l'oeillet; enfia
le morceau bulgare dit que la taille de la jeune fille est 'mince-
-élancóe', son visage — du fromage frais, ses sourcils — de la
passementerie de Constantinople, sa bouche — une tasse d'ar-
gent, ses yeux — de la guigne, sa languo — une fìgue douce :
436 Hasdeu,
Roum.
^llndrul ciohànel
Tras printr'un inel,
Felisór'a lui
Spum'a. laptehn,
Mustectur' a lui
Spicu\ gràu\ui
Perisorul lui
Pén'a corbuluì,
Ochisoriì luì
Mur'a. cdmpulm...^
Ali).
Móiy e hol'a. si liastar\,
E bard'a. si hìehriban,
Liestà tata si tetta iongar'i,
Er'a tràndàlinà maini, '
Buz'a harafhtià duKiani -
Bulg.
Na snagà — tenho-visoko.
Lite mu — lìrésno sirene,
Yézdi mu — stambol-g aitarli.
Usta mu — ceska srebàrna,
Oci mu — cerni ceresi,
lazik mu — sladha smohina...^
Dans le texte roumain, l'article postpositif se trouve treize
fois; dans le texte albanais — qui esL le plus court — neuf fois,
sans compter l'article prépositif ; dans le texte bulgare, pas une
seule fois! Il serait facile de multiplier à l' infini de pareils
exemples, qui prouvent jusqu'à la dernière évidence que l'article
postpositif n'est pas entré, pour ainsi dire, dans le sue de la
langue bulgare. Elle s'en sert de la manière la plus irrégulière,
l'omettant sans facon quand bon lui semble, cu bien, au contraire,
l'accuraulant après les adjectifs, après les pronoms, après les
adverbes mérae.
Et encore, cet article postpositif tu est-il au moins bien fixe
^ Alexandri, Poesn populare, ed. 2, p. 3.
- Camabda, 0. e. II 21. — • Oli voit que je considera comma forme articulée
le soi-disant génitif-datif indéterrainc: tongari, mallìi, dukìani. C'est une
question sur laquelle je reviendrai dans une étude à part sur la déclinaison
des langues balkaniques.
^ Bezsonov, BoìgarsJciia inesni., Moscva, 1S55, t. 2, p. 71,
Il tipo sintattico: homo-ille ille-bonus. 437
dans la langue bulgare? Pas tout-à-fait. Il y a des patois,
où il est reraplacé par un article postpositif nu. C'est ainsi
que dans le district d'Akhi-c'elebi on dit viera-na pour vìera-tà
'la foi', kandili-ne pour kandili-te 'les larapes', devet-nu pour
devet-to 'le nombre neuf, kalpaka-nu pour kalpak-àt 'le bon-
net', etc. Très-rarement on y emploie aussi tu à coté de nù,
et M. Colakov nous assure qu'on y connait mérae une troi-
sième forme: su. 'Tu, ta, tu {= to) — dit-il — est l'article definì
'en general; 7iù, na, nu { = no) désignent les objets éloignés;
'su, sa, su {= so) indiquent les objets rapprochés". Toutefois,
les onze chansons populaires dans ce patois, publiées par M.
Colakov, ne nous offrent guère que nù, na, nu. La forme nù
pour tu, ou conjointement avec tu, se retrouve aussi dans
d'autres dialectes bulgares. Celui de la Macédoine connait, en
outre, une quatrièrae variante: vù, par ex.: srce-vo 'coeur-le',
voda-va 'eau-la' etc.^ La forme sii; est évidemment le palèo-slave
Si 'hic'; la forme nù parait ètre le palèo-slave onù 'ille'; la
forme vù ne peut étre que le palèo-slave ovù 'hic' avec la méme
aphérèse de o-; enfin tu, l'article défini bulgare le plus répandu,
est sans contredit le palèo-slave tu 'ille' ou 'ipse'. Si les Bulga-
res, comme nous le croyons, n'ont fait qu'enter maladroitement
à leur langue Tarticle postpositif selon le modèle roumain, c'est-
à-dire en traduisant l'article roumain -hi par le déraonstratif
slave tu, ils auraient fait, au fond, la méme chose que les Slo-
vènes de Rèsia, dans la province d'Udine, qui, empruntant aux
Italiens l'article prépositif il, l'ont traduit de la méme facon
par le dèmonstratif slave tù\
Il faut ajouter que l'article postpositif bulgare n'a guère
de cas obliques. En thèse generale, sauf quelques exceptions
sporadiques, il ne possedè que le norainatif. Les formes daco-
épirotes omu-lu-i = nieri-u-t, ou ter'-e-i = dit'-e-t, sont exprimées
en bulgare par: na celeak-àt = ' sur homme-ie' ou na zemìe-
ià - 'sur terre-la'.
L'article prépositif, de son coté, si essentiel au roumain et
' Colakov, Bulgarshìii naroden shornik, Bolgrad, 1872, p. 323, note 5.
2 MiKLOSicn, Vergi. Gramm., t. 3 (187G), p.l85.
^ BAVnoriN de Coi'rtenay, Reslanshii katihizis, Leipzig, 187.", p. 25.
438 Hasdeu,
à l'albanaìs, si éminemment caractén'stique par son apparte-
naiice exclusive à l'adjectif et au génitif, manque absolument
au bulgare. De plus, à Tenvers de ce qui distingue particu-
lièrement le daco-épirote, l'adjectif s'y place, presque exclusi-
vement, devant le substantif. Le bulgare ne dit pas: celcak-àt
dobàr 'homo-ille bonus', mais: dobrit-àt óeleak 'bonus-ille ho-
mo"; et s'il arrivo — ce qui est une exception bien rare —
qu'un adjectif articulé soit place en bulgare après le substantif,
on n'y obtient que: Pelar pàrvii-àt =-^Vì(ì\"ce premier-le', ja-
mais quelque chose comme cel-intàiu en roumain, ou i-parà en
albanais. Par conséquent, on chercherait envain en bulgare le
t}' pe daco-épirote om-ul cel-bun = nieri-u i-mirà.
Cependant, la réduplication de Tarticle défini n'est pas tout-
à-fait étrangère au bulgare, et méme on l'obtient de diffórentes
raanières.
On y trouve, d'abord, la formule morpliologique: S + s A + s,
inconnue au roumain et à Talbanais, mais assez proche de la
formule S+s a + A. Exemples: bulkà-tà hubavà-tà 'la belle fem-
me'% littéralement: 'femme-la belle-la'; drehi-te samodivski-te
'les habits féeriques'^ = 'habits-les féeriques-les' ; maika-ta ma-
(jesnifa-ta 'la mère sorcière' - 'mère-la sorcière-la' \ etc. Il est
vrai que cette tournure est introuvable ailleurs que dans la
poesie populaire, dont elle constitue une des licence?.
L'intéressant patols d'Akhì-celebi, dont il a été déjà question
plus haut, paraìt posseder encore une autre espèce de rédupli-
cation de l'article défini, qui n'est pas moins étrangère que la
précédente àlamorphologie roumaine-albanaise; à savoir: S + s + 5,
<ju bien A + s+5; par exemple:
Utide maika ta nabra
Ut devetl-tu-nu gradina
Pilim...,^
' Cankof, Gramm. d. bulgar. Sprache, Wien, 1852, p. 46: 'In der bulga-
rischen Sprache stehea die Beiwòrter vor dem Hauptworte.'
- Bezsonov, op. cit., II 78.
* DozoN, Chansons populaires bulgares, Paris, 1875, p. 7. Dans la mèma
chanson et avec le mème seus: rohli-te samodivski-te.
' Ib. p. 17.
'' CoLAKov, op. cit., p. 323, N. 66, où cette tournure se rópòte deux fois.
Il tipo sintattico: homo illg iile-b';nus. 439
Oli devcti-tu-nu gradina (les neuf jardins) me parait signifier
à la lettre : 'neuf-le-le jardins'.
Le mérae patois, d'après Mr. Colakov, attaché au datif arti-
culé le datif de la troisìème personne. Voici ce que nous écrit
là-dessus M. Mikloslch, que nous nous sommes permis de consul-
tar à cet égard: 'Konìu-tu mu est difficile à expliquer. Je crois
'que les Bulgares peuvent dire: dadoh oves kontu-tu mu, lit-
'téralement: « dedi avenam equo-xw-ei », phrase dans laquelle
'au datif konui-tu rw I-tzoì est ajouté le datif mu x'j-m. La
'langue bulgare contient encore beaucoup d'énigmes.' - Nous
croyons, pour notre part, que ce curieux -tu mu (=tò ei) pour-
rait blen n'étre, au fond, qu'une imitation du génitif-datif rou-
raain -lu-ì. Il faut reconnaìtre, toutefois, que l'originai roumain
a été trop cavalièreraent traité par la copie bulgare, car dans
ca^M-^w-z = 'equus-ó-ei' il n'y a qu'une seule indicatioii du datif,
tandis qu'il y en a trois dans A'onm-^M-mw = 'equo-xtr-ei'!
Bref, le bulgare s'est donne toutes les peines du monde pour
imiter les allures rouraaines et albanaises, surtout les premiè-
res, sans jamais pouvoir obtenir autre chose qu'une espèce de
caricature. Le naturel lui manque. Et cependant cette paro-
die n'est pas sans intérét. C'est une exceliente pierre de touche
pour apprócier toute la distance qui séparé le développement
d'emprunt du développement organique d'une langue. L'or-
ganique seul reste identique à lui-méme, conséquent dans tou-
tes ses articulations, si imperceptibles qu'elles soient, persi-
stant alors raéme que les évènements déterminent des sur-
faces très diversement faconnées, car rien de plus prononcé,
sans doute, que la différence d'accoutrement entre le roumain et
l'albanais.
V. Examinons maintenant le grec.
Le grec ó àvr.p ó iyaS-ó; correspond à l'albanais nieri-u i-mira,
de méme qu'au roumain omu-l cel-bun, mais seulement comme
réduplication de l'article, c'est-à-dire en tant que principe, nul-
lement comme type morphologique (gr. : s+S a + A; daco-ép. :
S + s a+A). Une articulation triple dans une construction sans
génitif, telle que l'alb. ìiìeri-u i-mir'i -roum. oniu-l ccl-humi-l,
est étrangère au grec, memo comme principe.
440 ilasdeu,
Le grec nous offre lui aussi la triplication de l'article, dans
le type génitival: ó oko; ó toO tzxi^ó;, qui correspond à l'alba-
nais spi-a e-ìat-i-t, corame M. Camarda l'a bien reconnu\ et de
raème au roumain casa a-taià-lu-i. La colncidence est très re-
marquable; mais c'est encore une correspondance de principes,
non pas de forme.
Sans nous répéter davantage pour ce qui concerne la postpo-
sition de l'article substantival, nous nous bornerons à signaler
ici que le grec ne connaìt pas un article adjectival special, dif-
férant par la position et différencié par la forme. Dans ó àvrip
ó àya3-ó?, comme dans ó oì/.o; ó to'j T^aTpó;, Tó qui précède le
second membre est absolument le méme que celui qui précède
le premier; tandis que le roumain a cel- ou a- à coté de -l[u\:
omu'l cel-bun, cas-a a-tatà-lui, et l'albanais nous donne i- e-
à coté de -u: nieri-u i-mirà, etc. *
L'article grec est d'ailleurs incomparablement plus indépen-
dant, plus degagé, que ne le sont les deux articles en roumain
et en albanais. Non seulement l'article roumain-albanais post-
positif, dont la coalescence avec le nom, auquel il se rapporta,
lui fait perdre tout-à-fait sa propre individuante, mais l'arti-
cle prépositif lui-méme, presqu'enchaìné à son adjectif, est beau-
coup moins libre que l'article grec. Néanmoins, la conformité de
principe dans la réduplication et la triplication de l'article, éta-
blit un lien incontestable entre le grec et le daco-épirote^"'^
^ Op. cit., I 207.
* È certamente vero che i due ó, i quali occorrono nel tipo ó àvhp 6 dyx^ò;
o nel tipo ó otx.0? ó toO 7raT/3Óc, sono anche nell'ordine etimologico una stessa
e identica voce] ma é manifesto, nel secondo tipo in ispecie, che T ó, pre-
messo al secondo membro, ci rappresenta un'altra e più antica fase di si-
gnificato, per la quale la convenienza tra il greco e il rumeno o l'albanese
si rende ancor maggiore. Il secondo ó serba cioè il suo valore di pronome
dimostrativo; e quindi riabbiamo veramente: Ha. casa, codesta del padre', e
analogamente: 'l'uomo, codesto buono', sebbene nel secondo tipo l'intenzione
appositiva pili non è sensibile, come appunto non 1' è in om-ul cel bun.
G. I. A.
** In una lettera successiva, che pur sarà fatta di pubblica ragione, il dotto
Rumeno, riprovati imprima i tentativi che mirano a raccostar direttamente
l'albanese al greco, e affermato che la comparazione debba versar metodica-
mente intorno all'organismo greco dall'una parte e a quell'organismo che
Il Ujio sintattico: bonio-i)le ille-boims. 441
traspare dall'altra nelle particolari concordanze che son fra il rumeno e l'al-
banese, enumera poscia le proprietà che la presente indagine lo induce a
assegnare a codesto organismo ante-romano, o *daco-epirotico' o 'tracico d'Eu-
ropa'. Tocca insieme dell'articolo zingarico che si ripete da influenze pri-
mamente greche (p. e., fra gli Zingari di Rumenia: e piri e sastruni illa-
-olla illa-ferrea, il raya ti barea illae-dominae illae-magnae). Indi passa allo
scandinavo, che ha anch'esso, come il rumeno e l'albanese, un articolo so-
stantivale pospositivo (così p, e. l'ant. island. en-yngri hona-n^ la giovane
donna, è alla lettera: illa-junior femina-illa, e dà la formola a + A S + s, che
differisce per la sola collocazione dell'aggettivo dalla formola rumena e al-
banese S + 5 a + A);- e ancora passa al litu-slavo e al germanico, il cui arti-
colo pospositivo è all'incontro esclusivamente aggettivale, attribuendo il no-
stro autore a mero influsso scandinavo il fenomeno sporadico e irregolare
dell'articolo sostantivale pospositivo che pur c'è offerto da qualche dialetto
russo del Nord. Finalmente arriva all'Irania, per avvertirvi gli articoli so-
stantivali pospositivi di alcuni idiomi viventi, e l'articolo prepositivo agget-
tivale di tutti i dialetti persiani (?; nel neopers., p. es , saTi-i buzurg, o ve-
ramente sah i-ÌAiiurfjy rex ille-magnus), il quale riviene a un antico pro-
nome, dimostrativo e relativo insieme, già iniziato alla funzione d'articolo pur
nella fase piti rimota che di codesta ragion di favelle ci sia dato esaminare.
G. I. A.
VARIA
G. I. A.
1. Le doppie figure neolatine del tipo briaco uibriaco.
Dato nella forma latina un e, un w o un i atono iniziale, av-
viene abbastanza di frequente che la resultanza neolatina sia
doppia: da una parte, il dileguo di quell'elemento; dall'altra, il suo
continuatore, susseguito da un n (m), estraneo alla forma latina.
Le due diverse figure, o stanno entrambe in uno stesso linguag-
gio, 0 sono ripartite fra linguaggi diversi ; e a volersi dare buona
e piena ragione del doppio fenomeno, vanno fatte distinzioni pa-
recchie. Incominceremo dal considerare i seguenti esempj.
T. Esempj in cui all' atona latina sussegue un'esplosiva:
1. èbriàcus ecc. Per l'aferesi, ho altrove addotto, oltre Tit.
òrmco e il friul. i^redp = *ebridceo, anche un &ronm *ebron e a,
che resulterebbe da s-hornia ecc. dei varj dial. ital.*;- e d'altre
forme aferetiche di questa medesima base, è qui parlato nell'ar-
ticolo che sussegue. - L'altra figura è nell'it. imbriaco ecc., sp.
embriàgo, e anche nel frc. del Berry: imbriat, imbériat, sot,
hébété corame un homme ivre, allato a ebriat ivre^
2. [hjibernus: it. verno; — it. inverno, sp, invierno.
3. sequalis: prov. e lad.sopras. r/wa/, venez. r;im^<fO, rail. ^w<2-
l'iv, — prov. engal, diali, lad. inguel angual, Arch. 1 222.
II. Esempj in cui all'atona latina sussegue ST o ss = CS (PS).
^ Zeitschrift di Kuhn, XVI (1866) 126; ebroneo ebronea sono insieme at-
testati dai h'C.ivrogne ivrogn-erie ivrogn-er; e la metatesi italiana, di *brónia
in -bòrnia, farebbe appunto desiderare qualche derivazione italiana in cui l'ac-
cento dovesse andare risospinto, com'è in ivrogner (ebroneàre) ecc., e così ne
andasse agevolato, o quasi promosso, quell'invertimento.
^ Delle ragioni, che parrebbero toglier forza a questa consonanza delle voci
epentetiche del Berry, ritocco altrove; e qui mi limito a ricordare, par Va = aco,
il frc. lac lacus.
Le doppie figure dui tipo briaco imbriaco. 443
1. rostdte-: it. state, diali, lad. sted staci; — ant. ven. instàe,
friul. instàd (ali. a stad istad), ecc., cfr. Arch. ib., Muss. Beitr. 71.
2. ist'-ipse: it. stesso; — ant. ven. mstcsso,iv'm\. emil. instess
(ali. a istess), ecc. - Quanto alla figura aferetica, questo esempio
incomincia tuttavolta ad avere qualche ragione sua propria; poi-
ché, allato all'iste in composizione, c'era l'iste proclitico e per-
ciò facilmente e assai per tempo colpito d'aferesi.
3. ex- iess- ecc.), in quanto si rifletta per s- o s- it. e lad., 5-
rum., da una parte, e per enj- ens- spagn. dall'altra. Gli esempj
spagnuoli e gl'incontri fra italiano e spagnuolo son più nume-
rosi che non parrebbe dal DiEz, IP 424. Cosi ivi mancano gli sp,
enj-ambre enj-aguar {-uagar), allato agli it. s-ame {sciame)
s-acquare; e lo sp. enj-albelgar (quasi *ex-alb-ell-icare, cfr.
sp. albegar) allato all'it. s-alhare {scialbare). Qui spetta inoltre
un esempio di ax- molto anticamente passato nell'analogia di ex-,
cioè axungia {'xungia 'xungia), che dà l'it. sima {sugna) y
engad. songa, dall'una parte, e lo sp. enj-imdia dall'altra. - Tac- '
ciò, per brevità, del portoghese. ^
Venendo alle dichiarazioni, avvertiamo imprima, sulle gene-
rali, che r«? e Ve, iniziali ed atoni, volgon facilmente in i. Nel
qual fenomeno, considerata in ispecie la sua estensione topogra-
fica, non è punto da riconoscersi una mera evoluzione del suono
originale, che parrebbe quasi in contrasto con la corrente ge-
nerale dell'z atono in e. Ma vi si deve ben piuttosto riconoscere
una riduzione, un particolare assottigliamento, un mezzo dile-
guo, 0 come un'aferesi incipiente. Dove sono più special-
mente da considerare: per cbriàcus ecc., il prov. ybriai ebria-
cus, frc. ivraie 'ebriaca'; per gequalis, l'ant. it. iguale ecc.,
sp. igual; per sostate-, il fri. istàd, lasciando Vistate dei di-
ziouarj italiani. Poi, il portogh. idàde selàte-; e malgrado qual-
che spinta peculiare, l'ant. fr. iglisc ecclesia'; oltre il fr. ivoire
eboreus, il soprasil-v. irom ccramen, e il n. 1. Isernia yEsernia.
' Al luogo già citato della gramm. del Diez, vanno però aggiunti parecchi
articoli del suo lessico; e ora si vegga anche il Foerster, nel luogo che cito
più innanzi.
- Cfr. il n. loc. sardo Iglcsias, allato a clipja eresia gexa, chiesa, dei di-
versi dial. di Sardegna.
444 Ascoli,
Cosi, se intanto ci limitiamo agli esempj della prima cate-
goria, in efFtìtto si riusciva a queste forraole atone iniziali: IB
[IV), IC (IG). Ora, l'inventario etimologico latino è estremamente
povero di codeste formole atone iniziali, tanto da potersi dire,
massime per voci di cui occorrano continuazioni popolari, che
quasi affatto esso ne manchi; né la suppellettile guari s'accresce
se pur v'aggiungiamo, per aver l'ordine intiero: IT, ID e IP; né
d'altronde le veniva o potea venire alcun sensibile incremento
dalle voci che nelle serie popolari vi s'aggiugnessero per effetto
delle riduzioni dell'/E e dell' E; tutti i quali asserti hanno la loro
dimostrazione, piena ed intiera, nella nota che qui appongo'.
Era, all'incontro, e restò infinita, si può dire, la serie degli esem-
plari in cui s'avessero IM-B IN-V IN-C IN-G ecc., sempre atoni
e iniziali. Dall'un canto, perciò, si potea determinare, assai per
tempo, come un'insofferenza dell'insolito 'attacco' IB-^ ecc.; dal-
' IB-: fbi, Ibes, hibérnus, hibfscum; che in e^Tetto vuol dire un esem-
pio solo: hibérnus, il quale è appunto fra quelli che ci danno il doppio esito
(I, 2). Quando ibi ha Vi- fuoii d'accento, quando cioè si trova in proclisi o
in enclisi, diventa per gl'Italiani l'aferetico vi; e aferetico è pur l'unico ri-
llesso che di hiblscum io conosca, nell'it. malva-visc[hi]o. - Per IV- non c'è
poi nulla; e un esemplare con Vi tonico, Viva del latino dei botanici, non so,
• lei resto, donde sia pigliato. IC-: Icere Ictus, hic; e vuol dire nulla. IG-:
igitur, Ignis, che sono protossitoni, a tacer d'altro; e i composti come ignà-
rus ecc., ne' quali c'è in realtà, e ben si risente fra i Neolatini, l'in- {indro ecc.).
Iguviura dà Gubbio. IT-: Ita, Iterum Itero iterare, iter itiner-,
Itio itión-, hittire; e torna ancora a presso che nulla, malgrado l'Italia,
che ha del resto anch'essa le sue propaggini aferetiche [Talidno ecc.), e qual-
che riflesso di il[in]erare (a. fr. errer, ecc.) e iterare (sp. liedrar), ID-: f dem,
idóneus, fdus, [idèa ecc., hydra]; ed è ancora come nulla. IP- non dà
se non Ipse ipsórum, che va tra gli esempj di iss- e appunto mostra anche
l'esito col -w-, come nel testo fra poco si vede. L'inventario etimologico non
offriva dunque analogie fonetiche dalle quali potesse venire consistenza agli
IB ecc., atoni e iniziali, che sorgessero per l'aflBevolirsi dell'E o dell'/E. Ma
quanta era poi la suppellettile che piegasse o potesse piegare a codesta ridu ■
zione? Scarsa oltremodo. Poiché (ed è fatto assai notevole) la principal sor-
gente per EH.!, ecc. si trova essiccata quando ci portiamo sul terreno del lin-
guaggio popolare. Codeste combinazioni si producevano con qualche abon-
danza mercé l'è- - ex-; ma i tipi e-bullire o e-vellere, e-granatus e-den-
tare ecc , non hanno continuazioni vei'amente popolari, e di certo è pur que-
sto un fenomeno che va ripetuto da una ragione, o piìi d'una ragione, d'or-
dine fonetico. Appena ò se sopravvive un qualche esemplare con e(=ex)-r fri-
Le Jojipiu figure del tipo briaco imbriaco. 445
l'altro, c'era potentissima l'attrazione analogica della serie
IMBi ecc.; e così accadeva che Vi- mal si reggesse oppur chia-
masse la nasale accanto a sé; accadeva, in altri termini, che
l'aferesi, già avviata, si consumasse con particolar facilità, op-
pur ne fosse provocata un'epentesi; e ihiHàco {cbiHàco), a ca-
gion d'esempio, osi facesse briaco o imhriaco. Insomma, con pre-
cisione statistica, è questo: che i tre esempj della nostra prima
categoria (ibriaco i verno igual) sieno i soli fopolari ch'eran
dati fra tutte insieme le formole atone iniziali: IB- (HIB-) EB-,
IC- EC- EQV- .EQV-, IG- EG- ^G-; e sarebbe stato davvero
un miracolo che avessero sempre e dovunque resistito alle in-
finite seduzioni di cui eran circondati \
Arriviamo alla seconda categoria, dove l' atona è susseguita da
ST, oppur dal prodotto di CS o PS, cioè da ss; e qui bisogna di-
stinguere tra gli esempj diversi o meglio tra' diversi linguaggi ; ma
non perciò la dimostrazione avrà finalmente a riuscirci meno
evidente o meno intiera.
Rifacendoci all'inventario etimologico latino, troviamo che non
sia meno scarsa, di quello eh' era per IB o per altra formola con-
cat.; ma, anche per avere una riduzione schiettanaente popolare di e-legere,
bisogna venire ali'it. séljere (scegliere), che non sentiva più il suo e-, e ripete,
come per isbaglio, la dose (ex-e-ligere); cfr. Diez less. s. negare e frc. enger.
Fra il popolo si rimane o ritorna alle piene ragioni deWex] e così svellere
st?en<a)'e ecc. riflettono ex-veliere ex-dentare ecc., anziché e-vellere ecc.;
cfr. Diez II ^ 425. Lasciate dunque andare queste voci composte, siamo al se-
guente catalogo. EB-: ébulura, ebóreus, ébenura ébrius ebriiicus,
hóbdoma, hébet hebére hébete-; dove di prima atona non abbiamo, che
per noi contino, se non cbórciis ed ebridcus] il primo de' quali non ha subito,
in Italia, una piena riduzione popolare (si sarebbe dovuto avere, per es., un
fiorent. evojo), e a ogni modo qui si sottrae all'ey- od iv- [avorio, avolio; cfr.
prov. evori avori bori); e il secondo è appunto fra quelli che danno l'esito doppio
(I, 1). Hebrtous non ha forme popolari. AiV- non dà se non a?vum aìvitas
-tiitis, ed è nulla. - EC-: dccum ecce, [echinus], équus, cequus requa-
lis; e ancora ò nulla, tranne cequàlis, che appunto ha anch'esso l'esito doppio
(I, 3). - EG-: ego, feger, egéstas ecc.; e perciò nulla. - ET- ED- EP-:
étiam, fétas -tatis oetérnus, ódere edace- ecc., hédera, h^édus, asdes
cedllis, [epigrus], épulum ecc.; tra' quali ò un solo che farebbe al caso:
celate-, e di questo non s'ebbe la figura aferetica (sarebbe stata: tate o date),
né l'epentetica, ma l'avviamento all'aferesi pur è nel port. iàade.
' Per IB ecc. in ImB ecc., sono ancor notevoli i due nomi locali: frc. Embrun
Eburodunum (Diez I' 305), piem. Invrcia Invrca Ivrea Eporcdia (Fi.eciiia).
Archivio L-'Iottol. ital.. Ili. :<(•
446 Ascoli,
genere, la suppellettile in cui sabbia IS + voc. od IS + cons., op-
pur l'occasione di un iss (= ICS, IPS), atoni e iniziali; e insieme
troviamo che non le possa venire incremento dalla riduzione o
dalla confluenza delle formolo ES od ^S, susseguite da vocale
oppur da consonante \
Senonchè, pare a prima vista che la rarità o l'insofferenza di
codeste formolo atone iniziali sia contraddetta per due modi.
Imprima, per il molto abondare dell' EX (onde ess ecc.) atono e
iniziale; poi, per la ferma inclinazione di tanti idiomi neolatini
a munir di vocal sottile prosteticala formola S + cons., onde p, e.
isU esU = ST-, ecc.
Ma, si badi. Exi ed extra^ ebbero, molto per tempo, ridotta
Ve a. un'entità 'irrazionale', a una vocale sottilissima e quasi
evanescente, onde poi il totale dileguo che ci è concordemente e
costantemente mostrato dalle forme popolari dell'italiano, del
ladino e del rumeno {s- s-, stra-), che vuol dire da quei linguaggi
neolatini che d'altronde non inclinano alla prostesi, cioè mai non
danno, o non danno senza un particolare incentivo, istrada o
estrada da strata, oppure ispolia o espolia da s poli a, ecc.
L'antica figura di riduzione, a cui alludiamo, può correttamente
rappresentarsi per '55% dov'è come un ultimo sentore della vo-
cale, e perciò un'entità fonetica ancor di molto inferiore all'^ di
igual idàde ecc., nel quale riconoscevamo, qui sopra, una riduzione
che appena s'avvii all'aferesi, laddove nel caso presente l'aferesi
è pressoché interamente consumata. Nel territorio italiano, nel
ladino, e nel rumeno, non veniva perciò dalle continuazioni po-
polari di ex- (ed extra-), quali erano p. e. offerte da 's-^jandere
1 IS-o ISS^': hyssopum; nessun esempio. — IS' .• f ste, hf scere, hfspidus;
ischiàdicus, histdria, histrión-, hystrix; dovei due di prima atona, che
sieno in qualche modo popolari, danno gli aferetici it. sciatica e storia, come
sono ugualmente aferetici Spagna e Spello, Hispania Hispellum. ES-:
ésor esurio ecc.; nessuna forma che si continui, ^sernia dà Isernia Ser-
gna. — ES^: éscaescàtilis,ésculus esculétum («scuL), est esse ntia,
éssedum, hestérnus; e perciò nulla. — .^S-: hsesito; JES"^: sestus festas
-tàtis, réstimo estimare; e qui, dei due di prima àtona, che abbiano con-
tinuazioni popolari, uno smarrisce anticamente il suo JE {stima ecc. ; cfr. p. 4o5n),
l'altro è appunto fra gli esenipj della doppia figura (li, 1). Cfr. la prima
nota della pagina che segue.
- Vedi più innanzi; e principalmente Schuchardt, vok. II 372.
Le doppie figure del tipo briaco imbriaco. 447
's-paìidere o dai 's-albarc, alcun argomento di consistenza per
altre forme originali o ridotte, quali erano p. e. istesso o istade;
e, per la ragione medesima, le continuazioni di ex- sfuggivano,
in questi territorj, all'attrazione delle formole IN-S ecc., alla quale
rimaneva all' incontro soggetto il tipo istesso o istade (allato a
stesso stad), che poteva perciò passare a instesso instade (II, 1,
2)\ Per un solo esemplare era possibile che anche l'evoluzione
dell'ex- entrasse nell'analogia d'znstot^e ecc.; edera nella con-
tinuazione di éx-eo ex-ire, dove le forme con la prima tonica
{àsce esci") e la particolar configurazione del verbo consentono o
richiedono una più larga e genuina rappresentazione dell'ex- pur
fuori dell'accento; onde: escire, are. iscire. Ed ecco effettiva-
mente qui aversi il -7i-: ant. gen. e ant. venez. iìisi usci, ecc.,
Arch. Ili 280 (a formola tonica: ant. gen. éa^e ib.); nel quale
esemplare stava contro l'aferesi, oltre la ragione delle forme con
la prima tonica, anche il fatto che le voci aferetiche sarebbero
riuscite come indiscernibili, p. e. si per 'usci'.
La cosa muta d' aspetto quando passiamo ai territorj della pro-
stesi. Qui, l'antico 'ss od 's = ex- si risalda in is-, che è la fase
sarda, onde poi es- (per es. sardo logud. is-pdndere, prov. es-
-pandre, ecc.), così come si viene, nei teritorj medesimi, da ST-
ecc. a 'st- ist- est- (per es. sardo logud. istella, sp. cstrella). Qui
sorgono dunque e trovano la maggior consistenza due ordini am-
pli e diversi di isti est!^ ecc., l'uno de'quali procede da zs+ t es^t
' Quasi superfluo avvertire, che, massime pei dialetti a cui rivengono queste
figure epentetiche, I'istì non trovava particolare argomento di consistenza nello
riduzioni arbitrarie d'IN + ST- in ist-. Anzi veniva un effetto opposto dalla si-
multaneità, p. e., à'istromento e instromento.
- esci esce, che son forme etimologiche e consuonano col tipo crésci crésce
0 finisci finisce, provocan poi gli analogici esco ed escono (anziché éscio ésciono,
come l'etimologia vorrebbe), sull'analogia di crésco créscono, finisco finiscono.
Il fenomeno si riproduce, ma con più singolare effetto, nel macedo-valaco, in
ordine ad 'esse' ; dove csti sei, éste è (cfr. florésti fiorisci , floreaste fiorisce)
provocano un cscu io sono (cfr. floréscu); Studj Crit., I 68 = 346; e questo ri-
scontro finisce di dissuadere dall'ipotesi: exeo*exo esco [sk da hs), cfr. Muss.,
.sitzungsber. xxxix 535. Raccomando pur questa nota ai recenti discovritori
dell'eflìcacia del principio analogico, i quali mi par che si maraviglino di cosa
nuova per loro e vecchia por gli altri, e non si distinguano da questi altri, so
non perchè essi facciano i primi passi, e forse mal cauti, sovra una strada,
in cui a poco a poco potranno scoprirò, con nuova meraviglia, le orme altrui
448 Ascoli,
ecc., l'altro da i + st c+st ecc. Ne viene, come 'a priori', che
l'azione analogica delle serie con l'IN atono iniziale mal si po-
teva far sentire sopra questa larga compagine di zs+ cons. od es^
cons., la quale aveva una particolar forza di coesione e come un'a-
nalogia sua propria. E difatti non so di nessun esempio, o proven-
zale 0 catalano o sardo, o pur di classico francese, in cui es+ espi,
si trasformi in ens+espl. (ms + espl.). Lo spagnuolo, — e il lin-
guaggio delle Spagne qui principalmente si considera, — cedette
bensì in alcuni esempj, che qui in nota sono studiati; ma lo stesso
portoghese noi segue o mal lo segue'. All'incontro, negli esempj
* In due esempj di EX + liq., lo spagnuolo e il portoghese d'accordo
ci danno en-:enlevar enmendar (allato a elevar emendar)-, ai quali
esempj, già notati dal Diaz, IP 424, nello spagnuolo s'aggiunge en-
mondar, tórre i groppi ai panni, che deve pur rivenire a ex-m und are
(emundare). Il provenzale ci dà: es-levar es-mendar es-mundar\ e fa-
cilmente si chiede, se da tali forme non vengano le forme attuali dello
spagnuolo e del portoghese, passando per ens-levar ecc. Sarebbe così
caduto il -5-; e piìi era facile questo dileguo che non quello di cui
ci è documento il port. ilha = sp. isla isola; dove è imprima da an-
notare, che il vocabolario spagnuolo e il portoghese più non hanno
alcuna parola con la forraola iniziale ens-. Per tal modo, anche il por-
toghese avrebbe avuto ens- da es- innanzi a liquida; dove è anche da
considerare, che le serie esl- esm- son tra le meno robuste di codesto
complesso occidentale di forme atone iniziali del tipo es'^, perchè è
molto scarso il contingente che per esse dieno entrambi gli ordini ge-
neratori, quello cioè della composizione (EX-L, EX-M), e l'altro della
prostesi (eSL-, eSM-). Lo spagnuolo, procedendo per cotesta via, ci
offre qualche esempio di enf- enc- ent- = esp esc est di fase anteriore;
dove si noterà, che, in quanto si tratti di esf- ed escl-, ancora siamo
a una serie delle meno robuste, perchè limitata, e poveramente, alla
composizione sola {ex-f, ex-cl), mancando in effetto ogni motivo latino
per la prostesi, cioè lo sf- o sol- di ragione latina. Lo spagnuolo dun-
que ci dà:
enfriar raffreddare, dove il significato e il parallelo portoghese
{esfriar, comune all'ant. sp.) ci riportano a ens-friar;
enfaldar^ potare, rimboccare le maniche, dove il primo de' due
significati e l'it. sfaldare ci riportano a ens-faldar;
enclarar (are.) rischiarare, dove l'it. schiarare e il frc. éclairer
(=es-clarare) accennano a ens-clarar\ senza che tuttavolta
ce no venga, malgrado enclarescer ^^ esclarecer, un esempio
abbastanza sicuro (cfr. sp. adorar, it. illuminare ecc.);
Le doppie figure del tipo briaco imbriaco. 449
in cui Vess- (es-) o cs- continuatore di ex- era dinanzi a vocale
0 dinanzi a s^, s'ottenevan formolo ch'erano insolite pur nelle
entirar distendere; cfr, port. estirar, clie ò pur del lessico spa-
gauolo, it. stirare.
Il Diez gii\ aveva notato che lo sp. entibo, puntello (stipes), trovava
estiba fra i Baschi, onde era da inferire un ant. sp. estibo. Ma il me-
rito d'aver primamente dimostrato la evoluzione esf- ensf- enf- ecc.,
spetta intiero al Forster, che per questa via ha mirabilmente dichia-
rato un altro esempio spagnuolo dell'ordine della prostesi: solino
*esclenque en[s]clenqiie, Zeitschr. f. rom. philol. I 559-61. Aggiungeva
egli gli sp. enclic^a enforzar, exclusa exfortiare (il primo dei quali
esempj io qui devo ripetere sulla sola autorità sua). Circa gli sp. en-
tonces e ensalmar, non voleva decidere se contengano l'ex-. Ma con-
tro en<onces = ex-tuncce starebbe l'essersi avuta questa voce pur nel
portoghese, che ancora non ci ha dato alcun sicuro esempio di ens-v
espi. = ex + espi. Può chiedersi tuttavolta se il port. encurtar non ri-
salga, collo sp. encortar, a ex + cu r tare, cfr. frc. ccourter, it. scpr-
tare-, e ancora, se il port. encrenque, che danno per ^voce scherzevole'
col significato di 'incredulo', non sia forse da mandare collo spa-
gnuolo enclenque 'estenuato' ecc. - Insieme adduceva il Forster esempj
di eyis-^es- da antichi testi francesi della regione di nord-est. Circa i
quali esempj la critica non ha forse compito l'opera sua (cfr. Schuch.
vok. II 350); e io qui mi devo limitare a dirne, che in quanto spet-
tino alla formola es-, essi ricadono nella serie a cui tosto ci conduce
il nostro discorso; e che tra quelli che son dati per la formola es^,
se ne scorge sùbito uno che è più che incerto, cioè enscombrement,
che veramente dice 'ingombro' (impedimento) e mal si potrà separare
dall' it. ingombrare ecc. Naturalmente poi, io non consento col For-
ster, o col Diez (F 24Ga 261 305 361), circa il mandare, senz'alcuna
distinzione, gli esempj dello stampo à'imbriago ensayar ecc., con altri
come il prov. penchenar, piem. pentnc, pectinare, ecc. — Ma ritor-
nando allo spagnuolo, non si dovrà trascurare, nell'indagine che qui
s'inizia (e richiederebbe, fra l'altre, l'esame cronologico de' varj esempj),
una tendenza che piU specialmente si determina in quel linguaggio, ed
(i di preferire la combinazione cis + cons. a EX + cons. Si confrontino:
sp. descabellaclo, port. descabellado escabellado, frc. cchevelc; sp. des-
calabrar, port. escalavrar\ sp. descomulgar (excoìnulgar), port. esco-
mungar; sp. desgarrar, T^ovt. esgarrar; sp. destripar, port. destripar
cstripar, ire. élriper; s[\. desvaneccr-sc, port. dcsvanecer-se esvacc6r-se
-150 Ascoli,
Spagne: css-à- cs-a- cs-a, cs-ii-\ sulle quali perciò potea facil-
mente operare l'analogia dei composti in cui è eìn-s^ (IN + S*)
od en + s" (INf S^). Ed ecco perchè avvenne, che Vess- o es-, da ex-
dinanzi a vocale, si facesse, e nello spagnuolo e nel portoghese:
e-n-s e-n-s (onde Io sp. enj-), e perciò all' it. s-acquare, a cagion
d'esempio, ivi rispondesse ens-aguar (port. cnxagoar, sp. enj-
-iiagm^). Del gruppetto d'esemplari che quella regione ha avuto
per codesta combinazione (ex+voc, ex + s-), si troverà che non
uno dei veramente 'popolari sia sfuggito alla trasformazione
che qui si ristudia! Né mancano analoghi esempj anche all' infuori
dello spagnuolo e del portoghese; e cosi il cat. ensaig exagium,
o l'ant. frc. cnsement, ipsa-mente, nel quale si tratta di ess- -
iss:rIPS (v. p. 451) ^
• Il sardo, e s'intende la varietà logudorese, ha copioso il suo
?'5- = ex-, e così ci offre anche buon dato d'esemplari in cui si ri-
viene a ex+wc. 0 ad ex + s-: is-ancare romper le gambe (cfr.
it. s-ancare), is-empiare guastare, rovinare (cfr. it. s-cmpio),
{solvere ex-solvere (cfr. it. sòljeré), is-ossare exossare, is-alare
tarpare, rompere le ali, is-alenare sfiatarsi, is-asciare fare a
schegge (ex-asclare = ex-astulare, v. p. 456), is-ungiare levar le
unghie *ex-ungulare. Ora si può chiedere, perchè il logudorese
non ci dia mai la forma col -n-, che in codesta congiuntura lo
spagnuolo e il portoghese non lascian mai di mostrarci, E la
risposta è pronta. Il logudorese inclina a fare fs-da in-s"; e cosi
esvair, fr. i'vanouir. L'es- è del rimanente men raro, pur nello spa-
gnnolo, di quello che potrebbe parere dal Diez (IP 421), e così si ag-
giungono: es-tremecer^ es-torhar.
^ Di codeste formole fonetiche, in quanto già sieno o non siano del latino,
T. p. 446n. Lo spagnuolo e il portoghese non hanno poi, in effetto, per ES\
se non òse c55e = ipse. Ebbero, ma perdettero, eséi- esser (essere; ed ecco sco-
prirsi anche una spinta fonetica per l'intreccio, che è in quella penisola, di
'sedere' (seer) con 'esse'. Ma insieme ecco aversi l'epentetico sp. enseres,
efectos, muebles, instrumentos, residuos; come a dire 'enti'; e vien da ripen-
sare al frc. étres, parti d'una casa ecc., intorno al quale ancora si disputa
(v. LlTTRÉ s. V.).
^ Nel ladino di Sopraselva, che fa an- da IN^, s'ebbe analogamente ansolver
da "^'assolvere - it. asciolvere (absolvere) far colezione; il quale esempio ladino
va del resto con.siderato, per ora, insieme con quelli che già sono allegati,
I llln.
Le doppie figure del tipo briaco tmbriaco. 451
ci offre insamhenàdu issambendclu insanguinato, inseddarc is-
seddare insellare, insinzare issinzare insegnare, insolare is-
solare risuolare, issentidu insensato. Ciò insieme vuol dire, che
codesta formola iniziale gli si vien facendo frequente e come abi-
tuale, e che gli si viene scemando e come estinguendo la forza at-
trattiva d'IN + S-. Avviene perciò ch'egli ben tolleri anche Vis-
sói'o ( zp5oro )= ipsorum. Ma il sardo campidanese, all'incon-
tro, che non riduce in-s- a iss-, e anche è alieno dalla prostesi
e quindi è affatto povero d'is atoni iniziali, il campidanese cede
alle attrattive d'INS-, e dice insóru^, allato ad issu[s] ipse. Gli
si accompagna, in qualche modo, il rumeno, che a sfuggire l'iss-
pur sotto l'accento, dice insù (cfr. p. 450).
E ora conchiuderemo. L'apparente contraddizione del doppio
fenomeno, pel quale, anche in uno stesso linguaggio, s'ha insie-
me la figura aferetica e l'epentetica, si risolve generalmente in
questo: che una formola iniziale insolita, come ivz a cagione d'e-
sempio, se da un lato rende più agevole lo smarrirsi della vocal
sottile ed atona, cede facilmente dall'altro all'analogia fonetica
d'una formola abituale, com'è, a cagion d'esempio, iN-vi. L'ulti-
mo tipo della seconda categoria {'s-acquare ens-aguaré) differi-
sce dagli altri, in quanto esclude la simultaneità dei due avveni-
menti diversi. Ma sempre è non altro che una spinta fonetica, e
non mai un'operazione o trasformazione morfologica, che ci ri-
porta in grembo alle serie in cui l'IN- è un elemento etimologico.
M'auguro che questo tentativo teorico valga a dissuadere dalle
ipotesi divinatorie e diverse che intorno a questo o a quell'esem-
pio possono a prima vista parere attendibili, ma del resto, pur
considerate in ordine ai singoli esemplari cui sembrano in qual-
che modo adattarsi, incappan sempre in difficoltà tutt'altro che
lievi. Sull'analogia à' insogno = sogno, che ci viene attraverso al
verbo insognare', potrebbe per es. imaginarsi che dall'aferetico
briaco s'avesse imprima il verbo imbriacare e poi da questo
l'aggett. imbriaco. Senonchè, i Neolatini non estraggono nomi
aggettivi a questo modo, ma solo nomi sostantivi e d'ordine im-
personale; tacendo poi dello stento che tutto questo processo
Ugualmente: log. issava poco fa, or ora, cainpid. insàra.
Anche nell'ani, sp. ensiieno, allato a ensonar.
452 Ascoli,
(aferesi, composizione del nome aferetico, estrazione anormale)
si riproducesse e in Italia e in Francia ed in Ispagna. Così l'ipo-
tesi che inverno sia primamente in verno (cfr. l-en-de-main) ha
contro di sé, non solo la ragione categorica dell'assoluta man-
canza d'ogni sentore avverbiale, ma eziandio la concordia del-
l'italiano, dello spagnuolo e del portoghese (sp. invieì^no, port.
inverno), concordia che accenna all'antichità dell'avvenimento,
come insieme v'accenna Vin-, anziché en-, che c'è dato dalle Spa-
gne. Chi finalmente volesse pensare, per le forme aferetiche, a
un abbandono di tutto Vin-, quasi d'una particella trascura-
bile, come avviene nell'it. f ante = infante , avrebbe contro di sé,
e l'estensione territoriale del fenomeno, e le forme in cui rimane
il so\o i' {igual ecc.); senza poi dire, che gli resterebbe da risol-
vere, pressoché intiero, il problema, che é del modo in cui sorga
quest' in- .
2. brillo, brio, brillare.
La considerazione delle basi aferetiche briaco, briaceo,
bronia, delle quali s"è ritoccato qui sopra (p. 442), m'ha con-
dotto a più altre forme, non peranco sicuramente chiarite o non
tentate, per le quali mi pare che ancora s'allarghi la prosapia del
lat. ebrius, e s'ingeneri o conferrai la persuasione, che sin da
tempi bene antichi v'avessero, in questa famiglia, dei vocaboli,
la cui e atona iniziale tendeva ad eclissarsi.
Di brillo 'alquanto ubbriaco' lasciò scritto il Redi, che traesse
origine dal plautino ebriolus o dal verbo ebriulari. Alla con-
venienza del significato aggiungendosi che l' aferesi dellV ritorni
sicuramente, come testé vedemmo, in più altre forme neolatine
che fanno capo ad ebrius, ne viene, come 'a priori', la persua-
zione, che anche brillo abbia a rimanere in codesta compagnia.
Ma ebriolus avrebbe dato a.\V itaììsino: ebriiiólo obriuólo {di\
capreolus capriolus capriuolo; ecc.), e non mai brillo; e alla
diretta derivazione o estrazione di brillo da ebriulari (tanto
per toccare anche di questo) farebbe ostacolo, oltre la fonologia,
anche la categoria logica di questo nome.
Senonchè il latino, come ebbe ebriolus e ebriolari od
brillo, brio, brillala. 453
ebriulari (infiniti che s'inferiscono da ebriolatus ebriu-
latus), cosi potè avere anche ebriillus, o da un ebriulus,
o direttamente da ebrius, e insieme ebriillari, o da ebriil-
lus, o ancora direttamente da e b r i u s (cfr. Corss. vok. IP 528-9).
Per formazioni congeneri, si confrontino: tantillus quanti 1-
lus pusillus pauxillus, Quintillus, cantillare ecc. Ui
(non é) dell' it. brillo troverebbe la sua giusta ragione nel dop-
pio i {u=t) della base latina. E brillo, del resto, tanto potreb-
b'essere la continuazione di un aggettivo ebriillus, quanto il
succedaneo d'un participio eb ri Hiatus (cfr. ebriolatus ecc.), sul
metro di adorno accanto a adornato, ecc. Dunque ci farebbe si-
salire, o a dirittura a un verbo ebriillare -ari, o almeno a
un nome, dal quale s'avrebbe legittimamente questo verbo.
Allato a brillo, il Tommaseo (sin. 4513) poneva brullo, e sa-
rebbe colui che ha bevuto più del 'brillo' ed è quasi 'ubriaco'.
Ora io confesso di non aver potuto comunque avere conferma di
cotesto brullo. Ma il Tommaseo pur da qualcuno l'avrà avuto; e
s'aggiunge, che nell'ordine istorico non quadrerebbe male. Poi-
ché un latino ebrio ebrionis sarebbe la più naturai cosa del
mondo (cfr. edon-, manducon-, epulon-, com-bibon-; ludion-
lanion-, allato a ludius lanius), e può quasi far meraviglia
che la letteratura non ce l'offra. Se però non ce lo dà la lette-
ratura, non per questo ci manca la conferma positiva di questa
costruzione teorica, poiché e b r i- o n-e u-s, che sta a ebrio ebrio-
nis come sta p. e. err-on-eus a erro erro ni s, è attestato da
ivrogne s-bornia ecc., come pur dianzi si ricordava. E dun-
que redivivo e sicuro, a ogni modo, un lat. ebrioos e un suo
corretto diminutivo sarebbe ebriùllus (cfr. lenon- lenùllus),
del quale poi un corretto riflesso l'aferetico brullo', con r=Rj
com'è in ebbro = eh vìws, dove rj è in postonica, e come in
-bronia {ivrogne ecc.), dove torna ad essere, come sarebbe per
brullo, in protonica; e con ù per iì in posiz.
Ma sia di questo brullo checché si voglia, brillo prima ci por-
tava 0 guidava a un ebriillari, che stesse correttamente allato
ad ebriolari. Ora ci spingiamo a chiedere, se questo ebriil-
lari 'esser brillo' non abbia per suo legittimo continuatore il
neolatino brillare (it. brillare, s\). brillar, fr. brillcr).
La vecchia etimologia di brillare da beryllus non persuade
bene. Già non pare molto verisimile che i volghi romani traessero
454 Ascoli,
un verbo dal nome di codesta gemma; e unberyliare, d'al-
tronde, avrebbe piuttosto detto 'adornar di berilli', 'tempestar
di berilli' (cfr. aurare o l'it. indiamantare), che non 'scintillare
come il berillo'; per il quale significato piuttosto si vorrebbe
un beryllicare hrilleg giare. Un medio-passivo beryllari,
che dicesse 'ornarsi di berilli', onde 'risplendere', 'tremolare scin-
tillando', sarebbe un altro stento. E sempre mancherebbe ogni
prova, ogni diretto indizio della esistenza di un beryllare o
beryllari per 'ornare o ornarsi di berilli' o 'mandare i lampi
del berillo'. Era quindi legittimo che il Diez si ponesse a cer-
care una base latina che meglio convenisse al significato di bril-
lare; ma non gli riusciva di trovarla (v. less. P s. brillare).
Se ora poniamo che brillare sia ebriillari, la fonologia
nulla di valido più sa opporci; poiché se è vero che il continua-
tore francese di un br interno latino vorrebb' essere, in voce po-
polare, piuttosto vr che non hr, l'obiezione qui s'elimina pel
fatto stesso che i varj idiomi neolatini abbian comune l'aferesi;
o, in altri termini, avremmo un caso d' atona iniziale che assai
per tempo volgeva a dileguarsi, e perciò gl'idiomi neolatini ri-
fletterebbero veramente una base popolare in cui il h era piut-
tosto iniziale che non interno. Si confrontino, del resto, ebriat
imbriat, del dial. del Berry, e Embrun Eburodunum, già di so-
pra riportati (p. 442 445n). E insieme si ricordi l'aferesi o quasi-
aferesi molto antica, e perciò molto estesa, dell' e di ex-, e in
ispecie qualche esemplare 'sui generis', come extraneo-, it. stra-
nio, rum. strein, [prov. estranh strani], ingl. strange, o l'ana-
logico exungia = axungia, sugna, pag. 443.
Sotto l'aspetto ideologico, all'incontro, può a prima vista pa-
rere incredibile che l'ubbriachezza abbia a condurci allo splen-
dore. Pure, a guardar bene, è tutt'altro.
V'ha l'ebrietà nauseabonda, e per questa noi ricorriamo a
vocaboli che fanno capo a ebriacus [ubriaco briaco, ubria-
chezza). Ma non ogni ebrietà è nauseabonda; e lasciando stare
che anche ci 'inebbriamo' di gloria e d'amore, v' ha l'ebrietà in-
cipiente, che appunto è quella del 'brillo', nella quale è il raggio
dell'allegrezza S l'aria festevole, il 'brio' ". Ora lo stesso brio altro
^ II toscano dice allegro allegroccio (Palma), il veneziano: alegro, e il friu-
lano: Ugri (allegro), tutti per 'brillo'.
- Già il Tommaseo, sinon. 2321, pensava a mandare insieme brillare e brillo.
brillo, brio, brillare. 455
alla sua volta non è, come fermamente io creJo, se non un so-
stantivo estratto da briari =ebriari';- e brioso, che è quasi
un sinonimo di 'brillante', altro in sostanza non è che il lat.
ebriosus". Si sarà così avuto l'oculus ebriosus e l'ebriil-
lans oculus, che son legittimamente diventati 'l'occhio brioso
e brillante"; e dall'occhio si passava assai facilmente a ogni al-
tro oggetto luminoso. Origini anche ben più umili possono avere
le parole che significan 'brillare' ; e cosi, quando il francese dice
alla sua dama: vos yeux pctillent, le dice che 'brillano' perchè
'scoppiettino', ma è uno 'scoppiettare' che riviene a peditum
(pótiller = pedit-iculare) !
C'è un uso di brillare in cui può, a primo tratto, parere che
ancora traspaja un'antica fase del significato d'*ebriillari, cioè
il 'vacillare' o 'barcollare' come fa l'ebbro (cfr. il ted. iaumel,
nel quale è insieme il vacillare e l'ebrietà); ed è il brillare con
l'ali 'del falco che si libra sull'ali per osservare la preda', onde
brillo 'il soffermarsi degli uccelli vibrandosi sulle ali'. E più lar-
gamente seducono i lat. micare coruscare vibrare, nei
quali è il 'tremolare' o 'sobbalzare' (ma più propriamente il 'ra-
pidissimo agitarsi') che passa in 'risplendere' 'brillare' 'sfolgo-
derivando questo da quello; 6 lo dice Dell'avvertire che 'gli occhi d'un feb-
bricitante e dell'ubriaco luccicano, quelli dell'avvinazzato brillano'.
^ Mentre si stampano questi fogli, vedo che il Redi (Bacco in Toscana ecc.,
colle annotazioni accresciute, 3. ediz. Firenze 1691, p. 217-8), dopo aver detto
che brillo rivenga a ebriolus o a ebriulari, soggiunge: «e forse ancora la
«parola brio, che esprime una ilarità, o espansione di cuore, e di fronte, e
«una certa commozione, e vivacità di spiriti simile a quella allegria che dona
«il vino in qualche buona quantità assaggiato.» Quanto al [ipvllMv di Ari-
stofane, che gli sembra così vicino, anciie pel significato, a brillo, parrebbe
oggidì superflua ogni confutazione.
- Credo perciò che il significato di 'forza' non sia punto fondamentale nello
spagn. brio, nò altrove (cfr. Diez less. V- s. brio); ma sempre trattarsi di 'hi-
laritas', 'alacritas', nel secondo dei quali termini si compendiano T'allegrezza' e
T'ardore'; di che ritocco in altro luogo. - Daccanto all'aferetico briari, si
manteneva, nel composto, l'integro ebriari: it. in-ebbriarsi, frc. s'en-ivrer,
lad. sopras. s'an-ivrar. - E poichò siamo alla deduzione di un nome da tal verbo
che non sempre aveva Ye- fuori d'accento (data in ispecie la conjug. attiva, sa-
remmo a ébriat ecc.), nò a forma integrale accentava mai l'i, giova ricordare,
per l'aferesi insieme e per l'accento, l'it. stima che ò ricavato da ccsUmarc
{(cstìmat). Vero è che per stima ecc. non va trascurato l'accento di (estimia
(vstimiKm: ma anche c'erano ebricfas ebriolus.
456 Ascoli,
rare'. Ma son tutte tentazioni che vanno respinte; e se brillare
viene anche a dire 'ondeggiare' o 'tremolare', ci ricorderemo di
balenare, che ha similmente anche i significati di 'barcollare' e
'tentennare'; — e sempre tutto si riduce a quell'unico principio
che è la 'vibrazione'.
3. ascia ascula; iscla, Ischia; Peschio.
Il Flechia, nel propugnare con tanta efficacia l'antichità del
fenomeno fonetico ci = tl, insegnava, fra l'altre, che il lat. as-
sula, sincopato in assla, desse imprima l'epentetico astia, onde
poi [o direttamente 0 attraverso ad astula] si veniva normal-
mente ad ascia, ripercosso dal prov. ascia, rum. aschie [per
aschie, passato cioè dalla L alla 3. declin., sull'analogia dei sost.
in -ia lat., cfr. Diez IP 59], sardo asa [s = sj = sg = sc= sol, co-
me nei logud. isàu màsu usare - sciavo masclo usclare, Arch. II
141] ecc., tutti per 'scheggia'. Affermava egli conseguentemente,
che il lat. astula sia una forma 'desincopata'; e ricostruiva
l'esatto parallelo: ^e&s\x\\xm fesslo pestio 'pesclo{s,2iXì. peschio),
il cui termine desincopato, pestulum, gli era indirettamente
offerto dal grammatico Flavio Capro. E ancora trovava, che da
Bastulus, attraverso il sincopato Basilo, onde Basclo, simil-
mente si venisse al desincopato Basculus ('Postilla sopra un fe-
nomeno fonetico della lingua latina', pp. 10-11, 13, 14-15; cfr.
Diez less. V s. ascia). L'ultimo esempio sarebbe di un'importanza
particolare, in quanto vi s'avrebbe una testimonianza, pressoché
diretta, di ci da tl in antica età latina.
Citano anche un pesculum= pessulum catenaccio (v. Die-
FENB., Gloss. lat.-germ.), col quale è per avventura da mandarsi
anche pesculi 'puerili [?], davi lignei' (Ducange, ed. Henschel);
ma pesculum potrà piuttosto parere il neolatino pesclo, tardi
rifoggiato a piìi latine sembianze, che non un pesclo di volgare
latino, che si desincopasse in età più o meno antica. Bella, a
ogni modo, questa riprova della fase a cui il Flechia è risalito
mercè il senese peschio. E citano anche ascula ( = ascia astia;
V. DiEFENB. ib.); sulla valutazione istorica della qual forma, si ri-
peterebbe il quesito che pesculum testé ci suggeriva. Ma il tri-
sillabo ascula ha forse per sé qualche forma effettivamente pò-
ascula; iscla, Ischiiv; Peschio. 457
polare. Cosi un it. o tose, àscole 'pezzi di legno attaccati alla
ruota del mulino, detti ancora piane o pale' ' ; vocó che pare aver
molto bisogno di nuove guarentige, ma non potrebbe, se vera-
mente esiste, non risalire ad ascula. Poiché da un antico bi-
sillabo a st' la, 0 ascia, l'italiano o toscano altro non potea ave-
re se non aschia, come appunto il rumeno ecc. n'ebbero aschie
(aschic) ecc.; e anche interverrebbe, comechè naturalissima, una
differenza di significato tra la problematica voce italiana (quasi
'assicella') e le altre neolatine che posson direttamente fare capo
ad ast'la ascia. S'aggiunge il modo 'italiano': ascoli e pascoli,
allegato dal Carisch (Tasch.-wcirterb. d. rhatorom. spr., s. asc),
che veramente sarà il modo con cui nelle scritture 'italianeg-
gianti' dei Grigioni si renderà la riduzione ladina asc e paso, il
'wunn und weide' del tedesco svizzero, cioè 'il diritto di rac-
colto e di pastura' (cfr. Stalder, s. v.); del qual modo ladino o
semi-italiano è lecito chiedere, se non dica modestamente 'scheg-
ge (legna) ed erba', cosi com'è modesto il significato letterale del
suo sinonimo basso-engadino bruosc e fruosc (Carisch: hruosch
e fruosch, s. fruoschias e s. paso), che propriamente dice: 'rima-
sugli e rami secchi'. Checché però ne sia, e riserbandomi a discor-
rere altrove, un po' più distesamente, intorno a tali forme, vor-
rei qui intanto farmi lecito di mostrare il ragionamento storico
a cui darebbe luogo l'effettiva presenza di qualche esemplare
italiano^del tipo «5C0^<2 p(^5Co^o, = asti a pestio, asla peslo.
Vi sarebbe dunque sicuramente antica l'intrusione dell'rt (o);
anteriore, cioè, all'età, in cui cl tl volgono a kj italiano; e an-
cora più antica la riduzione dello stl in sci, poiché, data la
forma con V-u- (o), s'ha una condizione fonetica, la quale più non
dà motivo, in verun'età della parola italiana, all'alterazione di
st in se; cfr. abbrustolire, fistolo, frustolo, pustola ecc. Il feno-
meno di STL in sci ci apparirebbe dunque anteriore all'età in cui
sorgono i desincopati astula postulo del lessico o del volgare
latino; ma questi, d'altronde, pur ci rappresentano schiette e ef-
fettive pronunce, poiché ne rampolla il tipo diminutivo che è,
per es., negli spagn. astilla pestillo (astella ecc., cfr. friul. stic-
le scheggia). Riusciremmo cosi a sorprendere il linguaggio ita-
li nel diz. del Traraater, che lo prende da quello del Vanzon.
458 Ascoli,
lieo nel periodo deiroscillazione, che devo naturalmente esserci
stato, nel periodo, cioè, in cui insieme convivevano astia ed ascia
(onde astula ascula) ecc. ; cosi a un dipresso come la presenza di
Bastulus e Basculus pur ci riporta a un'età, in cui devono
avere coesistito Basilo e Basclo. Cfr. Ardi. I 334n, 356n, 369n,
comunque ivi si tratti di correnti inverse.
Ma rifacciamoci, per ora, a dimostrazioni più facili e perspi-
cue. Insula isula, che vediamo sincoparsi nello sp. isla, prov.
isla ilha, diede sicuramente anch'esso l'epentetico istla, che poi
doveva farsi isola. La Provenza ha appunto quest'zsc^a, come
ha ascia = ast'la; e il Ducange scriveva : 'Isola, Occitanis et Pro-
vincialibus, AUuvio, accrescens ager vel insula e terris flumine
advectis', allegando una carta del 1063, una del 1339, e gli Sta-
tuti d'Avignone del 1570: 'quod Consules non possint dare in
'emphytheosim seu locationem perpetuam, Insulas, Isclas, al-
'luviones, incrementa'. Nell'edizione dell' Henschel, s'aggiunge
' isclonum, dimin. ab iscla et eadem notione', e vuol dire un di-
minutivo neolatino rilatineggiato. A codesViscla {isolo, isola, del-
l'odierno provenzale; Azaìs) rispondono poi con assoluta preci-
sione fonetica i sardi iscra isa, secondo le analogie a cui già di
sopra s'è accennato (p. e.: campid. userai, logud. usare, = usclare
ust'lare), e insieme un isca che vedremo allegarsi dal dialetto
della Basilicata (cfr. nap. asca = asohia = asola , scheggia; ecc.);
ma anche le significazioni diverse di queste voci nostrali or fa-
cilmente si conciliano tra loro e con quelle àeWisola di Provenza.
Uisca di Basilicata direbbe 'terra sommessa ad acque irrigue'
(G. Racioppi, Origini storiche investigate nei nomi geografici
della Basilicata, in Arch. Stor. per le Province Napoletane, voi. I,
p. 468, cfr. 469n, 479); e Yiscra isa de' Sardi: 'terreno umido tra
due colli, 0 a pie di montagna', dove s'aggiunge una variante
campidanese: isca de canna (term. rust.), canneto.
Ora, che altro sarà, se non quest'z'sc^a, il nome locale Ischia,
il quale è portato, oltre che dall'/Enaria de' Latini, anche da una
borgata del Viterbese e da un villaggio del Trentino, per tutte le
quali regioni è perfettamente normale l'evoluzione Isola Ischia ^
com' insieme è regolare che il popolo napolitano dica Isca per
Ischial"^ Anche l'integro Isola è nome locale che ripetutamente
^ Isca, del resto, si riproduce più volte nella toponomastica napolitana, e
ascula; isola, Ischia; Peschio. 459
s'incontra nella corografia italiana; e lo porta, a cagione d'esem-
pio, una borgata dell'Astigiano. Vediamo bene, che la prudenza
non permetterà che si proclami affatto sicura questa identifica-
zione del n. loc, Ischia con isola = isla, prima che non s'abbia
qualche ulteriore conforto dalla notizia di anteriori fasi de' di-
versi esemplari di esso nome proprio, fasi che si conterranno,
per avventura, in documenti più o meno antichi. Ma la probabi-
lità è ormai cosi grande, che rasenta la certezza; e a ogni modo
avremo scoperto, anche nel Napolitano e nella Sardegna, la con-
tinuazione disisela -isla, allo stato di nome comune.
Né la serie de' nostri esempj per schj = sci = sii = sl sarebbe
ancora finita. Vedemmo il Flechia rifar mirabilmente la catena
per il sdiìiese peschio (pessulus), di cui dice il dizion. del Tramater
che 'si ode pur frequentemente nel regno di Napoli'. Ma v'ha an-
che un'altra base, affatto diversa, che viene imprima a coincidere
foneticamente col lat. pessulus, e poi va incontro, assai proba-
bilmente, a quella stessa evoluzione, per la quale pessulus ha
dato il san. peschio.
Abbiamo nel Ducange i seguenti articoli :
Pessulum, Idem quod supra Peslum, Gratianopolitanis vulgo lou Pcslou^
Appensum domui tectum, quodvis sedificiolum extra raurum in viam promi-
nens. Sententia Johan. Archiep. Viennens. an. 1228. to. i. Hist. Dalphin.
p. 142. Yolumus et praecipimus habito Consilio Sapientum, ut omnia Pes~
sula guae sunt et crani extra muros apud S. Romanum, et in Chapelleys
et in Changeriis, etc. sunt [sic] de jurisdictione Bajuli prcedicti ecc.
Peslum. Tabularium Vindocinense an. 1076. Ch. 321. Ascelìnus Chotardus
retinuit domum parieti Ecclesice quasi appenditium, quod vulgariter Pes-
lum vocant, ubi annonam suam, et vinitm, quod ibidem collegerit, reponat.
Pesclls. Charta Zachariaj I. PP. in Bullario Casinensi tom. i. p. 4. Inde per
monticellos de mari descendens vadit ad Pesclos^ qui sunt in pede-mon-
tis, qui dicitur Balba, inde per duos Leones, etc.
Ora, per quel che concerne il rapporto di queste diverse forme
s'aggiunge il composto Iscalunga. Il lat. esculus, ischio, riflettendosi nel
napolitano (D'Ambra, p. 479) per escalo iscolo esca (=eschia), vi si potrebbe
supporrò un concorrente, più 0 meno legittimo, per l'etimologia di questo nome
loc, Ischia 0 Isca; cfr. Ischi (Calabr. Citer.) e Ischieto (Toscana). Ma anche
il Flechia, da me consultato, consente volentieri a Isch[i]a -.-. isla ecc., nò ha
egli poi lasciato di iijutarmi e confortarmi in varj modi, e cosi citandomi il
n. 1. sardo Isa de Palma = Iscla de Palma. Curiosa forma ó Isclero^ fiumicello
della provincia di Benevento (Amati, Diz. cor. dell' It.)-
460 Ascoli,
tra (li loro, è manifesto che un popolare pesclo o pcschio non
avrebbe mai potuto latineggiarsi in fessulum. Questa, o è delle
tre forme la più genuina, o tutt'al più procede da un popolare
peslo. Per quello poi che si riferisce all'etimologia, è manifesto
che si risale a pensilis (cfr. nap. pòsole pensile; ecc.), mal-
grado la desinenza da nome in -o. Siamo alla pensilis fabrica
de' Latini (cfr. Ducange, s. Domus pensilis e Fessile); onde avrem-
mo ancora: pes'l- pesti- pesclo. E circa i significati finalmente,
vediamo chiaro, come dalla 'camera annonaria' si passi al 'ca-
sale' e si rasenti o forse addirittura si consegua la funzione di
nome locale, appunto nel pesclo del 'Bollarlo Cassinese', che il
Ducange, del resto, non riusciva a connettere con pessulum ecc.
Ora il Peschio o Pesco (cfr. Ischia Isca ecc.), che occorre in
tanti nomi locali del Napolitano, non sarà egli questo stesso j9(?-
sclo peslo? Pe Schio- Rochiano, Pesco-la-Mazza, Pesco- Lmiciano
ecc., andrebbero così confrontati con Gas ale-Io- Sturno ecc. del
Napolitano stesso, Casal-Morano Casale-Guidi ecc. dell'Italia
settentrionale e mediana. A pesco 'persico' non si vorrà di certo
ricorrere, poiché le forme con V-i- [Peschio Peschiolo Peschieto)
vi si rifiutano; senza dire della scarsa o nessuna convenienza
del significato, e del mancare al dialetto di Napoli (anzi, secondo il
D'Ovidio, a tutto quanto il Napolitano) questa forma contratta,
altro non vi si avendo se i[\oììp)icrzeche. Il Racioppi (1. e, p. 471),
allegando un pescone che nei dialetti della Basilicata direbbe
'grosso ciottolo 0 macigno', traduce per 'Pietra-pagana' il Pesco-
-pagano di colà, e così (ib. 4C1) vedrebbe un Tietra-lombarda'
nel Pesco-lombardo della regione medesima. Senonchè, tacendo
della scarsa convenienza che pur così ci sarebbe in ordine al
significato (cfr. p. e. Pesco-Solido), un'etimologia 'basilisca' mal
varrebbe per un nome locale che va per tutta l'estensione del
Napolitano. Ma è vero, del rimanente, che la dichiarazione qui
tentata avrebbe d'uopo di confortarsi con qualche sicura testi-
monianza napolitana di 2')esclo peschio qual nome comune per
'casale' o altro di consimile, oppur con qualche particolare suf-
fragio, attinto a più antiche fasi dei nomi di luogo.
Peschio, ecc. 461
Ancora di pesclo, Peschio.
Durante la stampa di queste pagine, Flechia trova che il pe-
scone, addotto dal Racioppi, non è punto cosi isolato come dalle
stesse parole del benemerito napolitano doveva parerci. Ne esi-
ste anche la forma positiva, nel Salernitano a quanto pare, ed
è piescii. Ai pescU del 'Bollarlo Cassinese', che citai di sopra, fa
riscontro il pcsclu che ripetutamente occorre in un documento
salernitano dell'SlG (Codex Cavensis Diplomatic, I, p. 7): 'ego
'roppolo... benumdabi tibi boni clerico et filio gaidelli terra mea
'bacua locum qui bocatur at peschi'; ecc. E l'editore annota:
Peschi, vel Piesco vulgari eloquio, sondii petra: at PescU [l.-it]
idem ac italica alla Pietra, latine ad Petram.'
Accertata cosi l'esistenza di un pesclo ecc.', piii o men larga-
mente diffuso per il Napolitano col significato di 'pietra*, or giova
guardare meglio in faccia a codesto singolare vocabolo, o meglio
forse diremmo a codesta significazione del singolare vocabolo, e
chiederci se veramente non si rimanga ancora a pensile^^t?-
sole ecc., come per il peslou pessulum peslura che si sono
qui sopra allegati (p. 459). Si chiederebbe, cioè, se pur qui non
s'abbia, com'è per esempio in macigno [pietra raacigna, ven.
mazéna macinea), l'attributo d'una data pietra, o roccia, di-
ventato poi un nome comune che dica 'pietra' senza più. Dove
sùbito occorre al pensiero, per l'uso effettivo di codesto attri-
buto, la •/.pòy.à; TTSTia di Eschilo (Supplices, 795) , la 'praerupta
rupes', ma veramente la 'pendula petra'. Risaliremo noi dun-
que, per questo peslo pesclo del Napolitano, al primitivo si-
gnificato di 'roccia pendente', di masso o pietra che sovrasti e
faccia tetto alle caverne, alle 'grotte' cosi frequenti laggiù? Che
uno stesso vocabolo possa dir codesto masso e una pietra qualun-
que, c'è appunto insegnato dalla storia del lat. petra. Or vedano
i dotti napolitani di rifarci sicuramente quella del loro pesclo.
' L't di peschio (speselo) mancherebbe a piesco secondo le analogie di
sopra allegate {isca = ischia', ecc.); e quanto al dittongo dell'c tonica in po-
sizione, non ci periteremo a attribuirlo al salernitano pure in questa formola
(EST; cfr. napol. tiestc testu lat., riestc, sieste, diestre), sebbene non abbiam
pronti, per il 'Principato Citeriore', se non csempj d'altre formole: lientc,
tiempe, dispiettc (Pap., 366-8).
Arcliivio ;-'lottol. ital., III. >'l
462 Ascoli,
4. liisca spagn.
Il DiHZ ha nel lessico (IP 143) l'articolo che seguo: lasca
'spagn., pania (ant. sp. fìscaV)', da visciim, pi. visca, portogh. e
'it. visco, mutato, come in altri casi, il v iniziale in f, e poi in h.'
E adduce nella grammatica (T 288) hisca = \ìscus fra gli esempj
per lui sicuri di v- in f-.
Ora, la voce portoghese che risponde allo spagn. hisca, non è
già visco, ma è isca, che dice 'esca per pigliare i pesci', 'ade-
scamento', 'esca d'accendere', e ha allato il verbo iscar: iscar
0 anzol 'metter l'esca all'amo'. Il latino viscum, d'altronde,
vive inalterato pur nello spagnuolo, che ha comuni col porto-
ghese le voci visco ed enviscar.
La riduzione di f in h essendo estranea al portoghese, non
si può imaginare che un antico fìsca (imaginario anch'esso ed
anzi malamente imaginato) vi si riducesse a hisca isca. Chi poi,
continuando a lavorare con l'imaginazione, supponesse la pa-
rola spagnuola passata al portoghese, avrebbe contro di sé, a
tacer d'altro, le significazioni diverse. E le significazioni del vo-
cabolo portoghese ci portano, del resto, a quella manifestissima
etimologia, che rovescia irreparabilmente le ipotesi qui accam-
pate dal Maestro. Poiché siamo all'esca latino, le ragioni del cui
è convengono con quelle dell e; onde l'italiano ha esca e non ésca,
e il siciliano e il romaico hanno isca (II 146), r.-j/.a. Per una di
codeste é di posiz. che dien suono chiuso, già ponemmo, più so-
pra, un i ital. allato a un i spagn. e port. {biscia ecc., p. 339n);
e un terzo esempio ne è negli ital. eschio ischio ischia, nap.
[scolo (allato ad escolo, che é pur del vocabol. italiano; v. p. 459n),
esculus sesculus. L'aversi nello spagnuolo anche yesca, esca, ade-
scamento, malgrado Ve it. ecc., non fa meraviglia (cfr. p. e. il lad.
'biesc ecc , b^^stia). Ma a chi pensasse a ragguagliare hisca eoa
yesca, per la riduzione di ie in i, s'opporrebbe ancora il porto-
ghese, come già dicevamo per hicha (p. 339n). E la presenza di
entrambe le forme nella Spagna vera e propria, e i significati
diversi, avranno finalmente lume dall'avvertenza che il Diziona-
rio dell'Academia Spagnuola appone ad hisca, dicendo che 'es
voz usada en algunas provincias'.
L'esca latina allettava egualmente i pesci, le fiere e gli uc-
bisca, gl^iua. 4G3
celli. Nessuna maraviglila, perciò, se lo sp. hisca è la pania,
mentre il port. isca è l'esca. E lo spagnuolo ha dunque, nel suo
hisca, un h inorganico, come l'ha in hin-char inflare, hin-chir
hen-chir implere, allato ai più genuini in-char en-cher del por-
toghese.
5. gì orna.
Il Ducange ha quest'articolo: «Gloma pao'.;, Acus, in Glossis
Sangerm. Mss.» Ma chi ha arricchito questa glossa del termine
greco, ha fatto un bel negozio. 'Pao-'; è T'ago'; ma V acus che
traduce gloma non può non essere acus aceris, la pula.
Questo (jloma, gluma (are. cium a e), che cosi ripeschiamo,
ha poi alla sua volta una qualche importanza. Non ha, cioè, il
riflesso normale dell'tl (cfr. frc. piume ecc.); ma appunto perciò
s'incontra bene col frc. gloume (=Q\vLmd), che è registrato dal
LiTTRÉ e sarà più popolare del glume dei botanici. Or come si
spiega questa oscillazione? Trattandosi di M + a, non s'ha diritto
d'invocar la ragione della nasale susseguente (cfr. Diez P 165); e
non rimarrebbe, perora, se non di pensare a un'oscillazione, più
o meno antica, com'è in glómus (cfr. Arch. II 409), o meglio a
un effetto di glomus. Un diverso incontro di gluma con gló-
mus è nei bergam. glóm sglóm, mallo della noce; dove 1'*^ ben
ci lascerebbe affatto incerti, poiché Vó bergam. tanto può stare
per 6 (p. e. nóf nuovo), quanto per Vu di um (cfr. fó7n lóm);
ma il tipo morfologico accenna a glomus, mentre il significato
accenna a gluma'.
6. Zara, Troyes ecc.
Non so se altri abbia avvertito quanto bel monumento di fo-
netica veneta, e perciò di dominazione dei Veneti, sia il nome
della capital della Dalmazia.
Si parte da Jddera; ed ecco la corretta elaborazione, se-
condo la fonologia veneta, specie l'antica: j in i (Arch. Ili 248
' Possono far confusione ^fn/òm gaòm che ai trovano accanto a glom sglóm
(Tiraboschi, Vocab. berg., 583); ma se son voci sinonime, son però nell'or-
dine etimologico afiFatlo diverse fi a di loro; gajòm ga'óm rivenendo a gaja
pula ecc.
464 Ascoli,
segg., § 19); (ìdera in adra (ib. § 9); àdra in ara (ib. § 21).
La fase Zadra, che deve aver lungamente durato (cfr. Ardi. I
455 ecc.), è rimasta, come fossilizzata, fra gli Slavi, che dicono
Zadar, gen. Zadra, e mostrano, collo i = j-, che non si tratti d'e-
voluzione slava.
Il proparossitono Jddera mi fa poi risovvenire di nomi di
luogo di diverso tipo sdrucciolo, cioè dei nomi locali in cui la pre-
ferenza neolatina ha l'accento su quella che è o sarebbe stata la
terzultima latina, ma non poteva, secondo prosodia classica, por-
tare l'accento, stante la penultima in posizione. È la serie cui spet-
tano Teramo (Intéramna) ecc., altrove già toccati (IV I26n).
Sul metro di Taranto Otranto, abbiamo anche Sólanto (Rajna;
il diz. del Tram.: Solànto) in Sicilia. Per Taranto si può invo-
care la ragione dell'accento greco (Tàpa; TàoavTo;; Tapsvxó; ) ;
e secondo E. Martini (Riv. di fil. class., VII 144n), sopra Taranto
si sarebbe foggiato Otranto, grecamente 'Tf\oou;'T(SpoCivTo;\ Po-
stici per questa via, dovremmo poi cercare un identico motivo
anche per Sólanto, che è grecamente ^ioXosi; Solou; ^ìoXouvtu;;
e all'incontro incapperemmo in Agrigento Grigénti rimpetto
a 'Azpàya; 'AxpàyavTo;. Ma chi sa ancora dirci se qui abbiamo
forme greche che gl'Italioti adattino comunque ai proprj lin-
guaggi, 0 non piuttosto forme italiche, che i Greci adattino al
loro? A ogni modo, nulla per ora consiglia a ripetere l'accento
di Taranto ecc. dall'esilità a cui potea ridursi il n di nt, si che
questo nesso più non facesse posizione (cfr. Corss. vok. IP 213
661 667 814 818)'. Circa l'età e la storia del n. loc. Lévanto,
che occorre in Liguria, manca a me osrni lume.
^ Ofanto, nome d'un fiume nella Puglia, l'Aufidus delle lettere classiche,
ricorda facilmente TUfens -entis, fiume della Campagna di Roma (cfr. Pott,
Personennamen, 443); e si potrebbe chiedere, se forse l'Aufidus non avesse
anche avuto questo sinonimo, tanto più che pajon due nomi di radice iden-
tica (v. CoRSS. vok. I' 151 353). Ofanto, riportato a Ufente-, sarebbe un
alti'O esempio dell'accento di 'quarfultima mora', entrato forse anch'esso, al-
meno in parte, nell'analogia di Taranto o consimili. Ma anche il normale
riflesso di Aufidus potea facilmente subire codesta attrazione analogica, poi-
ché napolitanamente ne veniva 'Ofete (Flechia), cfi\ dcetc acido, mi'icete mu-
cido, ecc. - Quali son poi veramente i nomi vernacolari odierni dell'Ufente-
della Campagna romana, cioè deWAufente o Aufento TJfenlo dei dizionarj?
- 11 quesito, se si tratti di un accento di 'quartultima mora' o non piut-
Zara, Trcyes ecc. 465
Nel buon lavoro del Martini, elio testé citavo, non si tiene conto,
se io ho visto bene, degli effetti che abbian sulle voci latine, por-
tate fuori d'Italia, le tendenze accentuali dei linguaggi in cui
erano accolte. Cosi vi si pone il ted. fénster come documento d'un
lat. popol. fénestra (1. e, 175); e le riduzioni tedesche Kùln Colo-
nia, Màinz Magonza, vi si danno come documenti di pronunzie
latine da assomigliarsi a Taranto ecc. (ib. 144n); forse per es-
sersi franteso un luogo del Corssen (vok. IP 905, cfr. 819). Qui
avremo veramente non altro che accentuazioni germaniche; e
quando siamo nelle Gallie, compresa, che s'intende, la Cisalpina,
vanno sentite le ragioni dell'accento celtico, di che ritocco al-
trove. Tanto meno c'entreranno poi le leggi dell'accento latino,
ove si tratti di nomi locali non latini. Cosi se Tricasses\ o me-
glio Tricassae, che in pronuncia classica latina è parossitono, ci
dà Troyes ( = Tréies), non se ne vorrà di certo ricavare un caso
d'accento latino di 'quartultima mora' (Trlcassis). A proposito
del qual nome, non so se nessuno abbia discorso della ragione
storica di Trecce Treces, che nei documenti medievali ne fa-
rebbe le veci. Può egli questa forma esser altro che un 'latineg-
giamento' della riduzione volgare? Quando s'ammetta, — e non
ripugna in alcun modo, — che il doppio s di THcasses (o anzi
il triplo, se nella forma popolare si voglia pur quello del nu-
mero e caso), e insieme le ragioni del composto, qui difendano
dall'intiero dileguo l'atona mediana, noi avremmo senz'altro, e
affatto normale, questa successione: Tré-cass, Tré-gass, Tré-ges
Tìxies Troyes; dove l'ultimo termine sta al primo, prescindendo
dalla densità del -s, come noyes a necas (necas). Buoni eserapj
pur questi, a ogni modo, per ribadire la sentenza, che ogni ei di
tosto di una 'lunghezza' non più sentita, si riproduce acche per il nome di
una derrata. Si può cioè chiedere se il tose, ségale^ fr. seigle, mil. ségra,
rappresenti secale che ancora serbi il suo et (cfr. ven. segala), o non piut-
tosto un secale con Va affievolito. — E a proposito di 'segala', il continua-
tore piemontese del lat. secale iseil) non ha egli lasciato vivo in nessun luogo
quel sinonimo 'taurinense' che Plinio ci tramanda (secale Taurini sub Alpi-
bus asiam vocant) ? Cfr. Diefenbach, Celtica, I 21, Orig. Europ. 235.
' Scrivon tutti ora Tricasses, col Porcellini, che adduce esempj epigrafici
di Tncassinus, anziché Trecasses, come si faceva una volta per l'esempio di
Plinio, ed è in Zelss, Gramm. CcU.'\ 8G7. Cfr. Tricassei, Tricasii Tpt/.'y.7i'jv;
Tricassae, Tricas\s]is, Tiicassiiim; in Paiiv, s Ti-icass s (^ Augustobona.
466 Ascoli,
Francia, comunque egli surga, va poi soggetto a passare in oi
(cfr. ve'sin voisin, tejt toit, me[d]ien moyen, ecc.); sentenza che
avrebbe potuto risparmiare qualche sottigliezza circa Voi da
ei = e od L
7. Ancora del tipo vjme vimine.
L'Archivio s*è ripetutamente adoperato a mostrare come abondi
fra' Neolatini, e proprio per tradizione popolare, anche la forma
flessionale de'neutri imparisillabi che riviene all'ablativo; onde
resulta che s'abbia di frequente il doppio tipo oh' è negli ital.
rime vimiyie, e vuol dire intatto il paradigma della declina-
7.\one volgare: virae[n], ad vi men, de vimine, meno, che s'in-
tende, la distinzione funzionale, la qual cessò dappertutto, o
quasi, e per la ragione medesima che la faceva cessare tra le
due forme flessionali dei mascolini o feminili imparisillabi, come
sarto sartóre ecc. (cfr. II 423-33, IV 398-402).
La figura nominativo-accusativa -à-me[n] si riflette normal-
mente ne' dialetti grigioni per -om soprasilv. e sottosilv. ed -am
alto-engad. Così, per seramen e'coriamen: sopras irom cii-
rom, sottos. rom chirom, altoeng. ay^ajn ciiraìn; cfr. sopras. e
sottos. om, alto-eng. am, hamus, ecc. Ora, s'è già notato, che
nelle risposte di ex-amen, comunque anch'esse presentemente
terminate per un semplice m, Va si rifletta diversamente di quello
che fa nelle risposte di seràraen ecc.; e così s'abbiano: sopras.
saum, sottosilv. sam, alto-eng. sem, riflessi che d'altronde con-
cordano fra loro in quanto coincidono con quelli che s'avrebbero
ne' rispettivi dialetti per Va di AN^ o di date formole di AN-;
cfr. sopras maun, sottos. man ecc., alto-eng. mem (= maun), ecc.;
Ardi. I Un 123 165n, ecc.
Come dunque si potrà dichiarare questa concorde diflferenza
che ètra i riflessi di ex a men e quelli, p. e., di seramen, se non
ripetendosi ì primi da una base che nell'ordine fonetico, e per-
ciò insieme nel morfologico, sia diversa da quella che è nei se-
condi, e insomma dalla figura ablativa ex amine [samne) anzi-
ché dalla nominativo-accusativa exame[n] {same)% Di àumn =
AM'N ci sarebbe appunto la riprova in un termine soprasilvano
che tosto adduciamo fra altri documenti che a entrambi i ver-
santi delle Alpi accennano o riportano ad examine. Allato a
Ancora del tipo cime vi/nine, e del part. in -esto. 467
saum, il soprasilvano ha cioè il sinonimo sàumna, che riviene a
examina; e di contro all'italiano ramare (berg. sarnd), che si
spicca 0 ha norma dal nom.-acc, i dial. grigioni danno samnar
semner. Nel comasco è sàmnia sciame, samnià sciamare. E se
queste son forme, che, avendo una propria ragione nelle basi
latine, non pnjvano senz'altro la presenza dello schietto exami-
n e, eccoli bergamasco offrirci sam e sàmen {sómen^), entrambi
per 'sciame', e cosi ricomporsi, a ogni modo, la declinazione,
entro i confini d'uno stesso dialetto.
Si consegue un'altra ancora di codeste integrazioni, appajando
vérem o vérom (=verm *verme), dei Bergamaschi o dei Valtel-
linesi, con vérmen (= "vermine) dei Milanesi, Arch. I 303, IV 401.
8. Ancora del participio in -ésto.
Nell'ultima puntata del quarto volume àeWAr chimo, che s'ac-
compagna con quest'ultima del terzo, mi provo a dichiarare il
participio veneto in -ésto (p. 303-98); e durante la stampa me
ne toccano due valorosi compagni di studio, il D'Ovidio e il
Bòhmer.
Il D'Ovidio, che in ordine ai participj analogici di tipo forte,
promossi da jìosto, già aveva aggiunto che 'in dialetti dell'Ita-
lia del Mezzodì, mosto è normale' (IV 410), ora soggiunge: 'Noi
Meridionali diciamo rifoso e rifuoso o rifosto e rifuosto per
'rifuso' da 'rifondere', nel senso che ha qui da noi di prender
nuovamente d' una pietanza, ripetere, o di rimetterci dei quat-
trini e simili.'
Il Bòhmer poi {Roman slucL, III 606-7), che anch'egli approva
la mia dichiarazione, è scontento di due cose. Imprima io avrei
mancato di meglio riconoscere, ch'egli pur si fosse posto sulla
buona via; e avrei in secondo luogo omesso d'avvertire o di lo-
dare, che a lui si dovesse una serie di participj in -àslo, scoverta
in territorio non veneto. Ma la verità è, che io ho trattato pur lui
con que' riguardi, dei quali gli studiosi italiani si fanno un giusto
vanto d'esser piuttosto troppo larghi che non troppo avari con gli
studiosi d'oltremonti. Egli aveva detto non altro che questo
Circa To' di questa variante, v Arch. I 22S, IV 118.
468 Ascoli,
(ib. 76): 'Diese bildung konnte sich an posi anlehnen, am leich-
testen bei -ess, z. b. successum suzzest.' Ora, questo non è altro
se non una mescolanza iniziale di vero e di falso e un parlare
confuso; e la ragione delle cose all'incontro non si dà, se non
facendo appunto il contrario, cioè discernendo il vero dal falso
e adoperando quelle perspicue parole che rispondono spontanea-
mente alla perspicuità del pensiero. Quanto poi alla serie non
veneta di participj in -esto, mi duole ch'egli mi costringa a parla-
re più chiaro. Consulti, di grazia, i luoghi del I voi. deW Archi-
vio, che son citati nel mio articolino (in ispecie la p, 409), e s' av-
vedrà, ch'egli non ha punto scoverto in Val di Non un -csio
ladino o non-veneto, ma vi ha trovato molto semplicemente V -e-
sto dello strato veneto che s'è colà sovrapposto allo strato la-
dino (cfr. ib. 394-97) '.
9. Il testo istriano del Salvl^tl
In fondo al primo volume degli Avvertimenti della lingua,
Liionardo Salviati raccoglieva dodici versioni d' una stessa no-
vella di Boccaccio, la IX della l giornata, in dodici diversi idiomi
della penisola, ch'egli diceva 'lingue', ed erano: la bergamasca,
la veneziana, la furlana, l'istriana, la padovana, la genovese,
la mantovana, la milanese, la bolognese, la napolitana, la pe-
rugina, la fiorentina di Mercato vecchio.
Ora il Papanti, nel suo bel libro: I parlari italiani ecc., di
cui s'è toccato nel precedente volume (p. 439), riprodusse quelle
versioni e provvide a farle comentare. Ma non tutti i comenti
son riusciti bene; e, duole il dirlo, quello intorno alla versione
'istriana' è fatto proprio a rovescio. Di certo avrà pensato an-
che l'autor di quelle note, che le parlate istriane d'oggidi pos-
sano differir non poco da quello che erano or son tre secoli o
forse più; ma avvenne, in conclusione, che il valentuomo altro
non facesse se non correggere i pretesi errori del documento
che studiava, e riuscisse a negare al documento medesimo ogni
valore storico, affermando che d"istriano' codesto antico tra-
^ Anche nell'ani, dial. di Trieste (cfr. Arch. IV 358) occorre questo tipo
di participio: m' hau sauèst di m'ha saputo dire, Maia. Ili; cfr. ib. 143:
lo abbi venics(o, in un testo che italianep-gia.
Il testo intriano del Salvittti. 460
duttore ne doveva saper poco. Senonchè, a parlare intanto sulle
generali e senza dimenticare i trascorsi deWIìifar inalo e de' suoi
contemporanei, sta pur sempre che lo stampare era ne' vecchi
tempi qualche cosa di ben più solenne che non sia oggidì; e pri-
ma di asserire che un testo, pubblicatosi anticamente con l'espli-
cita intenzione di offrire un'idea genuina di un dato linguaggio,
altro in realtà non ci offra se non un'accozzaglia di forme errate
0 imaginarie, bisogna pensarci due volte, e avere ascoltato con
molta diligenza gli avvertimenti della storia e della critica (v.
qui sopra, p. 63-5).
Il Salviati non dà, se io ho visto bene, alcuna precisa notizia
circa la provenienza delle sue versioni dialettali; e le antiche fasi
dei parlari istriani non sono abbastanza conosciute, perchè si
possa sentenziare, con assoluta sicurezza, da qual regione o luogo
della penisola istriana venisse quel saggio al letterato fiorenti-
no \ Ma tutto fa credere che gli venisse dalla regione setten-
trionale, da quella zona, cioè, cui appartengono la varietà ter-
gcstina e la muggese (cfr. Arch. I 479-535, IV 350-67) ; e se
v'ha qualcosa di poco genuino in codesto buon cimelio, ben
lungi dal consistere nei fenomeni che più offendevano il nostro
comentatore e son tutti proprj o convenienti all'antica Trieste
0 a una parte più o raen larga dell' Istria antica, sta al contra-
rio in quella tendenza, tutt' altro che insolita, che porta quasi
a levigare o a mostar più signorilo il proprio vei^nacolo, nascon-
dendone, sin dove si possa senza produrre un' alterazione sover-
chia, quelle proprietà per cui troppo egli sì discosti dall'idioma
dei ceti nobili o delle scritture più o meno auliche (che nel caso
nostro sarebbe stato il veneto); proprietà che gl'influssi civili
vengono poi rendendo, a poco a poco, instabili e viete nello stesso
parlar domestico e volgare.
S'abbia qui dunque nuovamente codesta versione"; e s'accom-
^ Nel e. XIX del secondo libro, è detto che la ]>fovella 'ne' diversi volgari
'd'Italia é stata traslatata da' propri abilatoj'i'.' La frase ironica con la quale
si chiude quel capitolo ('ed il rimanente in qual linguaggio ò dettato? nella lin-
'gua di Capo d'Istria o della Valle di Voltolina') accenna forse indirettamente
alla particolare provenienza della versione istriana; cfr. il e. xxi, dove ricorda
i 'Justinopolitani'.
- Ho riscontrato la stampa del Papanti con quella di Venezia, del 1584 ; e
appena occorre dire cha l'ho trovata esattissima.
Archivio t-loltol ita!., III. Jl'
470 Ascoli,
pagni, per ora, di pochi cenni illustrativi, tanto che sia dimostrato
ciò che pur dianzi s'è dovuto afifermare.
In lingua istriana. — Digo donca, che in toi^ tempi del primo
Re de Zipro, despò^ il uadagno fatto della Terra Santa de Got-
tofreddo de i Baioi, fo intravegnti**, ch'una zentildonna de Va-
scogna fo zuda^ in peligrazo al Sepurchio. Do la^ tornando in
drio, zonta^ in Ziprio, de no se^ quanti scelerai homi* fo con
gran vellania suergognada. Donde che ella, senza consolation
niguna' lementandose, s'habti impensà^ de uoler cigar dananzi^
lo Re. Ma a ghe fo ditto de un, che indarno le se averes® fa-
digà. Perchè lui rieua** d'una uita tanto minchiona, e de poco,
che no solamente l'inzuriei de altri con zustizia fadeva uen-
detta, ma pur asse^ che ghe riera** fatte a lui con gran uer-
gogna padiva. Donde che, quando calcun haueua calche dolor,
lui, con farghe ualguna^ iuzuria o despresio, se sborava l'animo
so*. E cusi hauendo bti inteso*** la femena, desperada de far la
so uendetta, per calche consolation del so trauaio, s'habU im-
pensà* de uoler soiar le sturdità de sto Re. E zuda^ pianzendo
alla so presentia, g'abìi ditto*": 'Signor mio, i' no uegno za de
'ti, azzocchè ti vendicheis* l'inzuria che me se stada fatta, ma
'in gambio de quella te priego* che ti m'insegnis*, co che ti
'sopportis* quelle, che me uin** ditto che te se fatte, azzochè
'imparando de ti, possis* anche mi con patientia soffrir la mia:
'che Dio il sa, se lo podes' far uolentiera i te la donares®,
' despò^ che ti ses * cosi bon minchion.' El Re, inchinta quella
bota essendo sta longo e priego*, co a se fos'^ desmesedà^ del
sonno, scomenzando della inzuria fatta a sta femena, che ama-
ramente la bti uendicada*", crudiel^ persecudor fodeuentà*** de
tutti** che incontra 1' honor della so Corona cosa negunu^ fa-
des' de za^ ananzi^.
Annotazioni.
' azzocchè ti vendicheis, che ti m'insegnis, co che ti soppórtis, póssis an-
che mi; conservato l'antico -s nella 2. ps. sg. del cong. pres., ed estesa, per
falsa analogia, codesta desinenza anche alla I. ps. sg. del cong. medesinoo;
di guisa che siara proprio a quel di più specifico che la varietà 'tergestina'
possa dare; cfr. Arch. I 518, IV 36 In. Ritorna il -s anche in ti ses, tu sei,
e per la vecchia Trieste ci parrebbe veranoente più sicuro un tu sos (cfr. Arch.
I ib., e IV 363}; ma anche nel Friuli continentale è ses allato a sos. Manca
poi al nome ogni -s di plurale: V insurie ecc., quanti scelerai homi- ma homi
ben s'incontra, del resto, con Vómi-s tergestino, 'uomo" e 'uomini', Arch. I ib.
Il testo istriano del Salviati. 471
2 priego (*prego pegro) pigro; crudiel crudele; non solo convengono alla zona
della vecchia Trieste, ma sono tipi suoi caratteristici, cfr. Arch. I 491-2; e in-
sieme le conviene priego prego.
* in toi tempi ne' tempi. Affatto caratteristico del 'tergestino' pur questo fot;
così nel Mainati: intól chiafne\ capo 50, in tól uout nel volto (volta) 102, ecc.;
intóla ladris nella radice 18, intóla sùua schiarséla nella sua scarsella 1 14, ecc.
Insieme va probabilmente anche il do la del presente saggio (dola *dela, di-là),
cfr. Arch, IV 36G.
'' valguna alcuna; anche questo caso di prostesi ci riporta al 'tergestino', i
Mainati avendo ualch 11, 33, per Valg, alcun che, dello schietto friulano. E
del resto abbastanza notevole che anche fra' Ladini della zona centrale si riab-
bia il t> prost. in questo medesimo esemplare, Arch. I 360 371.
^ zuda (bis) andata. Il participio friulano di zi {zud zude) è proprio anche
della vecchia Trieste. Cosi nel Mainati: sarés zu sarei andato 114, soi zuda
sono andata i3,jérem sudi erano andati 85.
^ i te la donarés io te la donerei, se averés si avrebbe. Così nel Mainati:
saréss sarei 114, faréss farebbe 7, ecc.; ed è il tipo di condizionale che va
ripetuto, per questa zona, dal friulano; Arch. IV 367.
' donarés averés^ che ci occorse di addurre sotto il precedente numero, erano
insieme esempj di -ssi -sse, ridotti a -s; e vi si aggiungono: podés potessi,
fos fosse, fadés facesse ; circa il qual fenomeno, già si sentì come si ripro-
duca nel Mainati, e ancora si vegga: Arch. IV 358 361-2.
' despó (bis), desmesedd, impensd (bis); cfr. Arch. Ili 271 278 280 e le cor-
rispondenze friulane; così per l'animo so, ib. 265.
^ se (friul. sai) so, pur asse pur-assai, cfr. Arch. I 464q; zonta III 250-1,
niguna neguna I 433; de za ananzi di qua innanzi, dananzi, cfr. Arch. Ili
270 (n. 60), 272 (n. 75).
'" Circa il tipo: g'a-bti ditto 'gli ha avuto (-ebbe) detto', s'ha-bii impensd
(bis), la hi% vendicada, hauendo bii inteso, allato a fo intravegnió, fo de-
venta, fo zuda, cfr. per ora Arch. I 27 In.
" vin viene, parrebbe contravvenire al tipo 'tergestino', ma è forse un er-
rore della stampa (come certo v'ha errore in rieua riera); e per tutti ed ha^
si vorrebbero i caratteristici duti, hau, cfr. Arch. IV 365.
INDICI DEL VOLUME.
I. Suoni.
d: riflessi fraaco-prov., 5-7, 73-5, 81-
115; rifl. frane, 70, 71-3, 115-20;
rifl. prov., 70, 76-81.
Accento rimosso, 14, 50-1, 52 f, 388.
Accento di terzultima e accento
di terza, 2 In. Accento di 'quartul-
tima mora', 326, 464-5.
Accidenti generali, 19, 50-2, 123 (voc.
epent.), 135 (r epent.), 139 (Z epent.),
139-40 (raetat.di l\ 144-5 (dissimil.
di r-r\ 153-4 e 442n (metat. favo-
rita dall'atonia); considerati in or-
dine agli allòtropi italiani, 388-
401; aferesi e epentesi, 442 sgg.
Cfr. r, /, s, n, m.
ai neolat.: riflessi franco-prov., IO,
96, 99n, 104n.
ald alt ecc. 29, 251, 332.
aw-t-cons. 76, 77 ecc.
anct 248.
ari. sanese e aret. da -er-, I42n.
•ario -aria 7, ]8n, 257-8, 300-303.
■ata in aj, 19.
au neolat., 16, 25.
ava in a, 152.
b[u]l, suo doppio esito, 147-8.
e (eh) spagn. =c/ pi, 287n.
ca in ca nel pedemontano (cfr. ^a),
122n.
ce e gè che abbian continuatori gut-
turali, 127-8, cfr. 161, 171n.
ci in cr^ 30a.
e/ (/i/;), suo doppio esito, 286-8, 286-8n.
ci- nel frc, 287n.
ic'l {hel) in icuel, 174-5.
Consonanti; rifl. ant. venez., 254-57.
Consonanti continue: rifl. valsoan.,
25-39; cojasiderate in ordine agli
allòtropi italiani, 337-69.
Consonanti esplosive : rifl. valsoan., 39-
50; considerate in ordine agli al-
lòtropi italiani, 370-88.
d primario, in r e Z, 49.
d secondario, in r e ^ 9, 48.
d/, suo doppio esito, 26-7, 90n. Cfr.
316 : dj in j.
e secondaria che dittonga, 249,
e di posiz. in i sardo, 171n.
é^s- che resulti chiusa,|339n, 462.
e atona in i [it.] 164, 332, cfr. 443.
-emi in umi^ 170.
eri fior, da -ar-, 142a.
fi in /r, 30n.
ga in ga nel pedemontano, 45u (cfr.
40n, e ca).
-ga- in va uà, 106-7n.
gè, V. ce.
^gl- nel frc, 287n.
xg'l (ghel) in iguel, 174-5.
•go- che dà luogo a jo, 165.
Jit ecc. da st ecc., 34-5.
ile 52.
Influenze varie deirt_atono della sil-
laba finale sulla determinazione
della tonica di penultima, 7, 248,
249.
ludici. —
Interdentali (J) d), 4, 27, 41, (45).
1 in r- 2B.
1-, articolo concresciuto, 84n. 174;
smarrito per l'illusione che fosse
l'articolo, 161.
l^'s in flFi, 161-2.
m epentet., 168, 442-52.
n epentet., 161, 166, 172, 442-52.
nd in nn n, 90n.
■nj in Mw, 135, 135n.
rtv in nn, 308.
0 atono in «, 164.
0 secondario che dittonga, 250.
oì frc. da ogni et di fase anteriore,
466.
old olt ecc. 29, 42.
■orto -a, 12, IBn.
lova in io^a, 172.
Palatine e palatili: loro effetto sui
rifl. franco-prov. dell' a, 6-7, 17-19,
73-5; sui rifl. frane, 71-2; sui rifl.
frane, dell' e, 72n; sui rifl. ital. del-
Ve atona, ib,
pj- in fj, 130.
Posizione neolatina, 15. 324n.
I. Suoni.
473
Proclisi; suoi effetti: 33 In, 311, 367,
400.
Pi-opagginazione progressiva e tran-
sultoria, 52.
r^-^ in ar"!-, 161-2.
rj iu JT, 162.
-s mantenuto, 35-6, 206, 470 Cfr.
figure nominativali'.
s prostet., 135, 154, 163, 463.
sh sicil. da shj\ 129n.
sp che si riduca a sh, 380.
st in str, 152.
t in tt, 169.
ti .seriore, in II, 283n.
ti di fugio e lupo-, 14, 325n.
Il di pos., 136n.
u di pos., 250-ln.
ult ecc. 29.
ly in bbj, 132, 173.
Vocali toniche: rifl. valsoan., 5-16;
ant. venez., 248-51; considerate io
ordine agli allòtropi italiani, 301-29.
Vocali atone: rifl. valsoan., 16-25;
ant. venez., 251-4; considerate in
ordine agli allòtropi italiani, 329-36.
II. Forme.
Nome.
-ardo -adro - -ario 163.
-ario 301-303.
-alico 258n.
-ense 48.
-cto iu nomi locali 8.
-et-ico 258n, 479.
-ineo 258.
-isco 258.
-or 279n.
-um'ne -ud'ne 368-9n.
ab- 391.
ad- 258.
dis- 258-9, 391, 449.
de- 259, 332.
ex- 259, 391, 444-5n, 449, 450n.
in- 259.
re- 259, 332.
Nomi da forme verbali, 127; estratti
dal verbo, 145, 145-0, 155.
Nomi di colore, 163.
Allòtropi dipendenti da ragioni mor-
fologiche, 402-5.
Genere che si muta, 344, 315.
Mascolini e feminili analogici, 21, 42,
260-01, 261-2, 345, 402.
Forme plurali passate a fungere da
singolari, 402-3, cfr. 349.
474
Indici — II. Forme. III. Finzione.
Composti, il cui primo membro è
'foris', 90a.
Figure nominativali che s'ascondono
in odierni dial. prov , 78-9n; al-
tre: 127, 259-60, 260q, cfr. 256n,
400, 345, 402, 404-5.
Ablativi di neutri imparisillabi, 38,
259, 466-7.
Vocativi, 367, 385.
soróre- 259, 283, 233n.
Plurali con distinzione interna, 7, 248,
Flessione del nome nell'ant. venez.
(nome, artic, pronome), 259 66.
bellitissima 265.
Ha lei 264.
ne, en, de, 265, cfr. 270, 396.
vi 396.
Articoli pospositivi e rilevativi, nel
rumeno, nell'albanese ecc., 420-41.
Verbo.
-iure 259, 276.
-ulare 122-3, 129.
-aculare 122-3.
Verbi di ricomposizione neolatina,
12.5, 405.
Prodotti analogici nella conjugazione,
31n, 34a, 36q, 37n, 41n, 42, 43n,
88n, 92n, 100-ln, 140-41, 142-3,
266-7, 326n.
someiente 233.
Forma tematica del presente che sì
estende al gerundio ecc , 266-7 ,
267n.
Piuccheperf. indie, lat. = condizion.
prov. ecc, 3 In, cfr. 269.
-avt, -«, di 3. sg. del perf., 105n,
26S, 263n.
-ave =-habuit, 269.
Terza singolare anche per terza plu
rale, 266.
Participio in -esto, 287, 267n, 467-8.
Flessione del verbo nell'ant. venez.,
■ 266-70.
Conjugazione valsoanina, 9, 17n, 19
{-ontài 3. pi.), 22-3n,25n,31n, 31n,
36n, 38n, 46-7n, 47n.
III. Funzione e Sintassi.
Il tipo sintattico 'homo-ille ille-bonus',
420-41.
Note fraseologiche, concernenti un
ant. testo veneziano, 273-76.
Formole interjettive che si ripetono
dalla 2. pers. sing. dell'imperativo,
156-7.
dar: de, 263.
driedo, 271-2.
ai pleonast., 275n.
Significazione astratta che si fa con-
creta, 345.
Traslati in direzioni opposte, 123n,
358n
biscia e pecora, 339-40.
'a.s' e 'bhù\ 141,
'globo' e 'zolla' 356-7.
'extra' e 'trans' 149.
'dardo' e 'raggio' 153.
'sfolgorare' e 'tremolare' 455-6.
'ramarro' e 'folgore' 163.
'eguale' e 'sùbito' 331.
'giuoco' e 'giojello' 346n.
'accoppiare' e 'accomodare' 353.
'sognare' 'pensare' 'curare' 366n.
'curare' 138.
'per l'amor che' 'per amor che' I02-3n.
'far pelo', e simili, 137.
Indici.
IV. Lessico.
IV. Lessico.'
abbagliare 302.
abbarbagliare 302.
acciaccare 333a.
acha 340.
achaque 383n.
aditare 312.
adlittare bl. 290.
ugoja 27G, cfr. 16.
Agolia 276, cfr dgoja.
Agrigento 463.
agngià 167.
aile 73n.
«jone ecc. 166
amig IO, cfr. II 42,3a.
ammainare ecc. 321.
ampó 271.
anbruacé I23n.
andare 166.
ansóloer 450n.
applicare 291.
arùi 401.
ascia ascu la ecc. 456-8
asegio ecc. 167.
asicer ecc. 166-7.
a sii io 166-7.
astella 148, 4:,7.
astér 278.
afare 312.
aua/e 334.
ai'eugle 355
azzeccare 383.
balcare ecc. 53.
Bastulus ecc. 456, 458.
ftefiòto 173.
ftc/car ecc. 22.
bellum 290.
bera 52.
bestia 339-40d.
bicha ib.
bieca ib.
/^i'^na 341.
èiscja 339-40O. 462.
-bjncdr ecc. 22.
bogare 151.
dottare ecc. 349 50.
ftreiia 392.
brillare 453-56.
brillo 452-3.
Jrio 455.
brolar ecc. 84.
*rM//o 453.
olisca 18.
bustare ecc. 313d.
buttare ecc. 349-50.
ca quam 265-66
cadechie 277.
cafdu 122a.
ca^o 379.
calarla 301, 305.
Cambray 12.
camelia 170.
campeista ecc. 28.
crtjsa 315n
ca/)/)a 315n.
cara ecc. 31 8n.
ce;;/)0 171.
cercare 170.
c/iair 72, 73a.
cheba 338.
cliente ecc., v. gwm^ ecc.
cliiairo 73n.
chiantare ecc. 358u.
c/ii'en ecc. 72.
chiappa 129.
c/iio«o 316.
chiuriri 145.
ciabata ecc. 169.
ciampare ciampicare ecc.
168.
cj/Zar ecc. 154.
cigolare 154.
circare 170.
c/ai'r 73n.
clap- clop- 30.
clopa = cop'la 129.
cojuvare ecc. 132.
concio 133.
congoja 339n.
co nj ubato- 131.
contio 133.
conhibiar ecc. 132.
-corgere 326d.
córm 19.
corubbia 131.
cóteca ecc. 135n.
cotenna 135.
crachat 125n.
cracher 121.
crai prov. 125n.
crepjj 59.
cricchiare ecc. 126.
crodie 135a.
croto 43.
CM 135n.
cudregn 135.
cz/ja 135n.
czdi l35n.
C(<<ina 135n.
da/ne ecc. 331 n,
cfaspd 271.
dastier 278.
de 272.
deniaurt 278.
derea^ 279.
' Gli 'Allòtropi italiani" hanno il loro proprio Indice, p. 406-19; né era
d'uopo qui ripetere la serio lessicale che s'ebb? per l' amico veneziano a
p. 276-84.
476
dergere 32Gn.
desinare 312-13.
devacare ecc. 151.
dexe decet 279.
dies-mércurii ecc. 23,
39.
digiunare ecc 313.
dtner 312-13.
di-ri-capo 282.
dirizzone 344.
dix 72n.
doga I3n.
dredan ecc 279.
drizs ecc. 314.
ditned 278.
ebriaceo- 442
ebrioneo-ecc 442,453.
eccu- ecc. 42-3, 44n.
echeveau ecc. 137
éfourgnier 90u.
eld andato 106.
eme animus 1 lOn.
enclarar 448
enc[l] austo- 399, 399n.
cnclume 399n.
encortar 449.
encrenque 449.
enfaldar 448.
enfriar 448.
en;- spagn. 443.
enjalbelgar 443.
enmondar 418.
ensement 450.
enseres 450n.
enferuar ecc., 106-7n.
entirar 449.
épingle 354-5.
Eporedia 60, 445n.
ergere 326n.
escargot, 123u.
esco ecc. 447n.
escracar ecc. 93, 121,
124n.
escurar ecc. 138.
esieie ecc. 143u.
IlKlici
IV,
estiers 278.
estrella 152.
etois ecc. 143a.
efres 450n.
ex-cadere 98.
farfouiller 90n.
faudal 30.
/e[d]a=:feta 49.
féouze 52.
/ì 270, 270n.
/ìa 362.
/latore 279.
^/•t'/ca 52
/lo/a ecc. 97n.
/ir 270n.
^ador 279.
flavo re- 359.
Fleury 12.
fludza 52, 111.
fodicare 90q, 312.
fodiculare 90n.
foggia 382.
fogna ecc. 90n.
/b^-né ecc. 89 90n.
fouger 90n.
fouiller 90ii.
founna 90n.
Friano 346n.
frizzo ecc. 388.
fufinar ecc. 90n.
fundicare 89-90o,
fralja ecc. 95a.
franda 15.
/•raiio 398.
/"ma 19.
/w^ep 52.
gàbata ecc. 17.
gabbana -a 315.
^^o/a ecc. 463n.
^^aj/'o/a 59.
galbario- 163.
galera ecc. 301.
^ra^)' gajo 4 In.
(lamella 170.
342.
gancio ecc. 361.
ganghero 360.
gargamela 45n.
^'awt ecc. 58.
' gavetta 137.
gerbe 73.
^^éc?o 59.
ghessa. ecc. 59.
ghezz 163.
ghinci 18.
ghiova 355-6.
^r/yo 44n.
^rmdio 280.
Gi>Ì20 Egidio 49, cfr.
284.
5fioJa 346n.
(7io/ia ecc. 129.
^fouo giogo 131.
5^i« ecc. 72.
giuggiola 172.
giumella 170.
giunare ecc. 31 3n.
giunloje 132.
giustacuore 365n.
^^adjo 280.
gleba 355-6.
glire- 10-11, 31 n.
glQma ecc. 463.
goblot ecc. 40.
^roj ecc. 167n.
gomena ecc. 324.
gorra 135n.
goùter 313a.
granata 134.
greggio ecc. 348.
giiljart 24.
guregn 135n.
gustavi ecc. 313n.
/lisca 462-3.
bucce- ecc., v.ucco-ecc.
Iglesias 413a.
27/ia 448, 458.
imporcare ecc. 127.
inciampo 168
ifKjhirola 175, cfr. 479^1
insiar 127.
insogno 451.
insoru ecc. 451.
insù 451.
Iren:.a ecc 284.
is- logud. 447, 450.
isca port. 402.
ixcarrasciare 124.
Ischia ecc 458-9.
jsc/« ecc. 458-9.
Isernia ecc. 443, 446a.
ù-a 444.
Jadera 463.
j«o 280.
jejunare 312 13.
joglars 355.
joia 346i].
jojema 172.
jongleur 355.
jujuba 172-3.
junar ecc. 312-13.
ji'tfcu ecc. 131.
lucer ta 100.
lact-eo = lac 27.
lagario 161.
/a^ro' ecc. 161.
-lajvdr ecc. 43.
lancelotlo 163.
lanturgio 280.
/enea 46.
Lévanto 463.
levare 274.
/eato 395n.
liguri ecc. 161, 103.
limbert ecc. 103.
/tn<7^r 26.
lingori 161.
lippus 10.
liverai ecc. 258n, 381.
hrcro 295n.
/o/^ ecc. 58.
/d^//a 18, 59.
/oja 324.
lucerla ecc. 160.
Indici. — IV Lessico.
Iti goni ecc. 161.
/wo/70 ecc. illoc 270.
mac ecc. 36, 30ii.
macia 301.
magarasso 163-
magnano 175-6.
maj' 163.
marcona ecc. 58.
margajà ecc. 124.
martinag 163.
masca 40n.
ma[«]oMe 47.
menchero 353.
meriare ecc. 346n, 347.
miles 290.
miro 280.
mo^s ecc. 327n.
W03-0 ecc. 328,
mucca 59.
mucchio 397.
mugra 59.
mi^ns 326a.
«q;a 135d.
napio ecc. 59.
ne buio- 12n.
neptia 281n.
netiwtt 106-7n.
nidiale 111.
«oc- nottola 43.
nottola 172.
nìifjdr 22.
0 ove 272a.
Ófanto 464a.
oignon 345.
010 (in oio) 281, cfr.
346n.
otta 350.
paire 73a.
pajuole 132n.
pas. V. pax.
pavoria 12 (103n).
paxenadego 258n.
477
ppticlienar ecc. 449.
peschio 456.
Peschio 460-61.
pessulo= pensile 459-61.
pestalo 456, 457.
pignu 135n.
pr.sum 10-11.
p 1 u V i a n a 26.
poison 345.
Pelvica ecc. 140.
ponzare ecc. 345.
prigione m. 345.
puDctiare 345-().
pwna-one ecc. 314 6.
pùriina 145.
quinh quinl ecc. 91-2,
cfr. I 459 e il n. 22 a
di questi 'Schizzi'.
recano ecc. 163.
vacar ecc. 124.
rape 163.
ragazzo 328.
ramarro 162, 310.
randa ecc. 166.
rangól 161.
raica 18.
rascare ecc. 124.
ra<apena 43n.
ratavoloira ecc. 43d.
relugor 27 9n.
retina 405,
riachuelo 282.
riaiulo 282.
rimpleiar 10 In.
rtMaccj'are ecc. 174.
risicare 37 In.
ritondo 24d, 395.
rdn(re 38.
r7/<7(5; 160.
rttsca 18.
.sacoma 317n.
saeculum 174.
saeppolo ecc. 139.
478
Indice.
IV. Lessico.
saeltia ecc. 301.
aaguggu ecc. lG7n.
saja 3S6.
sajettone 163.
saldo 330-3 In.
sam ecc. 4G6-7.
sapél 169.
sargano ecc. 318.
sarmenula 163.
Saulcy 8n.
sbagliare ecc. 302, 311.
s&erii 59.
sbornia 412, 453.
scarcaglioso 123.
scarcajcer ecc. 121-2.
scartare ecc. 125.
scartcer 125.
scefrofrio, 163.
sc/iernicc ecc. 125 6,
seller sgnir 126.
schiantare ecc. 358n
schioppo ecc. 129, 351.
sc2a 126.
sciaccare 383a.
scicer 126-7.
sciflcer 151.
5CiO 372a.
sconzubia 131.
scoppiare 129.
5cracflr ecc. 121-2.
scrocchiare ecc. 122a.
scudregn 135.
scuplir ecc. 128-9.
sdarrascìai 124.
ségale ecc. 465n.
sencillo 287a.
ser se[d]er 450n.
sew^e 295n.
sf/op/a 130.
sgarar 21.
sgarsajd ecc. 124.
sgatàr 21.
sgavetta 137.
sgherro 302.
sgl'óm 463.
sgominare 324a.
sgosja ecc. 59.
sguniobi 132.
sgurcer ecc. 137-8.
s/a 126.
ii7to 138-40.
SiVó 33 In, 341.
sito ecc 139.
s/diVa 12.
so^'a ecc. 143-4.
soigner ecc. 366n.
sojovare 131.
Sólanto 464.
songa 443
sorctus 326, 326-7n.
sornacchiare 123, 123a.
i'ors 32Gn.
soupgon 315.
spalto ecc. 397.
spans ecc. 327n.
spathula 29n. cfr. 397.
spiera ecc. 363.
spiura ecc. 144-5.
s/)o/a ecc. 29a.
spre^^iare 126.
spuntone 346a.
spurcus 136n.
stagnare ecc. 147.
stagnum 147.
sto^/o ecc. 147-8.
stella 152-3.
sfó^/a ecc., V. astella.
straccare 152.
stracquari ecc. 151-2.
strange ecc. 454.
sfrasora 149.
s travacar ecc. 150-2.
sireaca 152.
strella ecc. 152-4.
sfro^) 52.
strusar ecc. 155
strusciare ecc. 155.
SM(is«r 144.
sugna 443.
svdscol 150,
taffiare ecc. 155.
ton/'o ecc. 377a.
«ante 341n.
taurica 14-15.
tempellare 379n.
tesóire ecc. 12.
«eu^e 295n, 356n.
tilicherta 160.
ttne/!(!o 390.
titio 344-5.
Tornado 283.
Tonisto 283.
torniedo 312.
(orjwej ecc. 48, 59.
tosone 344-5.
transalpinare bl. 291.
transpadare bl. 291.
fro/io 284.
Troijes 465-6.
truscia ecc. 154-5.
frwssa 155n.
tuna bl. 390.
(Msse 155n.
Mcar McZar ecc. 158-9.
ucco- 159.
Ufente- 464n.
ugier 339n.
unio 345.
wr^ó^ 160.
Mrio7 164.
m;:o 339n.
vacuare 151.
yajort 165.
oaludegh 164.
uantts-jM 163.
varius 302.
vocuus ecc. 151.
volant-rette Ileo.
vulàdegh ecc. 164-5.
vfujotare 350.
^a 270.
^ampa 163.
zampell 163,
;ra^e// 168, cfr.
169.
Indici.
V. Vu>ia.
479
satta ecc. 358.
zeffare ecc. 37 9a.
zerpir 125a.
silichelta 160.
zufolare ecc. 154, 382 3.
zulcer 173-4.
zabulus 295u.
Zara 463.
zemna 170.
it'j/a 172.
iiizola ecc. 172.
ioo ecc. 131, 173, 284.
zcadga 131.
V. Varia.
Lingua e Storia, 290-1, 295, 309, 314,
32' », 321, 328, 329, 334, 336n, 337,
34 In, 342, 350, 355, 358, 360, 366,
369, 371, 399.
EfTotti analogici d'ordine lessicale,
0 assimilazione di voce a voce:
114 (boilai, mugliai), 130, 257n, 335,
356, 368-9, 399n , 445 sgg , 464u;
cfr. 115n (4).
L'attrazione analogica aritmetica-
mente dimostrata, 444 sgg.
Fenomeni fonetici che diventino ca-
ratteristiche morfologiche, 5n, 7 In,
74 5 ecc., Il3a, 404.
La predisposizione orale, 253n.
Massime divergenze, 93n, 10 In (2),
103 {ezìla scala; ecc), 107n.
Gli allòtropi e la storia della lingua
italiana, 286-93.
Il franco-provenzale, 61 segg.
Del borgognone, 73, 112n, cfr. 1 17n.
Territorj 'alsazj' e ^orenesi' 114-15
(franco-prov.;, 116-19 (frane).
Alterazioni gergali, 53-"?'; voci comuni
a gerghi diversi, 58-9; voci gergali
d'incerta provenienza, 59-60; tra-
slati gergali 57-8. Linguaggio in-
fantile, 341.
Bibliografia: dei dialetti franco-
provenzali ecc., 6-10; dell'antico
veneziano, 245-7; degli allòtropi,
299-300.
GIUNTE E CORREZIOXI.
rcui.
9i-
127.
167,
244
2 n. Vedi ora l'Indice (lessico), s.
quinh ecc.
ult. 1., aggiugui: e'Jura', p. 111.
1. 10, leggi: excieo
, 1. 3 della nota, leggi: od ago
, E stato notato {Rev histor., Vili
435) che questo testo veneziano
altro non sia se non una tradu-
zione delia Cionaca di Martin
Polacco (Martino da Troppau),
continuata a ogni modo, potevasi
aggiugnere, in sino ;il 1301. Ma
circa le ragioni del dialetto, non
perciò si muta nulla; e or se ne
ritocca nella I punt dei. VII voi.
Pag.
253,
259.
301,
442,
445.
ult. lin. Va ricordato il latino al-
legere.
n. 5. Venefico è anche nome
d'an' isola greca, e d'un co-
mune di Sicilia.
I. 3, leggi: gaucho
II. 12 e 22, leggi ebrionea ecc.,
cfr. 453.
Un IGi s'ebbe, da AlGs. neola-
tino, in ighera (*aiguaria
aquaria\ guttus, riportato dal
Vopisco;e la forma epentetica
è pronta ncll'iM^/iiVo/a, di cui
a p. 175.
i
BINDING SECT. JAN 2 9 1968
PC Archivio glottologico italiano
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V.3
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